Jean Claude e Madre a Natale | Natale

Giuro che questo Natale non vi ho secciato io.

(Per chi ci segue da fuori Napoli: non sono stata io a portarvi sfiga.)

È vero, la mia aridità quando si parla delle feste è notoria e profonda, e neanche originale: siamo un po’ di noi a chiederci perché dobbiamo spendere un capitale in biglietti aerei e regali inutili per sentirci dire da zia Genoveffa che “Non capiamo niente della vita perché non siamo madri” (e a casa ancora non capiscono perché me la prenda tanto). Possiamo fare la stessa cosa un week-end di novembre, o in uno dei numerosi ponti della stagione autunnale, senza svenarci o scoprire che, paradossalmente, gli amici che volevamo vedere sono più impegnati ora che sono in ferie.

Ma tanto che ve lo dico a fare: quest’anno il Natale lo passerò a modo mio. Con una persona cara (una), preparando piatti vegani senza dover “cucinare a parte”, andando a dormire all’ora che mi va. Per l’occasione ho messo perfino una candela sul tavolo! Gli elfi di Babbo Natale ringraziano commossi per lo sforzo.

In tutto questo, riflettevo su due concetti. Uno si afferma da poco, un altro boh, spero di non inventarmelo io.

Il primo è amatonormatività: che etimologicamente fa schifo, ma, come dice la persona che trascorrerà la vigilia con me stasera, nei paesi in cui potremmo coniare neologismi decenti dal greco o dal latino stiamo ancora a discettare di aborto libero. È l’idea per cui la specie umana è naturalmente portata ad avere relazioni sentimentali, e già che si trova ad avercele monogame ed eterne (almeno nelle intenzioni iniziali). Ormai non sto più a dirvi che sempre più gente nel mondo commenta: “Ma anche no!”. Vi informo piuttosto che ci sono delle persone che non sperimentano neanche l’attrazione sessuale, e altre che non s’innamorano (semplificando il concetto). Certo, in Italia abbiamo rimosso la “A” dal collettivo LGBTQIA+, infatti di solito diciamo solo LGBT+, e il problema di includere gli aromantici e gli asessuali in un paese cattolico è che una delle priorità è ancora la lotta alla repressione e al moralismo, come ci ha insegnato la triste vicenda della maestra di Torino.

Beh, però che libertà vogliamo, allora? Parte della libertà sessuale o amorosa consiste anche nell’essere liberi di evitare le relazioni, se non ci vanno. Altrimenti, appunto, il nostro modo di relazionarci con qualcuno diventa una costrizione, un compitino da svolgere per dirci che siamo normali.

Vorrei partire da questo concetto per mandare un messaggio a un grande, anzi al più grande: Aristotele. E lo farò allo stile della mai dimenticata Mariarca (*prende fiato*): “ARISTOTELEEE! ‘E schiatta’! Ma che sei andato dicendo alla corte di Alessandro Magno? Che l’uomo è un animale sociale? Vattenne, che non è che perché sei peripatetico tu dobbiamo esserlo tutti quanti!”.

No, scherzacci a parte (e sex work is work): sono stata la prima, fin dall’inizio, a dire che ci salviamo solo insieme. Se non ci diamo una mano è la fine, e della storia dell’animale sociale accetto volentieri la solidarietà, la connessione con altri individui. Ma, come la lotta alla repressione sessuale non deve discriminare chi non prova impulsi sessuali, la lotta all’individualismo non comporta che le persone che adorano trascorrere mooolto tempo da sole (come me, anche se non mi credete) debbano per forza essere represse o traumatizzate, oppure “orse” e basta. Se mi piazzate in un festone di venticinquemila persone mi metto a ballare tanto e così male che vorrete fingere di non conoscermi. Invece, se questo Natale tocca restarmene nella mia stanza, con un buon libro e un po’ di musica, mi va bene anche così.

Ecco, magari questo. Che sia un Natale in cui, come sommo regalo, impariamo in paranza a ricordarci qual è il vero obiettivo: stare bene. Questo non vuol dire negare la tristezza che ci possa assalire in circostanze come questa della pandemia, né vuol essere un insulto per chi questo Natale piange una persona cara, un lavoro perduto, la prospettiva di rimandare di nuovo la realizzazione dei propri desideri. Allora aggiungo: l’obiettivo è star bene, se possiamo.

E a volte possiamo star bene solo se accettiamo che succederà in circostanze diverse da quelle che avremmo previsto, o auspicato per noi. L’esperienza m’insegna (*le spunta un cappello rosso in testa e le nevica in casa*) che questa è la via più breve per trovare cosa ci serve davvero, ed essere felici.

Buone feste.

(Io come Madre.)

L'immagine può contenere: una o più persone e primo piano

Ecco un elenco di scemenze che sono riuscita a fare in sette mesi con la mascherina:

  1. Provare a soffiarmi sulle mani infreddolite mentre indosso la ffp2.
  2. Provare a salutare un conoscente che non vedo da sette mesi e che non ha più idea di chi io sia, considerando che ormai ho pure la criniera del Re Leone.
  3. Provare a portarmi una bottiglia/una tazza di caffè alla bocca, anche in un bar.
  4. Provare a ordinare il Mate Cola a più di un negoziante pakistano del carrer Sant Pau (“¿Perdona?”), per poi rassegnarmi ad abbassare la mascherina un secondo: non avevano comunque idea di cosa stessi dicendo.
  5. Vomitarci in treno.

Ebbene sì, sono diventata una leggenda metropolitana! Il fatto è che, ve lo giuro, io schifo i treni della FGC: almeno la tratta che porta a Sabadell! La prima volta che mi ci sono sentita male, andavo a fare ricerche all’Archivio Nazionale di Sant Cugat, e stavo leggendo L’arte di amare di Fromm: un brano sui figli che mentono a sé stessi sui torti dei genitori. Pur di prendere aria stavo per uscirmene alla stazione sbagliata, così ho pensato che fosse chissà per quale trauma infantile rimosso. Macché: come mi sono accorta in viaggi successivi, tipo le lezioni d’italiano che impartivo a Sabadell, mi dà proprio la nausea il treno!

Sarà per il dondolio instabile (ma che rotaie sono?), o per l’aria viziata, oppure per quell’odore indefinibile che sempre mi assale su questi treni, come di aeratore non spolverato dai tempi della Guerra Civil… Fatto sta che, ogni volta che sono costretta a viaggiarci, nella migliore delle ipotesi mi gira la testa.

L’ultima volta avevo preso il treno per fare una passeggiata qui. Ma era estate, ero seduta nella stessa direzione del treno (accorgimento che devo prendere solo su questa tratta), ed ero circondata da sedili vuoti, davanti a un finestrino aperto.

Invece adesso ero reduce da questa conferenza, avevo un mal di testa atroce, e il cappotto canadese “di mezzi tempi” (che per il Canada equivarrebbero tipo a – 6) mi teneva un caldo boia. Tuttavia, temevo che iniziare le elaborate manovre per sfilarmelo mi sarebbe stato fatale, e m’ero rassegnata solo dopo due fermate all’urgenza di cimentarmi nell’impresa. Oddio, mi sentivo la mascherina appiccicata alla bocca. Oddio, mi mancava l’aria. La tipa seduta di fronte a me si è alzata una fermata prima di quella che aspettavo io, che poi era il capolinea. Per un momento ho pensato: che faccio, scendo anch’io? Mi ritroverei solo a un chilometro da casa: una bella passeggiata a piedi… E se poi mi gira la testa e butto i passanti per aria, come mio solito? Finisce che mi diventa la walk of shame di Cersei Lannister, anche se senza campanella e con un cappotto canadese a scongiurare il nudismo.

Alla fine mi sono solo seduta nello stesso senso di marcia, e ho atteso l’ultima fermata. Chi mi ammazza a me, ho pensato: alla fine stavo esagerando, ormai mancava solo qualche minuto e… E niente, è arrivato il rigurgito antifascista. Sarà che stavo pensando all’organizzatore della conferenza, che tempo fa mi aveva proposto di tenere un incontro semi-apologetico su Mussolini

Attenzione: altri dettagli pulp in arrivo (a parte Mussolini, dico). La mascherina non si è macchiata, perché mantenevo le guance gonfie in modalità otre finché non è arrivato il momento di scendere, e infilare le prime scale che mi portassero all’aria aperta. Ma quegli strani minuti passati col mio vomito in bocca come fosse una Big Babol, sono stati molto interessanti. Anche se avessi lanciato l’allarme, chi mi avrebbe aiutata? Di questi tempi, qual è il protocollo se una persona sta male in un luogo pubblico?

Vabbuo’. L’operazione di pulizia, complici un cestino dell’immondizia e un fazzoletto non usato del Buenas Migas, è stata meno “de classe” del previsto, ma credo vi abbiano assistito solo un paio di passanti, che staranno ancora vomitando a loro volta.

Mai avrei creduto di poter scrivere questa frase, ma… fortuna che non avevo mangiato! Nel primo pomeriggio si stava facendo tardino per il pranzo, e per essere sicura di arrivare alla conferenza dovevo prendere il treno alle quattro: così, dopo almeno due anni passati a far merenda coi patacones fritti del negozio latino, ho ripreso delle gallette di riso per tamponare, con l’idea di regalarmi, al ritorno a Barcellona, una sontuosa cena da asporto.

Ma dopo, ehm, l’incidente, chi la voleva più, la cena? Specie ora che i ristoranti chiudevano alle nove (e ormai erano le otto passate) e che le uniche opzioni vegane in giro erano il solito burger che un po’ sticazzi, o magari del riso saltato, se riuscivo a convincere il cuoco cinese che l’uovo non fosse esattamente un vegetale.

A questo punto sono andata a casa con lo stomaco sottosopra, e il pensiero che questo Natale strano mi regalerà almeno infiniti numeri, tutti da giocare.

Devo dire che stavolta, prima che prendessi il treno, l’organizzatore non mi aveva proposto una conferenza su Mussolini, ma si era congedato con una riflessione che fa un po’ “Buongiornissimo, caffettino?“, sul rapporto tra la conferenza che avevo appena dato (sull’industrializzazione, il progresso, la tecnologia Belle Époque) e l’affondamento del Titanic.

“Anche oggi, cosa credi?” aveva concluso questo settantanovenne, sistemandosi la mascherina. “Facciamo tanto gli splendidi, noi umani, e ancora nel 2020 ci manda in crisi un microbo.”

Ecco, mai sottovalutare troppo le riflessioni buongiornissime.

Caso Dreyfus - Wikipedia, la enciclopedia libre

Secondo un aneddoto, dopo aver ascoltato una conferenza di Einstein sulla relatività, un giornalista esperto in fisica scrisse che, all’inizio, lo scienziato si rivolgeva a tutti, ma dopo mezz’ora erano in pochi a seguirlo, e un’ora dopo parlava direttamente con Dio.

Ecco, alla conferenza che ho dato io l’altro ieri sulla Belle Époque, i tre presenti in sala e i quattordici in diretta devono aver avuto l’impressione che parlavo direttamente con l’extraterreste della pubblicità Kodak. Sul serio, per fortuna in casi come questo mi lascio trasportare e vado col flusso (nel senso di flow), ma come ho confessato poi a un amico: “Non sapevo neanche io quello che stavo dicendo”. Però i tre in sala hanno applaudito, quindi forse è andata.

Che diavolo, una conferenza in catalano da dare fuori Barcellona, rimandata all’infinito per ovvi motivi, m’era stata confermata dieci giorni fa, quando il catalano parlato negli ultimi sette mesi ammontava a circa cinque conversazioni veloci (a parte qualche buongiorno e buonasera, e un paio di “non mi serve la ricevuta, grazie”). Intanto chiudevo un numero bellissimo per una rivista bellissima, e sistemavo il manoscritto che è andato in finale qui, per proporlo a una casa editrice che ammiro, perché mi fa leggere roba all’avanguardia in italiano, senza bisogno di traduzione (cioè, è proprio scritta in italiano: miracolo!). Intanto, per i limiti al traffico imposti dagli acquisti natalizi, lo scaldabagno vecchio mi rimaneva davanti al portone per quattro giorni di fila, proprio di fronte al cartello “Non lasciare oggetti nell’anticamera”. Insomma, mi giustifico, professoressa: è stato un periodo un po’ movimentato.

E vi giuro: pure in treno, mentre andavo alla conferenza, pure fuori alla stazione mentre aspettavo l’organizzatore, me ne stavo con le mie sette pagine stampate fronte-retro con carattere 16 (ormai so’ cecata) e aggiungevo a penna i dettagli che non avevo controllato ancora: due note sulla biografia di Munch, chi ha ucciso Jean Jaurès… Mancava qualcosa? Sì. Non riuscivo a ricordare cosa, però. Dovevo rivedermi meglio i dettagli, ripassati ormai quindici anni fa, di un episodio significativo sia per i conflitti interni alla Francia che per le questioni internazionali dell’epoca: qualcosa tipo…

L’Affaire Dreyfus?” mi ha chiesto l’organizzatore a fine conferenza, quando era chiaro che nessuno dei tre presenti avrebbe fatto domande. “Se puoi dirci un po’ di cosa si tratta…”

Minchia, Dreyfus! Graduato dell’esercito, ebreo francese, razzismo, J’accuse. Ma che era successo? Cioè, l’episodio scatenante: perché era stato degradato…? Niente, mi friggeva la testa dopo un’ora passata a parlare in chissà che lingua, così nelle due parole che ho improvvisato ci ho messo pure roba che in realtà era successa a Boulanger: ne è uscito fuori un supereroe fin-de-siècle che, se non è esistito, bisognerebbe inventarlo come il Lincoln ammazzavampiri! (Ma anche no.)

Però, sapete che c’è? Al ritorno dalla conferenza, mentre l’organizzatore strada facendo mi faceva i complimenti ed elogiava Berlusconi (“Alla fine è un politico come gli altri… e poi ancora si difende bene, il vecchietto!”), emettevo versi ambigui per non usare le male parole, e pensavo: minchia, Dreyfus. Perché non ricordavo bene la vicenda? È una roba fondamentale! Niente, sono un pezzotto.

Pezzotto (s.m. napoletano): contraffazione, sottomarca di un prodotto originale, spesso venduto a prezzo ribassato, su una bancarella senza licenza.

E allora in treno mi sono chiesta: da dove viene tutto ‘sto livore verso una che ha parlato un’ora della Bella Otero in lingue sconosciute, ma non ricordava com’era finito nella merda Dreyfus? (È anche vero che la vita è fatta di priorità: Carolina Otero nel cuore!)

Credit: Roger Viollet/Getty Images/Roger Viollet Collection

È da un po’ che ho scoperto la storia della sindrome dell’impostore: quando non vai mai bene e, se succede, pensi sia solo perché hai avuto fortuna. Per non farmi mancare niente, al ritorno a casa ho visto un film che non era ‘sto capolavoro, però parlava di una ragazza che vendeva l’anima al diavolo per essere una pianista migliore della sorella, e finiva per… vabbè, non lo spoilero, ma capirete che non finisce proprio con le roselline.

Sarebbe carino risalire all’origine di tutto questo, senza scomodare per forza il medico cocainomane che ho citato durante la conferenza: cosa ci hanno detto a dodici anni sull’urgenza di spuntare quell’otto in matematica? Cosa pensa nostro padre del nostro modo di vestire? E nostra madre ritiene anche lei che quel vestito ci evidenzia troppo la panza? A che età il fatto di non essere proprio una zucca vuota ha cominciato a essere un difetto, prima che più tardi diventasse addirittura un problema?

A prescindere dalle vostre risposte, è divertente come un sacco di disagio che ci accompagna adesso sia nato in testa a una creatura di dieci, dodici, quindici anni. Scommetto che, se incontrassimo oggi una personcina così giovane e malata di perfezionismo, cercheremmo le parole giuste per chiederle: “Cazzo stai a di’?”.

Ecco, allora teniamo sempre presente che, come diceva Quelo, le risposte sono dentro di noi, solo che sono sbagliate.

A questo punto, non ci resta che fare le domande giuste.

Room 2806: The Accusation review – another intriguing Netflix docuseries

Ho visto la serie di Netflix dedicata alle accuse mosse da diverse donne a Dominique Strauss-Kahn.

A prescindere da tutto, mi colpiscono alcune delle motivazioni per cui il procuratore di Manhattan non ha ritenuto credibili le dichiarazioni di Nafisatou Diallo: la donna guineana, all’epoca trentatreenne, che ha accusato Strauss-Khan di averla stuprata quando è entrata nella sua suite d’hotel per fare le pulizie.

La donna non è stata considerata “capace di convincere una giuria” della sua credibilità: gli investigatori (quelli interpellati o filmati nella serie erano americani bianchi di mezza età) avrebbero trovato molti soldi sul suo conto, un fidanzato in carcere, e una storia inventata (stupro di gruppo in Guinea) per entrare negli USA. Non entro nel merito delle contraddizioni che ci sarebbero state nel racconto di Diallo sullo stupro, né capisco bene perché la serie si soffermi tanto anche sui rapporti consenzienti che intratteneva Strauss-Khan. Però, mentre ascoltavo questi americani bianchi di mezza età, che probabilmente non hanno mai avuto problemi a risiedere nel loro paese d’origine, mi chiedevo: e cosa c’entra, quello che ha fatto la accusatrice per arrivare negli USA? Ma cosa ne sanno, loro? Hanno mai avuto l’esigenza di doversi far rilasciare dei documenti fondamentali per la loro carriera lavorativa, la loro vita e, magari, anche la loro sopravvivenza?

Quando una persona straniera sale alla ribalta per ragioni tutt’altro che ideali, possono affiorare un sacco di questioni se si indaga su perché e come sia finita lì.

Ho pensato a me, europea bianchiccia di classe media, e a come ne uscirei anche sul piano dei media se mi succedesse qualcosa del genere: quante irregolarità si troverebbero nella mia permanenza a Barcellona? Penso agli anni che ho aspettato, come dottoranda italiana, prima di prendermi il numeretto di cui parlo più sotto, o prima di dichiarare finalmente il mio indirizzo barcellonese, che per il comune è rimasto lo stesso mentre cambiavo casa quelle due, tre, quattro volte. Oppure scoprirebbero il tempo che ci ho messo a iscrivermi all’AIRE, questo cosiddetto diritto-dovere che a volte, mi rincresce dirlo, crea solo problemi (mi hanno raccontato qualche storiella sull’interferenza tra l’iscrizione all’AIRE e l’accesso alla sanità pubblica tedesca).

Per non parlare delle volte che mi hanno beccata a evadere tasse a mia insaputa (e dico io: almeno ne fossi stata al corrente, me li sarei mangiati quei soldi!). Una volta erano stati i soldi che dovevo per un mini-sussidio di disoccupazione (la cosiddetta ayuda), dopo che ero stata licenziata con tutto il mio reparto aziendale e non avevo capito che quella cifra irrisoria andasse dichiarata. Sì, sono scema.

La seconda volta era stato per la tassa sulla prima casa che ho acquistato nei pressi della Rambla, prima di scappare a gambe levate per i vicini che mi ritrovavo (quasi tutti del posto, malpensanti). Non ero riuscita ad automatizzare il pagamento. Mea culpa, certo, ma diciamo che la burocrazia non aiuta, specie se consideriamo che in epoca più recente il comune, a due anni dall’acquisto della casa in cui risiedo adesso, ha continuato per un po’ ad addebitarmi le tasse di casa vecchia, e dopo varie rettifiche, spedizioni di atti notarili, telefonate, mi considerava ancora un’inquilina il 5 dicembre. Adesso la dichiarazione dei redditi me la fa un amico avvocato e anéu amb Déu. (Va detto che da più parti mi assicurano che esiste un servizio pubblico e gratuito di consulenza, solo che, posso dirlo? Ho paura!)

Pensate che sia la sola ad aver accumulato irregolarità assortite?

Soltanto nella comunità italiana di Barcellona, dunque tra persone perlopiù bianche (almeno in Europa) e con il passaporto “giusto”, potete trovare:

– gente che per otenere il Nie si è comprata un precontratto di lavoro da una persona con partita IVA (ho visto prezzi che vanno da i 90 ai 300);

– gente che si è fatta prestare i circa 5200 euro da accreditare sul conto, ha ottenuto con quelli il Nie e li ha restituiti;

– gente che è stata “aiutata” a ottenere il Nie dai suoi stessi datori di lavoro: non tutti lo fanno gratis per agevolare un/a dipendente, e alcuni addirittura fingono l’assunzione, poi se ti va ti prendono sul serio;

– gente che ha fornito un indirizzo a caso al commissariato di una cittadina sperduta, che ancora rilasciava il documento a chiunque avesse la cittadinanza europea: bastava che risiedesse lì;

– gente che ha fornito l’indirizzo di parenti che risiedono in città, per avere agevolazioni di vario tipo;

– gente che ha trovato un impiego “da quello della Barceloneta che dà lavoro agli italiani, ma speraci poco perché preferisce le ragazze” (ancora devo capire chi sia ‘sto tipo);

– gente che lavora in nero nei locali italiani, che la sfruttano con la scusa che non ha i documenti;

– gente che subaffitta a prezzi tali che si lascia pagare l’affitto dai propri coinquilini, e se glielo fai notare dice che “se davvero vuoi aiutare il prossimo, ti prendi questi soldi e li dai in beneficenza”. Non capisce che è proprio questa pratica a mandare la gente in strada;

– gente che rileva attività in vendita, le avvia per qualche tempo e poi le cede a prezzi stellari;

– gente che si vanta di aver sposato donne extraeuropee (che avevano bisogno dei documenti), in cambio di soldi e di prestazioni sessuali periodiche.

E non fatemi cominciare con la comunità pakistana.

La domanda è: cosa potreste trovare nella vita di una ragazza madre africana che non parla bene l’inglese e pulisce camere a Manhattan?

Soprattutto: soluzioni ne abbiamo?

In catalano si dice: cap persona és il·legal. Cap significa “nessuno/a”. Fate voi.

8 marzo 2017/VOGLIAMO LA LUNA! | Coordinamenta femminista e lesbica di  collettivi e singole – Roma
Adoro questo logo!

Conosco diversi uomini che hanno un grande privilegio: quello di non sapere cosa vogliono dalla vita.

Sì, conosco diverse donne con la stessa caratteristica, d’altronde vivo nella Barcellona da bere in cui quasi ti conviene non parlare una ceppa di spagnolo e catalano, e lavorare nel call center di una multinazionale per 1200 euro (di cui spenderai la metà in affitto, se ti va bene).

La questione è che, nel caso delle donne, “sapere di non sapere” è un problema più che per gli uomini.

Perché so che “non sapere cosa vuoi dalla vita” può essere anche un modo elegante, di questi tempi, per dirsi che qualsiasi cosa sia, non la potremmo ottenere: tanto vale fare i maledetti zaino in spalla, e scrivere su Tinder che ci piace viaggiare.

Però, se c’è una cosa buona di questo mondo precario e pandemico (le disgrazie non vengono mai da sole) è che possiamo anche affermare con una certa serenità, a genitori preoccupati a morte per le nostre pensioni, che piuttosto che sposarci a venticinque anni e accendere un mutuo intanto che sforniamo tre marmocchi, prendiamo il primo aereo per Timbuctù, magari dopo esserci cucite le tube di Falloppio con un simpatico nodo alla marinara (o col punto croce, così nonna è contenta). Nel senso: per qualcuno può essere ancora una prospettiva allettante, e in tal caso massimo rispetto e buona fortuna, ma sta di fatto che non è più l’unica possibilità. Per fortuna esistono diverse nozioni di famiglia. Per fortuna sempre più persone hanno il privilegio (che resta tale, eh, dico solo che è più esteso) di viaggiare sul serio, imparare lingue e scoprire altri stili di vita.

Sì, ma l’elefante nella stanza se ne resta buono nel suo angolino: anche se volessimo la vita di cui sopra, quella che molti di noi conoscevano prima della crisi del 2008, non ci sarebbe modo di ottenerla, tra contratti e contrattini sotto i mille euro e il non sapere dove lavoreremo l’anno prossimo.

Sarà anche per questo che il “non sapere cosa fare nella vita” è così in auge. E, anche nella precarietà, non possiamo permettercelo tutti.

Il compagno di quarantena ce l’ha molto, questa cosa: vagare di qua e di là, interrogarsi sull’idea di settle down, sistemarsi o no. Intanto che lo fa, però, il lavoro gli viene lanciato dietro con la fionda, anche perché ha il vantaggio indiscutibile di essere di madrelingua inglese: così il posto al call center lo rimedia anche se fa cose tipo non presentarsi al lavoro per una settimana, in piena pandemia almeno. E poi, che ve lo dico a fare, se a cinquant’anni decide che vuole fermarsi da qualche parte e trovarsi una trentenne per metter su famiglia, non sarà un problema eccessivo: non con tante ragazze tirate su a pane e amore romantico, che arriva col suo corredo di soffitti di cristallo e pavimenti appiccicosi. Diciamo che un atletico suddito di Sua Maestà britannica, con il giusto capitale culturale, non tarda troppo a procurarsi anche il capitale economico: neanche di questi tempi.

Conosco diverse donne che dicono la stessa cosa sua, che non sanno se “sistemarsi” o no, e hanno tra i trenta e i quarant’anni: alcune cambiano nazione ogni anno, per aggiungere il nome di un’altra multinazionale ai loro curriculum chilometrici, mentre altre lavorano nel mondo dello spettacolo, inteso non nel senso del Bagaglino, ma di film indipendenti e collaborazioni con nomi noti soprattutto alle giurie di qualità.

Ecco, a queste qui non verrà offerto tanto facilmente il contrattino in call center, sia adesso che restano in età “fertile” (anche se, nelle convinzioni generali, a 29 anni e mezzo è quasi menopausa) che tra qualche anno, quando saranno comunque considerate troppo vecchie per lavorare (se dimentichiamo le vittorie di Pirro), a meno di non essere molto specializzate. Per loro, poi, la famiglia è fuori discussione, o almeno è molto difficile: nell’immaginario collettivo le milf e cougar (posso dire che odio questi termini?), possono al massimo aspirare al sesso sfrenato con giovinetti quasi imberbi, come suggerisce anche questo dialogo di una serie che vi è piaciuta molto, e che io ho abbandonato al terzo episodio. Ma se le loro aspirazioni andassero sulla stabilità degli affetti, starebbero fresche: anzi, fresche no, che per la società in cui viviamo sono già scadute da un pezzo.

Quindi no, due trentenni che adesso fanno i vaghi su cosa vogliono fare nella vita non avranno le stesse possibilità, se appartengono a generi diversi. E mi sono soffermata, per conoscenza diretta, solo sulla questione cis etero, figuratevi il resto!

Per questo è importante sottolineare che il mondo del lavoro, così com’è disegnato, è obsoleto, pensato per gente che avesse otto ore della sua vita da dedicare ad attività retribuite, mentre qualcuno a casa pensava al lavoro di cura.

E poi ci sono io che ho un sogno del cuore: una maternità riconosciuta come un lavoro fondamentale e da tutelare sul serio, anche pagandolo come suggerisce Federici, senza dare per scontato che una madre sacrifichi tutto il resto della sua vita alla cura dei figli. E senza dare per scontato che tale madre non lo voglia fare, come rivendicano certi collettivi femministi.

Per quanto mi riguarda, poi, il mio sogno prende derive quasi utopiche, e insisto per il “quasi”, quando penso che la maternità dovrebbe essere indipendente dal tuo tipo di relazione: l’inseminazione dovrebbe essere gratuita e accessibile a un numero sempre maggiore di donne, senza le file chilometriche previste oggi per un tentativo solo. L’idea che è “meglio adottare” mi ricorda chi alle polemiche sul prezzo degli assorbenti rispondeva “meglio la coppetta“. Ma va’. Intanto però ho il diritto di decidere come voglio risolvere una questione che tu non hai, genio incompreso.

Troppo spesso la maternità diventa soggetta alla dipendenza economica da un uomo e soprattutto dalla volontà di quest’ultimo.

Io per motivi estranei alla mia, di volontà, sono stata emotivamente instabile fino ai trentatré anni: poi mi sono curata, ma capirete che l’età era già critica per trovare un lavoro salariato stabile (per mia fortuna avevo il privilegio di potermi dedicare alla scrittura), e avrei dovuto puntare in fretta e senza margine di errore su una relazione duratura per avere una famiglia “naturale”. Invece, in almeno due casi, uomini che si dichiaravano entusiasti o non restii ad avere figli, e che non avevano fretta di trovarsi “il posto fisso”, hanno cambiato idea com’è loro diritto, e hanno fatto altro delle loro vite. Io però sono rimasta senza figli, con un paio di primi incontri orrendi in cliniche di fecondazione assistita (“embrioni in offerta, con ecografia in omaggio!”) e la crescente sensazione che pensare “meno male” sia sempre meno un caso eclatante de “la volpe e l’uva” e sempre più un’amara riflessione sulle madri coraggio che conosco: lasciate sole da compagni che abusavano perfino del permesso di paternità, o costrette a badare a un neonato sulla soglia dei quaranta intanto che, per il tipo di lavoro che svolge il marito, il loro impiego a distanza diventa anche l’unica fonte di reddito della famiglia. E allora giù di tiralatte e sostanze che le mantengano sveglie nel corso del tempo. A loro va la mia solidarietà e l’amara conclusione: questo non è un mondo per madri.

Allora, ricordiamo una cosa: privilegio non è colpa. Non voglio affatto togliere agli uomini il diritto di non sapere che fare della loro vita. Lo voglio estendere anche alle donne.

Lo si fa con una flessibilizzazione generale dell’orario di lavoro, un cambio di mentalità che deve partire dalle scuole, e un accesso alla maternità libero, gratuito e indipendente. dagli. uomini.

Se c’è una cosa che ho imparato da quando so cosa voglio dalla vita, è questa: cominciamo a chiedere tutto, poi si vede.

La presión cada vez más creciente sobre la estética y el cuerpo de las  mujeres – Mujeres para la Salud

Finalmente, grazie al lavoro di Gabriela Cistino (alias Unaelle) abbiamo una scheda completa in italiano sulla pressione estetica, un concetto fondamentale per capire la natura della discriminazione delle donne, e quella dei recenti moti collettivi di indignazione, che ancora vengono sminuiti come estemporanei e complottari. È normale, questa nazione non c’è abituata: ma le cose stanno cambiando 🙂 .

Per fortuna, per le istituzioni spagnole, questo tipo di pressione viene riconosciuto come una forma di violenza.

La bellezza ha tanti volti, ma quello che ci viene proposto è quasi sempre lo stesso. Proposto, e imposto: il messaggio dell’industria della bellezza è “Così come sei, non vai bene”. Una cosa è decidere così, perché ci va, di truccarci o depilarci o vestirci come più ci pare. Un’altra è che passino messaggi come:

“Devi truccarti se no sembri stanca, devi depilarti se no sembri una scimmia [ma povere scimmie!], devi mettere il tacco 12 anche quando fai la spesa perché la tua altezza non va bene. Non va mai bene niente, a meno che tu non ci dai i soldi per avvicinarti vagamente, e con riserva, a un ideale che non raggiungerai mai”.

Anzi, sapete che c’è? C’è un equivoco anche su questo: l’ideale di bellezza non è “irraggiungibile”, è proprio inutile. Zadie Smith ha dato un massimo di quindici minuti di tempo alla sua figlioletta per “farsi bella” (il figlio impiega due minuti e può fare altro). La pronta (e imbarazzante) risposta di un giornale di moda che campa anche della vendita di prodotti di bellezza spiega l’intera natura del problema.

Insomma, sono la prima a dire che può essere un gioco, ma sul serio, sappiamo bene quanto diventi un’imposizione: allora finiamo per dedicare tempo ed energie a qualcosa che non ne vale la pena, e in fin dei conti non ci serve per essere felici.

Ma bando alle ciance: vi lascio la scheda in italiano qui sotto, buona lettura!

Darren Aronofsky dice estar interesado en hacer una película de Superman -  HobbyConsolas Entretenimiento
Io che mi reco al comune di Barcellona “con tutta la mia calmezza” (cit. Mariarca ‘a pulitona)

Mi sono accorta di una cosa: io vi imito.

Lo faccio imperterrita da quando avevo dodici anni, quindi più che accorgermene ora me lo sono ricordato: ho ricordato di quando decisi che diventare suora o eremita non era più un piano così allettante, tanto valeva che mi mettessi a studiare per camuffarmi meglio tra voi umani non disagiati. Che ingenua ero!

Ancora oggi mi colpisce che abbiate bisogno di grandi livelli di alcol per fare figure di merda, cosa che a me viene naturalissima, e che non ricordiate che giacca aveva la vostra prof. di Storia e Geografia al primo anno di superiori, anche perché voi avete una vita. Forse questa è la parte che mi viene più difficile da copiare: avere una vita secondo i parametri che intendete “voi”. Anche perché voi, appunto, non esistete: non c’è un voi, chiunque stia leggendo questo testo allucinato è diverso in qualche modo dal resto dell’umanità. Ma spiegatelo alla dodicenne in me che ancora prova ad assimilare quale sia una conversazione accettabile (perché non posso dirvi tutti i fatti miei?), o a capire perché cantare a squarciagola i 24 Grana per strada non sia proprio un’ottima idea (ma la mascherina attutisce i suoni, quiiindiii…).

Avete presente, nella parte finale di Kill Bill, il pippone che spara Bill su Superman? Il fatto che Clark Kent, come travestimento, sia una sorta di critica all’umanità: il modo ridicolo in cui Superman vede gli esseri umani. (Secondo me funziona anche con i poliziotti in borghese alle manifestazioni: li riconosci dal numero di kefiah che indossano e dai baschetti di Che Guevara!) Adesso, io più che Superman sarò tipo Spongebob, ma a parte questo il paragone calza!

Purtroppo, invece, sono spesso assimilata a un altro personaggio. Un’amica psicologa mi ha fatto notare che, quando il mondo degli umani mi crea difficoltà che in qualche caso vi saranno familiari (vedi alla voce: burocrazia), mi metto in modalità Robocop. In quelle vesti mi riconoscete subito: passo marziale (e rumorosetto anziché no), testa puntata avanti tipo ariete, e la propensione a farvi volare per aria a prescindere dalla vostra età o corporatura, se vi frapponete tra me e il mio obiettivo.

Per esempio, ieri il mio obiettivo era l’ufficio del Comune di Barcellona: nonostante l’ansia derivata da sette mesi di semi-isolamento, andavo lì a dimostrare che vivevo proprio dove dichiaravo di vivere.

Sono arrivata davanti all’ufficio, nella piazza dietro il comune, con la serenità di una condannata all’autodafé. E mi sono detta: “Basta con la modalità Robocop! Sii te stessa, Maria, perché hai bisogno di fingerti qualcuno che non sei? Forza, su!”.

Ed è stato così che:

  • mi sono buttata tipo quarterback sul gel idroalcolico che si trovava accanto a un primo sportello, la cui occupante mi ha osservata come se fossi stata un’attentatrice;
  • mi sono seduta tranquilla al primo divanetto piazzato alla sinistra della portinaia dell’inferno (scusate la melodrammaticità), che a questo punto ha cacciato un accorato: “No, señora!”;
  • ho seguito il dito accusatore che la nostra Minossa puntava non su di me, ma alle mie spalle, e ho realizzato che avevo appena scavalcato una fila di due persone in religiosa attesa, che per giunta mantenevano la dovuta distanza di sicurezza;
  • scusandomi in tutte le lingue possibili (ho registrato solo allora che la tizia mi si era rivolta sicura in spagnolo, fenomeno insolito al comune), ho raggiunto la mia postazione in fondo alla fila;
  • nell’operazione, ho lasciato cadere tre volte la borsa, due volte la cartellina che reggevo, e altre due volte i documenti d’identità che tenevo sopra la cartellina (ho i testimoni).

Cara amica psicologa, ma se una ha un meccanismo di difesa che va avanti da venticinque anni, tu vieni a rompere le semmenzelle (scusate il catalano) proprio il giorno prima della mia visita al comune?

A mia discolpa, signore e signori della corte, dirò che avevo una mascherina ffp2, il cui uso, combinato all’allergia cronica, mi rende più scema del solito, come ho già suggerito qui. Però il mio cervello disagiato continuava a lavorare: perché le impiegate continuavano a parlare in catalano tra loro e in spagnolo a me? Perché ero circondata da persone con gli occhi a mandorla, o con l’accento brasiliano e latino? Oibò, non c’erano catalani in attesa neanche a pagarli!

Arrivato il mio turno, mi sono seduta davanti a un’impiegata gentilissima che mi ha chiesto subito “il contratto di casa e le bollette”. Che contratto? Adesso, vi prego, immaginatevi la scena insieme a me, che la ripercorro come se mi stesse succedendo tutto daccapo.

“Sono la proprietaria” confesso in tono imbarazzato.

“La… proprietaria?” ripete quella.

“Ehm, sì.”

L’impiegata si alza. Si allontana. Si risiede. Si rialza. Si riallontana. Si risiede.

“Ma sei entrata in casa con un contratto…” afferma infine.

“Sono la proprietaria” ormai sembro un disco rotto.

“Sì, ho capito, ma all’inizio avevi un contratto d’affitto, vero?”

Cummare’, no-ne, stavo per replicare con tanto di “e” aperta, tipica del mio paesone d’origine. Poi mi sono detta che sì, il catalano e il napoletano si somigliano, ma non così tanto.

A quel punto, l’impiegata mi ha dichiarato che ok, era stato un errore, mi chiudeva la pratica, quante copie volevo del nuovo documento di residenza? E io capivo. Se fossi stata una straniera che viveva in affitto, avrei dovuto provare che abitavo nello stesso posto di cinque anni fa (in una pagina di italiani a Barcellona mi hanno detto che sono blitz che fanno ogni cinque anni). Siccome sono proprietaria, per i dolci figli dell’estate che lavorano in comune dev’essere ovvio che vivo proprio a casa mia.

Vorrei raccontare loro la storia della prima tizia che voleva affittarmi casa a Barcellona: si chiamava Senena, giuro, aveva una trentina d’anni scarsa e l’appartamento era intestato a lei. Voleva ben 400 euro per una stanza in zona Badal (dunque non centralissima), nel lontano 2008. Non viveva nell’appartamento. Oppure c’è la seconda proprietaria catalana in cui io mi sia imbattuta: voleva 800 euro nel 2009, e il mio ex catalano lo trovava pure un prezzo ragionevole, per un ammezzato in mezzo alla bolgia studentesca del Raval. Questa viveva in Germania, faceva la traduttrice e la ghost writer, e arrotondava affittandosi la casa di famiglia. A proposito, ci sono pure quelle famiglie descritte in una conferenza a cui ho assistito moltissimi anni fa: figli e nipoti di gente che s’era tirata su la villetta in Costa Brava, negli anni ’70 cementificati del tardo franchismo. Pure questi vivevano perlopiù in Germania (meta gettonatissima!) o comunque in tutt’altro posto, ma si incontravano una volta all’anno per il tipico pranzo delle feste comandate. Senza parlare del mio proprietario preferito (pure un bell’uomo!): aveva ereditato il palazzetto intero da suo padre, che riceveva ancora la posta nella mia cassetta delle lettere. Ma il palazzetto era al Poble-Sec e il bel proprietario viveva a Mataró.

Tutta questa gente, se non ha otto cognomi catalani, ne ha almeno cinque o sei.

Ora, il mio cognome è così poco catalano che qui lo storpiano da dodici anni, ma comunque: sicure sicure, signore del comune, che io viva proprio dove dico di vivere solo perché sono proprietaria?

Stavolta gli è andata bene: sì, vivo proprio là.

E sarò pure disagiata, ma che ve lo dico a fare: il mondo là fuori non scherza affatto.

Broccoli lessi
Da casaecucina.it. Come si dice a Napoli: n’aggio scaurate ruoccole, ma tu jesce fore ‘a pignata.

Ssst, ho capito tutto.

L’ho capito alla fine di un pomeriggio in cui mi era sopraggiunto un problema burocratico frequente in tempi di covid, ma avevo dato la mia parola a un’amica, per aiutarla con un suo progetto letterario. A ben vedere, l’amica aveva ricevuto altre informazioni sul suo progetto e non aveva più bisogno di me, o non con urgenza. Allora mi ero trovata a questo bivio: tradire l’amica o tradire me? Lo so, sono un po’ melodrammatica quando mi rimangio gli impegni presi. Ma sul serio, a un certo punto era parso che l’aiuto che avevo promesso fosse ormai superfluo o posticipabile, per quanto l’amica insicura affermasse il contrario, mentre il mio problema, se non era proprio urgentissimo, mi preoccupava comunque un bel po’.

Poi avevo capito che la questione burocratica non si sarebbe risolta in un giorno, ed ero accorsa troppo tardi ad aiutare l’amica: ma quella intanto, come previsto, aveva fatto benissimo anche senza di me e in quel momento non poteva ricevermi. Visto che ero in strada, avevo avuto voglia di chiamare qualcuno per sfogarmi sul pomeriggio buttato, ma tutti i miei amici, man mano che facevo mente locale, si rivelavano troppo impegnati con problemi loro, o irraggiungibili, o inaccessibili in altri modi più creativi. Così alla fine m’ero ritrovata a peregrinare da sola, e con la ffp2 che mi costringe a tenere la bocca sempre aperta (sì, ho ancora l’allergia!).

Mi chiedevo: perché, a sette anni dalla mia crisi globbale totale, mi ritrovo ancora un parco amicizie sul disfunzionale andante? E dire che detesto lo sdoganamento della parola “disfunzionale”! Però insomma, tante persone che conosco e amo sono brillanti, intelligenti e buone come il pane, ma stanno più fuori di un balcone e mi succhiano un sacco di energie, in rapporti in cui mi trovo quasi sempre a dare di più di quanto ricevo. E non dev’essere il do ut des ultra-simmetrico che pretenderebbe qualche conoscenza locale, abituata a dividere fino all’ultimo centesimo anche il conto del caffè. Però, certo, non disdegnerei la possibilità di chiamare qualcuno per parlare un po’, dopo una giornata di merda, senza che l’altra persona sia troppo presa dai suoi problemi (o da sé e basta) per starmi a sentire.

Alla fine mi ha salvata un’allegra famigliola trapiantata a Torino, che in diretta WhatsApp è riuscita a intrattenere mezz’ora la bimba neonata che lottava con la dentizione, e a fare anche da babysitter a me! Poi dice che la tecnologia allontana le persone.

Resta in piedi la domanda: “Perché le persone che frequento si rivelano ancora più esaurite e impegnative del resto dell’umanità, che già di per sé è piuttosto folle?”.

E qui, vi dicevo, ho trovato la risposta.

Vado per punti. Innanzitutto c’è un equivoco di fondo: l’idea che “attiriamo”, soltanto noi nell’universo mondo, le cosiddette persone tossiche. Non è vero, quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio, ma alcune persone le scaricano subito e altre le lasciano entrare.

A questo punto, sorge la domanda: il problema è lasciarle entrare, o lasciare che restino? Adesso, io sono passata dai pesaturi manifesti a quelli in incognito: o meglio, a gente che a occhio e croce avrà pure dei problemi (“E chi non li ha!”), ma ha anche tanti pregi che, almeno all’inizio, sembrano compensare. Che so, l’amico più giovane che ti assume a modello di vita (e già questo la dice lunga…) è effettivamente un po’ confuso, ma parlarci è piacevolissimo. Oppure, il tipo sensibile e simpatico che per un po’ è stato “allo sbando”, come dice il TG, avrà pure diritto a una seconda possibilità!

Mi sento dire spesso che “effetto sorpresa” un par de ciufoli: ho fin dall’inizio tutti gli elementi per valutare se un qualsiasi vincolo che stabilisco sia potenzialmente nocivo o spompante. Sono io che mi ostino a ignorare i segnali. Ma io non credo sia così.

Perché, nel mio passaggio epocale dai disagiati manifesti a quelli in incognito, acquisisco solo in un secondo momento un sacco di informazioni a cui non potevo arrivare: magari il tipo della seconda opportunità ha le allucinazioni, o la nuova amica che vedo ogni tanto soffre di stress post-traumatico in seguito a uno stupro, e non la prende bene se mi fermo a litigare con un coglione che ci fischia dietro in strada… Sono fattori che potevo prevedere? Francamente, la mia più nera immaginazione non arriva a tanto, e informazioni del genere, specie con gli amici anglosassoni, possono giungermi dopo un bel po’ di tempo dall’inizio della frequentazione.

Ed ecco la mia conclusione:

  • il problema non sorge quando lascio entrare nella mia vita questa gente, che magari è bizzarra ma è all’apparenza innocua: se riduco tutto a quello, mi ritrovo anche a sminuire l’alacre lavoro con cui, a costo di peccare di allarmismo, ho lasciato fuori tantissime persone alla prima battuta non gradita;
  • il problema non sorge neanche quando, una volta venuti fuori gli elementi problematici e distruttivi per me, decido che i pregi e l’intesa creata prevalgono, e queste persone possono restare nella mia vita;
  • il problema vero è che, anche quando possiedo elementi che cambiano le carte in tavola, decido che il rapporto deve continuare come prima: come io mi aspettavo che sarebbe stato.

Ed è da quest’ultimo punto che mi è venuta la soluzione: non si tratta né di continuare come prima, né di recidere il vincolo se non voglio. Si tratta di cambiare la relazione: adattarla alle nuove premesse, visto che sono diverse dalle condizioni in cui era iniziato il legame.

Tutto qua. Erano mesi che mi chiedevo come trovare un equilibrio tra il pensare al proprio benessere emotivo (anche liberandosi di presenze inopportune) e l’odiosa tendenza, che mi dicono essere molto attuale, a buttare via un’amicizia o un amore appena si presentino delle difficoltà. E invece ho capito che mi aspetta un lavoro molto meno drastico, e perciò più faticoso: accettare il cambiamento. Quel fenomeno per cui un amore può diventare un’amicizia, un’amicizia un amore, e tutti e due possono diventare, se proprio la cosa è irrecuperabile, un numero bloccato sul cellulare.

Così, col senno di poi mi dico (ma a quanto pare ci voleva una pandemia per farmelo capire) che è meglio sostenere senza nessuna aspettativa, e perfino un po’ a distanza se possibile, il tipo che vuole una seconda opportunità dalla vita, ma non è in grado di rapportarsi ad altre persone: almeno finché non riuscirà a rialzarsi sul serio. Oppure l’amica nuova che vaga stralunata per il mondo va vista ogni tanto e con tutte le precauzioni del caso (mai affidarle l’organizzazione di una cena per dieci!).

Tutto questo dobbiamo adottarlo, va da sé, se per noi vale la pena continuare. Se no vale sempre il consiglio del mio migliore amico: fuje sempe tu.

Come ve lo traduco, per chi legge da fuori Napoli e non mastica l’idioma? Diciamo che è tipo l’urlo lacerante (“Run!”) che ascolterete nel video qui sotto:

Alla fine mi ci sono trovata per caso, come mi succede quasi in tutto.

Passeggiavo vicino ad Arc de Triomf, ho visto bandiere argentine. Le portavano dei ragazzi che mi sembravano italiani in tenuta sportiva, come spesso mi succede con gli argentini: altezza media, capelli neri, una certa passione per bomber e felpone blu. La differenza stava, appunto, nelle bandiere: da noi sono problematiche comunque la si pensi. I ragazzi invece le esibivano tutte intorno allo striscione che, ovviamente, non hanno tardato a spiegare: Maradona che bacia la coppa del mondo.

Poche le donne, pochi gli anziani (c’era un signore che esibiva una maglietta azzurra con un Maradona urlante) e pochissimi i ceroceni: le candele funebri che, nelle stesse ore, si accumulavano invece davanti al San Paolo di Napoli.

Quella festa sotto Arc de Triomf, che man mano che veniva gente prendeva i connotati di un veglione a orologeria (c’era sempre il coprifuoco!), era senza lacrime, con molta musica, e una convinzione ferrea: “Diego no se murió / Diego no se murió / está en el pueblo argentino / la puta madre que le parió”.

Così, senza saperlo né cercarlo, facevo anche io la mia “veglia funebre” a Maradona, e la facevo nel modo migliore per me: niente pianti e ricordi nostalgici, solo una grande fiesta, piena di orgoglio e canzoni. Era una soluzione in piena sintonia con il recente proposito di lasciarmi il passato sulle spalle, più che alle spalle, e andare avanti. Mi sono resa pure conto che intoniamo la stessa canzoncina (olé, olé olé olé, Diego, Diego…), ma con ritmi diversi a Napoli e in Argentina, dove si segue il ritornello di questa canzone scrausa.

Il lancio improvviso di un paio di “oh mama mama mama” è avvenuto in corrispondenza di quello dei fuochi artificiali, e mi ha fatto pensare a infiltrazioni napoletane nel cuore del fiestón. Anche se mi mantenevo troppo a distanza per poter verificare.

E poi ero troppo impegnata a curare il compagno di quarantena, che mi aveva raggiunto apposta alla chiusura della biblioteca, dalla Sindrome del Culo Inglese (S.C.I.): un disturbo che impedisce di muovere le anche a qualsiasi persona che chiami Falkland le isole Malvinas! Per fortuna il nostro ha fatto progressi in fretta, così abbiamo pure avuto modo di allontanarci dal casino per riflettere un po’ su quello che vedevamo.

Io scambiavo sorrisi con due ragazzine arabo-catalane che si contendevano uno skate, e che mi sembravano una versione bruna e riccia di me e mia cugina alla stessa età, immortalate in una foto d’epoca a contenderci una carrozzina (spoiler: alla fine l’ha spuntata lei, che ha appena avuto un bambino). Così è stato più facile, per me, parlare dei miei ricordi d’infanzia e del privilegio di non aver avuto bisogno di un attaccante argentino per sentirmi “riscattata”: ai tempi credevo ancora nelle favole, da quella di Biancaneve a quella per cui, se avessi parlato italiano corretto e non avessi rubato neanche le saponette negli hotel, mi avrebbero riconosciuta come italiana dappertutto, perfino in Italia.

(Spoiler: un giorno, in ostello, una bolognese che trovava i napoletani “tanto simpatici” mi avrebbe accusata di furto di cravatta, e da allora gli altri ospiti si sarebbero portati con sé i loro beni prima di lasciarmi sola in una camerata. Ma questa è un’altra storia.)

Il compagno di quarantena mi ha parlato delle sue aspirazioni frustrate di sportivo, del fatto che la sua vita assurda e la sua famiglia disfunzionale non gli avessero permesso di dedicarsi all’unica cosa che lo fa stare davvero bene. Per lui, Maradona era un simbolo di ciò che succede quando invece porti avanti la tua vocazione, a prescindere dal fatto di essere il peggior nemico di te stesso: come disse proprio “Diego” nel suo discorso di addio al calcio, la pelota no se mancha. La palla resta pulita a prescindere dalle sozzure di chi la calcia.

Questo si applica a tanti ambiti, compreso il mio preferito: la scrittura. Ormai non sono più una junghiana entusiasta, specie dopo le ultime sparate di certi junghiani, ma ho sempre capito il Puccini che dichiarava, più o meno, che era Dio a dettargli cosa scrivere. Per me significa, semplicemente, che la me che mangia e parla e commette errori, perdonabili o meno, è una persona diversa dalla me che scrive. Proprio perché, secondo me, non si tratta di noi: non si è mai trattato di noi. È solo quando superiamo il nostro ego e le nostre piccole storie che possiamo prender parte al flusso più grande di quello che si chiama arte, o sport, o qualsiasi cosa che suggerisca all’umanità che c’è un lato migliore, da qualche parte.

Ma i miei vaneggiamenti erano destinati a terminare il giorno dopo, quando una persona molto acuta e intelligente mi chiedeva più o meno: “È un reato dire che Maradona fosse l’oppio del popolo?”. Del nostro popolo, almeno. Sulle prime non avevo colto subito. A me il fuoriclasse sembrava rappresentare una sorta di sogno individuale, a tratti decisamente fuorviante: se portavi avanti quello che sapevi fare meglio, riuscivi bene malgrado te stesso. E poi è un sogno soprattutto maschile, nonostante il supporto di varie femministe napoletane e argentine, perché riguarda un mondo a cui le donne hanno ancora scarso accesso, e non ha bisogno delle legittimazioni esterne che ancora si richiedono alle donne.

No, la mia interlocutrice intendeva altro, e finalmente ci sono arrivata anche io: non è ancora stato scritto, forse, l’elenco di tutte le volte che le glorie calcistiche sono state strumentalizzate per nascondere miserie materiali, cattive amministrazioni locali, soldi che potevano andare in direzioni concrete e sono stati spesi in soluzioni temporanee.

Insomma, povero il paese che ha bisogno di eroi.

Allora mi sono ricordata una storia di vent’anni fa: quando, per interposta persona, mi interessavo della politica di un piccolo paese vicino al mio. C’era lì un grande albergo con piscina, c’ero andata a qualche comunione o, più tardi, a nuotare con delle amiche. Aveva al massimo la licenza per la pompa di benzina che era piazzata lì davanti. Qualcuno di mia conoscenza, nella nuova giunta comunale, voleva mettere fine a questa storia, ma s’era ritrovato solo, incompreso, esautorato.

Allora si era accontentato di comminare una multa: che almeno arrivassero dei soldi al comune! Poi la sua attività era stata ridotta a interventi simbolici alle attrezzature sportive del paese (ecco che torna lo sport). Infine, il giovane rivoluzionario si era dimesso.

Allora sì, il problema è strutturale. Quando non puoi o non vuoi fare niente, c’è la collaudata formula panem et circenses.

E sì, è un capitolo tutto da scrivere: chissà se, per dirla alla Puccini, verrà mai un dio a dettarlo a qualcuno, fosse anche un dio minore.

Tanto, neanche questo riuscirebbe a sporcare la palla.

Per la serie “Ti ricordi dov’eri quando è successo?”, la notizia di cui parlate da giorni mi è arrivata che passeggiavo al porto di Barcellona, per la mia dose quotidiana di vitamina D. È importante spiegare come mi sia arrivata la notizia: il messaggio di un amico, che faceva un accostamento che non vi piacerebbe tra il lutto improvviso e tutti quelli che si ricordavano in quello stesso giorno.

“Grazie per avermelo detto tu” ho replicato “vorrà dire che non aprirò Facebook fino a domani”.

Poi l’ho aperto, Facebook, per altri motivi: ho fatto in tempo a leggere il lutto degli amici e di persone che stimo, per motivi che capisco. Riporto la testimonianza che mi sembra spiegare meglio perché non si tratta di un lutto qualsiasi, e perché un approccio intersezionale (cioè, che tenga conto di fattori come genere, classe e origine geografica) aiuterebbe a capire meglio.

Voglio scrivere qualcosa pure io. Lo stanno facendo tutti. Ma che scrivo? Forse per questo i lutti collettivi mi spaventano di più di quelli individuali. E ora sono cazzi amari. Nessuno può consolare nessuno. Ognuno se la deve piangere da sé e dirsi che dovrà abituarsi a vivere in un mondo senza Maradona. Non mi piace che stiamo tutti schiattati in corpo. Tanto già lo so. Accenderò la televisione e ascolterò il solito cinico che avrà gioco facile a dire che noi napoletani siamo esagerati, che Diego era un drogato, che le nostre ‘orazioni funebri’ sono solo figlie del nostro professionismo del lamento. Ma come glielo spieghi?! Ma come si spiega quel momento di sconforto, quel senso di perdita, quell’amputazione dell’assenza? Come glielo spieghi che siamo tutti figli di Diego? Che abbiamo acceso le luci dello stadio? Che di vincere a noi non ce ne fotte proprio? Che a noi interessava soltanto essere napoletani? Che per una volta vogliamo piangere senza retorica, piangere e basta come ci ha insegnato Maradona.

Ho condiviso anche le polemiche sul fatto che una morte improvvisa sembrasse cancellare la ricorrenza del giorno, soprattutto dal palinsesto della televisione: d’altronde la stessa televisione, poche ore prima, pretendeva di insegnare a fare la “spesa sexy” a me che al massimo faccio i raid al CoAliment, e mi sento chiedere dalla cassiera, che ha adocchiato da un po’ la mia t-shirt coi tasconi, quando nasce il bambino.

Ma al momento della notizia, lo confesso, ero distratta.

Quel pomeriggio m’ero resa conto di qualcosa di importante: il passato è portatile. Il passato cambia, e questo lo sapevo: cambiano le interpretazioni e l’uso che ne facciamo, sia nella “grande storia” che nella più piccola, la nostra (che poi, in parte, sono la stessa cosa). Il passato, però, può anche essere leggero. Sarà un privilegio, un lusso, ma sì, può starsene in una borsetta: la mia, che quel pomeriggio lo portava in giro per il Port Vell senza che fosse un peso insostenibile, anzi. Il mio passato è pronto ad adattarsi a nuovi mondi.

Perché non smetterò mai di provenire da un certo pezzo di terra, e non smetterò mai di essere tutte le mie vite precedenti, ma adesso basta. Adesso ho un’esistenza diversa, ho dei sogni diversi, e più che di lutto ho voglia di vita.

I ricordi ci sono: i lontani caroselli in maglia azzurra e i cori in spagnolo maccheronico; la piazzetta di Capri che era diventata tamarra e caciarona quanto tutte le altre, mentre si festeggiava la coppa Uefa.

Ma adesso sono un’altra, vivo altrove e, a ben vedere, non amo quell’altrove più del posto da cui provengo, perché in generale non sto più tanto a vedere su quale tavolo poggio i miei appunti e da quale panchina guardo il mare.

E come le maree portano via tutto, un presente consapevole può portarsi via un passato limitante, in cui le imposizioni di altri possano aver condizionato la mia spontaneità. Sono cose che nella vita si scoprono a volte troppo tardi, e mai troppo presto.

Soprattutto, le maree portano progetti nuovi, o anche solo idee, momenti di lucidità. La nostalgia appartiene spesso a chi non ha speranze, e oggi le speranze, purtroppo, hanno un prezzo, come tutto. In un tempo in cui le polemiche collegate a Netflix diventano critica sociale, non sarò io a scoprire dove finiscono gli innegabili ostacoli che ci ritroviamo a seconda di dove e come nasciamo, e dove iniziano le responsabilità personali: sempre più in là, temo, di quanto voglia farci credere la filosofia del “volere è potere”. Intanto però decido cosa fare della mia, di vita, della casa e degli amici, e dei figli che forse non partorirò mai, ma che potrei adottare: soprattutto dei figli che scrivo, che sono fatti di parole e, a volte, perfino di carta, portatile quanto il mio passato.

Forse, se avessi appreso la notizia in un altro modo, in un altro momento, mi sarei accodata subito ai lamenti di chi amo.

Invece mi è toccato continuare ad abbracciare i miei progetti, mentre pure abbracciavo col pensiero chi vegliava e accendeva ceri, lontano da me: in una città che mi appartiene e che porto sempre con me, verso gli altri posti che verranno.

(La vida es una tombola.)

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