Archivi per la categoria: Uncategorized

Risultati immagini per valigia di cartone Ho un’amica che è stata l’ultima a partire.

Anche lei, come me, si ritrova i quarant’anni più vicini dei trenta, benché non proprio dietro l’angolo, e anche lei, una volta a Barcellona, non si è fatta prendere subito da quell’entusiasmo da Carnevale eterno che rende altri espatriati un po’ difficili da tollerare. Io avevo vissuto quest’esordio “sobrio” a ventisette anni, dimostrando se ce ne fosse il bisogno che certe teorie su cosa piaccia a trenta e cosa a venti sono spesso luoghi comuni.

Può essere vero, però, che più il tempo passa e più è difficile partire, a meno che in effetti non si fugga da qualcosa come un divorzio, un tracollo economico… Lo dico per far contenti quelli che si sentono una specie di supereroi a non muoversi da dove sono nati.

Parliamoci chiaro, anche la mia amica ha ceduto a quest’affascinante retorica, infatti mi ricorda sempre che “sta ricominciando daccapo a trentasei anni suonati“, ed è subito armatura d’oro, fulmine di Pegasus, e andiamo a comandare armate di curriculum tra le aziende di copywriter sulla Diagonal.

I curriculum li aveva già tradotti almeno in spagnolo, perché se devo pensare alla cosa più saggia che abbia fatto la mia amica me ne viene in mente una sola: si è informata. E molto prima di far passare le sue tre valigie strapiene al check-in di Capodichino.

Pare la più scontata delle misure di sicurezza, e invece è l’ultima che si fa: spesso i nuovi arrivati sono troppo rapiti dal “chi la dura la vince”, e poi si sa, “il mondo è di chi se lo piglia” (ho già detto che Steve Jobs ha fatto più danni delle cavallette?).

Mi ritrovo così delle trentenni che sui social mi chiedono informazioni per insegnare italiano a Barcellona, “anche se non parlano un’acca di spagnolo”. Finiscono per stupirsi: “Ma come, non basta una laurea italiana?”. Ora, io detesto i parrucchieri che attaccano chi si taglia i capelli da sé (presente), quindi non riservo a nessuno lo stesso trattamento da professionista offesa: faccio solo notare che non si è molto competitive, se una scuola deve scegliere tra un’italiana con la laurea e un’altra con laurea, diploma d’insegnamento e documenti in regola per lavorare (sempre io). A questo punto, però, viene la carrambata: le mie interlocutrici o vogliono partire in queste condizioni dalla Germania, lasciandosi alle spalle un lavoro ben remunerato, o vengono al seguito di un compagno già assunto con un modesto stipendio locale. Il “probabilissimo” lavoro d’insegnante era per riuscire a pagare l’affitto di 80 mq a Barcellona (e qui trattengo le risate), e anche una scuola privata al figlio di tre anni, che si sa, quelle pubbliche insomma… A questo punto ricordo i 500 euro per una escola concertada, comunque più economica delle private, e non rido più: penso a questo frugoletto che una volta qui, oltre a dover imparare i pronoms febles, rischia di sciropparsi 30 metri quadri in culo ai lupi e un’iscrizione alla scuola pubblica fatta in ritardo.

La mia amica è partita da sola, ma ancora prima di rivolgersi a me ha avuto la presenza di spirito d’informarsi sui documenti e di trovare un alloggio temporaneo intanto che gira a caccia di stanze non lillipuziane, né proprio in Papuasia.

Perché il problema delle autonarrazioni non è la pretesa sacrosanta di ricominciare a trentasei, cinquanta o settanta suonati: ricordo una negoziante sessantenne che dalla Toscana voleva le trovassi un posto da cameriera! Il problema è scordarsi delle mille cose da fare per riuscirci, tappe che hanno meno a che vedere col “sudore della fronte” e più con ore di fila all’alba fuori a un commissariato, chilometri macinati coi curriculum in mano, eterne rassegne di ripostigli riciclati come stanze a 350 + spese.

Si tratta, dunque, di noia, di esercizio e della costanza di ricordare perché si sta facendo tutto questo, anche quando i perché cambiano.

Solo allora scopriamo il magnifico lusso di “ricominciare daccapo”, e ci godiamo il processo.

 

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Calzotata

Vivo in un quartiere, il Poble-Sec, che ha tanti significati quanti sono i suoi abitanti.

Qualcuno che ci è nato, e già da un bel po’, lo vede ancora come un “quartiere operaio”, facendomi chiedere esattamente da quanti decenni non esca di casa: nei suoi sacrosanti tentativi di salvare il “barri”, in catalano, posterà anche foto di uomini addormentati a terra, e le sue rivendicazioni sfoceranno pericolosamente nel concetto a me odioso di “mantenere il decoro”. Però ha dei nipoti che si sono presi lauree, hanno viaggiato, e che nel quartiere vedranno la loro antica colla de diables o de castellers, e inseguiranno un po’ più i diritti e meno il decoro. Certo, per questi giovani di belle speranze gli ambulanti asiatici non sono benvenuti, alla festa del barri, perché sono una mafia: le birre le devono vendere solo loro.

In compenso ci siamo noi, scanzonati trentenni stranieri che cercavano una zona abbastanza centrale ma non troppo incasinata: i “salvatori” di cui sopra ci confonderanno con i turisti e ci accuseranno di girare le capitali europee gentrificando tutto quello che tocchiamo. Avranno ragione? In parte. Purtroppo per alcuni di noi il Poble-Sec è un posto in cui non imparare mai lo spagnolo (il catalano ahahah) e avere sempre un bar aperto fino a mezzanotte in cui mangiare l’unica specialità locale che conosciamo: il montadito.

Ci sono altri stranieri, eh, ma non so come vedano il Poble-Sec perché, in realtà, interagiamo poco: le pakistane sono troppo indaffarate a portare un nugolo di bambini alle giostrine, intanto che loro chiacchierano un po’ in santa pace, e la nutrita comunità latina sembra aver creato un micromondo tutto suo, in cui non sia necessario ricordarsi di vivere in una città europea (se non al lavoro, quando le donne devono pulire camere d’albergo per due euro a stanza, e senza le mance americane).

Ci sono i numerosi senzatetto che vivono, letteralmente, negli sportelli bancomat, quando la polizia non li caccia a beneficio dei turisti: ma s’era detto che “minacciano il decoro”, quindi scusate se mi permetto di menzionarli.

Infine, sì che ci sono i turisti: magari occupano gli appartamenti clandestini che aumentano a dismisura l’affitto ai vicini, e durante le manifestazioni per “salvare il quartiere” incitano dal balcone il corteo, per sentirsi rispondere a volte “Madarfaca!” (l’accento quello è). Per loro il quartiere è: Montjuïc, Mies van der Rohe (per pochi eletti) e, sì, i pinchos del carrer Blai (ma loro diranno “calle Blai”).

Non è una scoperta sensazionale che il significato dei posti ce lo mettiamo noi.

Per me il quartiere si riassume tutto in un angolino della strada dietro casa, che poi era la mia strada fino a un paio d’anni fa: a un certo punto, scendendo in direzione opposta alla montagna, ci trovi a destra uno di quei locali che non si capisce bene cosa vendano, una sorta di bar minimalista con una sedia, un caffè “speciale” e una sola torta conservata sotto una teca, come un diamante (sospetto che il prezzo giustifichi la premura).

Di fronte, invece… Beh, di fronte c’è lui: milanese barbuto che ha affittato un magazzino, ci ha piazzato due tavoli e un letto per lui nell’altra stanza, e ci vende il miglior tiramisù mai assaggiato, oltre a lasagne, salumi e pacchi di pasta italiana a un euro, “consegne anche a domicilio”. In pochi ci siamo seduti a quei tavoli odorosi di sigarette fumate sul retro, ma sul tiramisù siamo tutti d’accordo.

Tuttavia è scendendo che troviamo la chiosa ideale a questo spettacolo, la nota locale che ci dice che il Poble-Sec non morirà mai: il classico Bar Manolo (versione locale del Bar Sport), con fuori il cartello antidiluviano “Tenim calçots”. Ora, i calçots sono una specialità invernale tutta catalana, è molto improbabile che ne abbiano tutto l’anno, a meno che non abbiano trovato il modo di congelarli. Non c’è bisogno però di ricordarlo alla clientela, fatta perlopiù di vicini non ancora disposti a pagare più di due euro per un café con leche. Loro sapranno esattamente quando troveranno calçots e quando no.

Ma passare là fuori mi fa bene, regala alle mie giornate un certo ottimismo: ogni volta mi devo trattenere dall’entrare, ad agosto come a novembre, e scoprire davvero se solo lì, nel giardino di cicche che il proprietario coltiverà sul retro, solo lì i calçots crescono tutto l’anno.

Risultati immagini per di che colore lo vuoi il drago Condivido in caso vi succeda la stessa cosa.

Poco prima di ripartire per Barcellona, ho confidato al mio migliore amico tuuutte le mie preoccupazioni. Che sono quelle che già conoscete, se vi prendere il disturbo (e la Madonna ve lo rende!) di leggervi il blog:

  • le lezioni d’italiano non proprio richiestissime;
  • la casa “sgarrupata” che non si vende per la questione catalana;
  • l’università che dalla crisi non accetta che manodopera a basso costo, senza possibilità di avanzamento carriera;
  • il rischio costante, dunque, che la mia convivenza con un neo-dottore di ricerca diventi un rapporto a distanza (e credo più agli unicorni e al posto fisso).

Chi conosce il mio migliore amico può immaginare la sua faccia mentre gli raccontavo tutto questo. Non sgranocchiava popcorn solo perché “d’ora in poi vuole mangiare sano” (parlando di propositi d’inizio anno…).

Quando finalmente è riuscito a interrompermi, e sapete che è un’impresa, mi ha chiesto:

“Ti rendi conto che, intanto che facevi l’elenco, mi presentavi anche due-tre soluzioni per ogni problema?”.

Ora, quell’uomo è di poche parole ma ha sempre ragione. Di solito ce ne rendiamo conto con almeno mezz’ora di ritardo, ma ha sempre ragione. Cavolo, sì!

Io mi lamentavo delle trasferte fuori città per insegnare italiano, e intanto gli spiegavo anche che contavo d’investire in un diploma d’inglese. Mentre parlavo della casa che non si vende, pensavo già a riaffittarla, a prezzi non da strozzinaggio, una volta scaduto il risibile contratto dell’inquilino attuale. Avevo poi elencato i possibili trasferimenti miei per riprendere a lavoricchiare nel mondo accademico, e a quel punto si trattava di capire tra me e il mio ragazzo quale progetto sarebbe andato in porto e quale no. Inutile anticiparsi agli eventi, vero?

Come dicevo all’inizio, vi racconto tutto questo perché magari succede anche a voi. Anzi, ci scommetto. Anche voi, ripassando tutti i vostri affari, ve ne uscite con possibili soluzioni per ogni difficoltà, ma forse siete troppo occupati a lamentarvi per accorgervene.

Oppure avete lei. Dai, sapete di chi parlo: di quella vocetta odiosa, così simile alla nostra dopo una doccia a scaldabagno guasto, che ci sussurra che non ce la faremo, che tutte queste soluzioni sono altrettante minchiate, quindi rassegniamoci, abbracciamo la croce e se ne riparla l’anno prossimo.

Ecco, vi lascio qui il mio post perché sappiate cosa fare, la prossima volta, con questa vocetta.

Il mio migliore amico non ve lo posso prestare, ma se lo incontrate provate a offrirgli una tisana detox, e magari vi ascolterà.

Anche se scommetto che alla fine sceglierà i popcorn.

Lo struscio, da lineapress.it

Anche quest’anno, a bocce ferme, la palma d’oro delle vacanze di Natale se l’aggiudica lo struscio!

(Pensavate che scrivessi “l’influenza“, vero? No, ho smesso di lamentarmi, giuro. Ehm.)

Dicesi “struscio” l’andirivieni sul corso di paeselli come il mio che si verifica in particolari feste comandate (di solito vigilie), quali: vigilia di Natale, ultimo dell’anno, notte dell’epifania. Sì, sarebbe la versione locale del “fare le vasche”, ma lasciatecelo dire a modo nostro!

Fare lo struscio è molto semplice, richiede tre mosse:

  •  impernacchiarsi, ovvero farsi belli;
  • esorcizzare l’influenz… ehm, l’odore di frittura che emana la cucina in assetto da cenone;
  • prepararsi a spendere una fortuna in “bollicine” per brindare (ma si può sempre scroccare), e a tornare a casa semiubriachi.

Assisto a questo spettacolo con la curiosità del tipico esploratore che finisce in pentola nelle vignette rétro, quelle con l’Africa ridotta a villaggio di cannibali: quest’atteggiamento è un po’ la vendetta di noi espatriati, unita al segreto sospetto che aspettassero la nostra partenza per apparare un po’ il paese (cioè, per migliorarlo).

Per me una parte irrinunciabile dello struscio sono le cufecchie: dette anche ‘nciuci, consistono nei più beceri pettegolezzi sulle persone che incontriamo per strada. Per farne, i miei accompagnatori approfittano della mia presenza, visto che ormai sono la “forestiera” da aggiornare sulle faccende di paese: grazie a loro scopro quindi chi si è sposato, chi ha figliato, chi tene ‘e corna, chi ha trovato lavoro, e chi non si capisce che lavoro faccia, ma sta sempre schiattato ‘e sorde.

Dai, ve la faccio tanto nera ma non è così drastico: in paese sono sempre stata la parente esaurita (figlia, sorella, cugina…) di gente più popolare di me, figuratevi se rendo la pariglia a criticare gli altri! Ma lo struscio è come una serie che va in onda solo tre volte all’anno: mi piace il momento del “recap”. Anche perché, che ve lo dico a fare, la realtà supera sempre la finzione!

Dello struscio di quest’anno, però, mi porto dietro soprattutto un dettaglio minore: una tizia salutata in fretta, insieme al fidanzato, da qualcuno della mia allegra brigata. Il mio informatore mi ha poi spiegato: “Quella sta sempre tutta apparata [sinonimo di “impernacchiata”, n.d.R.], pure quando va a fare a spesa”.

Adesso, sono d’accordo con voi, saranno anche fatti suoi. Magari il mio amico la incontrava sempre che tornava dal lavoro, un lavoro a contatto col pubblico che richiedesse una certa eleganza. Oppure anche la fanciulla soccombeva alla pressione estetica, quest’espressione che non riesco a inculcarvi ma che in Spagna ha dato il via a molte campagne contro l’idea che le donne debbano sempre sembrare bellissime, giovanissime, vestite bene.

Però io, che al secondo brindisi ero già ubriaca, oltre che di nuovo in preda alla tosse (d’oh! arieccomi che mi lamento), ho visto la cosa sotto una luce positiva: che ce ne frega dell’occasione per impernacchiarci? Ogni giorno dev’essere una festa! Anche quando le circostanze non sono tanto festose.

Non c’è bisogno di chissà che ricorrenza per uscire, va bene anche l’arrivo al supermercato dei regali vinti con la raccolta punti del Mulino Bianco! E metti che trovi uno sconto sulla tua marca di pasta preferita… (Scusate, è l’immigrata che parla).

Non occorre poi essere ossessionate di estetica per essere fan di Clio (anche se io sono team Lisa Eldridge, noblesse oblige!) e provare un nuovo smokey eyes, anche se addosso a noi farà un po’ l’effetto panda.

Infine, non serve il Natale per fare uno struscio, anche se l’isola pedonale è sempre più piacevole dei tubi di scappamento. Peraltro ricordo la posteggia sul corso di uno che, per fare i complimenti a un’amica che passava, le canticchiava la sigletta dei tronisti di Uomini e Donne. È il caso di dire: Magic Moments!

No, non fatevi illusioni, continuerò a fare la spesa nelle romantiche tutone casalinghe che il sabato sera fanno dire ai vicini: “Uh, non ti avevo riconosciuta, vestita bene!”. Però grazie a quella sconosciuta dello struscio mi prenderò un momento per me, impernacchiata o meno, ogni pomeriggio in cui il lavoro me lo permetta. Per un caffè hipster prima di tornare a casa, o una puntatina al mio cinema preferito per vedere se hanno messo quel film che aspettavo da un po’. Sì, ok, ci metterei tre secondi a controllare su Google, ma lì trovo anche il volantino con la sinossi! E poi, se trovo il film, c’è la gioia di snobbare il carissimo bar del cinema per il “negozio di schifezze” accanto, che ha le stesse cose a un euro.

Insomma, mi preparerò al meglio perché al prossimo struscio abbiate tanto da sparlare su di me. Spero mi restituiate il favore!

Intanto, buon ritorno al lavoro con le immagini dell’ultimo struscio.

(Dalla pagina FB “Frattaiuolo”. ‘Sto fatto che il mio ex rappresentante d’istituto mo’ sia sindaco mi fa troppo strano!)

Immagine correlata Il momento più avvincente della mia influenza natalizia è stato la notte che non respiravo.

Mi sono svegliata in preda alla tosse per scoprire che avevo anche il naso otturato (non ci facciamo mancare niente). L’unico modo per respirare era alzarmi a sedere sul letto, con le spalle un po’ inclinate.

Ho finito per addormentarmi su una poltrona, con la testa su un bracciolo. Ma prima ho avuto tempo di scoprirmi piuttosto indifferente all’idea di non riuscirci più. A respirare, dico.

Nei fumi del sonno non avevo paura, l’idea era: se riesco a riprendere questa funzione vitale finora così facile, bene. Se no, oh, le regole del gioco erano queste, si diceva. Si tira avanti finché ci sono le condizioni.

Adesso, una serie di amici che hanno lottato (e vinto) con un linfoma organizzeranno una spedizione per venirmi a sputare in faccia. E avrebbero ragione: lungi da me paragonare lo spavento di una notte con la certezza delle analisi, l’orrore delle terapie.

Quello che voglio dire è che da un po’ sono tornata alla convinzione iniziale che l’essenziale sia respirare, il resto bene o male può cambiare, e andar bene lo stesso.

È un po’ più complesso di “basta la salute”: quando ormai ero sfebbrata, ma mantenevo una deliziosa voce alla Barry White, ho discusso di massimi sistemi con un amico di passaggio come me, che a beneficio dei suoi nuovi connazionali andava a caccia di cornetti antisfiga in via dei Tribunali. Lui tuonava contro la globalizzazione, e la facilità con cui oggi si cambia vita: a suo parere non è affatto un vantaggio dei tempi moderni, ma una sorta di confusione “globale”, appunto, in cui passa il messaggio che una scelta valga l’altra.

“Per esempio”, mi diceva, “tu nella metropoli in cui vivi puoi sempre cambiare lavoro, casa, frequentazioni”. Beh, sì, più o meno sì.

E forse è vero che in più di un momento, nell’anno complicato che si è appena chiuso, mi sono preparata all’eventualità di ricominciare daccapo, di cambiare le carte in tavola.

Non credo che una scelta equivalga all’altra, ma diciamo che la mia simpatica asma notturna mi ha ricordato che l’essenziale siamo noi, noi in buone condizioni e nella miglior disposizione d’animo.

Il resto, con un po’ d’impegno, viene. Quasi mai, aggiungo, come ce l’aspettiamo, che il controllo sulle nostre vite è sempre minimo.

Ma viene, se ci solleviamo a sedere, tiriamo un respiro, e aspettiamo che passi.

Risultati immagini per brindisi capodanno 2018

Da bimboinviaggio.com

Non è necessario cominciare col botto, eh. Rilassatevi, mangiate la fetta di pizza avanzata da ieri a pranzo e preparatevi con serenità al primo giorno dell’anno.

Il 2017 mi ha ricordato proprio questo: dietro ogni brindisi ci sono ore di lavoro in silenzio, con risultati spesso modesti, quasi mai spettacolari.

Ore passate su un foglio Word a cercare di raccontare cosa ti stia succedendo, mentre il mondo intorno sembra essere impazzito. Ore passate a preparare lezioni che credevi poche e invece non finiscono più, e magari l’idea era tenerle su altri argomenti, e in un’aula universitaria. Ma il gioco ormai funziona così: tu ti laurei, ti specializzi, e poi fai tutt’altro, e ringrazi pure che ci sei riuscita.

A volte sì che è un momento, invece: una notizia improvvisa e l’eterna scoperta, una volta di più, che sulla tua vita hai un controllo minimo, per quanto ti sbatta a lavorare e brindare. Se uno proclama l’indipendenza e vola in Belgio, poi sei tu a non vendere casa. Se ti rubano il portafogli a inizio vacanza, la vacanza cambierà. Ci sono cose che di solito si fanno in due, finché non scopri di essere rimasta sola, e ti arrangi.

Insomma, questo botto d’anno nuovo è apotropaico ma fuorviante, se si fa “perché lo fanno tutti”.

E se c’è un proposito da portare avanti nei prossimi 365 giorni mi sembra questo: smettere di fare le cose perché “così si è sempre fatto”.

Ci riusciremo?

Ce lo diciamo tra un anno.

Buon 2018!

 

 

 

 

L'immagine può contenere: cibo

La Parlata Igniorante supera se stessa! https://www.facebook.com/laparlataigniorante/

Allora, a Capodanno a Barcellona si va in piazza con dodici acini d’uva e si aspettano i rintocchi della mezzanotte.

A ogni rintocco s’ingoia un acino (sì, uno per mese). Chi lo fa ogni anno mi giura che finisce con la bocca piena d’uva, e va in giro sputando semini.

Io ve l’ho detto, così dal prossimo Natale mi venite a trovare voi: se ogni anno devo venire al paesone per ammalarmi, grazie ma ho altri progetti per le feste.

Però chi sta da una settimana tra le stesse quattro mura ha tanto tempo per fare riflessioni sceme, e una è sul dolore. Considerata l’importanza di tali quattro mura nella mia storia personale, mi sto riferendo a tutto il dolore possibile: da quello per l’ultimo torroncino papabile che ti fa sparire tua cugina, a quello perché la casa di sotto è disabitata da un po’, ormai.

Sul dolore sono noiosa, penso sempre che la via più efficace sia conviverci. Grazie al ca’, direte voi, ma ad arrivarci ce ne vuole. Avete presente da bambini, quando seduti a tavola al cenone simulavamo noncuranza dopo aver ricevuto un roccocò nelle gengive da nostra sorella? (Basta con le armi bianche, proibiamo i roccocò). Ecco, in quei casi quanto ci mettevamo ad abbandonare tutto l’aplomb inglese per metterci a frignare senza ritegno?

E invece nelle feste il dolore deve avere un posto speciale, secondo me: quello defilato ma fisso del parente non invitato che tanto a tavola si siede lo stesso. Come la pietruzza nel cappelletto di altri Natali più nordici, che si lasciava lì a ricordare che la festa prima o poi finisce e torna il dolore (poi dice che siamo un popolo sadico).

Ecco, funzionerebbe così con tutto, e il Natale è la tipica festa caciarona, cafona qb e lunga a sufficienza da ricordarselo.

Allora, ci vediamo Una poltrona per due e salutiamo col pensiero quello stronzo del capo, che non ci ha detto se a gennaio ci rinnovava il contratto o no.

Litighiamo per chi debba scendere a ritirare il pacco spedito da zia Cassandra, e intanto salutiamo via il secondo anno passato senza riuscire a farci il mutuo.

Guardiamo la bambola di nostra nipote e ci chiediamo se sia poi così saggio metterle in mano solo bambole, e solo a lei, che magari da grande si sente menomata se non ne fa una in carne e ossa, e metti che viene pure un’altra crisi, oppure ancora non si è trovata la quadratura del cerchio tra smettere di seguire le tradizioni e sposarsi con le bambole gonfiabili.

Un giorno la troveremo, però. La quadratura del cerchio, o la ricetta degli struffoli perfetti.

Sarà più facile trovare il guanto destro che zia Gioconda ha fatto a Michelino, perso a un certo punto tra il terzo secondo e il quarto contorno.

Ma vedrete che uno di questi Natali salta fuori anche quello.

Per me il Natale è ‘a menesta nera 🙂

È Natale e ho la febbre, quindi mo’ so’ cazzi vostri.

Aspettatevi un post amarissimo sulla follia delle feste, sulle file nei supermercati, la frenesia dei regali…

No, vabbe’, cerco di risparmiarvelo. Volevo piuttosto concentrarmi su un particolare di questo Natale che mi ha visto malata al secondo giorno del mio ritorno al paesone.

Mi riferisco al messaggio di commiato della Vueling, lungo quasi quanto le mezz’ore di ritardo che sempre ti regalano in queste circostanze:

“Se siete di passaggio, vi auguriamo un buon proseguimento di viaggio, se siete in vacanza, vi auguriamo un buon soggiorno, e se ritornate a casa, vi auguriamo un felice ritorno”.

Ok, e io in quale categoria rientro?

Tecnicamente tra gli ultimi, quelli che ritornano: suppongo che ci abbiano messo anche noi emigranti.

Quelli che letteralmente si commuovono nel reparto della pasta al supermercato (così tante marche, quasi tutte sotto l’euro a pacco!). E Antonello Venditti in stereofonia diventa subito Mario Merola.

Quelli che si affanneranno a inserire nelle loro spedizioni in centro il maggior numero di amici possibile, con operazioni funamboliche al limite della magia (no, confidare nella fila fuori da Di Matteo per trovarci ancora l’amico che ci aveva messaggiato a mezzogiorno non è una grande idea).

Quelli che si ritroveranno a dormire in una stanza che ormai fa da ripostiglio a tutta la famiglia, sgomberata all’ultimo momento e con scarsi risultati da mammà, che però ha lasciato nell’armadio la sua collezione di camicie hawaiane anni ’80 (buttarle sarebbe un peccato!).

Ecco, suppongo che noi ritorniamo a qualcosa che sarà sempre nostro, perché è vero che è questione di abitudine, è vero che impariamo nuove lingue, nuovi cibi, nuovi sogni (e si sa, quando sogni in un’altra lingua è fatta). Ma le prime lingue, i primi sogni, i primi cibi (a proposito, buon Natale amici vegani, passeremo anche questa!), è difficile rimuoverli con la semplicità di abitudini acquisite più tardi.

Spiegatelo un po’ ai detrattori dello Ius soli, convinti forse che gli italiani a cui hanno negato la cittadinanza appartengano chissà a quale paese, che vedranno al massimo d’estate.

Ma questa è un’altra storia.

Per adesso, tanti auguri, e mangiate anche per me.

Risultati immagini per puigdemont austin powers

‘O sapevate? La CUP canta l’inno col pugno alzato. Da: https://www.thetimes.co.uk/article/eu-rebuffs-catalan-leaders-as-they-are-accused-of-rebellion-2pqjg3s2c

“Comunque vada, ho perso io”: questo spiegavo ieri a chi mi chiedeva lumi sulla questione catalana.

Intanto toccavo con mano l’approssimazione italiana nel riferire della situazione, con un picco importante: un tizio che da Mannoni tesseva le lodi di Inés Arrimadas di Ciutadans. La stessa che nel suo intervento il giorno della “finta dichiarazione” ha cacciato un cuore con tre bandierine (catalana, spagnola ed europea), e ha dichiarato che il suo, di cuore, fosse abbastanza grande da contenerle tutte e tre. Non si sa invece come stia messo il suo cervello, e quello dell’altro frontman Albert Rivera, se saranno mai abbastanza grandi da superare il loro inesorabile qualunquismo o, in spagnolo, cuñadismo.

Ma era ovvio che i voti di chi era stufo di indipendentismo andassero a lei: in Catalogna o sei pro o sei contro l’indipendenza, i miei Comuns non se li caca nessuno. Ultimamente nemmeno io, da quando l’alleato Pablo Iglesias se n’è uscito che l’indipendentismo ha risvegliato il fascismo in Catalogna (dunque se l’è cercata?).

Insomma, avevo chiaro che, chiunque vincesse, perdevo io. Perché non sono indipendentista, non sono cuñada, e vorrei vendere casa.

E casa mia dietro la Rambla in questo momento non la vuole nessuno, perché se la fanno tutti addosso per la situazione politica.

Almeno l’Universo, direbbe l’amico yogi del post precedente, mi ha accontentato nel desiderio non fomentare la speculazione: gli avvoltoi stanno cercando nuovi lidi da spolpare. Ma mi pare che la gentrificazione abbia ricevuto una battuta d’arresto per i motivi sbagliati.

Di una cosa sono sicura: la Catalogna non è a mia disposizione. Questo almeno ce l’ho più chiaro di tanti italiani che sono venuti a Barcellona con soldi da investire, e che ora sono solo indignati per i guadagni che starebbero perdendo. Come se il posto che hanno scambiato per la gallina dalle uova d’oro dovesse perdere la sua storia, i suoi problemi sociali, le sue lotte più o meno condivisibili perché ehi, adesso c’è il loro baretto col Kimbo macinato fresco (magari, in genere è Lavazza). Come si permette questa gente fanatica dal “dialetto” incomprensibile di avere una vita al di fuori di quello?

Io so da un po’ che il mondo non mi gira intorno, e attendo serena di scoprire quando e come venderò una casa che, dimezzandomi le spese, mi ha permesso di scrivere otto romanzi in quattro anni: anche se non me li dovessero mai pubblicare, tutto quello che volevo fare era scriverli. Ma questa casa ormai mi porta solo crolli improvvisi, liti condominiali, e meno soldi dell’affitto che pago.

So che è già un lusso e un privilegio avere una casa da vendere, mentre c’è gente che si vede proporre l’indipendenza come panacea per sfratti e disoccupazione, e per gli eterni problemi che abbiamo noi migranti di ogni classe sociale coi documenti (tanto noi non abbiamo diritto al voto).

Comunque vada ho perso io. Ho vinto solo un biglietto per scoprire sulla mia pelle, molto più protetta di altre, come andrà a finire questa storia, e intanto mi saltano fuori nuove lezioni d’italiano.

Comunque vada l’italiano a Barcellona continueranno a impararlo (anche perché l’Italia possiede diverse aziende spagnole, ci avete fatto caso?). E continueranno a imparare le altre lingue, e gli stranieri saranno sempre benvenuti, o non meno graditi che altrove (l’Italia, per esempio).

Questa è una cosa che, nella foga di paragonare questa telenovela con le realtà che conosciamo, non ci entrerà mai in testa.

(Una gloria catalana)

Dalla pagina Facebook di Supermercat del Món, https://www.facebook.com/BHGSupermercatDelMon/

Oggi, a tre giorni dalle elezioni catalane (e dalla mia partenza per Natale), ho letto il post su Facebook di un amico che fa yoga. Ve lo traduco qui sotto, metteteci voi il suono del gong tibetano:

Solo quando smetti di avere bisogno, si presentano le opportunità. Quando smetti di cercare, trovi.

A me non convince del tutto l’ultima frase: sarà che, nonostante gli anni passati a maltrattarlo, il caro buon nesso causa-effetto fatica ad abbandonarmi. Temo quindi che in qualche caso, smettendo di cercare, perdiamo quella minima possibilità di trovare che avessimo!

D’altro canto capita spesso che, se non ci sbattiamo troppo a cercare qualcosa, magari mettiamo insieme la calma per ottenerlo: che so, quando dimentico un nome o un indirizzo è inutile che mi scervelli. Meglio continuare con le mie cose, e magari un particolare inaspettato mi farà ritornare la memoria.

Oppure, se ho perso le chiavi, non serve buttar giù venti metri di paradiso a chi cojo cojo: se mi calmo un attimo ho più possibilità di ritrovarle proprio sotto la borsa che ho sbattuto con malagrazia sul tavolino all’ingresso.

Ma la soluzione “magica” proposta dal mio amico mi ha ricordato un gioco di prestigio che avviene da un po’ nel mio portafogli: spariscono interi biglietti da venti euro, prima che capisca dove siano finiti! No, non sono i ladri della metro di Barcellona: con loro come minimo mi sparisce l’intero portafogli (Mago Silvan, scansati).

Sarà che ho fatto spesso la spesa al ritorno dalle mie lezioni mattutine a Sant Cugat, quando sono quasi a digiuno, perché sono l’unica donna al mondo che soffre il mal di treno. Quindi al ritorno in città ho una fame da lupo, e si sa, la gente affamata fa pessimi acquisti. Allora arrivo a comprare perfino gli esosi crackers ai tre cereali del pako del Parlament. Una volta (una sola, però) ho gettato alle ortiche il fai-da-te e mi sono scoperta a caccia di polpettine precotte: ancora non si capisce come possa il seitan, che è glutine puro, costare quanto un quarto di bue! Invece, a fare la spesa con la panza piena avrei comprato solo sale, riso, legumi secchi e fedelini De Cecco (oh, ognuno ha le sue necessità!). Insomma, con cinque euro me la sarei cavata, fedelini compresi.

Alla luce della mia spesa fallimentare, ipotizzo che tre euro di colazione al veggie dietro Plaça Universitat me ne fanno risparmiare dieci di spesa inutile!

Insomma, devo un rooïbos all’amico che mi ha fornito un ottimo promemoria, per il momento in cui mi trovo: una fase di transizione, in una città in transizione, in una provincia autonoma (per qualcuno, aspirante stato) in transizione.

Allora, tra tanti desideri e aspirazioni frustrate, trovare quello che mi serve davvero è un casino. È una tortura. È una sfida.

Come diceva uno, mo’ me lo segno.

E forse ottanta centesimi per le gomme mi avanzano.

 

 

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora