welivehereNotoriamente, ho il senso della casa e dell’ordine di un bufalo imbizzarrito che abbiano appena rinchiuso in un appartamento (non chiedetemi come ce l’abbiano portato). Le operazioni di disinfestazione di casa mia, per i parenti in visita, richiedono di solito un disinfettante, vari acquisti dal negozio di igiene per la casa del quartiere, e l’intervento non proprio facoltativo di un esorcista.

Finché i soliti amici psicologi non mi hanno fatto sospettare tutta una complessa metafora tra disordine interno e disordine esterno (ah, non era solo pigrizia cronica?) e mi hanno proposto di provarci, almeno. Non aspettare proprio l’emergenza sanitaria per fare più dello stretto necessario per sopravvivere.

Così, armata di scopa e ramazza e candeggina profumata (candeggina io?!) mi sono messa a pulire tutta la casa nello stesso giorno, impresa nel mio caso meno frequente dell’incontro con un ectoplasma. Quando finalmente mi sono concessa la meritata doccia, mi sono sentita strana. Cioè, l’idea di uscire da lì senza dovermi fare strada tra i relitti dell’ultimo trasloco era una rivoluzione copernicana. E non era niente male.

Solo che per qualche secondo ho avuto la sensazione di non essere più io, a quel punto. Perché una buona parte di me si identificava con quel caos interno ed esterno che faceva molto tipa figa e vittima di se stessa. E ora era svanito. Ho ripensato ai miei giochi infantili in giardino, al terreno che mi inzaccherava in ogni dove e ai poveri lombrichi estratti dalla terra. Ora che ho una cura maniacale almeno per la mia persona, mi sono resa conto che tutto quello sporco, prima che mamma mi buttasse di peso nella vasca da bagno, mi proteggeva.

Mi sentivo al riparo.

E forse se lasciavo casa mia in quelle condizioni, disboscandola solo per l’arrivo di ospiti, era per sentirmi come Horacio Quiroga in un racconto che lessi a scuola, in cui il protagonista e sua sorella si vedevano piano piano la casa invasa da… non si capiva bene cosa, e vivevano sempre più costretti in un angolino minuscolo.

Io sono un po’ così, è come se mi ritagliassi un angolino di casa (di solito il letto) che sia solo mio, e le mie incursioni nel resto dello spazio domestico siano solo piccoli incidenti, frutto della necessità di mangiare o lavarmi. È come se la casa possedesse me, e io mi permettessi di occuparne una minima parte, che mi faccio bastare da così tanto tempo che credo perfino che mi avanzi.

Ovviamente è un’ordalia a cui mi sottopongo da sola, per sentirmi al riparo.

È come se, dicevo in un altro articolo, per sentirmi al sicuro il pericolo me lo debba creare. Fa tanto campagna elettorale dei conservatori americani, ma se ci pensate non è così raro.

Diamo per scontato che “fuori” (di casa, dal letto) sia pericoloso, e allora non ci proviamo nemmeno. Ci ritagliamo il famoso angolino di cui si vaneggiava in precedenza, e ci sentiamo al riparo.

Di base c’è l’idea che non sappiamo vivere altrimenti. Che qualsiasi cosa ci aspetti fuori, che sia una montagna di panni da lavare o un lavoro da procurarsi, non siamo capaci di affrontarla.

E allora ci mettiamo al riparo. Da pericoli realmente esistenti (ripeto che non ci sono formule magiche per trovare lavoro, ce ne sono, e non così magiche, per gestire il fatto di non avercelo e continuare a cercarlo). E spesso, da pericoli che ci creiamo noi, per convincerci che siamo così bravi, e prudenti, a ripararci dalla vita.

Finché non ci accorgiamo che abbiamo passato la vita a metterci al riparo da noi stessi.

Continuiamo presto.

Brick-sculpture-2Mi sto svegliando molto presto, in questi giorni, e le prime parole che vomito sulla carta delle pagine del mattino sono spesso piene d’ansia.

Ma di una consapevolezza nuova, anche: le cose vanno. Bene, male? Vanno.

Forse sto imparando ad andare a ritmo.

Ho capito il senso di una grande banalità (applicarlo è un’altra cosa, ma intanto…). Di quelle che ci sembrano ovvie, ma non le mettiamo mai in pratica. La storia di tirare avanti con quello che abbiamo, invece di aspettare ciò che vogliamo. Invece di attendere che si verifichi la “condizione ottimale” con cui saremmo felici. E no, non è vero che lo saremmo, nella maggior parte dei casi. È una scusa per non agire o semplicemente per non essere, dirsi che “se avessimo quella promozione”, “se lei finalmente mi amasse”… Se è così, è che qualcosa dentro di noi si è inceppato e cerca scuse per non andare avanti.

E invece, secondo quanto mi suggeriscono i miei ansiogeni ma ragionevoli pensieri del mattino, si tratta di prendere a due mani ciò che si ha, e con quello costruire cose.

Prima di farlo, almeno nel mio caso, i giorni è come se non esistessero. È come se fossero quelle macchine in corsa viste da un cavalcavia o da una collina, che non fai in tempo a vedere che modello siano e leggere la targa che sono già sfrecciate via.

È come se i miei giorni fossero stati, per lungo tempo, una corsa senza fine verso un momento solo, quell’attimo di paradiso che avrebbe giustificato tutta l’esistenza, con l’avverarsi di questa cosa che non dipendesse da me.

E invece no. Una volta che si accetta che bisogna partire da quello che si ha, e da lì costruire, procurandosi i materiali solo quando sappiamo quali sono le fondamenta, anche quando il progetto non è chiaro, e man mano che costruiamo scopriamo cosa stiamo facendo… Una volta che si fa tutto questo, i giorni diventano solidi come pietre. Come mattoni. Diventano ciò che dovrebbero essere. Una lunga fila di momenti in cui abbiamo vissuto pienamente tutto quello che eravamo.

E abbiamo pregustato tutto ciò che siamo capaci di essere.

Che non è poco.

A me sta storia di vivere nel presente rompe un po’, perché non lo faccio mai. Ho una fantasia galoppante e adoro fare progetti, continuamente. Soprattutto, adoro realizzarli.

Ma, appunto, che i progetti siano uno stimolo ad andare avanti e non una scusa per stare fermi, in attesa che arrivi quell’ingrediente, quel componente che ci manca per metterli in marcia.

Che il nostro attendere, che di per sé non è male né ci impedisce, se lo prendiamo bene, di sperare, non ci serva a farci scudo dalla vita, questa cosa che crediamo più pericolosa di quanto non sia, e che comunque ci lascia senza scampo. Tanto vale.

Tanto vale conoscere la materia dei giorni.

goccia,-foglia-149801Saranno tutti questi hasidim, ebrei ortodossi, in giro, a condannare lo stato israeliano, ma mi sono ricordata del film Un’estranea fra noi, con Melanie Griffith poliziotta infiltrata nella comunità ebraica ortodossa di New York.

Ricordavo in particolare il dialogo tra la protagonista e Mara, una “convertita” che le spiega perché ha abbandonato la sua vita di strada per vestire i panni austeri delle ebree ortodosse: “Trattavo il mio corpo come spazzatura: dormivo con uomini che non amavo, prendevo droghe…”. Finché non incontra un ragazzo della comunità ebraica che la porta dal rebbe, l’autorità religiosa della comunità, che l’adotta.

In attesa che qualcuno venga a salvare pure me, che avranno trovato traffico sul Paralelo, rifletto su quel trattare il corpo come spazzatura.

Ci sono molti modi laici di farlo, specie se come me pensiamo che dentro di noi c’è qualcosa di sacro, in senso lato. Per il semplice fatto che eravamo una congerie di cellule nella pancia di una e siamo diventati la nostra personale declinazione del soffio vitale che qualcuno chiama “divino”.

E questo, laico o meno, a me sembra un miracolo.

E quando “difendiamo la vita”, non la congerie di cellule ma quella pulsante e vera, di esseri umani e animali, in fondo ci ribelliamo anche noi, a trattare il corpo come spazzatura. Riconosciamo la libertà di ciascuno a fare ciò che vuole, del suo corpo, ma in fondo sentiamo, a mio avviso, che lo si tratta come spazzatura ogni volta che ci accontentiamo di una vita non all’altezza del miracolo.

Ogni volta che ci accontentiamo di una relazione a metà mentre invece vogliamo amore, e cerchiamo nella passione le briciole di quello che vogliamo davvero. E ribadisco, se volessimo “solo” passione perfetto, il problema è cercare di conquistarsi a caro prezzo una cosa che possiamo avere gratis, per il solo fatto di essere vivi. Se ci credessimo.

Ogni volta che ci mettiamo in secondo piano non per generosità, che quella a volte è buona e giusta, ma per essere accettati, presi a bordo in gruppi claustrofobici che preferiamo a una dignitosa solitudine.

Ogni volta, e qua esagero volutamente, che al supermercato compriamo dei biscotti semiscaduti in offerta, pur avendo i soldi per comprare quelli al cioccolato.

Questo è trattarsi come spazzatura.

Mi sono sempre ribellata, dicevo altrove, al concetto di “perdere tempo” in qualcosa che non dà i risultati sperati: è come se il tempo fosse un bene da investire solo in quello che va come diciamo noi. Ora, però, ho capito che si perde tempo ogni volta che si accettano, per paura o pigrizia, deviazioni dalla strada che vogliamo percorrere davvero. Ogni volta che si rimanda il viaggio, per paura di non arrivarci mai.

Anche quello è trattarsi come spazzatura.

Questa Mara “convertita”, per la cronaca, non è quello che sembra, nel film, e non vado oltre per non rovinare la sorpresa a chi vuole guardarlo.

Ma mi piace concludere con una frase bellissima che chiude un po’ la pellicola: Dio conta le lacrime delle donne.

Non solo di quelle, mi permetto di aggiungere.

Basta che riposto il fazzoletto ci rimettiamo in marcia, per tornare a noi e a quello che valiamo. A quel soffio di vita che racchiudiamo e ci racchiude.

Non accontentiamoci di niente di meno.

Groundhog-DayDi tutti i film per famiglie che possono venire in mente parlando di routine, ne ho scoperto da poco uno che mi ero sempre rifiutata di vedere: Il giorno della Marmotta, con Bill Murray.

L’avete visto? Ah, ero rimasta solo io, al mondo, a non… ? Ok, allora saprete che parla proprio di routine nella sua versione più estrema: il protagonista, un anchorman egocentrico e cinico che si crede il Padreterno solo perché dice le previsioni del tempo, si ritrova costretto a rivivere lo stesso giorno senza soluzione di continuità.

All’inizio si fa prendere dalla disperazione, poi considera i vantaggi più superficiali della situazione e se ne approfitta, per arricchirsi o spillare informazioni dalla collega che gli piace, che cerca di sedurre invano ogni giorno. Poi, scoprendo che è un incubo anche così, decide di togliersi la vita. Ma per quanto orribile e senza scampo sia il suo suicidio, si sveglia ogni giorno con la stessa canzoncina stupida, con la sveglia che scatta alla stessa ora, con le stesse persone a dargli il buongiorno.

Un tizio intrappolato nella routine quotidiana, con la sensazione di fare le stesse cose, senza poterne mai uscire. Vi ricorda qualcuno?

Alla fine, capisce che non gli resta che una cosa: fare buon viso a cattivo gioco e darsi da fare. Finalmente si prende la responsabilità delle giornate che sta vivendo, e le usa, mo’ ci vuole, per trasformare ogni sveglia in un “giorno migliore”. Lo stesso giorno, ma sempre migliore. Così porta in ospedale il barbone che ogni giorno gli chiede la stessa moneta, e quando muore decide che il giorno dopo gli offrirà un pasto caldo. Aiuta delle vecchiette in auto a riparare una gomma, e impara a suonare il piano, assumendo ogni giorno la stessa maestra, ogni giorno più sorpresa dal fatto che quella sia “la sua prima lezione”. E quando avrà imparato a non usare gli altri per riaffermare il suo ego, ma a condividere la sua parte migliore con loro, finalmente l’incantesimo si spezza.

A noi non deve capitare niente di così spiacevole, come ripetere lo stesso giorno: i periodi di transizione servono a questo. Se dobbiamo sostituire una routine con un’altra, scegliamocela bene, stavolta.

E soprattutto, lasciamo spazio alla parte più bella della routine: tutto ciò che routine non è. Facciamo che l’imprevisto sia parte della nostra quotidianità, apriamoci alla sorpresa di una passeggiata nel vicinato, e quando diventerà routine anche quella spingiamoci più in là, a vedere che succede nella stradina inesplorata alla fine dello stradone.

Io, ormai lo sanno anche i sassi, venivo da una brutta delusione. Ma a passeggiare per le stesse strade che in passato mi vedevano avventrice e ora “vecina de barrio”, era cambiato tutto. Non vedevo il mio dolore a passeggio. Vedevo loro: le persone sedute a godersi un giugno già estivo, in una Barcellona che sembrava King’s Landing.

Quasi mi rammaricavo di non conoscerli per bere con loro, io che prima li ignoravo o mi chiedevo come potessimo essere così diversi (loro sereni e io affranta).

Poi, passando davanti a una tavolata particolarmente allegra, ho visto che quello a capotavola era proprio carino, e senza neanche pensarci, che è l’unico modo per fare queste cose, l’ho guardato a lungo. È successo che lui ha guardato me.

Allontanandomi lo vedevo sporgere il braccio verso di me, esitante, poi tornare ad abbassarlo, sfottuto dai compagni, poi tornare ad alzarlo in un ultimo sforzo prima di rinunciare e aspettare magari la prossima.

No, non ero pronta a fermarmi. La nuova routine non dev’essere uno sforzo, ci deve venire spontanea. Inutile approfittarne per sovraccaricarci di lavoro e imporci la vita che vorremmo, invece di lasciare che lei s’imponga a noi.

La prossima volta, magari.

La prossima volta mi fermo.

coffee-2Appena traslocato, è successo di nuovo.

La prima volta, in Italia, mi ero ritrovata a bere latte e zucchero a merenda, che quasi quasi i cavoli ci sarebbero stati meglio (e poi la merenda, a 20 anni passati…).

Adesso che ho gli anni di Cristo, mi potevate ammirare dal balcone dei miei nuovi vicini, direttamente sparato su camera mia, a mangiare il seguente spuntino di mezzanotte: cartoccio unto di patatine con salsa brava; panino con lattuga, pomodoro e uovo fritto. Il tutto innaffiato da Coca Cola, ovviamente.

Capisco che a questo punto scatti il paragone con le spedizioni al fast food di una 35nne Charlize Theron in Young Adult, e se non vi è manco passato per l’anticamera del cervello di paragonarmi a Charlize… Be’, mi domando proprio il perché!

In ogni caso, la morale della favola è: la nostra vita è routine. Anche la felicità. Si basa su gesti ripetuti ogni giorno, in modo più o meno metodico, finché non diventano i nostri gesti. Per questo è difficile essere felici: anche l’infelicità si costruisce giorno per giorno, ma pare che quella la mettiamo su con più entusiasmo, manco fosse una credenzina Ikea. Ed è difficile accettare le novità anche quando sono belle.

Ma quando siamo costretti a cambiare routine, come in caso di trasloco, o di cambio di un lavoro, o di fine di una relazione, allora entriamo nella Terra di Mezzo della possibilità. E del potere sul tempo e sullo spazio, di gestirli improvvisamente come meglio crediamo.

La prima reazione, tornando a Hollywood, è quella dei personaggi che scoprono improvvisamente di avere un potere magico.

Ed è facile che le prime mosse, giustificate un po’ dalla stanchezza, siano come le mie del post-trasloco: cartoni di pizze sparsi sulle scatole appena svuotate, tre giorni di seguito a mangiare roba cinese, passeggiate a mezzanotte perché non riusciamo a dormire nella nuova stanza.

Poi, col tempo, anche la nostra nuova vita diventa routine, e semplicemente il nuovo posto in cui mettiamo lo spazzolino si sostituisce a quello vecchio, e neanche più ricordiamo delle nostre manovre per aprire la scassatissima serratura dell’altra casa.

A questo punto, però, fermiamoci.

E cerchiamo di sfruttare la cosa a nostro vantaggio, per costruirci una vita migliore.

Come? Eh, saperlo. La prossima volta vi spiego come sto facendo io, con l’aiuto di un film. Indizi: commedia americana scema, con Bill Murray, ha decisamente a che vedere con la routine.

Per chi ha indovinato, in palio… Niente. E ja’, per una volta fingiamo che sia un blog serio!

pollonSi vede che non ho niente da fare, perché sono ancora presa dal dubbio: esiste una forza superiore o le cose succedono a cazzo di cane?

Non infierite, il mio coinquilino già mi suggerisce di farmi assumere come lavapiatti in qualche pizzeria italiana per spazzarmi questi dubbi con un colpo di Nelsen (magari, secondo me devi vedere se usano l’aceto!).

Ma no, scherzi a parte, se avessero ragione i cosiddetti pagani? Se gli dei fossero una congerie fancazzista di giganti che pensano solo ai fatti loro, e intanto si inchiappettano e mangiano e trasformano in qualsiasi cosa che manco Brooke di Beautiful riuscirebbe a escogitare passatempi così interessanti?

Già ce li vedo, con le “pratiche” della mia grazia: Afrodite che raccoglie firme perché possa coronare il mio sogno d’amore, perché Era si è messa di traverso (non che gliene freghi qualcosa di me, tanto più che do poca confidenza ai cigni e non sono fan delle piogge dorate, è che quelle due sono ancora incazzate l’una con l’altra da quella storia della mela di Paride). E allora Eros finalmente viene mandato a un corso di tiro con l’arco per migliorare quella benedetta mira, mentre io, convocata in via eccezionale a colloquio con Zeus in persona, vengo rigirata insieme alla mia pratica nel terribile ufficio del Fato, detto anche Moira per il vestiario stravagante (e per le tette spaziali che, sospetto, si staccano tipo la femmina di Mazinga).

Ora, il mio greco antico è un po’ arrugginito, ma riesco comunque a dirgli:

– E ja’, e ja’, e ja’…

Il napoletano è un linguaggio universale.

– Tesoro mio, c’è gente che si rassegna a morire ogni giorno di terribili malattie, gente che a Gaza si sveglia senza sapere se tornerà a dormire… Perché dovrei ascoltare proprio te?

Cominciamo con le domande difficili.

– Non puoi fare un’eccezione?

Risposta generica, dal dubbio significato, va sempre bene.

– Guarda, allora te lo confesso: in realtà Brad Pitt si sta per lasciare con Angelina Jolie e lo stavo riservando per te. È solo per questo che non ti ho fatto finire con quel serial-killer pustoloso e malato di scabbia di cui ti sei innamorata.

E io, imperterrita:

– Eh, lo sospettavo. Avevi pure qualche progetto per Johnny Depp, vero? Ma ti prego, niente da fare, voglio lui. Dammi lui! E ja’, e ja’, e ja’.

Poi gli chiedo, nell’ordine, se c’è: qualche montagna che devo scalare perché al ritorno lui mi ami; qualche pozzo da drenare tutto; qualche servizietto che possa fare per lui, che so, comprargli sigarette sull’Elicona, tirare la coda a Pegaso, se Apollo gli ha fatto uno sgarbo… Qualsiasi cosa.

il Fato, per gli amici Moira, guarderà il mondo dal suo oblò celeste. E sospirerà. Questi mortali. Millenni a vessarli e ancora non si abitua alla loro scempiaggine.

Quindi fisserà me, sospirerà tranquillo e spiegherà:

– Se rimaneste tu e lui su un’isola deserta, con una sola palma da cocco al centro, lo faccio innamorare della palma da cocco.

– Ma perché?

Questo è troppo. Umani, sempre le stesse domande inutili.

La catapulta cosmica mi riporta alla mia scrivania, davanti al mio Vaio scassato di cinque anni.

Devo chiuderlo, che faccio tardi dallo psicologo.

Non capisco a che mi serva, peraltro.

cravattaE allora, perché pensi che io e te, così intelligenti, siamo single, Maria? Perché gli uomini vogliono delle bamboline stupide che li facciano sentire forti.

E, ancora peggio: perché non ho la ragazza, Maria? Perché le donne badano troppo ai soldi.

Non siamo mai noi, o non è mai quel misto tra circostanze esterne e responsabilità personale a farci fare determinate scelte di vita. È questa società marcia ai cui standard ci rifiutiamo di adeguarci.

Peccato che nel “rifiutarci” di fare qualcosa la stiamo affermando, la stiamo riconoscendo come legittima.

Che il vero modo di rifiutarsi sia ammettere che ce la portiamo dentro, la legge che vogliamo infrangere, che è una delle prime cose che abbiamo imparato, e che a dedicare la nostra vita ad andarle contro la stiamo esattamente legittimando, trasformandoci nell’eccezione che conferma la regola.

E, soprattutto, rischiando di fare la fine da cui scappiamo: quante di quelle che non sanno truccarsi, che criticano le loro simili che hanno deciso di imparare, che si beano della loro cerebralità, finiranno col primo stronzo che le riempia di complimenti, rinunciando volentieri alla carriera per sfornargli quei cinque pargoli che fino a un anno fa “mai nella vita”?

E quanti giovani uomini insicuri, di quelli che ahimé piacciono spesso anche a me, anarchici e “incapaci di avere una storia seria perché il mondo è labile rob’ cos'”, finiranno con una maniaca di Hello Kitty che per il primo meseversario li porti all’acquapark con Groupon?

E se era quello che in realtà volessero, bene. Il guaio è passare da un estremo all’altro, dalla negazione delle regole alla loro accettazione totale, solo perché, per paura o insicurezza, non ci si è mai presi la briga di scoprire cosa volessimo noi in realtà.

E allora, secondo me, se vogliamo davvero essere liberi dagli standard dobbiamo rintracciarli dentro di noi, ascoltarli, e decidere esattamente quali cose prendere.

Io mi tengo i libri ma anche i trucchi, e se uno mi fa un complimento senza star pensando solo dammeladammeladammeladammela, ben venga.

E continuerò a criticare gli standard ridicoli che ci farebbero donne e uomini infelici e insicuri, che è stato pure il mio mestiere per tanto tempo, ma a un patto: non usarli mai più come scusa per non vivere..

Solo così saprò scrollarmeli di dosso con una spallata.

rossetto-1Ho assistito alla scena molte volte.

In qualche occasione era un amico che giustificava con se stesso (come se ce ne fosse bisogno) la sua mancanza di femmine con “Non so corteggiare”. Come se ogni volta ci fosse da timbrare il cartellino e sparare una serie di minchiate a raffica, perché una si accorga della tua esistenza.

Più spesso è stata una donna, come la signora che da Kiko, a Barcellona: vuole una matita per gli occhi. La commessa le spiega le proprietà di qualche lapis particolare, finché lei non risponde “Eh, io questa cosa di truccarmi non tanto la faccio bene, dammene una nera e pace”.

E non è un dialogo banale, traspariva qualcosa che, quando si parla di standard maschili e femminili e della “necessità” di rispettarli, spesso manca: l’onestà. La signora non era sprezzante, come quando si sarà beata con le amiche della sua incapacità di fare cose superficiali come truccarsi. Manifestava, in quel caso, un disagio che effettivamente aveva, che magari era stato un problema nell’adolescenza, ma che ormai era rimasto relegato all’idea di aneddoto.

Perché, quando ci rendiamo conto di non saper essere uomini o donne secondo le regole imposte da la società, è di disagio che si tratta. Di orgoglio, di vanità, di anticonformismo… Ma anche di disagio. È dal disagio che partono, anzi, l’orgoglio, l’anticonformismo…

Prendiamo questi miei amici “incapaci di corteggiare”. Pensare di non avere una compagna per questo è una grande scappatoia: suggerisce che il corteggiamento sia una farsa (e fin qui sono perlopiù d’accordo), che i nostri eroi sono “troppo onesti” per portare avanti. Quindi, non possono avere quello che vogliono per un eccesso di onestà. Comodissimo! Peccato che, ad avere il privilegio di essere loro amica, vedevo in loro il classico accontentarsi di quello che passava il convento, le relazioni fallimentari con ragazze tutte uguali, o una serie di amori platonici alternati a relazioni molto pedestri.

E veniamo alle donne. Il nostro caso è contorto come il modello femminile che abbiamo appreso se siamo nate dopo il 1950. Da un lato la classica principessina Disney, con la differenza che non veniamo su col rossetto incorporato come Biancaneve. Dall’altro, la “donna emancipata”, quella che usa il-cervello-mica-altro per andare avanti. Tertium non datur.

E allora, deridi apertamente quelle che fanno tutorial su youtube su come truccarsi (le parodie sono un’altra cosa, le adoro) e critica sperticamente quelle che non vivono come te e si truccano, spendono e spandono in abiti firmati…

E non c’è niente di male nel non apprezzare i modus vivendi altrui. L’odio feroce, invece, dovrebbe farci pensare che qualcosa non va. Che dietro le nostre critiche molto logiche sul consumismo o sul modello maschilista che ci impongono ecc. ecc. di fondo c’è sempre lui: il disagio.

L’idea, appresa magari in un’età molto precoce, che in fondo facciamo male a “ribellarci” a quegli standard. E che l’unica verità è che siamo incapaci di riprodurli. Allora ne diventiamo i più acerrimi nemici. E lasciamo che s’impossessino di noi

Ne parleremo ancora.

tiparleròdamorNella puntata precedente si parlava della mia lacrimevole vita di bimba graziosa che si era ritrovata, all’epoca dello sviluppo, a scoprire di essere normaluccia anziché no, magari caruccia ma “non sto granché”, come sentenziai presto dietro gli occhiali da vista, che toglievo strategicamente quando i miei non erano presenti. La macchinetta era impossibile toglierla, per quello che mi è servita.

MA non buttiamoci giù, soffermiamoci sul quel “non sto granché”. Dicevo che due gemelle, una bellissima e tormentata e un’altra meno appariscente ma più serena, mi hanno dimostrato “plasticamente” gli effetti sul volto dell’autostima.

In effetti una cosa del genere era successa anche a me, quando una ragazza incontrata a un concerto dopo anni senza vedersi mi disse che ero molto più carina da universitaria che da liceale (nonostante qualche chiletto in più e un taglio sbarazzino poco “standard”), perché mi ero tolta “quella faccia da seccia” che in effetti sfoggiavo nell’ultimo anno al classico.

Ma le rassicurazioni altrui servono a poco.

Forse succede perché, una volta che vediamo che non ci toccherà sfilare in passerella a Milano, molte danno per scontato che “da quel punto di vista”, nella battaglia che ci siamo creati tra corpo e mente, sono inadeguate. Come se mens sana in corpore sano fosse una dichiarazione incomprensibile del compianto Boškov. Specie se abbiamo puntato su una carriera universitaria e ci siamo accontentate dell’equivoco per cui “le ragazze serie pensano soprattutto al cervello”.

Capisco il dare la giusta importanza alla bellezza, non mitificarla come fanno i media, ma non mi sembra giusto neanche negarla, nascondercene il fascino intrinseco che fa scattare petizioni, come mi segnalano giustamente, se il delinquente è bello.

Vedete che succede, a negare il potenziale della bellezza, solo perché non sentiamo di possederne?

Il modo in cui la viviamo fa tutta la differenza. Io, si diceva, mi sono premurata di innamorarmi solo di persone che mi confermassero la mia visione autosvalutante (e lo so, l’amore è complesso, ma sappiamo l’attrazione fisica che ruolo vi giochi). Ora che ho deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno, è cambiato molto. Non tutto, ma molto. Ho scoperto che quando capiamo che non siamo proprio uno sperpetuo, lo trasmettiamo anche agli altri. E facciamo molto più esercizio fisico, ci prendiamo più cura del nostro corpo, ci vestiamo come ci piace senza pensare al filo di pancetta che potrebbe emergere sotto i colori un po’ più appariscenti.

A me forse è andata bene, a rivalutarmi solo adesso: conosco un ragazzo che, senza diventare un modello (peraltro è rimasto bassino), si è ritrovato da un’adolescenza con problemi di scoliosi, di acne, di miopia e quant’altro, a una giovinezza in cui si è quasi letteralmente svegliato un giorno e si è scoperto un bel giovine. Lì, immaginerete, strage di cuori, eccolo pronto a “castigare” le stesse che non se lo filavano manco di striscio.

La stessa tentazione che a 30 suonati avrei a volte qui in Spagna, in un paese più generoso coi suoi standard, in cui le donne, fresche di transizione democratica, hanno imparato da meno tempo e quindi con meno complessi a darsi valore a prescindere dall’aspetto fisico.

Ma è questo “a prescindere” che, secondo me, ci deve spaventare.

Perché una cosa è il sacrosanto ribellarsi agli standard di bellezza, e una cosa la cecità selettiva di chi, per evitarsi delusioni (torniamo al tema paure), si rifiuta di conoscere il proprio corpo a favore di una mente che, lasciata sola, può tradire peggio di Giuda.

Ma degli standard parleremo nella prossima saga.

ioaltalenaOra, perché m’importa tanto della bellezza.

Potrei scrivere: perché sono una donna. Nata in una società in cui la bellezza è ancora un fattore di potere, per le donne, o uno standard da raggiungere, qualcosa da procacciarsi o con cui fare i conti ogni giorno, nell’impossibilità di essere all’altezza di modelli che al femminile si traducono nella solita idealizzazione feroce, che sia di zoccola o di madonna.

Ma questa supercazzola la lasciamo a discussioni sociologiche che qui non mi competono. Questa è la realtà per milioni di donne (e ultimamente di uomini), e ciascuna reagisce a modo suo. La cosa più importante è capire cosa significhi la bellezza per noi, per la nostra storia personale.

E io ero una di quelle bambine che dici, magari esagerando, “dovrebbe fare la pubblicità”. E siccome ero pure una bimba sveglia (me so’ perza p’ ‘a via) intuivo che la maggior parte dell’attenzione che mi dedicavano gli adulti, anche i perfetti sconosciuti, fosse dovuta a questo. Ergo, devo aver pensato, se non sono bella non sono più nessuno. Infatti, l’avrò già detto, mentre aspettavo di vedere mia mamma nel reparto maternità (e mio fratello si approssima alle 30 primavere) a domanda “Che vuoi fare da grande” risposi convinta “Miss Mondo”. Anche perché il posto di Madonna (l’originale, non la cantante) era occupato. E che te ne fai, mi venne risposto. Ti dicono “sei bella”, e poi? Come, e poi.

L’ “e poi” dovetti chiedermelo più tardi, coi denti cresciuti un po’ alla rinfusa, un naso improvvisamente uscito dagli angusti confini dell’infanzia, e lo scherzo della natura (e del ciclo precoce) di essere pin-up a 9 anni e minuta a 13: è frustrante vedere le coetanee cambiare mentre tu rimani sempre uguale, ti sembra di perdere una maratona che non hai mai neanche corso, prima ancora di avere gli strumenti culturali per dirti che non vale la pena correrla.

Per questo penso che, più dei discorsi sociologici su una realtà che si fa sempre più complessa e superficiale (e che comincia ad affliggere anche gli uomini, coi modelli di bellezza irraggiungibili), bisognerebbe partire da noi, dalla nostra storia.

Io sulla bellezza ho avuto la mia rivelazione grazie a due gemelle, identiche e splendide entrambe. Conoscevo solo quella misteriosa e tormentata, però, ovviamente amica mia.

L’altra la incontrai per caso in strada e… Immaginate la classica figuraccia che si verifica in questi casi. Lei, abituata, la prese con filosofia, mi diede due baci allegri e rise con me dell’equivoco. In quel momento, mi accorsi che era più grassottella della sua gemella, vestita in modo meno originale, e forse anche più, non so, più propensa a rimanere inosservata rispetto all’evidente “alterità” della quasi-sosia.

Ma in un certo senso era più bella, o di una bellezza diversa, più affabile, più attraente in senso letterale. Non capivo perché, finché non le guardai meglio gli occhi. Erano sereni, senza le complicazioni della mia amica “tormentata” come me. E il sorriso non era nervoso, ma aperto, sincero. La ragazza che avevo davanti mi stava insegnando la differenza tra lo star bene con se stessi ed essere insicuri.
E questa ovvietà da salotto, tradotta su un volto umano che ti si profila davanti, è una piccola rivelazione, meglio di Photoshop.

Delle sue conseguenze parleremo tra qualche giorno

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora