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“Quando la tua insalata ti racconta le barzellette”

Nell’eterna sindrome premestruale che è la mia vita, vi confesso un’idiosincrasia di più: il mio fastidio per l’insalata.

Adesso non mi riferisco alla pietanza in particolare, anche se è vero che io sono la schifezza dei vegani, e la detesto quasi quanto la frutta.

In questo caso parlo però dell’insalata che vendono in quei bar carucci in tutti i sensi (ma sempre meglio di Starbucks) in cui vado a prendermi i miei tè intrugliosi e a scrivere, il pomeriggio.

Le mie orecchie vengono affinate in modi strani dai mastini premestruali che mi dilaniano la pancia, e sono dunque molto sensibili al raspare di forchetta in piatti finto-rétro: è l’inequivocabile ricerca delle ultime foglioline unte, sfuggite ai denti d’acciaio. Quelli della forchetta, non della cliente. Che spesso è sola, seduta su un cuscino imbottito, col culo ben coperto da maglie “strategiche” di cui, a mio modesto parere, non avrebbe bisogno neanche se seguisse alla lettera le norme della pressione estetica.

Tra un momento pagherà dai sei ai dieci euro quell’insieme di verdure crude che, al supermercato, avrebbero superato l’euro solo se fossero state “gourmet” (?). Lo so che in un locale come quello paghi anche il condimento (che di Gourmet ha solo la marca discount dell’olio), la playlist stilosa, le lucine da party inglese, e un po’ addirittura il personale: ma che ci volete fare, quando accanto a me si siedono degli uomini è quasi sempre una festa. Mi arriva odore di pizza. Di lasagna. Roba che o si mangia con le mani o si taglia di netto, senza raspare. Scrivo contenta anche se già so che, 9 su 10, di pizza e lasagna quella roba avrà giusto l’odore.

In compenso, difficilmente mi si siede accanto un uomo con un gelato alla fragola. O al mirtillo. Non so neanche se ne sono coscienti, del curioso spettro di colori spenti che accompagna i loro gusti, e d’altronde la mia esperienza non ha valore statistico.

Comunque, tranquilli: anche se i mastini dovessero cominciare a maciullarmi le ossa, non prenderò mai una pistola per costringere le clienti del bar a ordinare pizza e lasagna, e gli uomini in sala a gustarsi il gelato ai mirtilli.

Però continuo a sospettare che, nelle piccole e grandi questioni, potremmo imparare un sacco gli uni dalle altre. Perché non si tratta di costringere l’altro a privarsi delle stesse cose nostre: siamo noi che dobbiamo godere in egual misura di quelle altrui.

Io, nel dubbio, torta al cioccolato.

 

Da The Flight Deck, su Twitter

Ricordate il pilota stronzo del salto alla nuvola?

Ebbene, quello di ieri notte non so se era stronzo, ma di sicuro era un po’ sadico: “Ciao, passeggeri, siamo fermi perché stiamo cercando invano di contattare la torre di controllo per il via libera, visto che ci sono brutte tempeste su Valencia e Madrid: infatti, una volta in volo, alla vostra sinistra potrete vedere dei lampi…”.

Ci ha anche tenuto a mostrarceli, quando poi ci siamo passati vicino: spero che l’abbassamento delle luci non fosse per quello! Ovviamente, mentre nella fase finale ci muovevamo come uova sbattute per una tortilla, con voce allegra avvertiva il personale di bordo: “Venti minuti all’atterraggio!”, come se fosse stato Carlo Conti che annunciasse “Trenta secondi all’anno nuovo!”.

Ma chi se ne frega, tanto io stavo facendo un viaggio astrale. No, non fraintendetemi, avevo preso una compressa di melatonina (e nient’altro, malfidati!), quindi tenevo gli occhi chiusi da mezz’ora, in un insperato dormiveglia: ragion per cui cominciavo a vedere cose. La prima è stata Gesù Cristo, o uno che gli somigliava. A parte i lineamenti un po’ yankee che ci spacciano per credibili da almeno un millennio prima di sapere cosa fosse uno yankee.

Fatto sta che quando, deliziata da un video di YouTube, allacciai cinture immaginarie per un viaggio astrale (meicojoni, e quando mi ricapita, pensai), scoprii che più che altro è una specie di dormiveglia in cui entri dopo mezz’ora passata a sentire dei suoni ripetitivi, che pretendono di essere misticheggianti. Su un aereo non mi ci voleva neanche quello: mi bastava la fifa blu.

E niente, ho ripreso l’interrogativo su cosa sia un posto sicuro, e ho capito ancora una volta che non è un posto, è un momento: quello in cui, nonostante un pilota un po’ sadico e un aereo che fa Twist and Shout (allo “shout” ci pensavano i bambini a bordo), tu stai nel tuo mondo tranquillo, complice anche dell’innocua melatonina (che aiutarsi un po’ non fa male, il dolore superfluo è anche inutile). E vedi Gesù Cristo o uno che gli somiglia.

Sono sempre più convinta che il posto sicuro sia un momento: quello in cui riusciamo a essere noi, nonostante tutto.

Una volta, da adolescente, presi un aereo che partiva all’alba, e doveva passare tra due banchi di nubi, rosati al punto giusto. Allora, beata gioventù, decisi che il posto sicuro era quello: la farcitura a motore in un sandwich di nuvole.

Chissà se tornerò ad avere quel coraggio lì.

Risultati immagini per gattino che caccia gli artigli

Da tuttosuigatti.it

Ho sfottuto tanto il mio migliore amico, risoluto per anni a viaggiare in nave dopo un atterraggio “tempestoso”, e invece lo sto facendo anch’io: dopo aver ballato il twist con le nuvole all’arrivo a Granada (con applauso collettivo al pilota nonostante fossi l’unica italiana a bordo), prima mi sono documentata sui più clamorosi disastri aerei, e poi ho sorpreso me stessa a sbirciare gli orari dei treni… Improponibili, comunque. Tra l’altro già vi vedo, statistiche alla mano, a ricordarmi perché l’aereo sia il mezzo più sicuro del mondo.

Tutt’è stabilire cosa consideriamo una minaccia.

Una volta una persona che ama molto i gatti mi mostrò una foto con uno dei felini che aveva visto crescere. Poi mi spiegò che, poco dopo la foto, il gattino l’aveva “percepito come una minaccia” e l’aveva graffiato. A me rimase questo senso d’ingiustizia, no? Sta’ a vedere che pure io mi devo beccare un graffio senza che stia facendo niente di male. Solo perché ‘sta pallina di pelo ha deciso che non è così.

Adesso mi chiedo: come ho fatto a non accorgermene prima? Se è quello che succede tutto il tempo! Percepire come una minaccia ciò che non lo è poi tanto. Come me con l’aereo, il gatto col “gattaro”, e una buona fetta del mio mondo con… Me. Un mio ex catalano mi disse sul serio qualcosa come: “La tua personalità si è mangiata a poco a poco la mia, quindi meglio non vederci più!”. E giuro che a quei tempi, a colazione, mangiavo ancora latte e biscotti, non personalità umane! Dunque potrei anche chiedere scusa per la sfuriata di quando sono stata appesa per “una serata con gli amici a cui non puoi partecipare, non ti conoscono bene”: era pure il mio primo anno a Barcellona, e non ero abituata alla locale “franchezza di cerimonie” che dalle mie parti passerebbe per maleducazione…

Però non posso, e non devo, scusarmi per ciò che sono.

Se sono donna e pretendo di lavorare “in età fertile”, beh, dovrebbero chiedermi scusa i datori di lavoro, se mi scartano o licenziano nonostante sia perfetta per il posto.

Se qualcuno si sente insicuro perché la mia dieta è diversa dalla sua, il problema non è mio.

Se degli amargaos sospettosamente aggressivi con chi non la pensa come loro mi considerano podemita, senza che conosca il programma di Podemos (e poi come lo schifo, a Pablo Iglesias…), spero proprio che abbiano di meglio da fare, piuttosto che venire a farmi la lotta di classe sotto casa. O che almeno, tra le barricate, mi lascino lo spazio per andare a fare la spesa.

Per chi infine mi vede come un problema perché sono felice, o almeno serena, e so cosa voglio: io lo so che questo, tra i tormentati europei in fuga da se stessi, può essere preso per mancanza di “personalità”, con buona pace dell’ex a cui la stavo “mangiando”… Il problema è che la felicità non si cura.

Quindi domenica guarderò con occhi più benevoli l’aereo “sicurissimo” che, negli ultimi giorni, avevo trasformato nella mia nemesi.

Quando tutto va male, che devo di’, aididit maiuei.

Risultati immagini per albaicin granada È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che la sottoscritta entri nell’Albayzín di Granada, e ne esca viva.

Specie se seguo i consigli del mio navigatore per raggiungere un posto che, ho scoperto poi, si trovava facile svoltando a un certo punto della Gran Vía, su un vero marciapiede.

Adesso mi direte: “E grazie al cazzo, quello calcola la strada senza tener conto di…”, e giù spiegazioni elaborate su come funzioni Google Maps.

Fatto sta che, finora, ci ho trovato solo La Tienda de los Unicornios, e giusto perché serviva latte vegetale. Ma era un bar centrale e idiota da raggiungere, con un unicorno nell’insegna, un solo tavolino e Vinicio Capossela a palla: Medusa cha cha cha, per la gioia dell’amico spagnolo che mi associa a questa canzone, in cui la creatura mitologica si chiede perché i ragazzi abbiano tanta paura di lei (un mistero che, nel mio caso, ancora devo risolvere).

Non sono mostra, non sono velenosa, soltanto un po’ nerviosa…

Dieci anni dopo, mi ritrovo a cantarla tra le strade del quartiere arabo di cui sopra, l’Albayzín, o Albaicín per i pigri: oscenamente bello, ma tutto in salita e lastricato di ciottoli impossibili. Roba da togliersi le ballerine di Natura messe insieme con la sputazza – benché acquistate ancora con l’etichetta da una vicina che traslocava – e indossare “eleganti” infradito sotto gli sguardi impietositi di passanti in scarpe da ginnastica, o scarponi di montagna (33 gradi all’ombra permettendo).

E tutto perché il navigatore, mi sa, ha fatto lo stesso errore madornale che ho commesso io per anni e anni: ha confuso la strada più corta con quella più breve.

Magari coincidessero. Magari fossi arrivata a destinazione, le volte in cui sono stata così “furba” da prendere le scorciatoie giuste, calcolare tutto al dettaglio. La volta che per “rientrare nell’accademia” ho discusso una tesina di master in un anno solo, mentre lavoravo, e sono rimasta tagliata fuori per aver preso 8 invece di 10. O tutte le occasioni in cui mi sono detta: “Dai, c’è qualche problema, ma col tempo che ci hai messo per arrivare fin qui, perché smettere?”, per qualcosa che è finito comunque, e dopo un altro bel po’ di “problemi”.

Sta’ a vedere che anche i miei percorsi, come le ballerine di Natura, sono attaccati con la sputazza, neutralizzati dal particolare che manda tutto, mo’ ci vuole, “a monte”: un’ostruzione imprevista, una perdita di segnale, o tre strade di fila senza che nessuno si sia preso la briga di scriverne il nome almeno sul muro (pure loro, però…). Il peggior errore nel pianificare percorsi è quello di dimenticare che noi siamo solo un fattore del viaggio, in balia di mille altri eventi.

Compreso l’errore umano: il giorno dopo la sfacchinata, non mi mettevo d’accordo con l’amico che mi aspettava (lo stesso della sera prima, perseverare diabolicum…) su cosa significasse “fuori la Porta di Elvira“, e l’equivoco mi era già costato due scalate inutili.

In questi casi, sentite a me, fatevi venire a piglia’.

 

L'immagine può contenere: cielo, oceano, spazio all'aperto, acqua e natura Che ci crediate o no, sto scrivendo un libro, un po’ “memorie” e un po’ self-help (!), sul periodo in cui pubblicavo post come questo.

La frase del titolo era il tormentone dell’epoca, segnata ahimè da eventi che con il merito avevano poco a che fare. Peccato, perché purtroppo crediamo che la constatazione di cui sopra basti e avanzi a risparmiarci grane, anche quando, appunto, non c’entra niente con quello che sta succedendo.

Non “merito” di certo una tempesta mattutina che ritardi tutti gli aerei di Barcellona, ma tanto si è verificata lo stesso: vallo spiegare alla mia testolina appoggiata per un’ora, in attesa, al sedile di un aereo già chiuso.

Però la frase, devo dire, accomuna quell’epoca assurda cui accennavo a queste mie vacanze surreali, fatte d’imprevisti, d’improvvisi cambi di programma, e della sensazione sgradevole di non essere sempre ben accetta, ovunque vada.

La differenza è una e fondamentale: ai tempi della mia crisi, quel grido era l’unica, insufficiente difesa tra me e il mondo, e adesso è la mia unica guida.

Cioè, ora non mi accontento di gridarlo ai quattro venti, sperando che la semplice constatazione che “non me lo meriti” risolva la questione. Adesso me lo tengo per me, perlopiù in silenzio, come una certezza. E con quello affronto ogni imprevisto e ne traggo le conseguenze.

Forse prima un po’ credevo di meritarmele, le cose brutte che mi accadevano. E ora so che non è vero.

Vi consiglio di giungere alla stessa, preziosa conclusione: guiderà anche voi tra le folate di vento di quest’estate di sole e pioggia, e pensieri spettinati.

(Questo è per Giggino Di Maio da Napoli, con un abbraccio circolare a razzisti e no vax.)

 

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Se qualcuno ruba un fiore per te… Chiama la polizia!

Si potrebbe chiamare anche “perché mi sento spesso a disagio nei gruppi di soli uomini”.

Non fingerò che succeda solo in Italia, o dovrei dimenticare il compleanno pieno di maestri uruguaiani del sarcasmo che elargivano perle tipo “La tua datrice di lavoro è nervosa? Scopatela!”. Tra esilaranti osservazioni su come suonasse in spagnolo “sfogliatelle” (follar è scopare), e il classico “Sei più bella senza gli occhi fissi sul cellulare”, aspettavo che si facesse un’ora decente per squagliarmela, e intanto cercavo il meno peggio con cui conversare. Che poi era uno che aveva partecipato al mio stesso concorso letterario, scoperta che lo aveva portato all’ovvia conclusione: “Allora andiamo di là, no?” (in italiano, che fa ridere di più). In effetti era un bel sollievo, scoprire che almeno uno, lì in mezzo, sapesse scrivere. Ma la mia gratitudine verso la vita finiva lì.

D’altronde, nei miei primi mesi a Barcellona, avevo ascoltato un tizio spagnolo che raccontava un avvincente dopocena con turiste come una visita a un bordello con buffet libero, con tanto di appelli via SMS agli improvvidi amici rimasti a casa: “Vieni che si tromba!”. All’intramontabile domanda “Perché a voi italiane è così difficile scoparvi?”, m’era venuto da rispondere: “Nel tuo caso sarà perché a squallore siamo a posto, non ci serve niente”.

Non avrei certo ripiegato sull’uscita “di sole donne” che una ragazza messicana mi proponeva, per scapparcene dalla palude di francesi ubriachi in cui ci eravamo ficcate: mettiamoci tutte in tiro, suggeriva lei, e sediamoci al bancone di un bar. Di bei ragazzi ne troveremo a decine, verranno a offrirci da bere. Era finita che io avevo detto adieu ai francesi, e lei si era sposata il più ubriaco.

È per questo che, nonostante ne intuisca la sostanziale utilità (dopotutto studio il GENDER!11!1!), i gruppi dello stesso sesso li lascerei a occasioni speciali, e collettivi appositi.

Però c’è da dire una cosa: nella provincia denuclearizzata a Nord di Napoli mi capitava spesso di essere l’unica donna, nei gruppi che frequentavo: “Io glielo dico, ai ragazzi: una sola donna hanno, nel giornale, e dev’essere così?” (poi il tipo mi chiese se mi ero offesa). Così come? Senza zizze, suppongo. Un altro compagno mi chiedeva proprio, all’uscita dal bagno: “E le tette?!”. Ma con faccia allarmata, come se le avessi dimenticate sulla tavoletta del cesso. Ovviamente lui aveva il fisico dei crocchè di Di Matteo, e io, nonostante questa grave malformazione del busto, a qualcuno piacevo: infatti si rifiutavano di farmi una foto abbracciata ad amici meno stronzi, per non “mancare di rispetto” all’interessato. Sto parlando degli anni 2000, eh, non dei ’50.

E non potevo neanche prendermela troppo, spiegava l’unico che interessasse a me (e che ovviamente nun me se filava): di questi simpatici umoristi, uno aveva perso i genitori, un altro non aveva lavoro, un altro ancora veniva da “un contesto difficile”…

Era un contesto da piccola città a pochi chilometri dal mio paesone, che per certi versi era addirittura più moderno di quella roba lì. Roba che prima di andarci a fare una pizza guardavano il mio migliore amico e ingiungevano: “Prendi la macchina”. Al che precisavo: “Siamo venuti con la mia”. E allora: “Ma guida lui, vero?”.

Il mio status di “donna che accettava di stare con uomini” mi precludeva scappatoie che le altre, amiche e fidanzate di chi le lasciava a casa per uscire con noialtri, potevano giocarsi: una comprensibile indignazione verso determinati energumeni, e un certo diritto a richiamare all’ordine l’amato bene, che spariva per concedere alla fortunata un po’ di tempo “da soli”. Io ero orgogliosa, lo ammetto, di “tener testa” a questi senza essere considerata una bambolina di porcellana (d’altronde, s’è detto, non ne avevo le sembianze incantevoli). Ma tra i vari svantaggi c’era quello di “dover stare al gioco”.

Per esempio, dovevo ridere molto. Se a una festa terrona con tanto di paste dicevo “Uh, mi piacciono i cannoli!”, mi si rispondeva “Ah, davvero?”, e dovevo fare un sorrisetto con aria superiore, come mi aveva insegnato mamma. Se facevano doppi sensi che sarebbero stati scontati alle elementari, l’idea era “rispondere con ironia”, o “metterli a posto”.

Poi sono venuta a vivere qui, che non è il paradiso, ma la gente scende in piazza in migliaia se violentano una in gruppo, e l’8 marzo è festa grande (in senso lato), anche senza spogliarellisti più interessati al buttafuori che al pubblico urlante (che si prende il suo giorno di Carnevale, prima di tornare a “farsi desiderare”). E allora ho capito una volta per tutte che ridere, in fondo, non è necessario.

Quando m’insultano, mi sminuiscono, mi trattano come un essere umano di serie B in nome delle tette non possiederei, o della figa che non “elargirei” come se piovesse, o del semplice fatto che non sappiano loro come trattare una donna da non mettere su un piedistallo… Quando mi capita tutto questo, non ho nessuna voglia di ridere.

E non è che “non so stare al gioco”, “non mi faccio una risata”, o “mi prendo troppo sul serio”.

È perché loro non fanno ridere. Perché possono anche smettere di restare in attesa che li chiamino da Made in Sud: perfino lì, li metterebbero a pulire i cessi.

Pazienza se il simpaticone di turno ha perso entrambi i genitori, gli animali domestici e il cincillà da passeggio in un brutto incidente, o viene dalla stessa famiglia della Piccola Fiammiferaia.

Questo sarcasmo triste che vedo in giro, specie in Italia, è troppo diffuso e scontato per diventare ironia, per cambiare cose, per smuovere altro dall’ego represso di chi lo utilizza. Rispediamolo pure al mittente senza paura di non saper “stare al gioco”.

È che noi, semplicemente, giochiamo con altre regole. Fondate addirittura sul rispetto, e sulla vaga idea che questi Lenny Bruce de Capalbio devono cercare altri mezzi per risalire dall’abisso squallido in cui si ritrovano.

Quando tutto viene meno, possono sempre farsi una risata.

https://www.youtube.com/watch?v=P9x0wt7P1-0

 

 

 

 

Risultati immagini per smokey eyes fail Sondaggio: chi si è accorto che venerdì non ho pubblicato nulla?

Lo so, lo so, voi avete una vita.

Comunque è stato perché mi hanno ingannata. Peggio ancora, mi sono lasciata ingannare.

In preda ai miei deliranti progetti immobiliari, ho visto la stessa casa due volte, senza riconoscerla. La prima volta l’ho scartata subito, la seconda ho pensato di comprarla.

Che è successo, tra la prima e la seconda visita?

Lo stesso che, secondo qualche hater (scatta l’allerta linguaggio cool), succede alle youtuber “prima” e “dopo” il tutorial per gli smokey eyes: mi volevano vendere un’immagine che non c’è. Infatti credo che, in gergo immobiliarista, si chiami proprio “operazione di maquillage”.

O almeno così l’ha definita l’agente immobiliare che, la prima volta, mi ha mostrato quella centralissima accozzaglia di luoghi comuni su come sia fatto un appartamento qui: ripostigli senza finestre messi lì a rimpicciolire il salone; metri utili di terrazzo trasformati in… lavatoio (ma una lavatrice in cucina, no?); sgabuzzino superfluo per attrezzi in disuso. C’era anche il mio spreco di spazio preferito: quell’anfratto mangiacamere che si chiama vestidor. Il “guardaroba” ce l’hanno anche i miei, ma la loro è una stanza vera, perdio.

Insomma, la prima volta ho visto tutto questo, ho sentito il prezzo e me la sono data a gambe. Il tizio mi ha telefonato il pomeriggio stesso: “Se lo scarti, faccio l’operazione di maquillage e scatto le foto”. “¡Adelante!” ho risposto, anche se era svedese.

E la seconda volta? Beh, prima di tutto le avevo beccate online, queste foto ritoccate a dovere: il fotografo dell’agenzia ci sa fare. Inoltre, stavolta ero arrivata in metro e non a piedi, e sono una che non si orienta per trovare il suo bagno. Infine, ormai sfioravo i quaranta appartamenti visitati, e questo qui era stato letteralmente il secondo. Il prezzo era anche “sceso”, tipo quei portafogli in saldi “a soli 59.99”, e se non mi dai il centesimo di resto m’incateno alla cassa.

Quello che era cambiato davvero, però, era l’idea, dell’appartamento.

La distribuzione delle stanze, ad esempio: rispetto al vuoto cosmico di prima, c’erano pochi mobili IKEA e qualche letto, roba dozzinale che però mi “suggeriva” un arredamento futuro.

La morena che stavolta sostituiva lo svedese era stata onesta fin dall’inizio: era tutto falso, i letti, se toccati, si rivelavano sacchi pieni di roba morbida, con sopra un lenzuolo.

Ma ormai avevo già prenotato quella che credevo essere la seconda visita, da effettuare col povero architetto che ancora non mi ha buttata giù da qualche attico senza ascensore. E che, armato di metro laser (lo voglio!), mi ha ricordato che il gioco non valeva la candela. Per allora, però, ripassando le foto avevo già riconosciuto la cucina, che era rimasta “senza trucco”: era troppo brutta, l’avevo già vista da qualche parte! Il resto l’ha fatto la riesumazione di antichi messaggi WhatsApp, che le ricerche di dottorato a qualcosa mi sono servite.

Come ho potuto cascarci? Attenti, perché sto per ricavare una lezione di filosofia da un mio evidente scimunimento: la seconda volta, con tutta l’ipocrisia dell’operazione, mi avevano venduto un’immagine. Mi avevano mostrato come un vecchio appartamento sarebbe potuto diventare casa. Ci avevo visto proprio me, lì dentro, ad abitare quelle stanze, a portarci i miei affetti, ad arrabbiarmici, a uscirci sbattendo la porta, per poi ritornare poco dopo.

Ecco cosa fa questo tipo di “maquillage” alle case, alle youtuber e alla gente.

Per questo deve diventare il nostro migliore alleato.

Perché quello che chiamiamo ipocrisia a volte è solo proiezione, un’immagine positiva di ciò che potrebbe essere. E funziona con tutto.

Perfino con la politica.

Ne riparleremo.

(Uno smokey eyes ddde classe)

Ok, queste sono IKEA, ma è per dire

Dite a mia madre che ha fatto una gran cosa.

No, perché io ero troppo occupata a insistere che non ce n’era bisogno. A pensarci bene, ero troppo occupata e basta. E pensavo davvero che non ce ne fosse bisogno.

In fondo, quand’è che uso più camera mia in paese? Alle feste comandate, e a qualche improvvisata estiva. Un po’ poco, insistevo, per far montare le tende anche lì.

I vicini mi hanno sopportata in tutte le salse: ginnasta accanita, adolescente ai primi baci. Non ho mai capito cosa si vedesse attraverso i fori della persiana, e ormai non me lo chiedo più.

Così, quando sono andata a riporre il computer in camera – sloggiata da uno di quei tecnici di paese in costante ritardo, con il “don” davanti a indicarne l’età – avevo anche dimenticato che, per la prima volta in trent’anni, ci avrei trovato le tende.

Mi ha investita un velo di frescura: onde di lino immacolato, d’aspetto antico. Intendiamoci, le tende erano come appena acquistate, solo che erano fatte troppo bene per esserlo davvero.

Infatti, mi ha spiegato la committente di quel capolavoro, erano “le tende di nonna”.

Che per inciso ha lasciato questo mondo da quattro anni, e casa sua, sotto la nostra, mi pare un po’ un museo. La mia nuova vena immobiliarista mi spinge anzi a fare l’agente cinica, che sussurra che “con una parete divisoria e un po’ di lavori vengono su due quartini fantastici!”.

Lo scherzo viene accolto con rassegnate proteste, come una specie di sacrilegio verso un luogo che significa ricordi, anche ora che è spogliato dei suoi antichi abitanti e lasciato in balia delle cose: l’angolino ammaccato nel vecchio frigo che diventava un pesce, se il lampadario era acceso e inclinavo la testa nel modo giusto; io che in corridoio saltavo solo sulle mattonelle a fiori, e all’altezza del salone mi meravigliavo per un’improvvisa violazione di tanta simmetria. Ora capisco che qualche incidente domestico aveva giubilato un tratto di pavimentazione, sostituita poi con delle piastrelle disadorne. I misteri dell’infanzia hanno soluzioni facili.

Mi scopro a percorrere quelle antiche rotte anche adesso che approdo tra le stanze vuote solo per dare un’occhiata alla biblioteca del nonno, o assicurarmi che, nella cameretta di uno zio che ormai ha figli maggiorenni, ci sia l’acqua per il mio ragazzo in visita da Barcellona, se al piano di sopra siamo al completo.

M’intristisce sempre quella casa vuota, concepita per le famiglie numerose di un tempo, quasi come m’intristiva camera mia abbandonata ai suoi cimeli, a qualche regalo improbabile dimenticato su uno scaffale, ai libri ancora da leggere di cui non voglio ripassare la dedica.

È da un po’, però, che ho capito che il rimedio è uno solo: creare presente.

Parlo sul serio. Vedere cosa succede ora, quali amici rispondono all’appello, quali vestiti del liceo mi vanno ancora (più di quanti crediate!), e addirittura cosa c’è di nuovo, cosa si può cucinare ancora con gli avanzi delle mie vite precedenti, messi a bollire nell’acqua passata.

E quelle tende che neanche riconoscevo, così pulite ed esposte a un sole nuovo, me l’hanno ricordato.

Mi hanno ricordato che i miei ormai hanno una loro vita nella mia nuova città, che visitano spesso, e che io stessa, quando visito loro, ho nuovi posti in cui andare. E posti vecchi da evitare, se il locale che mi serviva la Ceres senza chiedermi la carta d’identità diventa una gendarmeria che mi sloggia dal tavolo per un commensale in ritardo!

Creare presente, ragazzi, è il miglior modo di disporre dei ricordi.

Ho amici sopravvissuti alle partenze, e ai ritorni (che si sopravvive pure a quelli), alle inevitabili delusioni tra amici, e altri che sembrano non avercela fatta, e che magari mi ritroverò davanti quando meno me l’aspetto.

Come queste tende che neanche ricordavo, restituite a nuova vita, e a nuovi, spero freschi, misteri.

Risultati immagini per vacanze di natale 2000 vanzinaSituazione 1. “Vuoi dire che la gente è idiota?” il collega mi guarda con un misto di sorpresa e compassione. Ovvio, rispondo. Siamo in ufficio, a Barcellona, non ricordo neanche più l’argomento della conversazione. So per certo che lui conclude:

“Sta’ attenta, perché chi crede che la gente sia idiota dimostra di essere idiota lui”.

Sono passati molti anni e ci ho pensato tanto, e per quanto sia dura devo giungere all’irrimediabile conclusione: sono idiota io.

Situazione 2. In quest’articolo su Repubblica, una famiglia italiana racconta di quando ha accolto l’invito ad “accoglierli in casa sua”, decidendo di ospitare un profugo. Loro erano entusiasti, il tipo invece era schivo e preso dal suo lavoro (ovvero, il mio coinquilino ideale!). La famiglia ammette che, quante più aspettative ti fai, peggiore risulta l’esperienza. Toh, come per tutto.

Situazione 3. Alla fine è successo: questa fantastica associazione che distribuisce oltre 200 pasti a sera fuori l’Estació del Nord di Barcellona ridurrà i giorni di volontariato, per tensioni con gli assistiti. Se ricordo bene, c’entravano qualcosa questi ragazzi che sniffano colla. In ogni caso, ricordo che una volontaria, in un’associazione simile, aveva smesso di collaborare dichiarandosi scontenta perché “Nessuno le diceva grazie”.

Questi tre episodi, per me, hanno un minimo comune denominatore: il sacrosanto diritto a essere idioti. Aggressivi mai, eh, solidarietà con l’associazione. Idioti sì. O anche solo timidi, o egoisti. Credo sia giusto rivendicarlo, in tempi in cui qualche benintenzionato chiede “Hai mai abbracciato uno zingaro?”. Perché qua non si tratta di andare in giro ad abbracciare le persone, ma di riconoscere i loro diritti anche se sono perfette sconosciute, e non ci faranno sentire eroi per il solo fatto di “trattarle bene”, che dovrebbe essere la norma.

Questo vale per tutti, che siano rifugiati, senzatetto o fan dei Vanzina , della cui cinematografia ricordo con piacere (a parte le improvvisazioni del Dogui che brillava di suo comunque) solo Massimo Boldi, in tenuta simil-bavarese, che dichiara: “Sembro Ludwig von Pirlen!”. Ahahah. Oh, ve l’ho detto, che sono idiota.

E ci ho passato un compleanno, con l’associazione del punto 3: ero maldestra nel tagliare la mia torta, e una tipa si era lamentata in modo poco gentile della sua razione. Allora gliel’avevo sostituita con fare piuttosto brusco, scatenando l’eterno dibattito col mio ragazzo: se uno mi tratta male può essere un senzatetto o il sultano dei Brunei, ma ‘o faccio chiagnere senza mazzate (cit. Mariarca). Per lui il senzatetto ha più di un’attenuante, rispetto al sopracitato sultano.

Per me invece abbiamo tutti una grande attenuante: se “idioti” non vi piace, dirò con Benni che siamo Comici, spaventati guerrieri. Che non si tratta di idealizzare la gente, o verrà sempre qualcuno a dirci che veniamo dalla montagna del sapone, ma di riconoscerle lo stesso nostro diritto a essere umana, fragile, o perfino idiota, se occorre.

Ne riparleremo.

 

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da buonissimo.org

Io ve lo dico: la Vueling è impazzita di nuovo.

L’indepe di casa è rimasto, appunto, a casa. Io, in un Armageddon di sportelli non funzionanti, ho lottato prima con un terminale automatico, e poi con un giovanotto piantonato da due russe in lacrime, che volevano essere spedite a Mosca. Il mio incredibile 1E, assegnato “last-minute”, è diventato 1A per la distrazione di una passeggera: dunque, primo finestrino a sinistra, in categoria lusso.

Ma il “trova l’intruso”, per le hostess, è stato fin troppo facile: ero l’unica sotto i 60 anni, avevo un vestito a margherite slabbrato dai lavaggi e due sporte della spesa, di cui una conteneva il Lenovo.

Insomma, la sensazione di non appartenenza che mi prende quando torno “a casa” è cominciata, comicamente, in aereo: ormai è un gioco, per me, scoprire cosa c’entro col posto a cui torno, e cosa proprio ci separa per sempre.

Come la villa antica che contemplavo ammirata al ritorno dai pomeriggi con le amiche: è diventata un Bed & Breakfast! A un quarto d’ora di treno da Napoli: mi hanno fregato l’idea, maledetti.

I pettegolezzi, invece, non cambiano mai: chi si è lasciato con chi, e chi (di solito donne) sta con qualcuno che “dovrebbe lasciare”. Mi fa ridere sempre un po’, quest’ultima idea di dire a una con chi deve stare, perché non funziona e fa sentire ancora più sola la tizia in questione. Che magari lo sa benissimo, che non dovrebbe starci, ma lo vuole fare per motivi assortiti, che c’entrano con l’amore e con… Whitney Houston (sì, proprio lei), che chiede a Kevin Costner se non ha mai fatto qualcosa che non avesse nessun senso, tranne “dentro di te, nel tuo stomaco”.

Se non è caponata, è amore romantico, ed entrambi vanno presi a piccole dosi: ma ormai il secondo l’abbiamo respirato con l’aria fin da piccole, ed è difficile capire perché non va.

Allora, quando un’amica sta con uno che la considera un’alternativa in 3D a youporn, o una minaccia alle sue convinzioni, parto con lei da quell’idea balzana per cui, se l’altro la disprezza, in fondo in fondo ha ragione. Finché una parte di lei lo penserà davvero, sarà difficile tracciare limiti.

E la forza che la può cacciare da quest’impiccio è come la presa per caricare il cellulare, in ufficio: da qualche parte esiste.

Tutt’è spostare mobili.

https://www.youtube.com/watch?v=vYy0IuAI4oI

 

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