Devo dire che l’ho sentita in due lingue, e da uomini.
Più amici mi hanno raccomandato, sulla storia di volere figli, di “non dirlo subito a un uomo, che noi poi scappiamo”. Messa così, la questione mi sembra rilevare due cose:
la fragilità di uomini che della “fuga” fanno quasi un orgoglio, un adorabile difetto;
l’idea triste che abbiamo delle relazioni.
Queste ultime, lungi dall’essere un momento d’incontro, di sincerità, di comunicazione efficace, diventano machiavellici do ut des, in cui devi usare strategie per ottenere ciò che vuoi dall’altro, e magari, a dirla tutta, ignori ciò che l’altro voglia sul serio. Dirlo e basta non rientra quasi mai tra le opzioni.
Nella Barcellona da bere non ho molti amici con relazioni stabili, ma sul fronte italiano mi confidano di tutto: a volte mi sembrano liceali che vivono con il tipo o la tipa per cui hanno una cotta, però “non sanno se ricambia”. Altre volte mi sembrano generali che si squadrano attraverso un campo di battaglia – perlopiù la cucina – in attesa di chi farà la prima mossa.
In un rapporto così, fatto di piccole battaglie vinte e guerre mai combattute, si crea un effetto paradossale come quello del climatizzatore col riscaldamento globale: alimentiamo lo stesso problema che, in teoria, staremmo risolvendo momentaneamente.
Per questo rivendico il mio diritto alla sincerità, che parte da quello, poco alla moda, di sapere ciò che voglio. Se so che voglio figli, come mi può andar bene con uno che non ne vuole? Omnia vincit amor un par de ciufoli. Allo stesso modo non voglio rapporti a distanza, perché cerco un contatto fisico quotidiano, e ho imparato ad assicurarmi che per l’altro non sia un problema nel caso, frequente nella Barcellona mileurista, che entrassero più soldi a me (l’orgoglio inculcato negli uomini sull’argomento è duro a morire). Le circostanze della vita potrebbero farmi cambiare idea sulle mie priorità, ma il punto è questo: se sappiamo cosa vogliamo, e sappiamo comunicarlo, siamo sicuri di volerlo mandare a monte per “l’ineluttabilità dell’amore”?
Perché so che queste di sopra possono sembrarvi aride elucubrazioni. Anche io sono cresciuta guardando Disney, e apprendendo dalla pubblicità che col rossetto giusto finirò per uscire con Jason Momoa. Ed è così affascinante l’idea che lì fuori ci sia una persona, e una sola, che vada bene per me, che manderà a monte tutti i miei progetti (tipo l’eliminazione del soffitto di cristallo) e basterà guardarci per capirci.
È un’idea affascinante, ma complica la vita invece di rallegrarla, quando non la rovina.
Perché qui siamo oltre il pensiero per cui l’amore romantico “crea false aspettative“: a me sembra, piuttosto, che crea falsi bisogni. Perché di uno che mi mandi a monte i progetti, francamente, non ne ho bisogno: se ancora considerassi sul serio l’ipotesi di una relazione, ne vorrei una che mi accompagnasse nella mia vita, invece di stravolgerla.
Per questo ho tradotto un articolo de La Vanguardia di quelli che di solito salto a pie’ pari, sulla “psicologia di coppia”: questo qui mi sembra utile e scritto bene. Il che, considerata la testata che lo ospita, è quanto dire.
Spero ne facciamo una “via di fuga”, questa sì intelligente, da una vita di bugie e sotterfugi che non meritiamo.
(Traduco qui sotto quest’articolo di Rocío Navarro Macías, pubblicato sull’edizione online de La Vanguardia del 28/10/19. Lo faccio perché la questione della sincerità mi sembra una delle più paradossali tra le faccende umane: come ideale è un pilastro della nostra società, ma spesso viene del tutto rimossa dalla nostra educazione sentimentale. Magari, con una persona cara, ci viene infinitamente più spontaneo “farglielo capire”, o arrabbiarci, rispetto a dire esattamente cosa ci affligge e perché.)
Forse c’è un errore, tu non parli bene…
Ottenere uno scambio d’informazioni fluido è la chiave per mantenere la connessione emozionale e una relazione soddisfacente
Il fatto che lo scambio d’informazioni non fluisca scatena una serie di sfortunate circostanze in una coppia: “La comunicazione è la risorsa fondamentale per mantenere un rapporto di coppia soddisfacente”, spiega Nando Quesada Pérez, psicologo esperto in terapia di coppia del Centro de Psicología Bertrand Russell di Madrid.
D’altronde, è comune che sorgano problemi man mano che la relazione avanza. Uno dei motivi che provocano queste difficoltà è un aspetto inerente alla condizione umana: i cambiamenti che si producono nelle persone nel corso del tempo. “Non dimentichiamo che una coppia è formata da due individui che sono in continua evoluzione. Sarebbe davvero eccezionale se le necessità, gli interessi o le preferenze di ciascuno dei due fossero sempre alla pari” aggiunge.
Le conseguenze di non aggiornare tutti questi aspetti si associano a situazioni di stress, litigi e frustrazione. A questo si unisce la sensazione di stare insieme a qualcuno che, realmente, non conosciamo più. Questa situazione, inoltre, provoca una disconnessione emozionale che incide sulla difficoltà di arrivare ad accordi o decisioni più complesse. La buona notizia è che si può lavorare per stabilire una buona comunicazione e con quella migliorare molti ostacoli che appannano la relazione.
Gli scogli da affrontare
Miti romantici, aspettative poco reali
Nessuno riceve un manuale d’istruzioni per saper gestire la coppia. Di solito neanche si pensa alla questione finché non cominciano a sorgere i primi problemi. La questione è che, a meno che non si sia esperti in materia, la comunicazione nei rapporti affettivi non è affatto semplice. Inoltre, esistono molti miti romantici che creano aspettative poco reali e iniziano a ostacolare lo scambio d’informazioni.
“Un esempio di ciò è ‘il mito della divinazione’, che consiste nel credere che il o la partner dovrebbe sapere cosa voglio o come mi sento per il semplice fatto di amarmi. Questo fa sì che tacciamo alcune cose, perché ‘non dovremmo neanche dirle'” confida Quesada.
A questo si aggiungono altri ostacoli, come la capacità di esprimersi in modo corretto con il compagno. “Questo può inibire la comunicazione e aggiungere ulteriori problemi da risolvere” spiega.
L’atteggiamento
Più tempo si sta insieme, maggiore è la necessità di comunicazione
Quando s’inizia una relazione di tipo romantico, di solito entrambe le parti hanno interessi e obiettivi comuni. Però, col passare del tempo, è difficile che l’evoluzione di entrambi vada nella stessa direzione. “Può trattarsi di una specializzazione eccessiva all’interno della famiglia. Per esempio, tu ti occupi dei bambini, della casa, del contatto con la famiglia, e io dell’economia, della burocrazia annessa, e degli affari. Questo, dopo tanti anni, può generare due universi mentali molto diversi” analizza lo psicologo clinico Esteban Cañamares.
Di solito, il fenomeno progressivo di non riconoscere più l’altra persona ha come effetto una disconnessione emotiva. “L’inizio delle relazioni è molto più semplice, perché generalmente non ci sono decisioni rilevanti da prendere, al di là di cenare in un determinato posto o vedersi ‘a casa tua o a casa mia’” rivela Quesada. Si tratta di una tappa in cui la comunicazione è più facile e sensoriale. “Inoltre ci troviamo in condizioni biochimiche specifiche. Man mano che passa il tempo, ci torniamo a stabilizzare da un punto di vista chimico e cominciano ad arrivare decisioni più complesse da risolvere. È allora che si richiede una comunicazione più sofisticata. Qui, di solito, cominciano le difficoltà” confida Cañamares.
Lo specialista ricorda che esistono quattro atteggiamenti che deteriorano una coppia. “L’indifferenza o l’evitamento, come ad esempio il fatto di guardare il telefonino quando l’altra persona sta cercando di comunicare qualcosa, o rimandare costantemente il momento di parlare. Un’altra cosa è la critica globale, con etichettature non necessarie come ‘sei uno sconsiderato’. C’è anche l’ironia o il disprezzo, con cui si sminuiscono i desideri dell’altro; e, per ultimo, il contrattacco“.
A volte il messaggio che vogliamo trasmettere non è quello che comunichiamo
Comunicare con assertività non è sempre facile. Dipende dal carattere, dallo stato emotivo che ci troviamo ad affrontare e dall’abilità di mantenere una postura ferma e essere chiari nell’esprimerla. Però, oltre a questa capacità, esistono altri aspetti che possono rendere difficile in certa misura il fatto che il messaggio che vogliamo dare giunga a destinazione.
“Magari si sta usando una formula non adeguata (come dare all’altra persona la responsabilità del mio malessere), un canale di comunicazione infelice (WhatsApp a volte non è la migliore opzione per certe cose), un momento inopportuno (come una fase di grande stress lavorativo)… Inoltre, dobbiamo tenere in conto che il destinatario del messaggio può avere difficoltà e distorsioni nella sua interpretazione al momento di riceverlo” spiega Quesada.
Le interferenze tra quello che vogliamo trasmettere e ciò che realmente comunichiamo possono venire anche dagli stessi conflitti interni. “La causa può risiedere nel fatto che i nostri veri interessi si impongano al momento di comunicare” aggiunge Cañamares. Per questo, è fondamentale fare un’autovalutazione della situazione prima di lanciare il messaggio.
Migliorare la comunicazione è un compito non solo necessario per chi parla, ma anche per chi ascolta. Però esistono strumenti applicabili in entrambi i casi che possono facilitare il processo. “Questi schemi possono essere complessi se prima non c’è un esercizio individuale interno per aggiustare aspettative o rivalutare credenze che possono stare interferendo nel modo di agire” avverte Quesada.
Un lavoro semplice che può fare la differenza per chi ascolta è evitare termini assoluti come “sempre”, “mai”, “tutto”, “niente”… In questo modo si trasmette un atteggiamento più flessibile, che darà luogo a un’atmosfera più conciliante.
Allo stesso tempo è importante trattare un solo argomento in ogni conversazione, per non correre il rischio che si finisca per parlare di qualcosa di diverso da quello che abbiamo proposto.
Altri aspetti da valutare sono legati all’empatia. “Il ponte tra due persone è molto più bravo se proviamo a capire l’altro, e non pretendiamo il contrario. Va considerato anche il linguaggio non verbale, perché diciamo di più con il tono, i gesti e la postura che con le parole” confida l’esperto in terapia di coppia.
Inoltre, ricorda che è importante evitare di dare la colpa al/alla partner del nostro proprio malessere, perché genererebbe una resistenza da parte dell’altra persona.
È importante anche trovare il momento opportuno per parlare. Sia il contesto che lo stato emotivo influiscono in modo evidente nella comunicazione. Risulta ovvio pensare che una situazione di stress non è il miglior momento per cominciare a parlare, ma quando si sente il bisogno di sfogarsi con urgenza si ignorano molti di questi fattori condizionanti.
“La fluidità nella comunicazione può essere difficile quando, da un punto di vista emotivo, siamo molto reattivi o vulnerabili; è preferibile parlare in condizioni di serenità” raccomanda Quesada. Per questo, è meglio rimandare la conversazione se siamo particolarmente stanchi, c’è un bambino che piange o si presenti qualsiasi altra situazione che alteri lo stato d’animo.
“A volte è interessante anche scegliere il posto adatto. Può essere raccomandabile uscire dalla zona abituale di conflitto, associata alle discussioni, e parlare in un altro posto, prendendo qualcosa da bere, facendo una passeggiata…” conclude.
Ancora con la storia dei fiori nei cannoni? Antichi!
Nel mio vicolo, coi fiori, ci facciamo direttamente le barricate!
Infatti sabato, a manifestazione finita, mi sono ritrovata davanti tre fioriere, schivate da sedicenni che cominciavano a mettersi il bavaglio, mentre i poliziotti uscivano in massa dal vicolo adiacente: quello dietro la Policía Nacional. Sì, erano in tenuta da Darth Vader, e se non è stato uno scherzo della mia immaginazione uscivano davvero a culo indietro, tipo gamberi. In ogni caso, mi è come scesa dal cielo la voce di Fabrizio Frizzi: “Maria, per te la manifestazione… finisce qui!”.
Il tempo di avvisare dei turisti giapponesi con bimbo al seguito che non era una buona idea passare per i Darth Vader, solo perché il loro albergo era “dall’altra parte della strada”: meglio allungare il cammino oggi, che finire all’Hospital del Mar fino a domani! Non c’è stato bisogno di spiegazioni, invece, per le ragazze che passavano sgarzole in cerca dei localini su via Laietana, che supponevo chiusi, sprangati, e arrivederci a mai più.
Devo dire che la manifestazione di sabato (circa 380.000 persone) si è svolta davvero tranquilla e partecipata quasi fino alla fine: quindi, se allo sciopero generale è stata la polizia a caricare, stavolta mi sa che i giovanissimi di turno avevano messo le fioriere per conto loro. Non sono servite invece le transennine di questo bar a fermare la furia degli agenti che hanno scassato un po’ tutto, perché un avventore li sfotteva.
Insomma, anche questa è andata: gli unionisti del giorno dopo erano “manifestanti della domenica”, in tutti i sensi. Gente che parlava di soldi e di vacanze quando non sventolava la bandiera spagnola e cantava canzoni che io associo al franchismo, e loro, semplicemente, all’infanzia. I pochi col braccio alzato e il bavaglio, che cantavano Cara al sol, sono stati ripresi invano da vecchietti con bandiera spagnola, che l’inno della Falange lo dovevano intonare sul serio ogni giorno, a scuola. Io facevo amicizia con i venditori ambulanti di bandiere (stavolta spagnole) che si lamentavano dei magri affari, e mi chiedevano se fossi “spagnola o catalana”, per poi ridere: “Napoli! Mafia!”. Al mio ex, loro compaesano, rispondevo simulando un’esplosione, ma adesso mi scocciavo di riaprire anche questo fronte qui.
Anche perché la Policía Nacional, intanto, altro che assetto antisommossa: veniva coccolata da cori stile “A por ellos”, in pratica un invito a menare gli indipendentisti, che pure hanno adottato, ironicamente, lo slogan (e chiedono subito dopo “dove sta il lampione” contro cui si è impigliato il paracadutista il Día de la Hispanidad). Si limitavano a sbarrare il passo alla vittima, come potete vedere, anche i mossos presenti quando una che andava sulla Rambla con la bandiera catalana ha ricevuto un ceffone da una “patriota”.
A parte questo, tutto bene.
La questione è che queste cose non cancellano la vita di ogni giorno, per fortuna o purtroppo. Devi fare quello e quello: nel mio caso, stare attenta alle fioriere a centro strada e capire come farmi una visita medica due volte all’anno senza che mi spennino, o mi diano appuntamento tra sei mesi. Oppure, capire se Leroy Merlin taglia il legno su misura, o mi devo trascinare fin dal carrer d’Aragó il mensolone che farà da scrivania alla stanza piccola: quella che, in mancanza di soluzioni più ampie, doveva ospitare un bambino, e invece ospiterà me ora che vengono i miei per la Castanyada (coraggiosi!).
Tutto come prima, niente come prima.
Continuo ad avere la sensazione che la mia vita, da un po’, sia come la megafesta a cui ti prepari comprando chili di palloncini e passando ore in cucina, e poi si presentano giusto tuo cugino, la collega più simpatica e magari la vicina di sotto, se mettete la musica troppo alta: insomma, molto sbattimento, per risultati modesti.
(Tra l’altro ho capito perché la vicina di sotto si lamenta degli schiamazzi, e aspetta sempre pacchi di Amazon: ci ha l’AirBnb clandestino!)
“Sei felice?” mi è stato chiesto. Contenta, ho risposto: difficile fare il botto in un momento di scelte e rinunce, e in un’epoca da definire.
Però mi è stato detto di nuovo, stavolta da una giovane donna di belle speranze, che “le ho cambiato la vita”, e questo mi ha ringalluzzita peggio di una pubblicazione inaspettata della Penguin (che se vuole sto qua, eh). Perché ho ricordato che questo momento sospeso che vivo è il seguito di tempi molto più bui, da cui sono uscita benone. Figurarsi se non succederà anche adesso!
E no, non è vero che cambio le persone: sono loro che a volte vengono da me, attirate da qualcosa che ho detto nel gruppo di scrittura, o da una battuta che ho fatto sulle case editrici truffaldine. Mi lasciano intravedere le loro vite che cercano solo una spintarella per trasformarsi: la motivazione per scrivere più racconti (e magari ne esce un progetto artistico), o per andare a vivere da sole (e all’improvviso spunta la casa giusta). Allora consiglio libri – di solito con le mie artiste funziona Julia Cameron , consigliatami da una vera scrittrice – e spiego cose di quello che è successo a me: il miglior aiuto per cambiare è mostrare come l’hai fatto tu.
Questo è alla portata mia, e vostra, e di chiunque.
La cosa più inquietante del mio, di mondo, è la calma di ogni giorno: qui la rabbia è diventata una giornata come le altre, in cui ho finito la candeggina. Allora scatta la passeggiata tra sacchi dell’immondizia accumulati in assenza dei bidoni – bruciati e mai rimpiazzati “per motivi di sicurezza”. Il magazzino di elettrodomestici ha gli ingressi sprangati, tranne quello che fungeva da uscita, e tra le infinite file di scaffali del Corte Inglés non si aggirano che qualche signora un po’ stranita, e i pochi turisti che si avventurano in zona. Stanno tornando, eh: quelli lì, letteralmente, chi li ammazza. E tranquilli, ci aggiungo subito un “meno male”. Almeno loro. A voler evitarli, bisogna scapparsene su via Laietana, ma dal lato del chiosco delle riviste, perché il marciapiede della Policía Nacional è ricoperto di transenne. Sono uguali a quelle impilate in attesa all’angolo di casa mia, nell’incrocio col retro della caserma. Stanno lì, come i sacchi dell’immondizia, a ricordare che qualcosa è successo, e qualcosa succederà.
Lo sa anche il bambino che, su un raro spiazzo accanto all’Arc de Triomf, si lancia in picchiata in triciclo gridando: “Al fuoco! Al fuoco!”. E varie teste si girano in fretta a ogni scoppio, fosse anche quello di un palloncino. Poi tornano ad abbassarsi.
In quartieri meno centrali non è così, si capisce. Ma da Plaça Catalunya mi separano pochi passi, e mentre li percorrevo ieri pomeriggio, diretta alla manifestazione cilena, il solito chitarrista di strada sul Portal de l’Àngel intonava i Coldplay dietro i fari blu delle camionette. Erano quattro, disposte in fila davanti al magazzino che vende zen in comodi flaconi di olio e incensi, anche in confezione regalo. Qualcuno dei bei ragazzi in divisa osservava di sbieco le commesse, che offrivano campioncini alle passanti.
Ma tutto quello non era per il Cile, mi sono detta prima d’immergermi nella manifestazione più bella che abbia visto da anni: un trionfo di slogan (“facciamo paura perché abbiamo perso la paura”), percussioni di ogni tipo (uno aveva ancora l’etichetta del prezzo sul bollilatte, comprato apposta per sbatterci su il cucchiaio), e di Inti Illimani cantati con l’accento giusto.
Ho accusato stoica i colpi di chitarra nei reni del suonatore in poncho inca, che però ogni tanto mi chiedeva scusa, e ho scherzato con un amico bassetto che ho incrociato ormai a metà Rambla: si accodasse, che era la prima manifestazione con poche schiene abbastanza alte da coprirci la testa del corteo… Quello ha riso – per fortuna! – e si è scusato: aveva un appuntamento in un’ora, e ormai si faceva buio,
Se n’è andato lui, ed è venuto l’elicottero.
Addirittura, ho pensato vedendolo volteggiare sulle nostre teste. Ma poi, come per le camionette di poc’anzi, mi sono detta: non è per noi.
Quando abbiamo raggiunto la statua di Colombo, tanto “cara” alle manifestazioni latine, altre quattro sirene hanno fatto per venirci incontro dal lato del mare, ma poi hanno girato tutte a destra, sul lato della Rambla opposto al nostro. Si sarebbe detto che andassero…
Sì, avete indovinato. Verso casa mia.
Ma poi ho letto le notizie: manifestazione di studenti e sindacati indipendentisti a Plaça Universitat. Semplicemente, per l’occasione erano tagliate le stesse strade che non avevano più bidoni.
“È che a queste cose mettono sempre dei nomi così insulsi…”.
La donna seduta accanto a me si è tolta il bavaglio per sfottere il soprannome dell’idrante “La Ballena”, che quella sera, venerdì 18 ottobre, sarebbe stato usato dalla polizia catalana per farsi strada tra le barricate in fiamme. La tipa era l’unica, bizzarra imbavagliata del gruppetto dell’altra volta, a cui mi sono accollata stavolta per riprendere lo sciopero generale: migliaia di persone sono venute apposta, a piedi, a Barcellona. Come l’altra volta, eravamo soprattutto noi donne a chiederci perché diavolo dovessimo andare proprio verso le mazzate: in questo caso, verso il fumo che si alzava in volte nere, più alte del Corte Inglés.
Una volta al sicuro, avremmo guardato il video in cui la polizia apriva le danze sparando su manifestanti seduti. Dice che è stata provocata, ma dalle immagini non si evince. In ogni caso, la tizia del bavaglio aveva ragione: ecco un elenco di cose di cui abbiamo solo il nome nudo.
Folla: mezzo milione (e secondo la questura!), con tanto di odore di stallatico negli angolini del centro… Ma i giornali parlano molto di più dei facinorosi, magari con titoli differenziati per pubblico.
Bandiere: tra quelle indipendentiste sventolava, ogni tanto, quella della Repubblica spagnola, contro un re schiaffato lì da Franco, e un primo ministro che viene solo a visitare i poliziotti feriti (mentre quattro persone hanno perso un occhio per lo sparo di proiettili di gomma).
Paura: di chi? Ormai sul tardi, le camionette avrebbero rincorso gente ferma in Plaça Catalunya, per costringerla a raccogliersi al centro della piazza.
Aria.
Quella cosa di cui ti accorgi solo quando manca.
Non avrei mai pensato che potesse essere un problema, non verso le otto, mentre tornavo a casa. E invece, da un lato della mia strada c’erano loro, giovanissimi e imbavagliati, e dall’altro c’era una transenna gialla, con dietro tre sagome in elmetto e fucile. Provavo a farmi strada tra incappucciati e telecamere – anche i giornalisti avevano rinculato, brutto segno – e non capivo in che direzione detonassero gli scoppi.
“Corriamo, loco!” ha gridato quasi divertito uno dei ragazzetti col volto coperto. Loco è un appellativo usato con una certa insistenza dalla gioventù tamarra locale, e il tamarretto è riuscito nell’intento: eccoci a defilarci come marionette ai suoi ordini, per scoprire solo dopo che non c’era un reale pericolo. Un giornalista, che parlava a debita distanza davanti a una telecamera, mi ha guardata con insistenza: che faccia dovevo avere?
Torniamo alla voce paura: la coppia di cinquantenni che era venuta a piedi lungo le autostrade bloccate mi spaventava perché non sapeva cosa fare in una manifestazione – defilarsi senza panico, chiudersi a paguro davanti agli idranti… – ma ci credeva. Quei ragazzetti incappucciati sapevano piuttosto bene come andavano queste cose, ma in realtà non sono sicura che credessero in qualcosa, che non fosse la loro divertita capacità di far correre tutti. Quello che voglio dire è: alcuni sembrano avere le idee chiare, almeno sulla funzione difensiva delle barricate davanti alle violenze. Quelli che mi facevano spazio venerdì sera, nel mio secondo tentativo di rientrare, mi sembravano più giocare alla guerra. Ma sto speculando: la vista di una folla preoccupata che usciva dal vicolo mi ha convinta a tentare di nuovo, facendomi sotto le pareti per evitare eventuali proiettili.
Sono passata quasi liscia: l’imbavagliato fuori al mio portone non si è neanche girato a guardarmi. A conti fatti, avrei potuto essere sua madre.
Sono in salvo, ho pensato chiamando l’ascensore. Poi me ne sono accorta.
L’aria: mi faceva male respirarla. Prima la gola, poi il naso. Come quando avevo messo troppa soda nella ricetta del sapone, e avevo dovuto aprire le finestre, o quando avevo inalato il peperoncino che bolliva con l’aceto, per fare il sambal oelek.
Qui era peggio: una parte di me mi diceva “Non respirare”. E mi buttava sulle scale prima ancora che capissi che erano i lacrimogeni, usati nella piazza, e nella metropolitana, a due passi.
Salendo i quattro piani, l’affanno si aggiungeva al bruciore, e dal telefono a cui mi ero attaccata mi arrivavano domande strane: “Hai del limone?”. No. “Te lo vengo a portare adesso!”. No: non venite, nessuno venga. Vi sparano.
Allora sono partite le istruzioni: apri la finestra – una che dia sull’ascensore, e non sulla strada – fatti una doccia, lava i vestiti, bevi tanto.
Sì, sì, dicevo. Mi sono resa conto solo dopo delle macchie di mascara sotto gli occhi. Non credo fosse solo la tosse.
Dopo aver fatto la doccia – “Devo lavare pure gli stivali? Ma no, sono i più comodi che ho per scappare!” – mi sono accorta che Siri Hustvedt aveva vinto il Premio Princesa de Asturias, e l’erede al trono di Spagna aveva fatto il suo primo discorso, in presenza dei regali genitori che si lanciavano sguardi orgogliosi.
Anche io ascoltavo questa tredicenne bionda impappinarsi, e impegnarsi a servire “la Spagna e tutti gli spagnoli”: l’ascoltavo sullo sfondo dell’elicottero e degli spari.
Forse il problema è tutto qua.
Tweet di Nacho MG, ripreso da publico.es
(Questo è un video girato da Stuart Farquhar, il mio inquilino che ha due balconi sul carrer Comtal, prima che facesse buio e arrivassi io. Lo sentite gridare: “Jesus!”).
Poi, tra i manifestanti “bloccati” a Passeig de Gràcia – perché davanti alla Delegación del Gobierno de España non ci stavano tutti – ho trovato gente che conoscevo, e sono rimasta. Più di quanto mi suggerisse il mio mitologico “istinto per le mazzate“, che dai tempi degli indignados mi fa allontanare un attimo prima che la situazione degeneri. Non so neanche se questi l’hanno capito, che io non sono indepe. È che non mi sembra la soluzione: ok, le sentenze politiche anche no, i bellicapelli che fanno i gradassi anche no, ma i politici catalani che ho visto non farebbero tanto meglio di quegli altri là. E una separazione mi pare troppo sbattimento per un progettone tipo: “Prima facciamola, poi vediamo”.
Di che si può parlare, allora, tra una folla che indossa a mo’ di mantello di Superman la bandiera giallorossa col triangolo indipendentista? Beh, di obiettivi comuni, tanti in fondo: avete visto l’ultimo sfratto nel Raval? Miii, ma che gli prende ai mossos, un altro po’ e sparano pure per buttare fuori casa una madre con due figli!
A proposito di sparare: i colpi che risuonavano dalla strada della Delegación del Gobierno venivano accolti con grida di giubilo. Era ironia, ovvio: dire pure “olé”, date le circostanze, sembrava poco appropriato. D’altronde, da un paio di strade più avanti, arrivavano notizie di cariche pesanti, e c’era chi aveva gli amici concentrati là. Ma che potevi fare? Solo restare lì e vedere che succedeva, finché…
Finché non hanno iniziato a sparare alle nostre spalle.
E i proiettili cadevano sempre più vicini. Se fossero scappati tutti via con la mia stessa velocità, sarei rimasta lì sotto, intrappolata nel lungo vestito rosso con cui ero scesa per fare delle fotocopie. E invece, con calma, la folla si è accostata all’unico tratto di strada ancora percorribile – quello opposto alla Delegación – e intanto cominciavano le trattative con quelli che restavano.
“Vieni con me”. Devo averlo detto con la stessa stanchezza con cui, due anni fa, dicevo: “Non andare”. Il mio interlocutore ci ha pensato pure, poi ha scosso la testa. Quindi ha acchiappato le due donne del suo gruppo che erano lì lì per squagliarsela, e non ricordo se ha preso la mia mano paralizzata per intrecciarla alla loro, oppure ha solo dichiarato: “Lei viene con voi”. E, una volta che la più giovane mi aveva preso per mano: “Fatemi sapere quando siete al sicuro”. Mi sono girata un’ultima volta, l’ho visto che tornava verso gli spari. Non mi sono voltata più.
Eravamo molte donne, a scendere, e noi tre non eravamo le uniche a tenerci per mano. Ce n’era una giovane che gridava: “Laia!”, ma proprio a squarciagola, e veniva da trovargliela, questa Laia, solo per farla stare zitta. Delle mie compagne, una aveva superato i sessanta, aveva cantato Cara al sol ogni giorno come la protagonista, sua coetanea, del romanzo che pubblico ad aprile. E ora, come la mia Pepita, non ci stava più a vedere certe cose. Era lei a dire a me e all’altra, forse quarantenne, “Tranquille, ragazze: siamo signore. Stiamo facendo una passeggiata”.
Io ci ho messo il tocco… guiri, come chiamano noi stranieri bianchi: ci avvicinavamo alla fighetta Rambla de Catalunya, dovevamo approfittarne e scendere per quella. Difficile caricare, tra turisti che mangiano crêpes salate e bevono sangria a ottobre. La più anziana titubava, voleva solo allontanarsi il più possibile, ma l’altra mi ha dato ragione. In effetti, due strade più in là, s’intravedevano i fari blu di un’altra camionetta.
Gli spari erano sempre più lontani, mentre arrivavamo a Plaça Catalunya e ci raccontavamo, ridendo per il nervoso, di tutte le volte che ci siamo vestite eleganti alle manifestazioni, ma poi ci sparavano (a me) o manganellavano (a loro) comunque: con buona pace della teoria femminista, a noi la mimicry non riesce tanto bene! Abbiamo ricordato episodi simili di poliziotti schierati davanti alla Rambla, così che la manifestazione finiva confinata al Raval. Le mie amiche se l’erano cavata passeggiando stoiche come signore tra gli agenti, mentre io litigavo terrorizzata con un amico altissimo e rosso, che mi aveva costretta ad attraversare con lui: “Siamo turisti”, mi aveva strizzato l’occhio.
Era nerissimo, invece, il mantero che ci ha accolte in Plaça Catalunya con la “bancarella” già racchiusa a fagotto, tra compagni di sventura che, invece, esponevano tranquilli la loro mercanzia di occhiali e borse cinesi.
“Che sta succedendo?” ci ha chiesto, allarmato dagli scoppi.
La mia coetanea gli ha sorriso e gli ha fatto capire che, almeno quella sera, erano troppo distratti per dare la caccia a lui.
Io vi capisco un solo giorno al mese, quando dite che mangiare vegano è costoso: cioè, quando mi viene il primo attacco di fame pre-ciclo.
In quel caso la Veganoteca, che di solito snobbo per comprare legumi vicino casa, dovrebbe esporre la mia faccia su un bel cartello stile Ghostbusters, perché, se sto nei paraggi, mi fionderò a comprarci tutte le schifezze possibili: un po’ come avrei fatto anni fa coi barattoli di Nutella a 5 euro il quarto, e qualche prosciutto di quelli che, alla cassa, scopri che costano 8 euro l’etto, porque esto es España, coño.
Per fortuna, in questo caso, me la cavo “solo” con dieci euro. Peccato, però, che tra sausage rolls con più carne di quelle che sbafavo a Manchester (e sono vegane, si diceva), e un labello che farò durare anni a costo di applicarlo su un labbro a settimana, mi sono scordata proprio di comprare lo zucchero.
Ho due alternative:
uscire il giorno dopo in pantofole, a caccia di supermercati mattinieri (da queste parti, quasi un ossimoro);
l’Inferno.
Quest’ultima opzione la conoscerete anche voi, col nome di supermercato del Corte Inglés.
Che affronto stoica nel quarto d’ora prima della chiusura, tra i clienti del venerdì sera che indugiano tra le bolg… ehm, tra i reparti. Ma non li temo: sono soddisfatta della mia falcata, e di quanto abbia chiaro il mio obiett…
E in offerta, cioè sotto i quattro euro. Fa’ che contengano miele, fa’ che contengano… No. Mi tocca comprarli. Maaaledeeetti!
Addio spiccioli, dovrò pagare col bancomat. A questo punto visito un attimo la Natural Burella (leggi il “reparto surgelati”), in cui un bimbo di origine filippina sta aprendo un’enorme vetrina piena di gelato per estrarne una confezione con su scritto: “Calippo“.
Certe cose non cambiano mai.
Come la voglia di sgranare edamame, se ne trovo un pacchetto (maaaledeeetti, parte seconda).
I miei raffinati calcoli su dove mettermi in fila per pagare mi suggeriscono d’incrociare le dita, e sperare in una cassiera un po’ arcigna – e molto stanca – che dovrebbe essere già in pensione. Apprezzo il comune odio per le coppie di mezza età che sollevano la pedanina per il carrello, e pagano la spesa necessaria per una squadra di rugby in comode monete da un centesimo…
“Invece io me lo ricordo, il codice del bancomat?” mi chiedo.
“Com’è andata la festa dei sessanta?” chiede la tizia dietro di me.
Cummare’, io a stento mi abituo ai quaranta che mi aspettano tra un po’… Ma a illuminarsi è la cassiera: il compleanno è andato benissimo, risponde. Solo che, dopo, a stento si reggeva in piedi!
Rido. Ridiamo. Ci piaciamo.
Tant’è vero che, quando arriva il mio turno, lei mi passa l’asticella di separazione degli acquisti, che sostituivo artigianalmente col braccio, e mi chiede se abbia spazio in borsa, per non farmi pagare la busta.
Putroppo, mi accorgo all’improvviso, quello che non ho più è… il pin del bancomat! Non dopo i millemila codici nuovi che mi ha sbolognato la banca “per la mia sicurezza”, e non dopo che l’inquilina che preferisce i contanti mi paga con quelli da mesi.
Come, “perché non me lo segno”? Bellezze mie, se mai ci siamo visti in vita nostra, sono in grado di dirvi cosa indossavate quella volta, e anche di darvi un’idea della nostra prima conversazione.
Intanto, ok, il secondo tentativo d’inserire il codice va a vuoto.
“Al terzo si mangia la carta” avverte la tizia, tra il contrito e il sospettoso.
La folla dietro di me osserva col fiato sospeso (e diverse bestemmie in corpo).
Io sospiro, fisso il prezzo sulla macchinetta del bancomat – 11.75?! – e desisto:
“Scusi, non so che succede… Parlerò alla mia banca”.
La tizia intasca dispiaciuta zucchero e surgelato, e per fortuna, prima che suoni tutto e vengano pure le guardie, mi ricordo che avevo già insaccato i chocopillows! Addio, fratelli obesi dei Rice crispies. Insegnate agli angeli a ricordarsi il numero del pin.
Me la squaglio sull’orlo delle lacrime, e penso nell’ordine:
ho buttato dieci minuti della mia vita nel Corte Inglés;
ho fatto letteralmente una figura di merda internazionale;
2329.
No, adesso non tramortitemi nel sonno per impossessarvi della mia carta milionaria: 2329 non è il vero pin, ma quello che meriterei (i napoletani capiranno). Però sì, me lo sono ricordato appena sono uscita a riveder le stelle.
Già che sto dando i numeri, ripenso anche a quell’inquietante 11.75 per dei cereali da colazione, un pacco di zucchero equo, e dei baccelli congelati.
Sta’ a vedere che il mio cervello mi ha fatto un gran favore, a rifiutarmi l’informazione numerica!
Fileremmo d’amore e d’accordo se, oltre a queste omissioni, passasse altri messaggi tipo: “Spegni il pc!”, “Non porti più la 40”, e soprattutto “Non vedi che è un pazzo?”.
E no, lungi da me dire “meno male che mi è successo questo!”, però scusate, sono anni che mi divido tra le dovute pernacchie al pensiero positivo (quello a tutti i costi, almeno), e la sensazione che quasi ogni azione umana, fosse pure l’acquisto dello zucchero, ha dei lati positivi e dei lati negativi. Per esempio: avevo rimosso del tutto di avere un barattolino di zucchero vanigliato, comprato quando mi ostinavo ancora a farmi i dolci da me. Così almeno lo uso!
Quindi è cosa buona e giusta concentrarsi su tutto il quadro, piuttosto che considerare un solo aspetto della questione.
Comunque il mio inconscio è un gran paraculo. Con la vecchiaia si ricorda solo le cose che dice lui.
Oh, alla fine l’ananas dell’altra volta, sparato a caso su abiti altrimenti carini, serviva a riassumere questo: spesso m’illudo che qualcosa mi stia andando bene, e alla fine non è così.
Una sensazione familiare, vero?
Adesso in Italia lo chiamano #mainagioia!
Allora vi faccio una domanda: cosa succede quando già vi preparate a una bella delusione… e vi accorgete che stavolta non vi tocca?
Perché non tutti la prendono bene, eh.
Nel giro di due settimane sono riuscita a farmi insultare sui social sia da un papà che ha figliato per maternità surrogata, che da un giovane vegano. Perché? Beh, perché ero dalla parte di entrambi! E loro proprio non riuscivano a crederci.
Nel primo caso, argomentavo che una cosa sia battersi contro le mafie che controllano la maternità surrogata, e un’altra “insegnare a campare”, per esempio, alla moglie di un marine, che decide di dedicarsi a quello con la stessa “libertà” con cui decidiamo di lavorare in un call center per otto ore, e pagarci l’affitto vendendo cose inutili. Che aveva capito, il papà, di tutto questo? Che io volevo “insegnare a campare” alle mogli dei marines! Ammetto che il mio spagnolo non sia perfetto, ma posso ipotizzare che il babbino caro non fosse proprio un fulmine di guerra? O magari era così abituato agli slogan categorici di altre commentatrici, che ha infilato anche me nel calderone!
Nel secondo caso, provavo a smontare il cliché sui vegani salutisti con l’argomento più potente che avessi: la mia dieta! Infatti odio frutta e insalata, e mangiavo un sacco di pasta fino a cinque minuti fa (e in questi cinque minuti ho perso quasi due taglie, insieme a qualsiasi traccia di tette ancora riscontrabile sul mio corpo!). Ma niente, quello se ne esce con: “Come si permette lei di giudicarci? È vegana, per caso?”. Sì, coglione, è questo il punto! E capisco che l’Italia se ne cade di filosofi che ti muovono critiche del calibro di “Slurp, bistecca!”, ma il fuoco amico anche no, eh.
Vabbe’.
Un esempio più ameno dell’ostinazione a non accettare “una gioia ogni tanto” è quello di un’amica che, a proposito della sua nuova fiamma, mi faceva un discorso che Antonio Albanese aveva già previsto dieci anni prima:
“Ho il terrore di essermi innamorata di lui. Quindi dobbiamo chiuderla qui prima che la nostra storia si trasformi in sofferenza… Lo so, sembro egoista, vero?”.
Per la verità, in quel caso appoggiavo il commento finale di Albanese/Epifanio: “Ma che sei scema, oh?”.
Alla fine eravamo solo gggiovani, tutte e due. Perché anche io, quanto a pippe mentali, non scherzavo mica. Che ne so, ero a un passo dal realizzare il sogno d’ammmore dei vent’anni? Meglio spararmi qualcosa come undici anni a Barcellona, e mi sa che ci rimango addirittura! Oppure, nella prima casa di cui fossi “titolare” e non coinquilina semplice (il che, nel regno del subaffitto, è un passo gigante per l’umanità…), osservavo un compagno d’università crollato sul divano dopo il pranzetto d’inaugurazione, e mi dicevo: “Tutto qui? Dovrei essere più contenta, per quanto mi sono sbattuta ad arrivarci…”.
E a questo punto, miei due lettori e mezzo, avrete indovinato anche dove voglio andare a parare: niente ci andrà veramente bene, se non gli diamo il permesso! Se non ci diamo il permesso.
Con questo non voglio mettere pressione sulle vittime di sfiga cronica. Il fatto è che, dopo anni passati con la sindrome del gabbiano Jonathan Livingstone, siamo proprio fissati con l’idea che non sia possibile trovare… una gioia, appunto, o almeno una connessione estemporanea con qualcun altro.
Eppure, vivere nello stesso pianeta a rischio, e con lo stesso tipo di pollice, ogni tanto unisce più del comune odio per la pizza all’ananas, che comunque mi sembra un’ottima base da cui ripartire! Molto più della rabbia che siamo costretti a nutrire per l’aspirante genocida di turno.
Visto? Da qualunque parte la si guardi, l’ananas c’entra sempre.
(Buoni primi quarant’anni a una tizia che una gioia non ce l’aveva manco per sbaglio! Tant’è vero che è morta a trentaquattro…)
Lo so, questi sono anche carucci. Ora immaginateli fluo.
Ananas. Quelle graziose macchioline sulla camicetta in vetrina, erano ananas.
Con tanto di cespo frondoso, color verde carico.
E niente. Specie da quando vivo qui, sono abituata al fatto che le cose che sembravano piacermi si rivelino spesso agghiaccianti.
La prova lampante ce l’ho quando butto un occhio nei negozi di carrer dels Tallers, nella patetica scorciatoia che prendo per evitare le masse in transumanza dalla Rambla. Oltre all’episodio degli ananas, c’è quello simpatico dei fenicotteri – prima scambiati per roselline – che a stormi rosa fluo popolavano un altrimenti grazioso vestito anni ’50: quando mi sono avvicinata, sembravano lì lì per spiccare il volo sulle frangette tagliate a metà fronte delle altre viandanti.
Che ci posso fare, va così. E così va pure con cose importanti, come l’amicizia.
Perché, vedete, ai primi d’autunno atterrano i ritardatari che risiedevano qui un tempo, ma che per la scappata annuale di rito non hanno trovato un biglietto per l’alta stagione. Arrivano e scoprono, ma ormai non è più una sorpresa, che i compagni di sbronze stranieri sono quasi tutti altrove a fare “lavori seri”, e i rari amici del posto hanno l’agenda piena fino al 2022. È vero, qualche straniero resta, soprattutto se è un’amica, sposata con un catalano dell’interior: dunque, sono minimo quaranta minuti di treno, e trenta euro in “giocattoli educativi”, per andare a conoscere Oriol e Mariona, di 4 e 2 anni.
Questi fanatici della crema solare a ottobre non la prendono bene: si chiedono perché non andiamo più a ubriacarci con loro a Vila Olímpica, o a vedere una cover band degli Oasis al pub irlandese vicino alla Rambla – cose che, devo dire, avrei trovato agghiaccianti anche a diciotto anni: sono nata nonna dentro.
A quel punto, noi pochi superstiti diciamo ai redivivi: benvenuti nel nostro mondo. Perché, vedete, c’è poco da filosofare e psicanalizzare, con Barcellona: la questione è il lavoro. Con stipendi intorno ai mille e passa, per pagarsi stanze che costano quasi la metà, la gente “europea” è quasi sempre di passaggio, e quella del posto fa la sua vita.
Dunque, ai motivi che sfasciano le comitive in paese – il lavoro a tempo pieno, i figli… – si aggiunge quest’estrema mobilità. Anche perché chi resiste di call center in call center, e si vanta di condividere la casa “con una sola persona”, si ritrova sempre meno offerte di lavoro con l’aumento dell’età: un mio alunno d’italiano ha capito subito chi fosse il mio amico appena assunto nella sua multinazionale, perché era l’unico in tutto il piano che superasse i quarantacinque! In effetti, l’azienda si vantava molto di non “discriminare per età”…
Questo quadretto è un po’ più drammatico, come capirete, rispetto agli ananas che imperversano sulle camicette della nonna! Però di buono c’è questo: con le amicizie che durano, ci sono una libertà e un rispetto degli spazi reciproci che difficilmente ho trovato in altre situazioni.
Perché, vedete, da un po’ sto frequentando un australiano del gruppo di scrittura, che vive lontanuccio col marito colombiano, e una polacca sudafricana (!) che è qui da poco, mentre ogni due settimane, famiglia permettendo, un papà francese mi vede per fare uno scambio linguistico. In tutti questi casi, sappiamo benissimo che abbiamo i nostri impegni, la nostra vita, e che rischiamo di non vederci per un bel po’.
Però sappiamo anche che, se il legame sopravvive alle difficoltà esterne, e un po’ anche alle rispettive follie, si può trascinare al pari delle “amicizie di una vita”, che ci siamo lasciati dietro partendo.
Credo sia questione di spirito d’adattamento: l’amico astrofisico, che di borsa in borsa è passato da Barcellona a Bruxelles, può scrivermi dopo tanto tempo, chiedermi se so di stanze in affitto per sua nipote, e intanto raccontarmi un po’ delle relazioni fallite, dei coordinatori di dipartimento che pretendono di viaggiare su Marte, e della gentrificazione diffusa.
A un certo punto ci renderemo conto che avremmo potuto avere la stessa piacevole conversazione dal vivo, dieci anni fa, e che vogliamo rivederci al più presto.
In dieci anni si può cambiare molto, è vero.
Però, scoprire quello di noi che non cambia, e resterà anche quando saremo e faremo altro, è un’arte che s’impara piano.
Non ci resta che imparare anche a condividerla.
(Classicone kitsch che si adatta a tutti i tipi di separazione!)
Abbassate le armi! È solo un dolcetto della Majani 🙂 .
Lo so, quando parliamo di pizza mi spuntano i baffetti (insomma, più del solito), e mi compare al braccio una fascia con una fresella sezionata ai lati, che è la cosa più vicina a una svastica che io possa mai indossare.
Ma poi riconosco che il principio di fare un impasto di acqua e farina, e magari metterci sopra delle cose, è abbastanza diffuso, in questo angolino di galassia: ammetterlo ci fa sentire più “paranza”, e la scoperta di tutte le declinazioni dello stesso principio gastronomico ci ricorda che abbiamo tante storie culturali, e familiari, da raccontare.
Anzi, l’autore del divulgativo Sapiens – testo sul riduttivo andante, ma piuttosto godibile nella parte sulla preistoria – ci ricorda che l’idea di vedere un nesso tra dei semi caduti, e le piante che spuntavano poi nello stesso posto, non è sorta in un solo pizzo di mondo, come si beavano quegli sboroni dei turchi, ma si è diffusa in punti diversi, in momenti in cui non c’erano scambi diretti tra gli agricoltori in questione. Inso’, siamo “andati a zappare” spontaneamente (e magari chi so io lo facesse ancora!), in più punti del mondo: con risultati spesso analoghi, considerando che quello il pianeta uno è.
Quindi non mi arrabbio troppo se una tizia, su Facebook, chiama la pizza napoletana “aquesta coca rodona”, paragonandola dunque alla coca catalana: la poveretta non sa quel che dice, e comunque la coca mi piace molto.
Così come a suo tempo non ho abbattuto a padellate la coinquilina cinese appena arrivata in studentato, che vedendomi buttare la pasta affermava stessi cucinando i noodles, specialità del suo paese che non si è maaai chiamata spaghetti!
Tutto questo per dire che mi dispiace sul serio se su filindeu sardo, ormai confezionato da pochissime donne nuoresi, rischia l’estinzione, e spero proprio che si riesca a conservare la ricetta. Però un po’ mi conforta il fatto che degli chef cinesi e coreani offrano ai clienti una pasta (o anche un dolce!) di consistenza diversa, ma di simile preparazione.
Quindi mi piace pensare che si possa rispettare la tradizione locale, e al tempo stesso proporre delle variazioni sul tema, come sempre si è fatto man mano che gli ingredienti disponibili per un certo piatto cambiavano, a seconda della congiuntura economica, e della disponibilità di materie prime. In Marco e Mattio, Sebastiano Vassalli raccontava dell’accoglienza non proprio favorevole che nella Val di Zoldo suscitarono le patate… E non ho bisogno di “spoilerarvi” come sia andata a finire!
A Napoli, da mangiafoglie che eravamo, siamo diventati mangiamaccheroni, dopo che i maccheroni in questione s’erano fatti meno dolci, da servire con miele e zucchero, e più piatto salato da mangiare sciué sciué col solo condimento di formaggio (qualcuno, con un antipatico anacronismo, dice street food). Ed è stato due secoli prima che si diffondesse sul serio ‘st’ americanata della pummarola. Eh, questi piatti “locali”!
Dovunque io vada, poi, adoro il concetto di pasta ripiena, che si chiami ravioloo jiaozi o gyoza o dumpling: che poi questa parola, in inglese, indicava le palline britanniche di acqua e farina che arricchiscono soprattutto le zuppe. Adesso designa, con i termini generici cari a quella lingua, anche le preparazioni ripiene. Non succede solo col cibo: secondo il mio prof. di letteratura greca antica, le piramidi si chiamano così perché ai greci, vedendole, ricordavano certi dolcetti che facevano loro… di forma piramidale, appunto.
Ma torniamo ai ripieni che mi stanno a cuore: la mia versione preferita, va da sé, è tutta acqua, farina e verdure di stagione, dai funghi alla zucca, passando per spinaci e melenzane. E poi, Giovanni Rana fa i tortelli al cioccolato e io non posso mettere il lievito nei miei? Come scriverebbe il Falzo vegano: #nonpuoichiamarlitortellinisenonsonopiccoletorte.
Non mi spingo oltre perché so che, tra paesani, quando cominciamo a parlare di cibo finiamo per prenderci a colpi di mattarello, quando come corpo contundente andrebbe bene anche la pizza roman… scheeerzo!
Però (le spunta addosso l’accappatoio di Rocky, e le si stortiglia un altro po’ il naso) se io ho potuto mantenere il silenzio mentre un’alunna d’italiano ordinava una pizza all’ananas, e nella migliore pizzeria di Barcellona, allora tutto il mondo può cambiare!