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Considerando l’ottima fama di cui godono gli indipendentisti catalani in Italia, ho pensato che, alla fine, dispongo di informazioni di prima mano da parte di una fonte a me molto vicina: il mio ragazzo! Così io, che non sono indipendentista, gli ho fatto quest’intervista a tradimento. Che espone, beninteso, un punto di vista che non troverete nei partiti più in vista del procès per l’indipendenza, ma che è condiviso dai movimenti per me più interessanti. Se come coppia “di fede diversa” siamo sopravvissuti alle manganellate del primo ottobre, e allo sciopero generale del tre, supereremo anche queste domande un po’ provocatorie. Vero?

Boh. Vediamo.

D: Ciao! Che ci fai a casa mia?

R: Bella domanda. In effetti dovrei andarmene…

D: Sono d’accordo! Ma volevo dire: cosa ci fai qui, a Barcellona?

R: Ho “terminato di terminare” [evidente spagnolismo, NdR] una tesi di dottorato, e sto cercando lavoro. Non che mi ci stia mettendo d’impegno, ma diciamo che sono stato un po’ sopraffatto dagli eventi.

D: Lavativo! A proposito degli, ehm, eventi… Come ti è venuto in mente di farti “indepe”? Mica sei catalano, tu!

R: Non è che mi sia “venuto in mente”! Sono marchigiano, mi sono formato in spazi collettivi come quelli dei disobbedienti. A livello personale, mi sono sempre focalizzato sull’anarchismo collettivista. Hai presente Malatesta, Kropotkin… [Mi sciorina un’altra decina di nomi, annuisco con aria intelligente]. All’inizio non ero interessato alla tematica indipendentista. Per me il concetto di nazione era borghese, chiuso, frutto di una tradizione inventata…

D: Quindi andavi per la retta via! E poi, che è successo? Scherzo, dai, ma sappiamo come va: spesso diventi indepe perché lo è la tua comitiva, il tuo collettivo, il tuo compagno o la compagna… Anche se noto che, ahimè, non funziona al contrario…

R: Volgari insinuazioni. Ho scoperto semplicemente che esiste qualcosa che va più in là di ciò che, anche in Italia, concettualizziamo come nazionalismo. Le ricerche condotte per la mia tesi di dottorato sulla comunità italiana in Croazia mi hanno aiutato nella scoperta di un tipo di identificazione inclusiva: cooperazione alla pari e senza esclusività con altri gruppi, in un territorio misto. L’indipendentismo è una scelta strategica, non è un fine ultimo. Non è l’orizzonte, ma l’obiettivo a medio termine. È una strategia per strutturare la vita politica quotidiana. [Mi cita un’altra sfilza di riferimenti bibliografici, di cui capisco solo “Öcalan”].

D: Ho capito, mi stai discutendo in diretta la tesi di dottorato. Dimmi, piuttosto: la Spagna, cos’ha che non va? Ci sarà pure una realtà politica spagnola che ti piaccia!

R: Cosa intendi per “spagnola”? Ti riferisci allo Stato spagnolo? Certo! Ti posso nominare tantissime realtà politiche interessanti, dai Paesi Baschi all’Andalusia. [Me le nomina davvero. Tutte]. Il giogo dello Stato spagnolo opprime tanti. Se invece parliamo di struttura statale di tale stato, la mia domanda è: perché dovremmo preservarla?

D: Pensa che la mia è: perché no? Cioè, i movimenti spagnoli sono così menomati che solo i catalani saprebbero fare ‘sta repubblica? 

R: I movimenti all’interno del territorio spagnolo sono tanti, e anche efficaci. Ma non puoi farmi questa domanda adesso! L’altra sera, il capo dello Stato spagnolo ha affermato che la polizia il primo ottobre ha agito nel massimo rispetto della legalità. D’accordo, cosa ci si può aspettare da uno che sta lì perché l’antico dittatore ci ha piazzato suo padre?

D: E vabbe’, sono pure passati quarant’anni, dalla morte di Franco e dal ritorno dei Borbone… [Questa era solo per provocare, mi dissocio da me stessa!]

R: E intanto, la maggior parte dei voti catalani va a partiti non monarchici, come succede anche nei Paesi Baschi. Nel resto dello Stato spagnolo, il PSOE ha dichiarato la sua fedeltà alla monarchia. Pedro Sánchez vede se stesso come una sorta di prosecuzione di Zapatero, mentre Felipe González è il signore e padrone dell’Andalusia. Non c’è alcuna prospettiva di trovare una soluzione democratica e repubblicana a tutto questo.

D: Però il centrodestra indepe catalano fa un po’ Lega Nord, hanno detto. Ha motivazioni economiche e identitarie, non si sa in che ordine…

R: La questione economica è molto minoritaria, nella trattazione del fenomeno. Comunque sia, tra gli aspetti rivendicativi è il più discutibile, perché in effetti presume una concettualizzazione razzista dello Stato spagnolo. Ma, ripeto, non stiamo parlando di quello. La questione identitaria è diversa. È stato Jordi Pujol, il fondatore di Convergència, a dire che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna”. Scompare quindi il concetto di nazione a cui siamo abituati anche in Italia. Vengono destrutturate tutte quelle boiate ottocentesche schilleriane [sic] su cosa sia una nazione, e si crea una nuova identità, basata sull’identificazione personale.

D: Quindi ‘sta definizione l’ha data il fondatore di Convergència! Annamo bene! Allora, scusami, ma “dall’altra parte della barricata” come vi libererete di questo centrodestra, una volta creata la repubblica catalana?

R: Per tante vie. Alcune pacifiche. La sinistra indipendentista è arrivata in Catalogna a ottenere un’influenza importante. Perché pensi che Carme Forcadell, presidentessa del Parlament catalano, dichiari che la repubblica catalana sarà femminista? Perché ci crede lei? Speriamo! Ma se il femminismo è diventato una parola d’ordine nella politica catalana, si deve ad anni di lotte dei movimenti. Quindi si tratta di questo: conquistarsi degli spazi egemonici!

D: E ci credi veramente?

R [sguardo ironico]: Se c’è chi crede veramente che Pedro Sánchez farà fuori Felipe González, farà cadere il Governo Rajoy con una mano sola, vincerà le elezioni, convocherà l’Assemblea Costituente, costituirà la Repubblica Popolare di Spagna… Penso che la mia alternativa sia più che plausibile.

D: In effetti è molto più facile affrontare i carri armati sulla Diagonal, creare la Repubblica, portare il Chiapas in Catalogna come auspica la CUP, ed eventualmente imbracciare le armi (mamma d’ ‘o carmene!) contro i dissidenti capitalisti…

R: Hai detto bene: portare il Chiapas in Catalogna! Ben venga, se l’obiettivo è la creazione di istituzioni orizzontali basate sul confederalismo democratico. Il fine ultimo, se ci pensi, è il socialismo. È dare un contesto di economia collettivista basata sul motto bakuniano: “Da ognuno secondo le sue forze, a ognuno secondo i suoi bisogni”. [Ha poi ammesso che per una volta avevo ragione io: era Marx. Ma figurati se la frase non gli era arrivata la prima volta attraverso Bakunin].

D: Tutto questo nella Barcellona da bere? Quella dei mojitos a cinque euro?

R: Il mojito a cinque euro si può ostacolare in vari modi…

D: Col Tourist Go Home?

R: No, ma vedi a cosa sono arrivate le politiche liberiste nella città? Pensa all’aumento incredibile degli affitti…

D: Eh, appunto. Ma chi si è ribellato alla proposta di stabilire un tetto massimo sugli affitti? Solo il PP? Anche Junts pel Sí, amalgama di partiti che stanno insieme solo per ottenere l’indipendenza! Come li affrontate, questi qua? Sei proprio sicuro che ci mettiate meno tempo e sforzi che a fare una Spagna repubblicana?

R: In questo momento… perché la situazione cambia di giorno in giorno, eh… sì, ne sono sicuro. [Mentre parliamo sorvola le nostre teste un elicottero della Policía Nacional].

D: Ok, ma… Dopo tutto quello che mi hai detto, com’è il tuo rapporto coi non indepe?

R: Dipende dai non indepe! Con alcuni posso anche averci una relazione. [Lo fulmino con lo sguardo]. Se invece sono delle teste di cazzo che cantano Cara al Sol e dichiarano che il sangue dei manifestanti picchiati dalla polizia sia finto…

D: Ma con quelli non ce la farei neanch’io! Vabbe’, ultima domanda: se dovessi lanciare un messaggio agli italiani che associano indipendentisti e Lega Nord, e vedono i catalani come dei polentoni antipatici che vogliono pagare meno tasse…

R [si erge nel suo metro e novanta]: Che devo dire? Voi avete le vostre convinzioni, perché l’Italia è notoriamente un paese di dottori di ricerca in relazioni internazionali almeno quanto lo è di commissari tecnici… Voi sapete già tutto, ed è inutile che vi dica qualcosa in più. Tenetevi le vostre certezze date da supposizioni assurde, e da una conoscenza del contesto catalano che definire superficiale è ottimistico, e continuate così. Ciao!

D: Ciao!

Non gli ho fatto la domanda cruciale: sarà mai possibile, specie in questi giorni di paura e conflitto, la convivenza tra gente con idee così diverse?

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Chissà cosa avrebbe risposto.

 

Sono stati i dieci giorni più lunghi della mia vita, dopo quelli con la varicella e le vacanze senza TV, mentre su Odeon ridavano tutto Ransie la Strega.

Sono stati giorni in cui ho sentito gente dall’Italia dire che i catalani erano come i leghisti, e intanto passavo ogni mattina accanto ai manifestini pro-referendum in arabo e in urdu. In questo pasticcio di referendum non potevamo votare né io né, mettiamo, uno di Valencia, ma almeno una pakistana con cittadinanza spagnola sì.

Sono state sere passate a spiegare che non occorre essere del Sud, per vivere delle forti disuguaglianze sociali. Qui gli antisistema detestano i liberali catalani quanto quelli spagnoli. Li credevo ingenui, pensavo che rischiassero la vita per dei politici indegni che li stavano solo usando per rosicchiare qualche vantaggio. Mi sono resa conto invece che i movimenti dal basso hanno un’altra agenda, confusa e sgangherata, magari: ma ridurre tutto a una manipolazione significa non rispettare la loro realtà. E non devono chiedere scusa a nessuno per essere nati in una regione ricca e “antipatica” (sarebbe anche interessante confrontare i due razzismi, quello anticatalano è molto forte).

Sono stati giorni di dibattito coi compagni d’associazione: tutti d’accordo nel condannare la repressione, ma ciascuno voleva farlo in modo diverso. Ne siamo usciti con gli animi accesi e qualche abbraccio postumo, convinti di averle viste tutte. Finché non ci siamo sentiti chiedere “che ci voleva a dire qualcosa”.

Non c’è stato il tempo di riderci su, che già ero in giro con italiani venuti apposta per capire cosa stesse accadendo, confusi davanti alla loro prima cassolada. Ventenni che, complice forse il buio che ormai cala presto, mi chiedevano “cosa volessi fare dopo il dottorato”. Già dato, avrei voluto rispondere, ho fatto quello che farete voi: lavoretti precari senza possibilità di sapere quando finirà. Mi è piaciuto il durum felafel mangiato discutendo sui gradini della piazza nel mio vecchio Raval, e poi il saluto frettoloso: “Non fate i bravi, ma state attenti”.

E mi è piaciuto un altro saluto strano, sulla soglia di casa, alle quattro del mattino. Io in pigiama e lui pronto ad andare al seggio, il primo dei tanti che gli toccava ispezionare. Il fatto che uno alle quattro del mattino mi dica “Ti voglio bene”, a mo’ di promemoria urgente, rende l’idea che qualcosa sta accadendo, qualcosa accadrà. E che lui ci sta andando incontro insonne ma determinato, mentre io torno a dormire.

Non per molto, però. Pur non condividendo la causa per cui si votasse, un giro sotto l’ombrello l’ho fatto, per vedere altri ombrelli disposti in file più o meno ordinate, a pochi metri dai berretti zuppi, e fermi, dei mossos.

Ho sentito scrutatori gridare che non si respirava dalla folla che c’era, invitare tutti a tenersi in disparte. Ho visto ombrelli fradici poggiati ai pilastri di un teatro occupato, accanto a rose di carta.

Quando sono tornata a casa io, sono arrivati i nazionali. Ce l’ho dai tempi degli indignados, questo talento vigliacco di riuscire ad andarmene mezz’ora prima. Sono arrivati un po’ dappertutto, a macchia d’olio.

Mentre scrivo questo post, il WhatsApp funziona bene, l’indipendentista mattiniero mi manda messaggi tranquilli dai seggi. Anche mio padre si è convinto che i mossos e gli inviati di Rajoy non verranno troppo ai ferri corti, e scende la pioggia sulle prime ferite dei caricati in giro. Lontani. Sempre troppi.

Preferisco fermarmi qui, in questo momento perfetto in cui non so ancora niente, so che non ho il potere di decidere niente.

Ma ammiro chi, nonostante tutto, ha preteso di decidere, con tanta forza che, per un lungo istante, l’ha fatto credere anche a me.

 

L’appuntamento era alle 19, col Comitè de defensa del barri. In Plaça del Sortidor, almeno stasera. Io però alle 18.30 sto ancora in tuta, finisco gli ultimi esercizi coi pesi, che prolungo all’infinito manco fossi Schwarzenegger.

I miei amici, ovviamente, sono già preparati in tutti i sensi, pronti a prendere nota di quanto si deciderà all’assemblea per il referendum del primo ottobre: se bisognerà occupare i seggi elettorali, se si dovrà creare un gruppo WhatsApp per aggiornarsi su eventuali incursioni della polizia (nazionale o catalana, poco importa).

Arrivo quindi con un ritardo spaventoso e li vedo da lontano: sono così tanti che mi spavento. Poi scoprirò che al centro della folla c’è un circolo di sedie, un microfono, e ritorna dolce il ricordo degli indignados. Me li rievoca ora anche la signora che prende la parola, per auspicare una repubblica che dia lavoro ai giovani, che non meritano quello che gli sta succedendo e “mica si drogano tutti”. Riceve gli applausi anche dei “drogati” di mia conoscenza, felicemente iscritti ai loro club cannabici. Questa città è straordinaria e non perde occasione per ricordarmelo.

Ma succederà qualcosa, il primo ottobre, coi seggi occupati e i turni per portare da mangiare agli occupanti, i manifestini distribuiti in metro e affissi negli androni dei palazzi, i gruppi WhatsApp divisi in “logistica” e “diffusione”. Non mi ci aggiungo, e quando gira il barattolo non do soldi a una causa che non condivido (quella indipendentista): sono lì per dare solidarietà contro una causa che condivido ancora meno (quella delle armi in risposta alle urne). Metto però il numero di un amico, impegnato in una lunga telefonata.

Quando riattacca spiega: “Mi hanno chiesto di fare l’osservatore per i diritti umani. Significa che non mi toccheranno”. E penso che, tutto sommato, è un compromesso ragionevole tra la tentazione di chiudere i miei cari in casa, come fecero il 2 giugno del ’46 col mio bisnonno socialista repubblicano (solo che io ci avrei chiuso il resto, monarchico, della famiglia), e accettare che tanto usciranno comunque, con gli altri compagni che saranno venuti apposta da Valencia. Difenderanno il diritto al voto degli altri: loro, come stranieri, non ce l’hanno nemmeno.

Qualcosa accadrà, insomma. Meno di quanto tema, magari, come spesso succede.

Ma sapete qual è il peggio, in questo momento e sempre, per tutte le vicende di cui non conosciamo l’esito? Non saperlo.

Ora che non è ancora successo niente mi viene da pensare che preferirei poter dire con certezza che le centinaia di agenti ormeggiati nella nave di Titti usciranno tutti insieme armati fino ai denti, piuttosto che non sapere cosa accadrà.

Come sempre è l’impotenza, a farla da padrona. È accorgersi di quanto piccoli siamo, quanto insignificanti le nostre idee, quanto facili da rompere i nostri corpi se un gruppo di “difensori armati della democrazia” ci si mette proprio d’impegno a dimostrarcelo.

Però è vero che, nonostante non condivida la causa, quelle persone in piazza hanno trovato il miglior modo di affrontare l’impotenza: riderle in faccia e andare avanti con le proprie idee. Con la stessa pazienza e determinazione dei loro bambini, che intanto formavano complicate torri umane  di castellers, anche se l’ente che coordina la disciplina si è appena visto bloccare il conto corrente.

Come ve lo spiego, questo?

Forse l’unico modo di capirlo è credere che sia possibile, e che, magari per cause che mi stiano più a cuore, possiamo arrivarci tutti.

Spero che facciamo lo sforzo.

 

 

 

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#soffritemi!

Sulla pagina che modero eravamo cinquemila un anno fa. Per la fine di questo ottobre, invece, prevedo che arriveremo a quindicimila.

All’inizio andava tutto bene: qualsiasi richiesta di informazioni da parte di italiani ancora in Italia veniva o ignorata o accolta da quelli che davvero volessero aiutare. Man mano che aumentava il numero degli iscritti è successo ciò che già capitava da tempo in gruppi più numerosi: gli sfottò a ogni domanda già fatta, i consigli scoraggianti, i commenti razzisti o sessisti. Non mancano infatti i simpaticoni che se la prendono con la “moderatrice-maestrina” perché si permette di cancellargli commenti tipo “Sei troppo brutta per dividere la stanza con te” (che pretese).

Tutto questo perché? Se avete guardato The Experiment lo sapete. Gioco di ruoli, immedesimazione.

Senza dover per forza citare sempre gli “imbecilli” di Umberto Eco e i “webeti” di Mentana, ci sono fior di studi su come il web mostri il nostro lato peggiore. Resta il sospetto che, anche a spegnere pc e cellulari, il materiale umano quello è.

Quello abbiamo, quello esportiamo.

Non solo in Italia.

Anzi, è interessante vedere cosa succede negli altri paesi, o almeno sulle loro bacheche (che, per quanto non amiamo ammetterlo, sono parte integrante della quotidianità di tanti). Ho scoperto un post contro il consumo di alcool, scritto da una bella ragazza statunitense: nei commenti una donna si dimostrava purtroppo intimidita dalla sua avvenenza e le garantiva che, se sei madre, bere è l’unico rimedio al carico fisico e mentale costituito dai figli. E giù centinaia di like, mamme che commentavano entusiaste facendo a gara a chi bevesse di più. Scenario diverso, quindi, dalle nostre mamme pancine, ma ecco il rapporto tra maternità e alcolismo nel mondo anglosassone, spiegato in un solo post.

Oppure, una dichiarazione di Anne Hathaway sul congedo retribuito di maternità e paternità riceveva il commento di una repubblicana: “Non devo pagare io per le decisioni altrui. Quando voglio fare beneficenza faccio volontariato”.

Ripeto: il materiale umano quello è. E somiglia paurosamente ai suoi politici.

Scrivo “paurosamente” perché, secondo me, la paura è la chiave. La paura di essere attaccati come maschi alfa nel proprio diritto a sindacare sulla bellezza delle donne. O la paura di non essere accettate se a un certo punto proviamo a condividere le attività di cura con il nostro compagno, e allora meglio bere e difendersi dalla pressione estetica attaccando quelle che ci intimidiscono.

L’umanità ha una paura esagerata che ne mina le potenzialità, e questo si riflette su tutti i fronti. Come affrontare quella e i suoi derivati (disinformazione, ignoranza, intolleranza…)? Vedo poche strade, ma ci sono.

  • L’istruzione, che comporta sempre il rischio di piegare gli alunni all’ideologia dominante di chi formula i programmi scolastici: ma che, se punta a “insegnare a pensare” come fanno tanti amici docenti, può portare in sé gli anticorpi al suo stesso morbo.
  • La cultura nel senso più ampio possibile, che qui a Barcellona diventa spesso partecipazione: nelle numerose associazioni culturali e nei centri civici c’è gente che considera “più polizia” una priorità rispetto a “più asili”. Ma c’è anche chi discute, decostruisce, rispedisce i pregiudizi al mittente. Correggersi a vicenda è una buona alternativa all’aizzarsi a vicenda, e, a quanto visto, è un’alternativa possibile.
  • E poi l’esempio, che lo dico a fare. Come il falso Gandhi, no? Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Ammesso che lo voglia, difficilmente convincerò qualcuno a farsi femminista o vegano, o tifoso del Napoli. Almeno non a parole. Allora parlo il meno possibile e tratto le persone come meritano, sperimento ricette a modo mio, e canto Maria Nazionale fuori al Bar Azzurro di qua. Ok, penserete che quest’ultimo sia un autogol, ma solo perché non mi avete mai sentita.

Insomma, ci tocca lavorare col materiale che abbiamo, e vale anche per noi stessi, con le nostre paure e limitazioni.

Ma va fatto, e presto, quindi… Che aspettiamo?

Già vi ho raccontato l’aneddoto dell’insalata greca Dakos: io sostengo che sia la fresella che si fa mia madre d’estate, “solo” che è fatta d’orzo e ha sopra la feta invece della mozzarella. Il mio ragazzo mi considera una colonizzatrice culturale e accarezza l’ipotesi d’imbracciare le armi contro di me, per l’autodeterminazione “insalatiera” dei popoli.

Diciamo che di armi ultimamente ne abbiamo viste un po’, a Barcellona: ve ne siete accorti? Quando sento le pale dell’elicottero della polizia, e vedo i mossos d’esquadra con le mitragliette davanti ai palazzi pubblici, penso subito agli indignados e agli occhi persi per le bales de goma.

Magari vi chiederete che c’entra l’insalata con tutte queste armi e, per esteso, coi “carri armati sulla Diagonal“, scenario paventato da anni in caso di dichiarazione dell’indipendenza. Be’… C’entra, c’entra. Perché sono giorni che cerco di spiegare l’indipendentismo catalano, da non indipendentista, a gente che non vive in Catalogna. Ragazzi che non conosco mi contattano con una genuina voglia di capire cosa stia succedendo, e non possono fare a meno di pensare alla loro… fresella, cioè alla loro idea di nazionalismo: di destra, sostanzialmente capitalista, pericoloso per le minoranze. E allora gli spiego l’insalata Dakos, pardon, la situazione politica catalana: il progetto almeno a sinistra di creare una repubblica femminista, anticapitalista e antisistema, a fronte di una Spagna monarchica e governata da uno che manda la polizia a fermare le urne.

Lo so che a quest’ora sarete stanchi del mio paragone gastronomico, ma guardate che ricondurre alla nostra esperienza un fenomeno a noi nuovo è spesso necessario alla sopravvivenza. Per gli stessi motivi un’amica catalana mi chiedeva perché, durante una vacanza in Costa Smeralda, non le avessero parlato tutti in sardo, e uno storico barcellonese in visita a Venezia si vedeva ricordare da un concittadino che “Lì parlano veneto, tienilo a mente!”. Per tanti catalani è normale ricondurre la nostra frastagliata storia linguistica alla loro. Noi però siamo diversi, vero? E allora perché tanti italiani in visita mi chiedono come mai i catalanets a scuola studino “nel loro dialetto“? Forse che non possono fare a meno di assimilarlo alla nostra complicata (e mesta) situazione linguistica?

Niente di più facile. E, per l’appunto, niente di più mesto. È una tentazione da cui dovremmo fuggire sul serio, altrimenti non capiremo mai nulla.

Ma saremo in buona compagnia: anche un’amica andalusa, e la pianto con gli esempi, mi chiedeva perché i catalani volessero separarsi, “se una grande fetta di popolazione aveva parenti andalusi”. Vi ricorda qualcosa, questo discorso? Sì, un’affermazione analoga di Pablo Iglesias, che invitava i figli dei charnegos (vi concedo di tradurlo come “terroni”) a tirare fuori il loro orgoglio. Peccato che, senza negare la complessità del fenomeno, i più grandi nazionalisti mai incontrati in vita mia avevano cognome galiziano o andaluso, e parlavano il catalano più stretto mai sentito. Poi li chiamava la nonna o il papà, e cacciavano un accento che neanche l’imitatrice di Monica Bellucci al telefono con la mamma umbra. Nonostante tutto questo, senza che rinneghino le proprie origini, anche loro non hanno dubbi: “Visca la Terra Lliure”.

Sono questioni, diciamolo pure, sgradevoli da scandagliare. Specie se come me si vorrebbe evitare l’indipendenza senza per questo, ci mancherebbe, auspicare i carri armati sulla Diagonal! Perché la cosa più dolorosa, e lo dico dopo aver analizzato per dieci anni la storia della Grande Guerra, è l’eterno bipolarismo dell’ “o con noi o contro di noi” che si sta affermando in questi anni, e in queste ore. O sei indipendentista o appoggi l’uso delle armi contro l’indipendentismo.

È una logica che rispedisco al mittente in tanti modi. Uno è dare il giusto peso alle parole e alla realtà che descrivono, ammettere che il catalanismo non dev’essere per forza assimilabile alle aspirazioni d’indipendenza italiane solo perché così lo capiamo meglio e possiamo condannarlo con più tranquillità.

Poi possiamo ammettere che il catalano non è un dialetto e che, volenti o nolenti, i veneti e i sardi tendono a parlare italiano ai turisti, catalani e non.

Ok, torno alla mia insalata. Che un po’ ci somiglia, alla fresella, ma l’orzo non è il grano, e la feta non è mozzarella.

Ma va bene così.

Sempre che non vengano i carri armati a rovinarmi la digestione.

 

 

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Mirabile riassunto de La parlata Igniorante

Ok, settembre è famoso per i buoni propositi gettati alle ortiche. Forse però il problema non è la qualità dei progetti, ma come li portiamo avanti: se non troviamo un minuto per caricare la lavatrice, figuratevi quanto spesso andremo in palestra con l’abbonamento annuale!

Pensiamoci: il rientro perché è traumatico? Secondo me, perché abbiamo perso la nostra routine, come ci succede in vacanza. Solo che al ritorno, al contrario di quanto accade in vacanza, ci sentiamo estranei in casa nostra. Con i pro e i contro della situazione.

E qui casca l’asino! (Ma no, porello). Invece di ristabilire le abitudini di sempre, dovremmo approfittare del nostro estraniamento per crearne di nuove, prima che la convenienza ceda il passo alla pigrizia.

E invece ecco cosa ho riscontrato in questi giorni di riadattamento alla quotidianità:

  1. Ci risiamo! Butto tempo come se me ne avanzasse. Vi inquadro la situazione: ieri, dalle 10 alle 12, mi sono occupata unicamente di un lavoro di revisione del testo, al PC, senza accesso ai social. Missione compiuta, e il tempo, come succede spesso quando si lavora, non passava mai. Dalle 12 in poi ho fatto tre cose diverse: preparare una lezione con l’aiuto di Google, smorzare un dibattito nella pagina che modero, rispondere a un WhatsApp. Come niente, si sono fatte le 12.59. Non è stata tanto la pluralità di attività, quanto la dispersività dei social. Che non demonizzerò mai perché li trovo una grande risorsa, ma che purtroppo non sono facili da gestire come altre cose. Semplicemente, nel computo ci sono stati almeno 29 minuti di troppo che avrei potuto spendere diversamente: dopo mangiato, quando sono dovuta uscire a lavorare, mi sono accorta di non avere tempo per la cyclette.
  2. In gabbia da soli. Non so voi, ma io appena tornata a casa dalle vacanze sperimento una sensazione un po’ megalomane: quella di avere a disposizione tutto lo spazio possibile. Di guardare la città come se fosse tutta per me, ripercorrerne le strade fingendo di non conoscere il mio indirizzo, come se potessi ricostruirmi la mia vita dalla sera alla mattina. Però, dopo la prima settimana torno a ingabbiarmi da sola negli spazi di sempre, secondo i tempi di sempre. Anche quando vengono meno le motivazioni logiche dietro questa routine.

Insomma, che fare? Approfittare della situazione! Per esempio:

  • Il mio ragazzo è a un convegno? Potrei approfittarne per fare cose che l’organizzazione del tempo insieme rende più rare.
  • I corsi ancora non sono iniziati a pieno regime? C’è un negozietto che potrebbe avere saldi interessanti, anche se a dieci fermate di metro.
  • Mi è venuto meno un appuntamento della giornata? Potrei sperimentare quel baretto che serve una bevanda che mi piace.

Le cose che facciamo in automatico, le abbiamo cominciate così perché avevano un senso. Col tempo i meccanismi quotidiani assumono vita propria anche quando perdono la loro utilità.

È il momento di ristabilire un nesso tra le cose che facciamo e il loro reale proposito. Il nostro.

Il mio è stare bene, senza grattugiare troppo le gonadi al prossimo.

Spero che il vostro sia altrettanto piacevole.

 

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta  A proposito delle nostre insanabili divergenze, il mio ex pakistano mi regalò una grande perla nel suo spagnolo creativo: “No es problemo. Problemo es niño sin pierna”. I veri problemi, dunque, sono altri: un bambino senza una gamba, per esempio. Perché si sa, l’amore vince su tutto. Sulle origini, la lingua parlata, il ceto sociale. Su tutto.

Tranne che sul frigorifero.

Aprendo il mio tre mesi dopo la sua massima filosofica, il signor “no problemo” sbraitava: “Cerveza! Jamón!”. Sì, gli risposi. Ho della birra e del prosciutto. E saranno lì finché non deciderò io. D’altronde gli avevo garantito che alla circoncisione del figlio che voleva da me sarebbe stata invitata anche la polizia: mammà, come massima imposizione di fede, gli avrebbe tutt’al più messo addosso la tutina del Napoli. Non è un problemo, vero?

Sei anni dopo, il mio ragazzo è andato alla manifestazione indipendentista dell’11 settembre  (un braccio separato da quella principale), e io sono rimasta a casa a sferruzzare. Poi ho fatto cyclette. Poi ho letto Tolstoj. Dall’ipad (qualche problemo?). È che lui mi ha fregato: dall’Italia è arrivato solo anarchico, poi è diventato anche “indepe”. Forte delle lezioni ricevute con l’ex di cui sopra, avevo evitato a priori ragazzi pur interessanti con una certa fede politica, perché sapevo che prima o poi le farfalle nello stomaco si sarebbero bruciate alla luce della llibertat.

Quando non condividi una parte così importante della vita del tuo compagno, ci vuole una bella dose di rispetto e sicurezza di sé per andare avanti.

Nel caso mio e dell’indepe, il primo c’è tutto: capisco perfettamente le buone intenzioni di chi, di fronte a una monarchia governata dal PP, aspira a un esperimento politico che porti la giustizia almeno nella propria terra d’origine, o d’adozione. La seconda, purtroppo, mi suggerisce inevitabilmente che questa nuova entità politica avrà poco da invidiare all’altra, quanto a ingiustizie. Tanto vale lavorare con quello che si ha.

Ma so che c’è gente che ha lasciato l’Italia in nome di un amore romantico che vincesse tutto, e adesso si trova in difficoltà davanti a questo e altri scogli. È che non ci siamo nati, con certe fedi, difficile farcele venire. C’è chi si converte per reale convinzione, chi lo fa per quieto vivere, per integrarsi. Spero sempre che i primi superino i secondi.

Una cosa dovremmo invece superare tutti: questa visione romantica dell’amore che trionfa. Quando ci pensiamo, perdiamo sempre di vista le infinite lotte, o meglio le fatiche quotidiane, dietro a questo trionfo. Che spesso rischia di diventare una vittoria di Pirro: un sacrificare le proprie idee all’inerzia dei giorni insieme. O un convincersi di quello che fa più comodo credere per non sentirsi più stranieri, esclusi, messi da parte.

Il mio lavoro a maglia vuole essere una gonna. Di solito le faccio a uncinetto, ai ferri è una nuova sfida.

Lo so, ci sono sfide più esaltanti, nella vita.

Ma le più importanti sono quelle che ci interessano davvero.

 

 

Risultati immagini per a game of thrones 7 Nel corso dei miei viaggi ho conosciuto una scrittrice di letteratura per ragazzi.

Il suo primo romanzo, che trattava di adolescenti disadattati, aveva conosciuto un certo successo di pubblico nella sua regione, e mi era piaciuto molto per freschezza e spontaneità. Forse è stato proprio il discreto successo a rendere meno spontaneo e fresco il secondo volume: in quello, i personaggi più amati dai lettori del primo libro si trasformano nei veri protagonisti, fino a diventare modelli di comportamento un po’ scontati. La mia amica mi ha confermato a modo suo che non si può piacere a tutti, e quando ci si prova si rischia di non piacere a nessuno.

Se penso a Trono di Spade, invece, la prima cosa che mi viene in mente sono i cinque volumi che ho letto in un momento molto difficile della mia vita, in cui non riuscivo a sfogliare altro che saghe di letteratura fantasy o giovanile. Speravo che i loro protagonisti vivessero anche per me, e trovassero qualunque cosa stessero cercando (un trono, l’amore, una causa per cui lottare…) al posto mio.

La serie mi è piaciuta molto finché ha seguito il distaccato cinismo dell’autore dei libri. In nome di quello ho perdonato anche le centinaia di pagine sacrificate a un’entità più potente del Dio della Luce: il Grande Pubblico.

Con le ultime stagioni, però, finisce la calcolata arbitrarietà dell’autore fantasy nel distribuire vita e morte, e comincia il diligente lavoro degli sceneggiatori TV: chiusura accelerata delle sottotrame, sopravvivenza garantita per i personaggi “simpatici”, punizioni per gli antipatici… E qualche “colpo di scena” così ovvio che la regia stessa liquida tutto in poche sequenze finali.

Tanto non sono i numerosi nerd amanti dei libri a portare la grana per l’ultima serie, ma i tantissimi spettatori affamati di scene di guerra, di morti edificanti, di belle storie che confermino che “l’amore vince su tutto”.

A me può restare la lezione di fondo: a tutti non si può piacere.

Come per gli eroi un po’ scontati della mia amica scrittrice, forse è un bene che il pubblico veda i suoi personaggi preferiti improvvisamente “riabilitati” con tutti i mezzi possibili e immaginabili, come se senza un improvviso “pedigree” reale non potessero proprio trionfare lo stesso. Forse è un bene che tante bambine vengano battezzate come eroine libere e indipendenti, anche se almeno nei libri somigliano un po’ a delle cheerleader, lontano dal trono.

Tanto la vera storia comincia alla fine di tutto, quando si dissolvono i personaggi che ci rappresentavano e rimaniamo coi nostri “zombie” alle porte, e senza draghi a disposizione per arrostirli.

Ma ognuno ha diritto alla sua fine, a trovare una sua trama ideale, e delle risposte personali ai quesiti che solo le storie ben raccontate sanno porre così a lungo.

Nella fine della saga che mi sono inventata io, non tutti hanno quello che si meritano. Ma ogni personaggio si vede dedicare dai trovatori la sua piccola canzone, magari eseguita in un bordello e non a corte, o sussurrata negli oscuri teatri di nuove cospirazioni.

Ma è la sua canzone, ed è l’unica che conti.

Canale.jpg Sbagliando s’impara, e io ho imparato a sbagliare. Questa è la lezione che mi porto dietro dal mio surreale, improbabile, mai noioso mese a Parigi.

Un mese in cui non ho visto nessuno di quelli che avrei potuto aspettarmi di vedere, ma in cui ho incontrato ben due volte la stessa persona, per puro caso, in due posti diversi.

Un mese in cui non ho fatto ciò che mi sarei aspettata di fare (partire col portafogli, ad esempio), ma in cui ho fatto cose che non mi sarei aspettata mai (come partire con un giorno di ritardo, e in quelle ore “regalate” dalla Vueling passare il mio miglior pomeriggio in città).

Sono ancora attonita, stupita, disgustata dai ben quattro casi d’inseguimento per strada, da parte di uomini che si credevano in diritto di farlo. Uno mi ha seguita con due compari fino al supermercato in cui mi ero rifugiata, un altro mi ha tampinato due volte all’altezza dello stesso ponte: la prima volta, a riprova di quanto sia stupido confondere lo stalking con un “omaggio” alla bellezza femminile, ha cominciato subito dopo a infastidire la tizia avanti a me. Non mi sorprende che qualcuno bolli ancora tutto questo come aneddotica. Sono invece addolorata dal fatto che, per le donne residenti che ho consultato in merito, fenomeni del genere siano considerati “la prassi”. Questo deve cambiare.

Sono ancora inquieta quando penso alle occasioni amene in cui mi ritrovavo improvvisamente circondata da soldati. Costeggiavano mitraglietta alla mano la panchina su cui mi permettevo un pranzo tardivo. Scendevano lentamente da un vecchio ponte proprio mentre alzavo gli occhi, e non sapevo interpretare quello che stavo vedendo… Poi mezzo Facebook mi ha chiesto se fossi sopravvissuta all’attentato di Barcellona, e almeno ho compreso il gioco perverso che ha portato a tutto questo.

Sono un po’ pentita, sì, delle ore morte. Di quelle che ho trascorso facendo qualcosa di diverso dal divertirmi o prendermi cura di me. È bello e importante dedicare tempo agli altri: almeno finché non scopriamo che per noi è un sacrificio e per loro cambia poco.

Sono contenta di aver visto una Parigi diversa da quella che giocoforza ho visitato nelle prime, lontanissime incursioni in città: vivere in un’altra città turistica mi ha resa sensibile a scoprire “dove vanno gli autoctoni”, senza prendere questa mia curiosità per un’ingannevole ricerca di autenticità. Purtroppo temo si possa sentire più parigino il mio amico italiano che ha trovato l’America in Francia, che il buttafuori figlio di ivoriani che spiega al telefono al suo supervisore: “Vuoi sapere quando sto di turno? Be’… Sempre!”.

Insomma, non ricorderò questo soggiorno per l’impareggiabile bellezza dei giorni trascorsi il più lontano possibile dalla Torre Eiffel: ricorderò di aver provato a ritagliarmi una vacanza per me, imperfetta, molto casalinga, deludente per gli incontri previsti e sorprendente per quelli fortuiti.

Una vacanza che mi ha fatto venir voglia di trovare il giusto mezzo tra il tempo che dedico agli altri e quello che regalo a me, sapendo che non vi è una reale differenza, ma che in un corpo fatto di carne e di sangue devono essere ben dosati.

È un’operazione che possiamo fare tutti, senza sbatterci ad arrivare fino a Parigi.

On commence.

Cominciamo.

(Fin)

Immagine correlata Ci credereste? Un giorno prima di tornare a Barcellona (in realtà due giorni prima, la Vueling mi avrebbe annullato il volo) mi ha contattata su Facebook un ragazzo italiano molto gentile, che mi ha spiegato che il mio portafogli era stato ritrovato. Privo dei quaranta euro che conteneva al momento del furto, ma con tutti i documenti a posto.

C’era pure il fazzoletto.

In realtà, con la storia del fazzoletto volevo far cominciare un romanzo, la cui unica parte autobiografica sarebbe stata questa: a una festa pasquale del mio paese, un tizio piuttosto eccentrico mi aveva chiesto due fazzolettini di carta. Era quindi corso verso le statue depositate sul sagrato della chiesa dopo essere state portate in corsa per le strade del paese, e aveva strofinato i miei fazzoletti sulla mano di Cristo.

Me ne aveva poi restituito uno, raccomandandomi di tenerlo da conto per i suoi poteri miracolosi. Infilandomi il talismano nel portafogli con un sorriso perplesso, avevo guardato la statua del Salvatore che fino a poco prima svettava sulle nostre teste, e mi ero chiesta come fosse avere “una visione d’insieme”.

L’idea mi era venuta il mio primo giorno di lavoro in azienda, ormai 7 anni fa, quando, mostrandomi alla parete una foto panoramica di Barcellona, il manager mi invitò calorosamente a soffermarmi sulla didascalia: in un’azienda, recitava il testo in inglese, sono in pochi ad avere una “visione dall’alto” dei progetti in corso. Chi non ha questa responsabilità deve limitarsi a fare il suo, con fiducia e buona volontà, anche quando non ne capisce il senso. Tralasciando il sottotesto un po’ nazi (e sballato: l’azienda tracollò in pochi mesi), mi è rimasta un’impressione relativamente positiva di quell’immagine.

Mi ha ricordato che quello che ci succede è imprevedibile, perché ci mancano sempre elementi del quadro generale. E, ammesso che ci sia qualcuno con una visione dall’alto, non sembra disposto a scattare una foto e a premere su “Condividi”.

Avrei forse potuto intuire che, nella zona del furto del mio portafogli, ci fosse un parco in cui buttassero la refurtiva dopo avervi tolto i soldi. Non avrei mai potuto sperare che il mio venisse ritrovato proprio in presenza di un ragazzo italiano che s’incaricasse di rintracciarmi.

Quello che invece posso fare sicuramente è provare, senza ossessionarmi né distorcere la realtà a questo proposito, a ricavare il meglio dalle situazioni che mi succedono.

Nelle due settimane in cui sono rimasta senza documenti e coi soldi contati mi sono messa a sperimentare ricette mai provate, con ingredienti economici e deliziosi.

Quando la Vueling, come dicevo, mi ha annullato il volo di ritorno a Barcellona, ho fatto pace con Flaubert, il cui libro mi aveva deluso, ed ero andata a visitare almeno la zona in cui sono ambientate alcune scene.  Ho trascorso il più bel pomeriggio parigino di sempre. Ancora una volta, dunque, grazie anche a Gustave.

In fin dei conti, a cercarlo bene, un “angelo protettore” si trova sempre.

E a me conforta, in un certo senso, non avere mai il quadro completo.

Lo lascio a Littlefinger, che dopo tremila spoiler finalmente posso ammirare nelle sue macchinazioni finali, e alle miracolose statue acclamate dalle folle nei miei ritorni in paese.

Tutto quello che ho io è un fazzoletto in un portafogli che, attraverso un’incredibile giro di circostanze, è ritornato fino a me.

(Continua)

 

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