Risultati immagini per barcelona paella sangria  Eccomi qua. Mi aggiro per le stanze, cercando di riconoscerle. Camere in affitto vs camere dell’infanzia, lasciate da poche ore insieme alla famiglia radunata in corridoio per abbracciarmi.

Scendendo all’una di notte dalla navetta dell’aeroporto a Plaça Espanya, lo zaino che mi ballava sulla schiena, ho stretto il braccio al mio ragazzo:

– Siamo tornati a casa.

Lui ha guardato i gradoni bui di Montjuïc, odorosi di un’erba che non avvertivo (ho un raffreddore da cavallo) e ha specificato:

– Siamo tornati a casa, da casa.

È il paradosso nostro, e dei tanti come noi.

Che in aereo ascoltano come noi gli scherzi facili dei connazionali che volano a Barcellona per turismo, e possono ancora fare giochi di parole sulle indicazioni che non capiscono: “Estamos llegando a nuestro destino” diventa “È l’ora del nostro destino”, che rende ancora più inquietante un atterraggio che noi non siamo più tentati di applaudire, visto che viaggiamo spesso e atterriamo sempre.

E allora, davanti a questi ragazzi che chiamano vacanza quello che per noi è vita quotidiana, con la differenza che per noi non è tutta mojitos e fiesta en la playa, davanti a loro sorgono domande esistenziali tipo:

– Ti ricordi quando eravamo italiani?

Intendiamo quegli italiani, quelli che non devono restare, solo godersi questa cartolina turistica e ripartire, al massimo scrivere sulla pagina Gli italiani a Barcellona per chiedere “info sul lavoro lì”, subito bersagliati dagli insulti di chi è restato e lotta ogni giorno con la precarietà.

Già, perché restare non è che ti migliora la vita, o non è così ovvio. È il paradosso che cito sempre del libro di Claudia Cucchiarato, Vivo altrove: chi parte non è che si mette a posto, eh, anzi. Magari non vive coi suoi a 30 anni, ma spesso condivide con due semisconosciuti un appartamento che mantiene lavorando in un call center, con l’unico lusso di non prendersi Erasmus in casa: troppo rumorosi, troppo sporchi, troppo entusiasti per chi ha avuto la malaugurata idea di trasformare in casa il teatro di una vacanza sempre più lontana nel tempo.

Ma chi resta perché lo sa, non corre questo rischio. Parlo di chi sa che tornerà sempre a casa, da casa. Perché ha imparato a caricarsi nello zaino tutto quello che gli serve e ci starà bene dappertutto, e ha smesso di chiedersi “come l’accoglierà questo nuovo posto”, capendo che i posti non accolgono, gli vai incontro tu e vedi se ti ci puoi adattare.

Io per la verità ho trovato il ripostiglio allagato, segno che questa casa comincia a non accogliere me come un tempo. Che la padrona di casa sarà anche gentile, ma lotta da anni con la vecchiaia di un piso ereditato forse da un padre coi calli alle mani e poca pazienza con le autorizzazioni, come tanti padri costruttori del mio “nuovo” quartiere.

Le macerie della mia vecchia vita, vecchia di una settimana fa, mi accolgono tali e quali a come mi hanno cacciata: i soldi rovesciati a terra nella fretta di trovare il caricabatterie, la finestra che incornicia una fetta di tetti e di mare, solcati dall’occasionale sventolio della busta appesa ai fili del bucato, per spaventare i piccioni. Oggi sembra svolazzare al ritmo dei pianti del solito neonato, che purtroppo no, in questi sette giorni d’assenza non si è svezzato, laureato e sposato, come auspicavo (ho scoperto che svezzarsi esiste, come riflessivo: vuol dire togliersi un vizio, e questo l’abitudine di piangere a tutte le ore proprio non l’abbandona).

Il mortaio è ancora nella bustina di cellophane, sul tavolo in soggiorno: l’avevo portato alla lezione pre-vacanze al mio alunno più bravo, un americano volenteroso che studiava italiano per comunicare con su pareja.

Il giorno prima di partire mi avevano mandato le foto della pasta fatta col pesto ricavato dalla lezione, il risultato più concreto che abbia mai ottenuto insegnando italiano.

Si sono lasciati mentre ero via, lui mi ha messaggiato per “sospendere” le lezioni, almeno finché non trova casa.

È quello che succede a parlare una lingua stupenda, ma pleonastica, nell’economia mondiale.

Speriamo riprenda. È proprio bravo.

 Ho trovato questo metodo infallibile per mettere ordine in casa.

Togliere le cose che non mi servono.

“Originale!”, direte voi.

Solo che lo faccio davvero. Non rimane lettera morta nell’inserto femminile di un quotidiano.

Non uso il verbo buttare perché ho a disposizione la stanza di un amico che dice sempre “presto vengo a vivere a Barcellona”. Siccome lo dice da anni, camera sua è diventata il ripostiglio ufficiale.

E vi giuro, è incredibile quanto ci si guadagni a sbarazzarsi semplicemente, e senza rimpianti, di oggetti che non rimuovevamo… Perché?

Analizziamo le scuse più gettonate e le loro evidenti contraddizioni.

  1. È troppo ingombrante, come lo sposto. Tipico caso in cui la scusa per non agire è in realtà la miglior ragione per farlo. Pensiamoci: preferiamo tenerci quel catafalco lì per anni, invece di dedicare mezz’ora a rimuoverlo?
  2. Ci sono affezionata/o. Infatti ce ne vogliamo liberare. Qui scatta l’odi et amo dell’interrogazione di Latino. Però non si tratta per forza di buttarlo, si diceva. Se non abbiamo un ripostiglio, perfino spostarlo in una zona meno scomoda della casa può fare molto. E poi il classico vaso Ming della zia ci farà pensare più intensamente a lei se, invece di tenerlo costantemente sotto gli occhi, lo riscopriamo ogni anno accanto al piumone, quando comincia l’inverno.
  3. Prima o poi può essere utile. Intanto sacrifichiamo anni di difficile pulizia a quegli improbabili cinque minuti di utilità, che sottraggono spazio a roba che ci gioverebbe davvero usare più spesso.

Insomma, la sottrazione è la più antipatica delle operazioni, ci evoca privazione e bisogno, eppure spesso è incredibilmente risolutiva, ed economica.

Infatti la sto applicando a tutti gli ambiti.

Ad esempio, sottraggo tempo prezioso a faccende già di per sé scoccianti. Scopro le meraviglie della Posta Elettronica Certificata (i 5 euro che vi salveranno la vita) per combattere con le pratiche del Consolato.

Quando giro per case, attività frequente a Barcellona, rimando alle Calende greche le visite precedute da un: “Non ho una piantina della casa, devi proprio passare a vederla”. Solo in casi come questo, quando sospettiamo che vogliano sottrarci tempo, procediamo per addizione: tempi di spostamento ad agosto + ressa dei turisti + attesa (ad agosto a Barcellona sembra quasi esista un solo agente, armato di cartellina gigante). Risultato: la scoperta alla prima occhiata che le stanze sono tutte senza luce e c’è un bagno solo. Ci voleva la piantina, per questo?

Con le persone, lo so, è più difficile andare per sottrazione. E  a farlo passiamo pure per spietati. È una brava ragazza, mi sento dire, solo che è appena arrivata, si deve ambientare, dalle tempo. Caro, ci ho passato una sola serata ed è riuscita a intavolare un litigio sul nulla, perdersi due volte mentre la cercavamo tutti, lasciare oggetti sparsi in ogni locale dove mi trascinavate mentre premevo per andare a casa. Le auguro tutto il bene, semplicemente non ho tempo da perdere con gente che non ha ancora trovato se stessa, anzi, ancora non ha capito che si è perduta. E non accetterà aiuti non richiesti.

Lo so, con le persone care è più complicato. Non sono televisori dell’anteguerra o facce viste e dimenticate a una festa. A volte si eliminano da sole, per quanto doloroso possa essere. Lo sa bene chi vive all’estero.

Altre volte non è così facile. Cambiamo gusti, cambiamo vita, scopriamo di non avere niente da dirci, tranne ti voglio bene. Che, mi spiace smentire un luogo comune, ma non sempre basta a giustificare l’ingombro reciproco che ancora costituiamo nelle nostre vite. E allora si fa come al punto 2: non li eliminiamo, riserviamo loro un angolino speciale, da qualche parte nei giorni, abbastanza grande da non perderli, abbastanza piccolo perché non siano molesti. Un po’ di manutenzione non si nega a nessuno, come un messaggio tipo “Tutto bene?”. Sperando che la risposta non sia la cantilena egocentrica di lamentele che una volta ci divertiva e adesso ci fa sbadigliare.

Prima o poi ci ricorderemo a vicenda che l’utilità, applicata alle persone, si declina anche in un bicchiere di vino o in una serata di ricordi.

E allora cessa di essere utilità e diventa l’unica cosa che conta: farsi compagnia senza avere la sensazione di star sottraendo qualcosa alla nostra vita, invece che aggiungerla.

donnavelopc So che è più complicata, ma a me l’hanno raccontata così ed è vero che a volte sono meglio le storie che i fatti: durante una celebrazione accademica del Día de la Raza, che in Spagna non è del tutto sparito e che qualcuno vuole estendere all’Italia, Miguel de Unamuno dice tutto quello che pensa dell’ossimoro franchista “Viva la muerte!”. Che si riassumerebbe con “Il fascismo si cura leggendo”.

… e il razzismo viaggiando, ci ha aggiunto qualcuno.

Ci penso spesso quando mi meraviglio, da italiana all’estero, delle dichiarazioni sull’Islam di quelli che quando ero in Italia consideravo intellettuali seri. Gente che in gioventù aveva fatto attivismo e che si batteva per i diritti delle donne o denunciava soprusi, e che magari aveva alle spalle un rocambolesco passato di famiglie sparse per il mondo e persecuzioni assortite.

Devo dire che 8 anni dopo forse non riesco più a tastare “il polso del paese”. C’è una teoria sociologica, quella del contatto, per cui gente che convive quotidianamente con persone di altre culture è meno propensa a essere razzista, perché si tratterebbe di scagliarsi non contro un’idea astratta, ma contro un vicino che saluta ogni giorno. Questa storia sembra funzionare con gli elettori di Trump, americani bianchi che vivono in enclave in cui gli unici latini che incontrano sono quelli che gli spicciano casa.

Ecco, io mi chiedo se tutte queste persone che stiano ora intervenendo sulla pleonastica polemica del burkini non abbiano un problema del genere, con una variante: magari del “mondo arabo” non conoscono che il lavapiatti egiziano del loro ristorante preferito o l’intellettuale marocchino che, come dice mirabilmente un suo connazionale, “si ricorda di essere arabo solo quando deve vendere libri ai francesi”.

Il suo connazionale, professore di chimica organica, quando torna in Marocco si ritrova ogni tanto dei bulletti ultrareligiosi che occupano un pezzo di spiaggia e pretendono di restare da soli, perché le loro donne fanno il bagno. Sono casi abbastanza isolati e, a chiedere i documenti ai protagonisti di questi siparietti, è difficile dire chi sia più marocchino, se questi religiosi che fanno notizia, o il mio amico, o per esempio i collaboratori della mia associazione che lontano dalle spagnolissime fidanzate si ubriacano a merda e fanno persino due tiri.

So che questi non sono abbastanza esotici per uscire sui giornali, vorrei chiedere a chi li considera una minoranza privilegiata se ne sia sicuro, e se, ammesso che così fosse, non abbiano diritto alla rappresentanza. Ma entrerei in una polemica non dissimile da quelle tra i napoletani di ceto medio, che difendono ‘a cartulina con la triade Totò – Troisi – Daniele, e i giornali populisti che vedono solo quelli di madrelingua napoletana che ascoltano musica neomelodica. Chi è più napoletano? Nessuno.

Chi è più arabo? Nessuno.

E nessuno è più francese, tra quelli formaggio e baguette e quelli couscous e banlieue. Scusate i luoghi comuni, ma un prof. della mia università napoletana dubitava che gli attentatori di Parigi avessero nazionalità europea (ehm…).  Pensava forse al mitologico maggio francese che aveva vissuto nei termini descritti dal suo quasi coetaneo Bertolucci. Si ostinava a ripetere che i ragazzi cresciuti “in ghetti arabi” non fossero i francesi della liberté, égalité, fraternité. Ma de che.

Ho amici che lo sanno, come sono i francesi oggi. Che a Parigi ci hanno vissuto davvero, e per anni. Che hanno diviso un appartamento a Damasco con un italiano che poi è morto in Egitto, e adesso scoprono che all’Italia frega meno di due fucilieri di marina accusati di omicidio in India.

Mi chiedono perché e io non so che rispondere. Forse le generazioni hanno smesso del tutto di parlarsi, di collaborare. Gli ex  sessantottini sembrano troppo occupati a difendere il mondo che volevano cambiare, per vedere come cambia. E i loro figli e nipoti, che hanno viaggiato, che accumulano titoli su titoli senza mai avere un lavoro, perdono la speranza di dire la loro nella gerontocrazia di baroni e amici degli amici che li esclude.

Tutti difendono la loro realtà, nessuno si occupa della verità.

Ed è un peccato, perché la metà di quello che leggo la può scrivere solo gente che non sa di cosa parli.

 

Ho appena finito di leggere L’arpa d’erba, di Truman Capote, e mi sono commossa.

Soprattutto perché non mi è piaciuto, e mi ha fatto piangere lo stesso.

Questo volevo dire, quando parlavo delle cose che vanno storte e che sono perfette uguale. In questo caso, non ho amato fino in fondo la “gag” principale: tutti gli sgangherati protagonisti finiscono in una casa su un albero, sfuggendo alle loro vite che sembrano segnate, e rimanendone segnati a vita.

Sì, è una questione personale: le storie che si basano su un esilio volontario mi hanno sempre suscitato un grande esticazzi. Così è stato per Il barone rampante, un altro amante degli alberi. Alla leggenda del pianista sull’oceano ho preferito mille volte il mieloso, onesto Titanic.

Fatto sta che, a parte le occasionali risate che mi regalavano, questi personaggi sull’albero di Capote mi sembravano troppo caricaturali, i loro nemici suonavano troppo metaforici, e il racconto era troppo lungo. E il ritorno alla triste realtà, com’era prevedibile, si faceva oltremodo malinconico.

Però, quel minimo di professionalità che danno 4 anni di romanzi sbagliati mi ha fatto intuire che il finale avrebbe ripreso il fantastico motivo conduttore, l’arpa d’erba che canta alle foglie le storie di tutti.

Così, man mano che sbirciavo le pagine che mancassero alla fine, accadeva il miracolo. Gli dicevo, al bastardo di Capote, ma quanto sei bravo anche quando non mi convinci. Cosa bisogna fare, eh, per prendere qualcuno e gettarlo in una storia che neanche gli interessa, ma che non abbandonerà fino all’ultima riga. Sarà stata la battuta occasionale, una descrizione fulminante in due parole, l’evocazione di uno stato d’animo che abbiamo provato tutti almeno una volta. Ma il mio risentimento verso l’autore di altri libri che avevo adorato si è trasformato in invidia, poi ammirazione, poi lacrime e mocciconi.

Mi sono accorta di ammirare l’arte dell’autore più adesso che mi riconduceva da sola verso il suono dell’arpa, che quando ero troppo presa dalla storia per misurarne la grandezza.

E allora ho ricordato quanto i miei migliori maestri siano stati i peggiori professori, quanto le brutte giornate mi fossero servite a ricordare ciò che abbia di bello. E quanto sia banale, tutto questo. Così banale che rischio di scordarmi quanto sia vero.

Sta di fatto che io quest’arpa un po’ scordata non smetterò mai di ascoltarla. E le sarò grata per quelle due note che mi vorrà sussurrare, se vorrà insegnare anche a me che le cose, le vite, riescono bene anche quando sono sbagliate.

barmanolo  Mi rode raccontare ai miei alunni una Sicilia senza tempo, così come la vende il loro libro di testo, per poi imbattermi online nel menù multietnico del mio locale catanese preferito, il giusto incrocio tra tradizione e innovazione.

Ma qui a Barcellona succede qualcosa del genere, perché c’è la questioneindipendenza. No, non è come la Lega, è più complicato, si può essere d’accordo o meno ma questi non sono razzisti. Inoltre subiscono davvero un turismo che porta pochi soldi alla gente di qua, ma intanto fa lievitare i costi delle case, aumenta i prezzi dei supermercati, e grava secondo cifre non ancora stimate sulla manutenzione del trasporto pubblico e sulla sanità locale.

Quindi mica bruscolini, ma con un effetto collaterale: chiudersi a riccio intorno a una cultura che devi difendere su due fronti. Quello percepito dell’omogeneizzazione spagnola, e quello della gentrificazione turistica.

Risultato? L’apologia del Bar Manolo.

Scelgo quello perché lo trovo più trasversale di altri simboli maggiormente patriottici, ma meno condivisi dalle famiglie “terrone”. Scelgo questo fenomeno mitologico, metà bar del quartiere e metà slot-machine dell’anteguerra, messa rigorosamente accanto al distributore delle sigarette. Sì, è la versione locale del Bar Sport di Benni, Luisona compresa. Solo che qui si chiama Magdalena ed è la cugina spagnola di quella di Proust.

Per me rappresenta l’immagine senza tempo che certa gente di qua ha del suo paese, della sua bella nazione che si ritrova tutto il mondo a attraversarle la strada, e tutto ciò che ci vede sono turisti molesti (ci sono, ma c’è altro). Il rischio che si corre nella giusta lotta per difendere la propria cultura è questo: vedere il cambiamento come una minaccia. 

Insomma, insegno un’Italia rappresentata come immutabile nella prima città che si è dichiarata vegan-friendly (roba da linciaggi, nell’Italia immutabile), e che più di ogni altra, in Europa, riunisce gente di origini diverse senza per questo diventare un’enorme metropoli caotica.

E per uno strano equivoco più o meno condiviso difenderla è diventato preferire il Bar Manolo al nuovo baretto che mescola sapori catalani a quelli indopakistani del Raval.

Che o viene considerato ultraturistico o resta il Barrio Chino, quello malfamato, l’unico luogo che le emancipatissime donne locali si rifiutano di espugnare, memori delle raccomandazioni delle loro nonne (che magari ci abitavano prima della “promozione sociale”).

Eppure di Bar Manolo, nel Raval, ce ne sono quanti ne volete.

Basta non cascare nella trappola di chi, a Napoli o a Barcellona, ci voglia far credere che modernità sia pagare un panino 8 euro (ma i pomodorini sono dop, eh).

E non dare mai per scontato di sapere cosa sia la nostra cultura.

Potrebbe cambiarci sotto gli occhi senza che neanche ce ne accorgiamo.

  Io capisco loro, invece, o almeno credo. Insomma, per farci arrivare indenni a un’età di autosufficienza (ammesso che l’abbiamo raggiunta), i nostri genitori hanno dovuto spesso condurre una vita impegnativa, con un lavoro routinario e remunerato almeno il giusto per mantenerci. Hanno “fatto sacrifici”, come si suol dire, messo da parte i loro risparmi per noi.

Non dev’essere facile, per loro, vedere che noi tutto questo ce lo sogniamo. E che, peggio ancora, non sempre ne facciamo una tragedia.

Cioè, in tanti capiamo che ci stanno privando di diritti fondamentali. Al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione. E lo stanno facendo anche coi nostri figli. Per questi diritti dobbiamo lottare, e un po’ di noi cominciano a farlo.

Ma quello alla ricchezza, è un diritto? Non sarà che considerarla un obiettivo prioritario, altrimenti siamo dei falliti, abbia contribuito a portarci dove siamo? 

Ok, i nostri genitori non vorrebbero ricchezza, per noi, ma almeno benessere. Ebbene, anche questo concetto sfuggente potremmo interpretarlo diversamente da loro.

Sarà che almeno io già ho avuto il frigo pieno, e un bel televisore, e un mese intero di vacanza quando le vacanze duravano un mese.

Adesso che ho l’età dei miei all’epoca, le mie entrate mensili non sempre superano i 1000 euro. E dormirci serena la notte sarebbe, secondo mio padre che comprensibilmente si preoccupa per me, “vocazione al pauperismo”.

Sbagliato. È constatare che quello che mi piace di più, della vita, curiosamente non costa niente.

E non è neanche un ingenuo ritorno ai figli dei fiori, eh, se mi muore lo zio d’America io non mi metto mica a piangere. Mi compro una casa di dieci stanze direttamente sulla costa, in barba ai mostri ecologici (si scherza). Apro una casa editrice che pubblichi solo libri che mi piacciono (non i miei, quindi), senza pensare a quanto vendano.

Mi compro Dolce & Gabbana per svaligiargli l’atelier e mandarli poi a cogliermi le percoche.

Ma sono sfizi, come potete ben vedere. Ho imparato, e non per necessità, che possiamo farci da noi la metà di ciò che compriamo in un supermercato, con risultati migliori. E chi sostiene che la dieta vegetariana sia cara penserà forse alla carta vetrata di Valsoia, visto che da un euro di farina di forza ricavo cibo per giorni.

Cioè, a fine mese mi accorgo di aver risparmiato semplicemente facendo quello che voglio, e non quello che si suppone debba volere.

Ma tanto, ciò che mi piace sul serio costa davvero poco, e non lo elenco perché si accenderebbe l’allarme banalità. Dico solo che la Barcellona che ammiro ogni sera da un finestrone in affitto sarebbe esattamente uguale, mi sono accorta ieri con sconcerto, se contemplata dalla villona modernista di fronte.

Se alla fine dovessi vincere alla lotteria sarebbe come quei fast food che vanno tanto ora, almeno a Barcellona. Quelli di wok orientale, che tra l’altro snobbo per i cinesi autentici di Arc de Triomf, buoni il doppio a metà prezzo. Ma per uno spuntino veloce in zone centrali sono meglio di paella surgelata e sangría in tetrapak.

Avete presente? C’è la “base”, tagliolini alle verdure, che costa sui cinque euro, e per meno di un euro a ingrediente ci puoi aggiungere gli extra che vuoi: tofu, funghi, broccoli. Ecco, il fatto è che la base, di per sé, già è buona. E quando hai fatto la splendida e ci hai messo tre extra ti accorgi che è troppa roba, che non ti serviva, che quasi quasi rovina l’insieme.

Insomma, una vita affrontata con tutto quello che ci serve, e se c’è qualche extra ben venga, mi fa tanto Wok da asporto. Se ci piace, ci piace in versione minimal come con tremila condimenti. Se ci fa schifo di suo, invece, se non siamo mai contenti, non ci sarà zio d’America che tenga, o uno schermo abbastanza piatto da proiettarci una vita migliore.

Tanto vale cambiare canale.

 

 

 

  Il mio ragazzo sta conoscendo gente del mio passato, e sta per giocarsi i numeri al lotto, alla napoletana, con tutti gli aneddoti curiosi che gli racconto su di loro.

Gli sembrano usciti da un cunto di Basile (non Garrone, Basile), che siano ambientati nella perfida Albione o in un appartamento condiviso in un quartiere fighetto di Barcellona. Quelli sono stati i momenti in cui mi sono più scatenata con le telenovelas. In cui ho cambiato casa più volte, conosciuto più gente di tutto il mondo, vissuto improbabili avventure con coinquilini pazzi ma educati, con vicini pazzi e basta.

A quei tempi i miei ex, per essere sicuri che andassi d’accordo con le loro nuove fiamme, si mettevano direttamente con le mie amiche. Che generosi!

O i vicini, per inscenare proteste efficaci contro l’amministrazione condominiale, spargevano cacca di cane per le scale. In qualche occasione, sospettiamo, defenestravano gatti.

Avevo amiche che dicevano che capitavano “tutte a me”.

Ora continuano a capitarmi cose, ma in genere belle o gestibili, a volte perfino noiose.

E il mio ragazzo stenta a riconoscere la me stessa delle storie passate, questa sua coetanea che faceva incontrare gente diversa, a volte la faceva innamorare, o solo unire per un viaggio, o litigare pesantemente per motivi estranei alla sua volontà (vedi la volta in cui ero “contesa” tra il pianista che mi piaceva e un bassista che faceva yoga, e che si ritirò in buon ordine senza eccessivi rimpianti).

È una vita che mi sembra lontana tre vite fa. E raccontandola, facendola rivivere a qualcun altro, mi sono chiesta se non mi mancasse, quella fase rocambolesca in cui prendevo le vite degli altri come tanti gomitoli di lana diversa, e le univo a caso in intricati sentieri senza trama.

Ora unisco solo gomitoli veri, mi sa. Però faccio altre cose. Trasformo amiche quadrate in crisi creativa in imparabili scrittrici in viaggio per il mondo, con la frase giusta. Per quello ci vuole culo, ma possiamo farlo tutti. Oppure concilio lavoro e studio, che scusate ma come miracolo a volte non è niente male.

Mi rendo conto, insomma, che la mia vita è meno avventurosa che in passato, il che mi porta meno colpi di scena ma molta più serenità, che non sempre diventa noia.

E voi la gestite bene, la tranquillità? O vi serve il caos, per funzionare? Quest’ultima evenienza non è per forza malaccio, eh. Basta non doverselo creare artificialmente, lì secondo me qualcosa non va.

Inscenare la vita di prima ora che ho cambiato gusti, abitudini, metabolismo (non digerisco più le situazioni troppo complicate), sarebbe come frustare per sempre una maionese già impazzita. Ormai è fatta, la prendi così o la trasformi in un’altra salsa.

Credo che sia questione di fare quello che ci è consono in questo momento, con le forze che abbiamo, coi desideri e i bisogni di adesso.

Scopriremo che come esistenza è perfettamente coerente con quello che siamo, è solo diversa.

Il manuale delle istruzioni, per una volta, non è scritto in turcomanno.

 

 

  Sì, la tentazione ce l’abbiamo tutti. O in tanti, almeno.

Guardiamo la casa dove passavamo le vacanze da bambini, e vorremmo tornare indietro nel tempo.

Osserviamo chi ha preso il nostro posto quando ci hanno licenziati in tronco, e vorremmo tornare lì anche se il capo è uno stronzo.

Scopriamo che il nostro ex è diventato un incrocio tra Mister Universo e il Galateo, e dimentichi di quello che ci ha fatto passare ci chiediamo all’improvviso perché sia finita.

Ecco, io, ripensando a tutte queste cose, mi sono accorta di un piccolo particolare. Tornare indietro non sempre è impossibile. La vera domanda è: ci conviene?

Ok, la storia di tornare all’infanzia è dura. Ma già il lavoro, a riconciliarci con il capo, non sempre è un’utopia: in quanti accetterebbero di fare quella schifezza ogni giorno, per così pochi soldi? E pure gli ex: perfino con quello che non s’innamorava di noi manco a farlo ipnotizzare da Maga Magò, non sappiamo cosa accadrà tra 10 anni, quando l’avranno buttato via tutte le ragazzette tormentate che preferisce a noi. Oh, ho detto “non sempre è impossibile”, mica ho specificato in quanto tempo!

Il punto è un altro: quello che è possibile, è anche auspicabile? No, perché a volte ci nascondiamo dietro sta storia dell’impossibilità.

La usiamo per vivere nel rimpianto di qualcosa, senza fare alcuno sforzo per riprendercelo. Ne facciamo una scusa per lamentarci di quello che abbiamo ora. È un metro di paragone ingiusto, passato idealizzato vs presente vivo e vegeto, con tutti i suoi problemi.

Così quello che non poteva tornare più ci prende alla sprovvista. La casa che volevamo affittare, ma ci hanno preceduti, torna libera proprio mentre ne avevamo trovato un’altra. E adesso scopriamo che scegliere non è facile come credevamo.

Oppure, mentre idealizzavamo quel pazzo dell’ex, che tanto è impegnato, scopriamo che è tornato libero ed è più che disposto a offrirci un caffè. E allora dobbiamo improvvisamente essere oneste con noi stesse: lo rimpiangevamo sul serio, o era tanto per disprezzare chi ci sopporta ora?

Eccoci di fronte a ciò che temiamo di più. Scegliere. Ciò che l’impossibilità esorcizzava. Scegliere.

E allora, a mali estremi estremi rimedi: scegliamo.

E parliamoci chiaro. Se la casa che volevamo affittare è davvero più conveniente del rimpiazzo, meno male che si è liberata! E a certe condizioni un ritorno di fiamma, come lo chiamano le riviste rosa, potrebbe anche farci bene.

Ma se pretendiamo di tornare al passato tale e quale a come l’abbiamo lasciato, abbiamo la memoria corta. O la vista, corta. Pensavamo che non avremmo trovato di meglio di quel lavoro, di quella casa, finché non l’abbiamo fatto. Del nostro ex ora vediamo solo il sorriso nuovo di zecca, ce lo scordiamo arrabbiato con noi, imbronciato, indolente.

Allora no, non abbiamo più alibi. Impossible is nothing, dice una pubblicità paracula. Ammettiamo che per una volta abbia ragione, e rispondiamo onestamente: se è possibile, lo vorremmo? E non è una domanda generica. Rispondere sì significa prendersi le responsabilità di tornare sui nostri passi, affrontare consapevoli le lune storte dell’ex, le sfuriate del capo, rivivere i motivi per cui quell’esperienza si è conclusa la prima volta.

E spesso lo faremo in nome non di un presente nuovo, che ci includa come siamo ora nel mondo che viviamo ora, ma di un passato che non può più tornare, perché non possiamo cancellare tutte le esperienze, positive e negative, tra come siamo diventati e come eravamo.

Vedete com’è facile dire “è impossibile”?

Allora, quando è possibile, non tiriamoci indietro. Scegliere, per quanto scocciante, è un privilegio.

Scegliamo bene.

 Ho fatto la casalinga disperata per un giorno. Ho preparato il seitan, che almeno in una cosa è come il maiale: non si butta niente. Neanche l’acqua di preparazione. Infatti tra fornelli, forno e rotella tagliapasta ho cucinato per ore e lavato tutto io, in tre momenti diversi. Il mio ragazzo, con cui ci dividiamo al 50% le faccende domestiche (ok, fa più lui, ma solo perché è fanatico), non poteva aiutarmi per un problemino di salute.

Ho concluso la giornata molto stanca e ancora più ammirata nei confronti di quelle persone, nella nostra cultura soprattutto donne, che fanno tutto questo come lavoro a tempo pieno, senza mai smontare.

Mi sono chiesta, però, cosa spinga alla stessa attività anche le donne che non hanno orari lavorativi differenti dai loro compagni, che cioè hanno le loro stesse opportunità di occuparsi del lavoro domestico. Spesso danno per scontato che, come mi disse a 15 anni una ragazza che ora si avvicinerà alla cinquantina, “alcune cose le dobbiamo fare noi”.

So che dietro la tendenza a sobbarcarsi tutto il lavoro domestico ci sono diversi fattori, spesso culturali. La generazione di mia madre mi ha spesso detto: “Quanto sei pesante, evita storie in casa e non perderti per due piatti”. Oppure: “E se tuo marito non vuole, tu che fai?”. Al che, con una vena polemica che ho perso (mi limito a vivere felice con un uomo che fa la sua parte), rispondevo che i “due piatti”, in realtà un’intera casa da mantenere, diventano tali solo quando la maggior parte del lavoro la svolge un’altra donna, magari straniera, a un prezzo a volte inferiore ai 10 euro l’ora. L’emancipazione  di tante donne di ceto medio è avvenuta non per una distribuzione più equa dei ruoli in casa, ma perché c’erano altre donne a lavorare per loro.

Un’altra motivazione, invero squalificante per gli uomini e per chi li “pensa” in questi termini, è che loro siano meno bravi nelle faccende domestiche. Che ricorda un po’ la storia delle donne che non saprebbero guidare. Che fondamento può avere, questa fregnaccia? Questione d’esperienza? Mi permetto di dubitarne, visto che ricordo i messaggi facebook disperati di coetanee alle prese con la loro prima lavatrice, in vacanza, quando io ero già a Barcellona (e ci sono arrivata a 27 anni).

Stendiamo dunque un velo pietoso e soffermiamoci sulla mia ragione preferita: il “Quante storie!”. Che subentra quando non solo fai tutto tu, ma l’hai trasformato in una sorta di missione eroica, che se permetti odora ancora dei ceri del catechismo. Per di più a spese di un marito così refrattario ad alzare un dito in casa che ci sta perfino a farsi considerare scemo. Scemo pe’ nun ghi’ ‘a guerra, si dice dalle mie parti.

Io le faccende domestiche da sola le ho svolte per 13 anni, quelli vissuti per conto mio o in appartamenti condivisi, e sarei capace di svolgerle per sempre, se le condizioni fisiche del mio compagno lo richiedessero. Quindi non è che sia meno resistente di te, amica tuttofare. Voglio solo accertarmi che tu lo faccia perché hai proprio la passione per il prelavaggio e la scopa Pippo che arriva negli angoli, e non perché non hai mai pensato si potesse fare altrimenti.

Perché resti la manodopera a costo zero più amata da chi deve occuparsi di welfare: perché arrovellarsi, se ci sei tu? E allora reinserimento zero dopo la maternità, asili nido pochissimi e costosi, ma tanto l’istinto materno compensa tutto, vero? Vero? Mettici il problema di vivere con uno che in Italia, tra mamme e nonne adoranti, rischia davvero di non aver alzato una mutanda da terra per i primi 30 anni della sua vita… E allora faccio io, tesoro, che santa sono. Che santa sei, cara. Oh, mi stiri la camicia, che stasera ho la cena aziendale?

E quindi, siccome così sono tutti contenti (tranne te), che fai? Te lo fai piacere. Anzi, ci basi la tua identità. Ciao, sono Wonder Woman, cucino, lavo, spazzo, porto i figli a scuola e lo faccio tutto BE-NIS-SI-MO. Tu di che ti lamenti? Non lo sai fare?

Sì, che lo so fare. Solo che non voglio.

E sono felice. Tu invece sei stanca. Chi è stanco non ha tempo di essere felice. Chi è felice, invece, vuole tutti felici.

Quindi, la smetti di fare Wonder Woman e provi a essere felice pure tu?

 

  Oggi ci sono cascata: mi sono messa a commentare su facebook un paio di post che non mi trovavano d’accordo. Uno ridicolizzava una presunta esibizionista da spiaggia (la didascalia era “ben GLI sta”…) e un altro, a proposito di slut shaming, difendeva la lingua italiana da quelle contaminazioni terribili tipo leader oppure font, che suggeriva di sostituire con un pratico e funzionale “carattere tipografico”. Ho capito che a scuola avete imparato il francese, cari gendarmi della lingua (l’età media dei commentatori era alta), ma fatela finita, sì? Ecco, mentre facevo tutto ciò, mi è piombata addosso la punizione divina: mi è andato di traverso l’intruglione che per insondabili motivi digestivi mi faccio ogni due giorni (miscela mefitica di cannella, zenzero, miele e succo di limone) e, dopo averlo sputato in ogni dove manco stessi affogando nel Mar Morto, mi sento come al terzo giorno di mal di gola.

Ben GLI sta, commenterebbero quelli del primo post. Perché, dicevo, ci sono cascata: mi sono arrabbiata, e per niente. Per dire la mia a gente che non cambierà idea solo perché io non la penso uguale, e continuerà a rafforzare la sua identità attraverso il disprezzo di quelle altrui.

Lamentarsi serve a poco, purtroppo. Eppure è una forma di socializzazione che usiamo spesso. Come va? Eh, signora mia, questo calore non dà tregua. Tre mesi prima avevamo criticato il freddo, e se anche ci fossero dei gradevolissimi 20 gradi vireremmo la conversazione con questa semisconosciuta (a cui rivolgiamo la parola per cortesia) su qualche fonte di lamentela. È una formula collaudata, pratica. Si è subito complici, nel biasimare insieme qualcosa che non ci piace. Ci dà un argomento per parlare e uno strano piacere, quello di analizzare ciò che non ci garba, come unica maniera di controllarlo. Il sollievo con cui lo mettiamo da parte per dedicarci ad altro pure è un surrogato del piacere.

Una volta ho provato a non cadere nella trappola. Il che non significa, attenzione, pensare solo a cose buone e belle da dire: il pensiero positivo va bene finché non censura, nasconde, della rabbia che faremmo bene a (ri)conoscere. No. Ero a tavola col mio ragazzo e, invece di lamentarmi di come andasse l’associazione, dei nostri amici perdigiorno, dell’affitto troppo caro e delle condizioni della caldaia, ho provato a parlare d’altro. E ne sono venute fuori delle belle!

Progetti per il fine settimana, per l’estate, per la vita. Considerazioni piacevoli sul tempo e su quanto avessimo di buono, invece, in quella casa esosa con la caldaia che fa le bizze (il che non significa che alla prossima doccia fredda non vada a fare lo strascino alla padrona di casa, so’ ottimista, mica scema).

Insomma, se rifuggiamo dal piacere agrodolce a cui siamo abituati, quello di relazionarci attraverso le critiche, ci si apre sul serio un mondo. Forse è il modo più rapido ed economico per cambiarsi la vita. Ma sì, ragioniamo in termini di tempo: se mi sono lamentato mezz’ora di cose che non ho fatto altro per risolvere, a parte rimuginarci su, ho sottratto mezz’ora alla lezione da preparare che comunque mi aspetta più tardi, alla birretta dopolavoro da organizzare, perfino a una possibile soluzione al problema di cui mi lamentassi.

Quindi, non si tratta di essere sempre positivi e vedere le nuvolette rosa dappertutto. È questione di dire ciao alla spirale di pensieri che ci accoglie nella sua rassicurante nullafacenza, garantendoci zero soluzioni al prezzo di una piacevole mezz’ora a rovinarci il fegato.

E quanto ci piace, rovinarci il fegato.

Finché scopriamo quante cose deliziose possiamo assaporare se lo trattiamo bene.

 

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