A-LIVELLA  Ho appena scoperto che, durante il nazismo, un grande segno d’insubordinazione al regime era partecipare ai funerali dei dissidenti. Allora mi sono detta che era ora di scrivere sto post che meditavo da tempo, sullo spinoso argomento: a che servono, i morti?

A chi servono, più che altro.

Il primo morto che vidi mi evocò un’immagine strana: lo stereo di camera mia. Apprendendo della morte di mio nonno ero corsa ad accenderlo e, nonostante i 19 anni suonati, avevo messo su una canzone dei Take That, per rifugiarmi in tempi più spensierati in cui al massimo temevo l’interrogazione di matematica.

Ecco, questa è l’idea che mi diede il mio primo morto. Non più persona, solo cassa di risonanza di un dolore. Di un lutto.

Quello di chi resta.

I morti, dovetti concludere banalmente, servono a chi resta.

Ho seguito una volta i miei, nel giro devoto che fanno quasi ogni domenica al cimitero. C’è un orsetto carrillon sulla tomba di un bimbo. Loro danno sempre la corda e “ninnano” l’antico proprietario.

A me interessava la sorte delle piante, vive, messe lì a seccare sotto il sole di luglio. A che pro lasciarle a soffrire per una zia che non se ne sarebbe vista bene?

Ma niente, le piante restano.

E la zia si “visita” ogni domenica.

Quelli che davvero escono rinfrancati dalla visita sono i miei. Che hanno trovato il modo di comunicare ancora coi “loro”.

Allora ricordo quella junghiana che sostiene che il soprannaturale, perfino la divinità, non è che un’espressione di nostre facoltà interne. Non riusciremmo a coglierle se non le proiettassimo fuori, a volte in una divinità monoteista, a volte nei pagani Penati. Quelli che ci aspettano, appunto, ogni domenica al cimitero.

Già avvezza, quindi, al meccanismo, ho incontrato settimane fa una signora croata, che in un italiano buffo mi ha spiegato che ogni domenica si fa un’ora e mezzo di corriera per andare a trovare i suoi. Che, per inciso, l’ “aspettano” al cimitero del paesello nativo.

Niente di nuovo sotto il sole, ho pensato. Poi la mia interlocutrice ha aggiunto:

– Con me viene pure mia figlia. Sai, lei ha il fidanzato proprio nel paese in cui sono nata e allora parte con me volentieri.

Questa scena, scusate, è bellissima. Mi ha ricordato Chichi dei Quattro cavalieri dell’Apocalisse, una mia lettura adolescenziale, che sulla tomba del fratello morto in guerra piglia il fidanzato e gli dà uno spettacolare bacio nel vento, col panneggio sconvolto che le disegna i fianchi ad anfora (e perfino io che sognavo gli spigoli di Claudia Schiffer capivo il concetto, fertilità accanto alla morte, il ciclo eterno della vita, cos’).

Insomma, sono contenta almeno di questo: del fatto che quelli che mi hanno insegnato a scrivere, a camminare, a leggere l’ora su un orologio coi numeri romani (la mia cazzimma da qualche parte sarà venuta), riescono ad avere ancora una funzione sociale. Quella di rendere più dolce e tollerabile la vita di chi li ricorda. Vuol dire che hanno seminato bene.

Infatti a me piace ricordarli senza nicchie e piante a seccare al sole.

Portarmeli dietro nella speranza di farli conoscere a chi mi seguirà.

Ma sono gusti.

images (4)  Ok, in questo Santo Natale di Strafogo (voce del verbo strafogare, ovvero abbuffarsi come se non ci fosse un domani) sono più buona perfino io e non voglio ammorbarvi con considerazioni pseudofilosofiche che paghereste due euro da Lidl.

Colgo solo l’occasione per confessare una cosa a cui pensavo da tempo: da quando mi propongo esattamente quello che voglio (niente scorciatoie, sotterfugi, ripensamenti), l’ottengo.

No, non ho ancora vinto questo biglietto alla lotteria che mi mette a posto per sempre, e quei 10 cm in più di cosce che prometteva il mio sviluppo precoce sono rimasti nella gerla di Babbo Natale.

Ma quello che desidero sul serio, mi sta arrivando.

E forse il segreto è questo: scoprire che non vogliamo mica la luna. E che non è accontentarsi, considerare che possiamo benissimo stare in santa pace con quello che ci serve davvero. E che se la supervincita dovesse arrivare, troverebbe una personcina perbene (scusate, ieri in TV c’era Non ci resta che piangere) che già sta bene come sta e si godrebbe ancora di più il premio. Soprattutto, non lo dissiperebbe tornando più povera di prima, come farebbero tanti che mi direbbero ora di stare zitta perché “non conosco i veri problemi” (i loro, ovviamente).

Fortuna che quelli che conoscono “i veri problemi” in quel senso (i malati leucemici di mio padre) hanno sviluppato, mi sembra, un atteggiamento simile al mio, per la serie: “È inutile che ti prendi collera, tanto…”. I fan di Gianfranco Marziano sanno come continuare.

Evvabbe’, ora potete rispondermi con un ricco esticazzi, ma ve lo dovevo dire. L’ho spiegato anche all’amica che aveva un miniprogetto per lavorare da sola, in modo creativo, e che l’ha  messo da parte per un “lavoro sicuro” in un’azienda, inseguendo il miraggio dello stipendio fisso. L’hanno licenziata dopo tre mesi, troppo pochi pure per prendersi il sussidio minimo di disoccupazione.

L’ho detto pure a quella che si accontentava di stare e non stare col tipo brillante ma scombinato che la prendeva e la mollava, e allora lei si diceva “prima o poi capirà che ci vogliamo bene”, e dopo ogni ritorno “stavolta è diverso”. Le ho detto: visto? Da quando ti proponi di volere solo qualcuno che ti rispetti e che ti voglia bene sul serio, l’hai ottenuto. E lei mi ha sorriso dall’altra parte dello specchio.

Insomma, appurato che i nostri desideri, ridotti all’osso, sono ben lontani dal chiedere la luna, direi di andare a realizzare quelli. Cazzo ne so se mi pubblicheranno mai, intanto scrivo, che è quello che voglio. Se il posto fisso è un miraggio, meglio provare a far funzionare il mio negozietto online di saponi fatti a mano (come ha fatto una ragazza deliziosa che conosco) o rinunciarci per lavorare tre mesi a 500 euro al mese a mezz’ora di treno, per poi essere sostituita da un’altra “stagista”?

Allora, come proposito da tenere sotto l’albero direi di farlo: puntiamo esattamente a quello che ci serve.

  • Proviamo a fare il lavoro che vogliamo, dovessimo esercitarlo come hobby la domenica.
  • Quel paese che vogliamo visitare, possiamo vedercelo lo stesso zaino in spalla, se i soldi per l’Hilton al momento ci mancano.
  • Diciamoci: il prossimo che mi capita mi deve adorare.

A me tutto questo è successo e non ho niente in più a voi.

Fatevi due conti.

 

 

 

princecharming Quanto detestavo quegli articoli su Donna Moderna, tipo Come far funzionare un rapporto.

Fregavo il giornale a mia madre, indignata dal contenuto prosaico, quando l’amore per me significava più o meno cantare come una scema davanti a un pozzo o in una foresta e trovarmi un ficcanaso alle spalle che dicesse: “Ho sentito tutto e sono quello che fa per te”.

Ora capisco, ovviamente, anche se continuo a diffidare di linguaggi troppo scientifici o tecnicistici di un fenomeno che sfuggirà alle nostre analisi perfino quando si sarà trasformato in mutui da pagare e figli da sfamare.

La questione è che, tradita dall’amore romantico e dalla sua idea disneyana, l’ho confuso spesso col pathos, o più squallidamente con le montagne russe. Con quelle situazioni da amore non amore, ti chiamo non ti chiamo, oggi mi piaci e domani no…

E stavo molto attenta a scegliermi gente che mi lasciasse nell’incertezza il maggior tempo possibile (per non avere nessun dubbio, magari, con la fortunella che mi avrebbe sostituito).

Allora per me questo era diventato la normalità, come l’imprinting per le paperelle.

Adesso so che succede quando le cose “funzionano” sul serio e la questione “ma siamo innamorati? e tutti e due?” è a posto.

Prevedibilmente o meno, la domanda successiva è: e mo’?

So che c’è gente che per evitare la risposta cerca sempre l’amore litigarello o impossibile, hai visto mai ci si dovesse annoiare o assumere responsabilità. Ma a lungo termine la trovo la più noiosa delle soluzioni, quindi l’interrogativo resta.

Insomma, se ti chiamo e rispondi sempre, se ti propongo di uscire e ci sei, anzi mi stavi chiamando tu, se non hai nessuna intenzione di metterti con la mia migliore amica o di abbandonarmi senza neanche curarti di farmelo sapere, che cavolo facciamo, tu e io?

Ecco: funzioniamo.

Non solo tra noi. Perché chi è abituato a stare la maggior parte del tempo a soffrire per amore, a non mangiare perché non ti vuole ecc. ecc., una volta svanito quest’alibi deve proprio funzionare. Vivere. Ammettere che c’è tutta un’esistenza da occupare in altro modo.

Facendo quello che vogliamo, per esempio. O quello che più ci riesce congeniale, intanto che continuiamo a fare quello che ci serve per vivere, mettere il piatto a tavola, procurarci salute e benessere q. b.

Insomma, tutto sto papiello per dire che, con buona pace di Disney, ho finalmente capito cosa significhi far funzionare un rapporto.

Significa funzionare e basta. Proprio noi.

Smettere di passare il tempo a risolvere problemi che ci creiamo da soli, come se non ne avessimo abbastanza di reali, e scoprire quante altre cose possiamo farci, con le nostre giornate.

Rischiare di annoiarci, anche.

Che per me a un certo punto diventa il più grande dei lussi.

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Certi pomeriggi prendo i ferri da calza, come una nonnina, e mi metto ad ascoltare canzoni malinconiche.

Dimentica delle mie attività del momento, della gioia di una relazione felice e completa, di tutto quello che ho e che m’impegno a raggiungere, l’unica cosa che voglio fare è smettere di pensare e abbandonarmi a tutta la malinconia che tengo a bada quando cerco di essere troppo (pro)positiva.

Non credo sia uno sbaglio, questi momenti ci vogliono.

Mi hanno travolta spesso, con la stessa furia dei bambini quando si scocciano di stare nell’angolino in cui li hanno relegati per una benintenzionata quanto inutile punizione.

Allora ne approfitto per ascoltarli e capire che tutti i cosiddetti fallimenti che mi vengono in mente in circostanze simili sono solo i tanti volti di una malinconia di fondo, che cammina con me anche quando faccio finta d’ignorarla.

Non importa come si sia manifestata, se in un’inspiegabile voglia di fare esattamente quello che mi facesse male, o nell’ebbrezza di farmi trascinare dai miei errori come da onde troppo alte per non tuffarcisi.

C’è questo piccolo nucleo di dolore pigro, lento, che mi chiama da qualche parte e che va ascoltato com’è giusto che sia, anche perché non se ne andrà.

Se imparo a chiamare la mia malinconia col suo nome, invece di di darle quello di un amore svanito, di un progetto sfumato, di un sogno rimasto tale, allora la saprò lenire come un neonato nella culla, di quelli vecchi quanto il mondo.

E allora, solo allora, mi lascerà libera di andare dove voglio.

funny-pics-funny-quotes-funny-sayings-funny-pics-2014-Favim.com-1093250E niente, come dicevo nell’altro post sono sopravvissuta alla canzone di Adele, mai ascoltata che io sappia, e pure al Black Friday.

Sono passata per Portal de l’Àngel proprio mentre chiudevano i negozi, ma ho fatto in tempo a vedere la scritta che troneggiava sulle vetrine: tutto al 20%. Il ven-ti-per-cen-to? A me serve giusto un paio di calze, marroni. Secondo voi mi vado a prendere a capelli con mezzo mondo per pagare 1 euro e 60 in meno sul prezzo normale? Vabbe’ che non lo farei neanche se me le regalassero, ma a maggior ragione, chi si è fatto abbindolare da una roba del genere? Ah, molti?

Ok. Ognuno facesse quello che vuole. È che ultimamente mi sto rendendo conto della famosa differenza, che ebbene sì, mi tormenta spesso, tra volere e avere bisogno.

Le due cose andavano a braccetto per la zia novantenne che si chiedeva perché comprassimo le patatine fritte surgelate, quando bastava prendere una patata e tagliarla a sigaretta: l’olio l’avremmo scelto noi e avremmo fritto una volta sola. Ma a noi nipoti consumisti piacevano di più così.

Adesso no, mi sto rendendo conto che, se superiamo l’equivoco della comodità, tendiamo a volere solo le cose di cui abbiamo bisogno. L’insalata imbustata sarà comoda, ma quando comincia a marcire la rucola prima della lattuga a un paio di giorni dalla data di scadenza, e non riusciamo né a mangiarla né a buttarla, ci ricordiamo che il fruttivendolo ha la gentilina rossa a 10 centesimi in meno, un cespo intero. Ho cronometrato il tempo che ci metto a lavarla: cinque minuti perché sono lenta. Non ne valgono la pena?

Così per tutto il resto. Sono stata a un mercatino di beneficenza e ho preso vestiti carini e originali, roba di Nolita, Benetton, Miss Sixty. Alcuni nuovi, modelli che mi piacevano e nei negozi non trovo più, e adesso sto pensando a cosa mi servirebbe comprare e non trovo risposta (a parte le famose calze marroni). Ho tutto e mi scoccio di far posto ad altra roba che non mi serve.

Ho scoperto la passione per la cucina cinese, quella vera di zuppe e tagliatelle fatte a mano, e mi lascia perplessa chi dice che non può “permettersi di essere vegetariano”, forse pensando ai prezzi di Valsoia e prodotti bio. Dici che non vuoi, magari, non ti obietto niente, ma se mi tiri fuori l’economia ti ricordo che a fronte dei cinque euro delle tue ultime fettine io ho speso 80 cent di farina di forza e ho fatto tanto di quel seitan che pensavo di surgelarlo. Peccato che non surgeli mai niente, non ho bisogno neanche di questo. Lo spleen domenicale a che serve, se non a cucinare per mezza settimana?

Ma d’altronde, a che serve il Black Friday? A far girare l’economia. La stessa che condanna al precariato i commessi che fanno turni massacranti non retribuiti per farci comprare gli ultimi regali di Natale.

A proposito, sto facendo sciarpette per tutti, e non crediate che i gomitoli costino poco, vanno dai 5 ai 7 euro e per un lavoro decente ce ne vogliono almeno un paio. Ma volete mettere “‘a cazzata pe’ tu’ cognato”, come direbbe Osho, presa all’ultimo momento al centro commerciale, con la sciarpetta sbilenca che i miei amici fingeranno di apprezzare con un sorriso a denti stretti? Apprezzeranno il lavoro fatto pensando a loro ogni sera davanti a un film, o non sono amici miei.

Quello che voglio dire, in tutto questo, è: perché c’è la corsa ai regali, coi nuovi rituali dello sconto inventati negli ultimi anni? Perché così si usa. E perché così si usa? Perché abbiamo sempre fatto così.

Non sarà, allora, che sia questione di abitudine?

Perché, se è così, è fantastico: basta cambiarla! No, che non è difficile, basta fare un’altra cosa ogni giorno e diventa un’abitudine pure quella.

Sarà che i miei coinquilini, in questa casa, vengono e vanno a intermittenza, sarà che essere abbandonati al proprio destino genera mostri, ma io un po’ per volta ho assunto uno stile di vita basato molto sul fai da te, che mi taglia i costi perché compro quasi solo materie prime, e mi fa capire sul serio che tante cose che ci sembrano indispensabili lo sono diventate all’improvviso e quando impariamo a farne a meno non le rimpiangiamo affatto. Sì, lo so che non ho scoperto niente e siamo in tanti. Ma non sarà che siamo ancora pochi, a giudicare da come si sbattevano quelli del Black Friday?

Ok, le calze marroni mi servono ancora e non mi priverò della busta di germogli quando torno famelica dal corso delle 21.00. Non si tratta di riciclare per sempre le camicie smesse come stracci per la polvere e mangiare la stessa zuppa per una settimana, come “chi ha visto la guerra”.

Si tratta di scegliere come vogliamo vivere. Il resto, quello che dico succeda quando abbiamo cominciato, potrebbe sorprendervi sul serio.

 

 

 

Its-al-about-that-bass1-960x514Finalmente l’ho ascoltata! No, Adele non pervenuta, ancora, ma da una serie d’indizi intuivo che la canzone All about that bass, giuntami alle orecchie solo nella versione jazzata, fosse in realtà un successo pop. Che vuol essere incoraggiante verso quelle persone considerate sovrappeso, infatti la bellona di turno con taglia sotto la 40 viene ironicamente malmenata dalla protagonista.

Ok, si ride e si balla, ma già ho espresso la mia perplessità su quelle campagne che tendono a fare l’elogio di tutto quanto vada contro gli standard di bellezza correnti, finendo a mio avviso per confermarli alla grande.

Io in effetti mi riscopro un’eroina involontaria secondo i siti italiani che esercitano volenti o nolenti pressione estetica (concetto chiarissimo in spagnolo, ma se lo cerchi in italiano ti escono le le leggi della meccanica dei fluidi). Rispetto a certe amiche italiane che si sentono trasgressive per i capelli corti, io ho il caschetto da sei mesi e manco ho cambiato la foto profilo su facebook. Poi mi faccio la ceretta solo quando voglio (trovo i peli brutti sia sugli uomini che sulle donne) e vado senza reggiseno perché francamente mi soffoca senza servirmi a niente. So fare lo smokey eyes, magari un po’ sbavato, così come esco spesso struccata. A volte mi vesto troppo elegante per andare in pizzeria e troppo informale per il teatro. Non lo scrivo perché convochiate d’ufficio il Grande Capo Estiqaatsi, il punto è: ci rendiamo conto? In Italia una potrebbe passare per coraggiosa solo perché fa come le pare.

In realtà non mi piacciono, le smagliature che ho sui fianchi. Sono bella “anche” così? Spero di sì, ma da qua a cercare d’imporle come modello di bellezza, come si prova a fare con le ossa in vista sui giornali di moda, ce ne corre.

È vero, però, che queste cosiddette imperfezioni raccontano una storia. Quella di quando sono dimagrita di colpo a 30 anni passati, per la seconda volta in un anno, ma in una botta sola. Diciamo che ho reagito alla stessa cosa in maniera opposta ad Adele, e facendomi un punto d’onore di non telefonare. Mangiavo metà di quello che spazzolo ora al take-away cinese. Di tortilla, ne prendevo una fettina con un pezzo di pane e avevo finito il pranzo. Avevo un panettone al cioccolato vicino al comodino che pugnalavo con un coltello al risveglio, per estrarne solo le parti con la crema. E questo a volte era anche la cena.

Non vi dico, tornata a casa a Natale, le scene da panico. Analisi su analisi. Il problema dei medici, nella mia esperienza, è che non si rassegnano al fatto che certe cose siano solo psicologiche. Stavo una merda e non volevo mangiare. Amen.

Infatti, ho ripreso ad abbuffarmi quando sono stata meglio. Ho ricominciato prima a consumare pasti regolari. Poi ho avuto abbastanza forze da tornare in palestra. Ma intanto che ricominciassi? Bum, perdita di tono.

E io a inseguire la mia vita, più che la caduta libera dei fianchi, a trovarle un equilibrio, un senso, a correggere quello che mi aveva fatto precipitare, nell’unica maniera possibile: raccoglierlo da terra insieme al mio culetto ossuto e portarlo con me, camminarci insieme come un amuleto, come diventa un amuleto una vecchia cicatrice.

E adesso, a due anni di distanza, sono disperata: mi va tutto strettissimo! I vestiti che ho preso in quell’epoca maledetta. Va bene la genialità di comprarsi l’unico paio di jeans nel picco della magrezza, ma il resto? Io che salto per chiudermi cerniere, mi siedo e mi si arriccia tutto sulla panzella (che mi aridiventa tonica, eh, ho cambiato palestra!).

Che è successo, da allora? Che sono contenta. Serena. Felice? Uhm. Contenta. Serena.

E quando mi metto il pigiama davanti allo specchio gigante, ereditato in questa nuova casa di questa nuova vita, le mie smagliature mi ricordano di quando contenta e serena non ero affatto.

E non mi piacciono.

Diciamo che restano lì come promemoria.

La mia serenità ama andare comoda e per me va bene così.

Che vi sia comoda anche la vostra, in qualunque formato vi arrivi.

Magritte-Cloud-Body Il dottorando del mio professore ha tenuto una piccola presentazione della sua tesi, che ancora deve discutere, incentrata su Orwell e la mancanza di un senso nella vita.

Non conosco la storia personale del tesista, ma credo che sfiori o superi di poco la quarantina. Magari è di quei catalani che dopo la laurea in qualche disciplina umanistica hanno trovato subito un lavoro, in altri tempi, sposandosi e rimandando all’infinito la difficile e poco remunerativa operazione di finire il dottorato. Non si tratta, dunque, di uno studente nel fiore degli anni, che creda ancora di trovare lavoro dopo l’università, ma di un uomo navigato e ironicamente disincantato. Infatti esordisce con una critica dei libri di self-help, colpevoli “di presentare la vita come non è”.

Quindi, chiarisce, “piuttosto che farsi illusioni su come NON sia la nostra esistenza, meglio essere onesti sulla sua reale natura”.

E com’è, l’esistenza? Nera, ovviamente. Peggio, insulsa. Senza significato. “Non sono pessimista, sono realista”, dicono i pessimisti.

Fortuna, conclude il tesista dopo un’oretta di disperazione, che Orwell nelle sue opere manifesti sia questa mancanza sia l’impressione che un senso ci sia eccome, e risieda spesso nella bellezza, nella natura, in ciò che di buono fanno gli esseri umani.

Giro di domande, prendo la parola:

– Sono contenta di questa tua conclusione, perché se la vita non ha senso, non ha senso. Non vedo perché debba per forza essere negativa. Se non ha senso, sono vere entrambe le interpretazioni, il bicchiere è sia mezzo pieno che mezzo vuoto, banalmente sta a noi decidere come vederlo.

Cioè, roba che alla discussione la più distratta assistente finita in commissione per beghe accademiche potrebbe fargli notare.

Allora lui:

– Mi stai dicendo che in realtà un atteggiamento ottimista non va di moda quanto uno sguardo distaccato, e allora si scambia la mancanza di senso per negatività?

Rispondo di sì. Lui ci pensa un attimo e replica:

– Non lo so. Sarò onesto. Non so come rispondere alle tue riflessioni.

Eccallà. La retorica del non lo so. Facile scappatoia per una generazione che più che non sapere, a mio avviso, non vuole sapere.

Proprio durante questo e altri corsi che ho ripreso all’università si ricordava che i protagonisti dei romanzi moderni sono uomini senza qualità, pincopallini qualunque, perché la mancanza di valori fissi non consente loro di avere un’epica.

Ebbene, io credo che lasci il tempo che trova, questa facile scusa ormai centenaria con cui eludiamo la capacità di prendere qualsiasi decisione.

Perché (e non mi riferisco al tesista, ma alla nostra generazione) finché non sai cosa vuoi fare da grande, liberissimo. Ma il mio sospetto è che tu non voglia sapere. Che non voglia prenderti la responsabilità di sbagliare, di sacrificare il tuo sogno infantile a una scrivania che perderai comunque per la crisi o di sposarti e figliare per affrontare un divorzio. Allora, che fai? Non lo sai.

Per salvarti dal dolore del fallimento.

E intanto che ti salvi fallisci un po’ ogni giorno.

Attenti al Signor Nonlosò, non diventatelo voi, un signore o una signora Nonlosò.

L’ignoranza è un sacrosanto diritto degli esseri umani, specie quando non sanno davvero. Persistere in quella per paura di sapere è una responsabilità di cui dovremmo essere, mo’ ci vuole, più consapevoli.

Ma sono 100 anni che “i nostri eroi” falliscono senza neanche provarci, in nome di una presunta impotenza che è diventata un feticcio della nostra cultura. Mi sa che è una versione deformata della nostra impossibilità di controllare del tutto il destino, come se questo ci impedisse di scegliere anche quel poco che possiamo.

Magari quelle poche scelte che abbiamo a disposizione ci separeranno dalla presentazione di una tesi di cui non sappiamo neanche l’argomento, specie quando abbiamo chiuso il libro e dovremo tornare alla nostra vita.

Ormai sappiamo tutti di non sapere.

Proviamo anche a conoscere noi stessi.

STB-MT-KEEPITALIAN-300x300  Che in Italia le cose stiano peggiorando me ne sarei accorta comunque, ma una cosa è leggerlo su un giornale online e una cosa è vederlo sul volto di chi sta qui da poco.

Mentre scrivo sono sette anni che vivo a Barcellona. Il mio ragazzo, invece, ha compiuto da poco un anno di catalanità e digerisce la cosa molto peggio di me.

Ultimamente due ragazze italiane, sposate qui con un figlio appena nato, hanno dovuto avviare una battaglia legale perché il bambino venga riconosciuto a tutti gli effetti per la legge del nostro paese. Ci sono riuscite? Ni. Però intanto gli italiani brava gente ci hanno fatto un sacco di battute. La più gettonata: un bambino con due mamme, poverino, gli chiederanno entrambe se ha mangiato.

Gli episodi di razzismo in Italia si susseguono mentre i miei amici che denunciano la cosa si sentono rispondere su facebook dal compagno delle elementari: “Vivi troppo tempo fuori, ci stanno colonizzando”. Io per fortuna avevo compagni intelligenti, ma risponderei che ho vissuto tre anni nel multietnico Raval, e sono stati i più belli a Barcellona. Mi sentirei chiamare buonista, che, per una volta sono d’accordo col relativo meme, di questi tempi significa “non fascio”.

Qui non è affatto tutto rose e fiori, ieri la fruttivendola cinese mi ha chiesto di dare la precedenza a una cliente rumena (che mi ha ringraziato in italiano) per poi confessarmi candidamente di averlo fatto perché “altrimenti quella rubava”.

Una napoletana e una cinese a parlare di malavita, con tutte le stronzate che già dicono contro la nostra gggente: è una barzelletta?

No, non è tutto rose e fiori. Ma noto una cosa: qua la differenza non fa tanta paura come in Italia.

Sarà che il loro dittatore è morto da soli quarant’anni, sarà che ci sono questioni nazionali molto più urgenti e sentite delle nostre, ma qui la gente è abituata a scendere in piazza, molto più di noi, a protestare quando le cose vanno male.

Per questo a settembre mi sembrava strano vedere tutti gli sfottò dedicati a una diciottenne con una fascia di miss che trovo spaventosamente antiquata, intanto che ammazzano un immigrato per aver rubato un’anguria e un tizio che si dice di sinistra fa le stesse cose di sempre, ma con l’hashtag davanti.

A proposito di hashtag, non capisco il senso dell’umorismo all’insegna  del #jesuischarlie. I posti per Zelig sono limitati e allora tutti su Internet a improvvisarsi fini umoristi, a dire “escile” a una modella dal nome impronunciabile, a ironizzare su un gruppo di rocchettare con l’hiqab, e se resti perplessa è che non capisci quest’umorismo così sottile.

Non sarà che sono rozzi loro e fanno ridere chi crede di non poter fare altro? Non sarà che si diverte chi sa che non avrà mai un lavoro fisso né pensione né uno straccio di simulacro da maschio alfa (spesso sono uomini) e invece di scendere in piazza fa il cacciatore di like? Perché il Non ci resta che ridere sembra un triste imperativo almeno sui social.

Io posso ringraziare l’identità sovranazionale che mi è stata regalata dall’Erasmus, testimoniare che i nostri amici omosessuali con figli sono più rompicazzo della più folkloristica mamma italiana quando si tratta di mettere il cappottino o proibire i cibi grassi ai fortunati marmocchi (“Nascondete le patatine!”). Posso giurare che qui le “mamme italiane”, stereotipate perfino dagli ottimi Jackal, possono liberarsi delle pressioni familiari di casa nostra e lasciar scorrazzare i figli sotto la pioggia. Con la speranza, giurin giurello, che poi li asciughi papà.

Il fascismo si cura leggendo e il razzismo viaggiando, diceva un grande scrittore spagnolo.

Che si parta o che si resti, forse dovremmo cominciare a leggere molto e fidarci di chi già ha viaggiato troppo, per vincere la nostra paura di guardarci allo specchio.

geppo È che non sapete quanto ci voglia a contattarlo.

Almeno da quando lavora fuori, da quando si è sposato, da quando insomma ha una vita che non sia un mero riflesso di ciò che gli è successo, della lotta che ha intrapreso perché non succeda a nessun altro.

Fatto sta che ultimamente, anche per una birra, il nostro amico beato chi lo vede.

Poi è arrivata la notizia. Quello che gli è capitato (che vi racconterà lui stesso nel link qua sotto) rischia di ripetersi anche in Italia.

E allora eccolo lì, pronto a raccontare.

Perché, suppongo, niente di niente gli toglierà quello che ha vissuto, né riuscirà a farlo sembrare meno uno schifo. Né il tempo, né i progressi della chirurgia. Niente.

Tutto dipende da come vive adesso. E adesso vive bene, la sua vita e quella degli altri, di quelli che non vuole passino per lo stesso inferno suo.

Il mio inferno, invece, è stato a buon mercato. Non mi manca nessun pezzo, semmai ho aggiunto qualche smagliatura, mi dico ridendo, per i periodi in cui ho mangiato poco.

Niente di terribile da raccontare, una storia banale come ne capitano a tanti, con l’unica differenza dell’originalità della scoperta: che lui avesse un’altra, l’ho saputo davanti a un piatto di olive.

Da un amico talmente ignaro della mia relazione segreta e scurnusa (non per me, ma vabbe’) da mettermi subito al corrente di quell’altra storia, già più convinta, già nota a tutti.

Niente spari, per fortuna, niente medici, solo una rapida e inutile risonanza magnetica, prescritta da chi crede davvero che la scienza curi tutto.

Certi organi non li cura manco il tempo, mi spiace. Ma funzionano lo stesso.

E anche io, che mica avevo perso un occhio, solo la faccia e il cuore ma quello dei poeti, anche io adesso se mi chiamano sono pronta a scattare perché non succeda più.

Né a me né agli altri, ovviamente. E non cambia lo schifo che ho passato e forse non aiuta altri a superare lo schifo loro.

Ma eccomi uscita dal mio piccolo inferno da due euro, quelli che ci vogliono a comprare un piatto di olive, a dire non lo fate più, non diventate mai l’errore di qualcuno, lo schifo che vi succede è schifo e basta, quel che conta è il presente.

E il mio per fortuna resiste bene, sedimentato su quelle macerie.

Si nutre dei resti di quella che ero e ci fa belle cose, come un cuoco con gli avanzi.

Eccomi quindi a cucinare il presente e a dirvi d’incassare, chinare il capo e correre a vivere il vostro.

Provate anche voi. Trasformate l’inferno in una vita vivibile, dolce, nelle macerie su cui costruite la vostra esistenza ora. Aiutate quelli che non hanno vissuto il vostro inferno a non entrarci mai. Questo è il mio unico consiglio, un consiglio da due euro.

Gli appelli li lascio a chi ha sofferto veramente.

Io vi ricordo che un presente esiste.

 

 

 

 

logo-nissan-med I miei personaggi, intendo. Quelli che m’invento o s’inventano da soli, appena metto la penna su un foglio che magari dovrebbe accogliere appunti di corso.

Tra numeri di telefono senza più padrone e indicazioni di storia letteraria, loro tessono la loro propria trama e sanno prima di me cosa debba succedere, cos’è che debba muoversi perché la loro storia inizi. Questo lo sanno eccome.

Qualcosa deve accadere perché i loro problemi irrisolti trovino il modo di dipanarsi e richiudersi in se stessi, prima di aprirsi come un fiore doloroso che li lascerà “risolti” e con nuove trame da percorrere, ma non questa. Il mio libro finisce dove inizia la loro vita. La mia vita inizia dove finisce la loro.

Chiudendo il quaderno davanti a un professore che crede abbia preso appunti tutto il tempo, chiudendo le vite degli altri per correre fuori a vivere la mia, devo dire che questi “altri” di carta, rimasti in borsa ad aspettare che torni a muoverli, sanno già, forse, come andrà a finire.

Ma non me lo diranno mai.

Allora continuerò a scrivere a terra le corse verso la metropolitana e le pozzanghere da scansare, perché le mie gambe fatte di carne e di sangue non vogliono farsi male, ma non possono evitare tutto il dolore.

Anche io ho bisogno di una trama per avviare la mia vita, solo che è così facile, scansarla.

È facile evitare l’amore per andarci a finire proprio dentro, a capofitto, giocare col tempo come se lui rimanesse sempre lì ad aspettarmi e io restassi sempre bambina a chiedermi che farò da grande.

No, per rispondere devo sporcarmi, incontrare la gente sbagliata, fare errori e pentirmene e riprendere la strada giusta, che non sarà mai tanto giusta come quando avrò girato un po’ a vuoto prima d’inforcarla.

Questo i miei personaggi, beati loro, lo sanno.

E mentre, scrivendo, mi distraggo ad ascoltare un rumore lontano, un’auto che passa, perfino il professore che spiega, me li immagino a guardarsi un istante in attesa di tornare a scannarsi, ingannarsi o volersi bene, così veloci a scambiarsi un rapido cenno d’intesa racchiuso in un baffo di penna, per ricordarsi che già sanno come andrà a finire tutto questo.

Ma non me lo diranno mai.

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