pasolinimarainiMi sono decisa all’ultimo momento (mezz’ora prima in questi casi lo è), infatti ho trovato la fila. Talmente lunga che non sono riuscita a entrare.

Ma ho un problema grande, con Dacia Maraini che parla di Pasolini al CCCB: non amo il secondo, spero perché letto troppo presto e troppo in fretta, e sono arrabbiata con la prima. Perché ho amato Marianna Ucria, e Isolina, e in nome loro ci ho provato con Bagheria, Colomba… Niente. Mi faceva piangere nelle prime pagine, mi faceva precipitare nella sua storia come Alice nella tana, e poi mi lasciava lì, piantata nel bel mezzo di un labirinto di cui si fosse persa l’uscita.

Ma la donna che mi è apparsa davanti sullo schermo per i ritardatari, mentre spostavo la seggiola IKEA per scansare le teste delle prime file, era solo quella del vortice di storie. Così vorticoso che mi ha fatto riconsiderare anche Pasolini, non quello delle poesie lunghe e faticose che ho letto, ma il giovane innamorato di Amado mio, trovato misteriosamente nella biblioteca di mio nonno (un regalo di mio padre, ho scoperto poi).

Quello che in un’intera spedizione in Africa, raccontava questa donna bella e minuta, li aveva costretti a girovagare sul gippone in cerca di fumo. Il fumo dei fuochi che voleva riprendere per un’Orestiade africana, ma che non andava mai bene: o troppo denso, o troppo nero…

Quello che ha avuto un’emorragia di fegato nell’unico ristorante del ghetto di Roma in cui sia andata io, cominciando a scrivere per il teatro durante la convalescenza.

Quello della madre bambina che chiedeva a Dacia, parlando di omosessualità davanti a un caffè, “Davvero credi che esistano queste porcherie?”. E che dopo la morte del figlio metteva sul tavolo tre tazzine di caffè, una per lei, una per l’ospite, e l’altra per Pier Paolo. È in giardino, adesso arriva. E io ascoltando tutto questo torturavo il quadernetto degli appunti, pensando che non importa se il dolore ci spezza le vene e ci lascia sfiniti la sera, c’è sempre un lutto più urgente, più straziante, più muto, perché impossibile da raccontare.

Ma Pier Paolo (“Paola” per un gruppo di giovinastri fuori a un teatro, l’Italia omofoba non muore mai) è anche quello delle pagine strappate di Salò che improvvisamente compaiono in mano a Dell’Utri, almeno questo dice lui, per poi sparire quando la magistratura gli chiede di esaminarle.

E a questo punto la narratrice si ferma a spiegare ai non italiani, Dell’Utri è amico di Berlusconi.

Ed è di quest’ultimo che, mi spiace per voi, volevo parlarvi. Delle riflessioni che stasera ho ascoltato sul berlusconismo.

Alla domanda di uno studente d’italiano, “Dove sono finiti gli intellettuali, in Italia?”, l’autrice ha risposto che manca la consapevolezza della comunità, il tessuto connettivo col paese. Da soli non si può cambiare il mondo, va cambiato collettivamente.

Il berlusconsmo, il degrado culturale che ha invaso l’Italia, ha provocato una reazione tra gli scrittori, che si è tramutata in impegno.

Però, appunto, manca questa comunità. Non esite neanche più un bar, un salotto, un luogo in cui gli scrittori s’incontrino [al di là del momento consumistico delle fiere per vendere libri]. Manca il momento connettivo.

Intanto Berlusconi si mantiene ben solido nel suo degrado culturale e nella sua volgarità, forte di questa resistenza senza coesione.

Ma la magistratura, da sola, non può assolvere alla funzione di restaurare un’etica che si recupera solo col rispetto della legge.

E la sinistra ha peccato di aver accettato troppo questo compromesso. Non con la destra, che di per sé è rispettabilissima e ci vuole, in una democrazia, ma con questa destra, con la criminalità.

Sarà stato un miraggio o un problema dello schermo, ma giuro che, tra gli applausi seguiti a questa dichiarazione, “Rita Hayworth con il suo immenso corpo, il suo sorriso e il suo seno di sorella e di prostituta, equivoca e angelica, stupida e misteriosa, con quel suo sguardo di miope freddo e tenero fino al languore, cantava dal profondo della sua America latina da dopoguerra, da romanzo fiume, con un’’espressività divinamente carezzevole”.

calle_Portaferrissa-320È una sensazione, le sensazioni sono difficili da descrivere.

Passavo veloce per c. Portaferrissa. È una strada che collega la Rambla alla Cattedrale di Barcellona, piena di gente e negozi di media qualità: profumerie, negozi di scarpe, qualche grande magazzino. Come sempre, a quell’ora del pomeriggio, straripava di turisti: più o meno potevo indovinarne la provenienza. I francesi, scusate la banalità, alzavano un po’ la media dell’eleganza, o almeno dell’originalità, ma il cappello di tela abbinato a occhiali e macchina fotografica regnava sovrano su shorts e sandali aperti.

Di lì a poco sarebbero cominciati i saldi.

Io ero diretta non ricordo più dove, sicuramente al Sant Pere Apòstol, per qualche evento Altraitalia, o al Rai Art, per il corso di tarantella. Posti che ti danno l’illusione di salvarti da tutto questo. Dalle fiumane di turisti che seguono ipnotizzati un ombrellino rosso che stona coi mattoni neogotici e col sole inesorabile. Dalle ragazze che indossano gli stessi sandali e gli stessi cappelli pure se vengono da continenti diversi, e ammirano le stesse vetrine.

E io a correre quasi, come se non avessi mai comprato bagnoschiuma a 5 euro dal Body Shop, ottenendo uno sconto con la tessera clienti, 100% cruelty free, come se non fossi mai entrata da System Action a toccare la seta dozzinale di gonne che avrei trovato tra un anno sulle bancarelle di un mercatino di seconda mano.

Anche Baba Ji era in postazione. La prima volta che l’avevo visto circondato da poliziotti gli avevo chiesto se gli servisse qualcosa, temendo lo rispedissero in Kashmir. Ora so che è parte del quadro, col barbone e il cappello che gli copre la scuccia. Lo multano ogni giorno, ogni giorno ritorna. Quella fiumana ha sempre fame di souvenir, i suoi posacenere fatti di vecchie lattine (mai di birra) sono più originali della bambola vestita da flamenco.

A un certo punto, una macchia nell’annuncio pubblicitario. Il seguratta di un grande magazzino se ne stava affacciato a parlare con una perroflauta buttata in un angolo. Vedevo l’omone alto con la camicia giallo stinto, che copriva a stento una pancia imponente, sorridere ricambiato alla ragazza minuta, forse ventenne, seduta distrattamente sul ciglio del negozio come se tutto questo non la riguardasse. Mi sembra di riconoscere una nota straniera nel suo accento.

Soprattutto, mi sembrava che il Matrix, in quel momento, si svelasse a tutti. Che in quel copione visto e rivisto qualcosa fosse andato storto, che le comparse si fossero ribellate un attimo, il regista perfezionista si fosse lasciato scappare un dettaglio.

E che quel dettaglio fosse l’umanità.

Il fatto che un uomo messo in divisa a sorvegliare capi confezionati a basso costo in Sri Lanka potesse essere prima di tutto un uomo. Che una ragazza che dorme per strada potesse piazzarsi proprio lì, invece che due strade più avanti tra i bar fricchettoni e gli angoli più scuri, e potesse parlare proprio con questo qui.

E se i personaggi di quest’annuncio pubblicitario laccato che è l’estate a Barcellona si ricordano di essere umani, prima di tutto, forse qualcuno prima o poi avrà la forza di gridare stop. Si taglia la scena, e si comincia a vivere.

setaMi ci siedo per guardare meglio il tramonto alle mie spalle. Un tramonto tardivo, da dieci rintocchi di campana.

Ma è quando il vento mi scompiglia la seta rossa del vestito indiano che mi guardo indietro, oltre il parapetto del balcone su cui sono seduta, e vedo come sarebbe facile. Sei piani.

Il vestito non ci ho mai creduto, che sia di seta, penso cercando il sole tra le antenne rosa. L’ho preso a Manchester, allo Student Market, prima ancora di prenderci un fidanzato. Feel free to try it on, aveva detto il tipo, e avevo imparato l’espressione feel free.

Muovo i piedi e le lunghe onde del vestito si fanno ancora più rosse e maliziose, scoprendomi le ginocchia che in un secondo potrebbero sfracellarsi in un volo di… Quanti metri? I soffitti sono bassi.

Poi però cambia tutto. Mi rendo conto che la questione è un’altra. Non quanto sarebbe facile buttarsi. Ma il fatto che scelga di star lì seduta nonostante sia facile.

Scelgo il tramonto delle 10 di sera, e i dolori mestruali, e gli altri, da abitare come il balcone sporco di sabbia e vento, ma non di rosa, che il sole batte soprattutto nel primo pomeriggio.

Scelgo di vedere come va a finire. Se si pubblicherà quel libro che ho discusso oggi con una psicologa, seduta a un tavolino in Plaça Reial, e odio i tavolini della Plaça Reial ma la psicologa mi ha dato un sacco di consigli utili.
Magari lo si pubblica, conosco almeno una persona che vorrebbe leggerlo: io.

Scelgo di far credere alle mie vicine che vivano affianco alla Llorona, che tengo ‘a vede’. Sono pure messicane. Poi viene la gatta ad allietarle coi suoi, di lamenti, se preferiscono.

Scelgo di scegliere di sedermi ancora lì ogni volta per guardare un tramonto e dirmi quanto sia facile e se ne valga la pena, di non farlo.

E finché la risposta è anche solo non so, rimettere i piedi a terra, scansando l’orlo di finta seta del vestito, e andare a farmi da mangiare.

 

la-lloronaC’era una volta una donna che piangeva.

Viveva da sola in una casa ai confini del bosco, nessuno ricordava più da quanto né perché. Il suo volto era senza tempo, aveva tutte le età del mondo.

E piangeva.

I taglialegna che passavano fuori la sua capanna la sentivano fin dal mattino presto. Una volta una vecchia si avventurò per il bosco a prendere certe erbe che crescevano sotto gli alberi, per propiziare il matrimonio di sua nipote. Erano erbe che si coglievano con la luna piena, se no la pozione non funzionava e la sposa avrebbe partorito una nodosa radice. La vecchina conosceva la storia della donna nel bosco, non ricordava da quanto, ma quando se la trovò davanti, un’ombra lunga e sottile sotto i raggi argento che illuminavano la soglia della casupola, si spaventò di quanto fosse umana. Si aspettava una fata, una strega, un essere deforme. No. C’era solo una donna senza età né storia né perché che piangeva tutte le sue lacrime.

– Sono venuta a cogliere… – cominciò la vecchia.

Ma l’altra rispose con un urlo lacerante che la fece scappar via, così non fece più il decotto e la nipote fu contenta lo stesso.

Tutti quelli che passavano fuori la casa del bosco, in realtà, osservavano la donna e tiravano dritto senza capire.

Il villaggio vicino era un posto tranquillo, senza grandi avvenimenti, nel bene e nel male. Era come se la donna del bosco si fosse assunta l’incarico di piangere per tutti. Di gioia o di dolore, questo non si capiva, e forse non era importante. Nel villaggio avevano tutti il sorriso di plastica di chi niente spera perché non sa sperare. Si svegliavano presto per lavorare, mangiavano i prodotti che coltivavano e andavano a letto presto. E gli andava bene così.

La donna del bosco sentiva per tutti. Ma quando qualche forestiero si avvicinava per chiederle se avesse bisogno di aiuto, dopo un po’ se ne andavano tutti, scoraggiati: la donna non sapeva più parlare, conosceva solo il linguaggio delle lacrime.

Una notte, però, venne una gatta.

Era una gatta bella grassa, di quelle nutrite bene da qualche vecchietta senza figli. Solo che chi la nutriva non era vecchia, e la stava cercando dappertutto. Ma lei era una gatta, non capiva che se qualcuno ti dà da mangiare poi si aspetta che resti sempre lì. Lei le cose le faceva perché voleva farle, quando voleva farle. E stavolta voleva andare a curiosare nella capanna della donna nel bosco. Magari c’era qualche pezzo di lardo scordato in cucina apposta per lei. Le fu facile aprire la porta, sempre socchiusa, col bel musetto grigio, ma dentro ci trovò solo un alto tavolo (be’, per lei era altissimo), su cui erano disposte nodose radici di zenzero, un mucchietto di foglie con sopra un lenzuolo logoro, e la donna del bosco rincantucciata in un angolo, che tanto per cambiare piangeva.

Non aveva neanche sentito la gatta entrare, quando si videro alzarono la testa tutte e due. Coi suoi occhi che vedevano al buio, la gatta osservò attentamente la donna che piangeva, le vide i profondi occhi neri, il naso gonfio come le labbra, i solchi che scavavano le guance senza tempo né storia. Era una gatta paurosa e indolente, che preferiva scappare quando non le tornasse utile restare in un posto.

Ma stavolta rimase. Ascoltò a lungo quello squittio animale tanto simile a quello dei topi che cacciava, e rispose miagolando. Era l’eterna nenia delle gatte in calore.

La donna s’interruppe, il fiato corto. Non lo faceva mai, ma… A quel punto avrebbe dovuto cacciare l’urlo come con la vecchina della pozione, o i taglialegna, o chiunque venisse col sorriso di plastica a chiederle se le servisse qualcosa, ma non fece niente.
Anzi, no, una cosa la fece. Un’altra cosa che non faceva da secoli.

Aspettò.

E la gatta tornò a miagolare seria e attenta. Allora la donna si alzò di scatto e corse verso l’animale. La gatta non indietreggiò. Cominciò a grattarsi un po’ il dorso con una zampetta. La donna incespicò nel tavolo, rovesciò la sedia e si gettò a terra accanto alla gatta. Ora le vedeva bene gli occhi d’argento, che brillavano nella penombra. E vide che capivano.

Allora raccontò la sua storia alla gatta, quella storia che in paese nessuno ricordava e che la gatta ascoltò paziente, singhiozzo dopo singhiozzo, come faceva ogni giorno coi segreti del mondo, come il fruscio delle foglie, quando le rivelavano che avrebbe piovuto. Alla fine fece un leggero sbadiglio e si acciambellò nel grembo della donna, attenta a evitare le parti inzuppate dalle lacrime, che i gatti odiano l’acqua.

La donna saltò un po’ sorpresa, poi si mise ad accarezzarla lentamente, finché non si addormentò. Allora la depose sul mucchietto di foglie e uscì fuori.

Le restava un’ultima cosa da fare.

Andò alla fossa nel retro della capanna e riprese a piangere, in quel suo strano modo sospeso tra gioia e dolore.

Pianse come mai aveva fatto prima d’ora, perché era l’ultima volta.

Pianse finché il volto non si fece lacrime, così come il corpo, le vesti, i piedi, finché non diventò le sue lacrime, e quelle diventarono acqua sorgiva e lei sorgente, e la conca diventò un ruscello fresco che cominciò a scorrere via, fino al villaggio.

Fu allora che venne la bambina.

Quella che nutriva la gatta. Venne all’alba.

Aveva cercato la bestiola tutta la notte, e aveva perso le speranze. Ma vedendo quel fiume scendere fin sotto casa sua aveva capito che la gatta doveva aver combinato qualche guaio. Si spaventò un po’, a entrare nella capanna, come tutti aveva sentito parlare della donna del bosco.

Ma quando si affacciò nella stanzetta illuminata dal sole, vide la bestia dormire così placida e beata che si arrabbiò moltissimo. Si sfilò uno dei suoi stivali rossi e glielo tirò.

La gatta fece un balzo, come se fosse già stata sveglia tutto il tempo ad aspettare.

– E adesso torniamo a casa – brontolò la bambina. – Aspetta che beva un po’ dell’acqua qui fuori e ci mettiamo in cammino. E guai a te se scappi di nuovo.

Detto fatto, andò alla conca e bevve.

Era acqua fresca, leggermente amarognola ma dissetante. La bimba dispose le mani a formare una piccola conca e diede da bere anche alla gatta, che guardava il fiume con l’indifferenza sorniona con cui guardava ogni cosa. Ma stavolta bevve con tanta avidità che in breve cominciò a solleticare il palmo della mano della bimba con la sua lingua rasposa.

E la bimba iniziò a ridere. Prima piano, poi sempre più convulsamente, finché non le uscirono proprio le lacrime e si rotolò sul prato con la gatta che lasciava fare.

Scese a valle rotolando e ridendo, poi si mise in piedi, tutta sporca di fango e graffiata dai rovi, e corse e rise, con la povera gatta arrampicata sul suo collo che emetteva piccoli miagolii di protesta, più rassegnata che stizzita.

Così conciate arrivarono al villaggio, dove le cercavano ormai da tempo.

Immaginatevi lo stupore nel vedere la bimba sana e salva, e sgnignazzante come dopo il migliore scherzo del mondo. Le dissero di smettere, un po’ spaventati, ma lei niente.

Finché la gatta non le morsicò un po’ l’orecchio, delicatamente, e allora smise.

Ma il riso le rimase negli occhi. E chi la guardava in volto non poteva fare a meno di accorgersi di quella risata interna, incredibilmente contagiosa.

A poco a poco, tutto il villaggio ne fu contaminato.

Qualcuno si lamentò, qualcuno scosse la testa. Quella gioia portava con sé la sua sorella gemella, la tristezza, nessuna delle due andava in giro senza l’altra, e se lasciavi aperto loro l’uscio non sapevi mai quale sarebbe entrata per prima.

Ma il paesino senza emozioni imparò a piangere ridendo e ridere piangendo.

E la capanna vicino allo strano fiumiciattolo che scaturiva dalla terra diventò la meta preferita dei bambini che giocavano a nascondino, e il mormorio dell’acqua a volte veniva sommerso dall’eco delle loro risate.

MostHilariousWeddingCakeEver“Mariamarche’, nun me sposo cchiù”.

Il tono al telefono è quello solenne di chi sta scherzando, ma mi faccio lo stesso strada tra gli strati di afa che in paese si tagliano col coltello e gli dico:

“Ua’, non esiste proprio! Si nun te spuse tu… Voi siete una speranza per l’umanità!”.

E non sono l’unica a pensarlo, del matrimonio che mi ha vista in riva a una spiaggia dello Ionio con dei perfetti sconosciuti (particolare che non mi ha impedito di cantarci in auto, litigarci, confidarmici e piangerci assieme nei numerosi momenti di commozione collettiva). Un’impresa titanica che ha trasformato un amore adolescenziale nella scommessa di una vita (“Mariamarche’, la vita fa giri esagerati, po’ vide”) e riunito gente di tutto il mondo in un paesino tutto toni dorati e pietre antiche, che per immaginarselo basta guardare la sposa.

C’erano tutti, i parenti calabresi, i prof. spagnoli, gli amici napoletani.

E quelli di Barcellona.

Che perlopiù spiccano per la refrattarietà ad abbronzarsi. Per le attività interessanti che svolgono, sempre poco retribuite e quasi mai legate a cose triviali come figli e mutui da pagare. Per gli abiti da cerimonia creativi, compresi dei pantaloni con spacco che detteranno moda per decenni. Per il silenzio in chiesa mentre tutti recitavano il Padre Nostro (l’unica cosa che si è sentita è stata il leggero russare del mio vicino). E soprattutto, per il loro italiano: potevi sentire davvero frasi come “Certo che comprare un piso è un’inversione, specie se paghi in effettivo invece di farti l’ipoteca”. Roba che non si capisce né in Spagna né in Italia, l’itañol nella sua essenza.

Facilmente individuabili, insomma.

Poi ci sono io, infagottata nel vestito comprato un anno, 3 chili e 4 vite fa. Io che ho rovinato in un nanosecondo la sorpresa sul repertorio musicale in chiesa (“Ah, in casa c’erano dei ragazzi a provare Ovunque proteggi, di Capossela, perché?”), io che non per fare sempre la parte dell’esclusa, quella che non sta bene da nessuna parte, ma sono scesa in Calabria in un’auto napoletana, tra frittatine di maccheroni e un inaspettato Baccini cantato a squarciagola (e le donne di Napoli “capaci di ridere anche sotto l’alluvione” hanno aperto le danze di Radio Lacrima). Poi ho dormito coi barcellonesi, comprando cornetti per i coinquilini improvvisati 5 minuti prima che ci pensasse lo sposo. Ma senza presentarmi in spiaggia una notte che fosse una, sempre troppo stanca per condividere la “capa fresca” neocatalana che fa organizzare macchine per guardare l’alba, mentre il gruppo di Napoli ricorda che alloggia a un’ora dal mare (“E allora?”). E i napoletani mi sfottevano: “Sei di Barcellona, ma sempre con noi stai, no?”.

No. In realtà me ne sono stata a lungo anche sul muretto fuori al castello del banchetto nuziale, appollaiata sulle panche tra le montagne e Brasile-Italia, guardato in maxischermo dagli uomini del paese fuori al bar della piazza. A sorridere della tripla alienazione di napoletana in Calabria, barcellonese in Italia, italiana a Barcellona.

Ma questi e altri riscenzielli non erano niente, ho scoperto, rispetto alle vicende umane di chi ha voluto esserci nonostante le ferite recenti e laceranti, gente che non conosco ma che rispetto e ammiro, sentendomi un po’ scema ad aver pensato anche un momento di rinunciare.

Ma ribadisco, è merito degli sposi. Del momento in cui la sposa ha coperto l’entrata della chiesa, illuminandola col suo abito avorio, mentre lo sposo non sapeva se trattenere più l’emozione o le risate, a vederci tutti sul pizzo delle panche in un ping-pong di teste girate tra portone e altare.

Della loro storia incredibile che a raccontarla non ci credono, “Eh, sono tornati insieme da qualche anno, ma si sono conosciuti quando lo sposo teneva ancora i capelli”. E della sensazione, in loro presenza, di trovarsi di fronte all’amore come dovrebbe essere. Come è.

Perfino a Barcellona.

MCDTROY EC086Avviso: quest’articolo è solo un flusso di coscienza su un argomento che mi è piuttosto caro, e che, esposto al mio migliore amico, mi ha già guadagnato un: “Ma a che stavano pensando, i tuoi, quando ti hanno fatta?”.

Chissà. Resta il fatto che da un po’ rifletto su tutte quelle storie in cui un personaggio dotato di poteri sovrumani si trasforma in essere umano per libera scelta. Nel supermercato postmoderno che compone il mio bagaglio culturale, questa riflessione spazia dal Cristo cattolico alle sirenette da manga giapponese.

Grandi assenti, i protagonisti della mitologia greca, perché non me ne viene in mente nessuno che perdesse la condizione divina, almeno per sua volontà: al massimo la Sibilla turlupinata da Apollo che gli chiede l’immortalità, ma si scorda di pretendere pure l’eterna giovinezza, e a domanda “Cosa vuoi” risponde invariabilmente “Voglio muri'” (no, perché con buona pace di Petronio, la Sibilla Cumana che parla latino non ce la vedo manco 2000 anni fa).

La tematica della morte, in realtà, mi avvicina a un altro personaggio deturpato dall’era pop: il Pelide Achille in versione hollywoodiana. Quello che di Patroclo è solo cugino ed è innamorato di Briseide, a cui confessa un grande segreto: gli dei sono invidiosi degli esseri umani, proprio perché questi ultimi muoiono. Quindi ogni istante della loro vita è importante.

Lo so, diabete che si spreca quanto la tintura bionda in testa a Brad Pitt. Ma anche un indizio per rispondere al mio interrogativo: perché un personaggio non umano vorrebbe farsi uomo? In genere è per amore, di una persona in particolare (la Sirenetta) o dell’intero genere umano (ve lo devo proprio nominare? Stendete le braccia e incrociate i piedi…). O, se spodestato dal suo “habitat” naturale, per essere riconosciuto e accettato tra gli umani. Come il Pinocchio diventato bimbo secchione che però “era proprio un bel burattino”, sospira la fata, o addirittura la streghetta Lalabel, spodestata dal Paese della Magia, che alla fine decide di rimanere sulla terra. Ricordo l’ultima scena del cartone: lei che si arrampica su un pendio e qualcuno che le grida tipo “Attenta a non cadere!”. In effetti, pensavo, non c’è nessun potere magico a impedirglielo. E il solo pensiero mi dava il latte alle ginocchia.

Evidentemente, già da allora peccavo di ubris, il famoso peccato mortale in salsa greca che nei libri del liceo, sempre aggiornatissimi, si traduceva con tracotanza e si leggeva quando la fai fuori dal vaso.

In effetti, come molti esseri umani mi sono atteggiata un po’ a semidea, standomene nel mio imperturbabile Iperuranio, convinta che a non immischiarmi con gli umani sentimenti, in qualche modo strano ne avrei evitato dolori e disgrazie. A costo di privarmi anche delle cose più belle, ma noialtri dei minori di questo non ci accorgiamo subito. Come potremmo? Quando afferriamo questo risibile scettro non abbiamo né l’età né la lucidità per capire cosa stiamo facendo.

Anche perché, insomma, sentirci dire che per diventare umano Dio ha dovuto “abbracciare una croce” non era proprio il massimo dell’incoraggiamento. Tanto vale crederci superiori alle umane disgrazie.

Finché un giorno (ma in genere accade in due, tre, tremila), non ci accorgiamo che l’Iperuranio un po’ scoccia. Che il trono di cartapesta è scomodo, che il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino e aggiungete banalità a piacere.

Allora scendiamo in terra a cominciare un lungo, difficile lavoro: essere degni di essere umani. Noi, ultimi arrivati. Degni della nostra imperfezione, della nostra impotenza. Della vigliaccheria.

Della bellezza che sappiamo creare nonostante tutto questo.

È un training lungo e difficile, come quelle ricerche in archivio che possono durare mesi senza sapere se stai sulla pista giusta.

Forse ce ne accorgiamo solo quando ci ritroviamo a soffrire. Non per la sofferenza in sé, quella è inutile, a proposito di miti da sfatare.

Ma perché allora significa che dei sentimenti ce li abbiamo, e cominciamo a farci anche una vita. Imperfetta e destinata a finire. Ma una vita, bella grassa nelle nostre mani. E se siamo capace di soffrirne, prima o poi impariamo anche a godercela.

Ebbene, questa gioia che già intravedo, precaria e difficile, vale tutto il tracotante Iperuranio che tra fulmini e troni di cartapesta non è in grado di darci neanche la libertà di piangere.

Beach Body Mio padre mi ha raccontato una storia sull’ America’s Cup a Napoli.

Passando per la famosa ZTL (lavora in un ospedale a Posillipo), si è ritrovato un assembramento di motorini a un angolino di via Caracciolo.

La prima volta non ci ha fatto caso.

La seconda, i motorini si erano moltiplicati. Allora ha fermato uno dei ragazzi e gli ha chiesto che fosse successo. “Ci stanno le veline dell’America’s Cup”, testuali parole.

Si è affacciato a guardare, e in effetti c’erano le belle ragazze che facevano da hostess, non so a che titolo, nel corso della gara. Approfittavano della pausa pranzo per prendere il sole sugli scogli, magari in topless. “Erano quasi tutte settentrionali”, ha precisato a questo punto papà, “ma non c’è niente di male, eh”.

Al terzo giorno, c’erano due poliziotti a pattugliare.

Ora, quando mi ha raccontato questa storia ho sorriso. Siamo i soliti morti di figa (un amico veneto mi dice che da lui lo sono altrettanto, solo che si sentono ridicoli a mostrarlo troppo), ma quest’episodio sembrava divertente. E dire che, appena toccato il suolo dell’aeroporto di Capodichino, mi ero preparata psicologicamente al cartellone pubblicitario che avrei trovato agli arrivi.

Due anni fa ero scesa dall’aereo con la tutor catalana del dottorato, alla vigilia della discussione tesi, e ci aspettava in scala 10:1 uno di quei completi porno Yamamay. L’altra aveva commentato: “Solo in Italia”. Con altrettanta solidarietà e apertura mentale mi ero detta che dalle parti sue per essere una donna oggetto bastava riuscire ad abbinare la gonna con la maglia. No, non ne vado affatto fiera.

Ma l’episodio di via Caracciolo mi ha fatto ricordare che la bellezza dev’essere un gioco, uno degli aspetti che allietano la vita se si dà loro la collocazione giusta. Se si smette di esserne ossessionati, specie noialtri del Belpaese (come lamentava un mio ex inglese, ignorato in patria perché British Asian e idolo delle folle a Napoli) e la si coltiva come uno dei tanti aspetti della vita.

L’Italia che ho trovato è un pochino più attenta alla questione donne oggetto, e magari trascura quella del corpo maschile trasformato in un tubo di maionese. Sarà perché fa molto antiberlusconismo, o perché il femminicidio improvvisamente fa notizia (in Spagna, almeno, la fa dai tempi di Zapatero), ma si comincia a pensare che, se le donne vengono presentate come una merce, poi come merce vengono trattate.

Io sarò tutta storta, ma altro che merce, quando ammiro un uomo lo idealizzo, non so come spiegarlo. Riconosco che per uno scherzo del destino è portatore (spesso sano) di un dono che non si è cercato e fa poco per coltivare. E ne rispetto la sacralità, perché la mia idea è che fare un bel corpo è un miracolo di coincidenze e convergenze simili a quelle che fanno una bella mente.

Solo che con un po’ di allenamento, rispetto all’intelligenza, la bellezza la sgami un po’ dappertutto. Quella bellezza che “sta nell’occhio che guarda”, come ricordava sempre mio padre a una mia amica inglese, cercando di citare Shakespeare direttamente dall’italiano (e usciva una cosa tipo in the eye that sees).

Io non la trovo tanto in quei volenterosi servizi fotografici di donne “belle lo stesso”, tipo pubblicità della Dove, volte a evidenziare che sei bella anche se non rispetti i volubili e contraddittori standard di bellezza: temo che questi standard vengano reiterati e riaffermati in ogni scatto che pretenda di contraddirli, perché nel presentarsi come autorevole contraddittorio sta dando loro autorità.

Ma quando le lettrici di Repubblica (tra cui alcune amiche mie) hanno mandato all’edizione online una loro foto con su scritto Non sono una donna a sua disposizione ho passato vari giorni a osservarle, l’occhio mai stanco da tanta varietà di forme e di stili. Dal modo in cui i capelli venivano raccolti su un volto “troppo ovale”, le rughe accentuate da un bel sorriso che me le faceva dimenticare. Di quanto la varietà della vita, superi spesso e volentieri la plastica.

Questa è la bellezza che voglio coltivare. Come un gioco che non stanca finché sai quando è il tempo di smettere.

E non so quanto c’entri ma, guardando un servizio sul femminicidio col mio migliore amico, lui improvvisamente mi ha fatto una delle carezze ruvide e un po’ impacciate che è il massimo che si concedono certi uomini, depositandomi addirittura un bacio sulla tempia. Mi sono sentita un po’ una specie protetta, come il panda del WWF, eppure sono maggioranza, al mondo.

Ma ho capito e mi è piaciuto molto.

croce Sono tornata in biblioteca.

In effetti adesso dovrei star lì, invece che nel mio soggiorno a mangiare una mela marcia e raccontarvelo. Ma quando le giornate si scompongono come i fili dell’amaca sotto questo vento che adesso mi minaccia le carte della scrivania, quando succede meglio tenergli il gioco. Al vento, dico.

Torno in biblioteca per leggere vecchi giornali (ma proprio vecchi) alla ricerca dei miei soldati, che “miei” ormai non lo sono più tanto. Sono tornati a essere un campo di battaglia, tra Catalogna e non Catalogna. Tra storici che li vedono come uno dei tanti miti di una nazione in cerca di paese, e gente che pensa che, pochi e buoni, erano eroi.

Io ho sempre pensato, innanzitutto, che fossero poveri cristi. Buttati, spesso loro malgrado, in una trincea. E che per sopravvivere ci stava bene, credere che a fine guerra magari la Francia avrebbe aiutato il loro paese a farsi indipendente. Io in quelle circostanze mi sarei messa a credere a Batman, alla Fata Turchina e all’amore eterno, figuriamoci a questo.

Il mio bisnonno operaio socialista diceva che gli austriaci erano brave persone, tu gli dicevi “oggi spariamo noi, domani voi”. E la guerra scendeva giù che era un piacere, o quasi. E con buona pace sua e della retorica penso piuttosto agli uomini che amo ora, fratello amici amori, in una trincea. Io che chiamo dal paese alla prima notizia di scontri a Barcellona durante le manifestazioni. Be’, a immaginarmeli lì mi commuovo nella peggior tradizione di Lacreme napulitane.

E ho adottato questi soldati un po’ spacconi e molto sgrammaticati in vece loro.

Sgrammaticati? In realtà, più vado avanti, più scopro scrittori in erba. Immancabilmente, quando li segnalano nei brevi articoli sormontati da vignette antitedesche, gli scrupolosi redattori filoalleati avvertono “non soffermatevi sulla qualità dei versi, ma sul sentimento che li accompagna”. Roba che io mi sarei offesa, scusate. Avrei chiesto una licenza e sarei piombata in redazione con una marmitta di rancio français tutta per i miei critici. Poi leggo Requiescat in pace, di P. Francis. Viene subito dopo una retoricissima celebrazione del “compaesano” Joffre. Ma questo che riposa in pace, guarda un po’, non è un generale, è un compagno morto. Si capisce pure in italiano:

Els companys sus la creu han posat el képi,
Del clot, del pobre clot la terra encara és fresca,
Un rossinyol content refila en la verdesca.
El capella-soldat ressa un poc de llatí.

È sul finale che alzo gli occhi sulle volte finto-gotiche della Biblioteca de Catalunya, e mi scopro a recitare, in testa ovviamente:

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto

Ma nel cuore
Nessuna croce manca

E’ il mio cuore
Il paese più straziato

E allora dico caro P. Francis, autore di Poemes de guerra, non fa niente se non sei Ungaretti. Ho capito lo stesso. E i miei lutti non sono niente, rispetto ai vostri, ma di paesi straziati son pieni i cuori.

Certo che le rondini che svolazzano tra le antenne, mi accorgo adesso, sono un tetto migliore delle volte finto-gotiche.

Ma domani si torna lì.

(Finale serio)

(Finale pop)

faro tempesta

Mi è rimasto questo vizio dall’infanzia: pensare che tutte le attività diverse dal divertimento siano un peso per chi le svolge. “Non muoverti, lasciami lavorare”, mi diceva il parrucchiere, mentre barcollavo sulla pila di cuscini messi lì perché arrivassi all’altezza del phon. “Mi pagano per insegnarti l’italiano, quindi non ti lamentare”, sparata di una maestra un po’ umorale a un mio commento su un termine difficile. E io a pensare ecco, stanno lavorando, fosse per loro io potrei anche sparire dalla faccia della terra, mi sopportano perché devono.

Ovvio che l’esperienza m’insegna che alcune delle cose più belle si fanno proprio quando non ci si diverte. Che lavorare a una cosa che ti piaccia è sicuramente meglio di certe feste barcellonesi tutte tequila e sorrisi finti.

Ma non avevo mai applicato questo ragionamento a situazioni in cui non svolgiamo nessuna attività, anzi, siamo in completa balia degli eventi. Quando ci diagnosticano una malattia quantomeno fastidiosa, la nostra metà ci informa che non ci ama più, il capo ci schifa a morte a prescindere da come lavoriamo. Insomma, quelle botte di culo in cui sicuramente non ci stiamo divertendo (a meno che non siamo masochisti forte), e non possiamo certo dire di star svolgendo un’attività utile o appagante che giustifichi il mal di pancia.

Allora mi è venuto in mente quel filmazzo con George Clooney ancora idolo delle folle, La tempesta perfetta. Mai visto, ma improvvisamente mi appassionava l’idea. Due ore al cinema a vedere il George dondolare paurosamente tra cavalloni forza 7 (che è il massimo a cui arriva la mia immaginazione, limitata dalle peripezie degli aliscafi per Capri).

Ok, anche no.

Ma mi è venuto in mente perché improvvisamente ho capito perché attraversare la tempesta perfetta possa vendere biglietti e sembrare perfino interessante. Niente a che vedere col sadismo, né col pensiero positivo (che in qualche occasione possono essere sinonimi). E il lato positivo della cosa non si manifesta subito.

Ma dopo qualche tempo che siamo lì che dondoliamo e buttiamo le viscere in quei sacchetti odorosi d’arancia che ci porgono i marinai sull’aliscafo di cui sopra (ma allora lo fanno apposta?), la cosa comincia ad avere un piacere sinistro. Nel senso che vogliamo sapere come va a finire. Specie se, come dovrebbe essere, siamo al timone, e una certa parte dell’esito dipende da noi. Non quella che vorremmo, purtroppo: la tempesta è lì, che ci piaccia o no.

Una non meno importante, però: quella che ha a che fare con come ne usciremo.

Che ci ritroviamo su un’isola deserta con un tipo curioso (non chiamatelo Venerdì che secondo me s’incazza) o sulla zattera della Medusa, o riusciamo ad arrivare sani e salvi a un porto, un qualsiasi porto, osserviamo come ci siamo arrivati. Se ci siamo afferrati al timone con tutte le nostre forze, abbiamo fatto le virate giuste, o dobbiamo ammettere di non averle proprio azzeccate tutte. Se abbiamo lanciato gli SOS del caso, che pure a chiamare aiuto, a volte, ci vuole coraggio.

Se ci va di tornare indietro, al porto sicuro che avevamo lasciato, o vogliamo restare lì, a tempesta passata, a scandagliare un po’ i flutti in cerca di balene da favola o esplorare l’isola, con buona pace di Lost (altra lacuna).

Insomma, dopo giorni e giorni che precipitiamo in una situazione sgradevole, dopo i primi momenti di frustrazione cominciamo a galleggiare, nella migliore delle ipotesi impariamo a nuotare, e impariamo molto sulla nostra capacità di resistenza. E la prossima tempesta col cazzo che ci prende alla sprovvista (ok, pia illusione, ma quanto a fiato e bracciate avremo un allenamento che manco Rosolino).

Qualsiasi cosa succeda, le tempeste, riconosciamolo, possono avere un loro perché. Perfino quelle.

E se perfino le esperienze cattive hanno un loro perché, non dico che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma poteva andare peggio, molto peggio.

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