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Ragazza_somala

Un felafel e doppia razione di patatine.

Così mi ha premiato ieri sera, al fast food, il ragazzo somalo che prima di prendere la mia ordinazione si è messo a rimpiazzare tutte le vaschette vuote del buffet: non sapeva che volessi ordinare solo las papas, le patatine fritte.

E io che credevo che quella lunga attesa fosse una sottile vendetta sua o del karma, per Gigiotto.

Gigiotto (nome di fantasia) è il parente che durante la Seconda Guerra è andato a combattere nell’Africa Orientale Italiana, e se n’è tornato con foto come quella che potete ammirare qui sopra. Lui non c’è più: le foto me le ha date la sua famiglia per la mia antica tesi di laurea sulla letteratura coloniale italiana e inglese. Ancora devo decidere se alcune delle ragazze nude avessero raggiunto la pubertà.

Ma purtroppo non ho una voce per loro. Vorrei allora far parlare dei connazionali che loro devono aver conosciuto bene: gente che è stata in colonia e c’è tornata, mettendo per iscritto mirabolanti avventure, romanzate e non.

Cominciamo con Augusta Perricone Violà, che in Ricordi somali (1935) si lamenta del fatto che noi italiani non abbiamo civilizzato abbastanza queste donne nere:

Dentro i grigi tucul, dai tetti spioventi di paglia, non abbiamo ancora saputo trarre che la femmina; l’anima della donna, la sua vera personalità, il suo vero cuore, ci restano ancora, se ci sono, ignoti.

Da notare il “se ci sono”. Una donna somala le dice di essere “sua cognata”, intendendo probabilmente di essere la madama di un suo parente. Lei si scompiscia:

Sì, queste piccole anime di donne ci fanno sorridere e sorridere sempre, come di fronte a bambini graziosi e divertenti che dicono tante cose carine ed enormi, perché sovente non sanno ciò che dicono, che ci distraggono e ci piacciono, pur sentendo però una distanza come un abisso.

D’altronde Campana suona, canzone fascista del 1935, rassicura le “ariane” di Casapesenna o di San Vittore Olona:

Noi strapperem gli schiavi alle catene / e il loro gran paese arricchiremo / se poi le negre ci vorranno bene / le nostre belle no, non scorderemo.

La precisazione è d’obbligo: il “meticciato” diventava una minaccia per la pura razza italica (scusate l’ossimoro), e la stessa Faccetta nera non era vista benissimo.

Però, care italiane bianche, sapevatelo: siete cesse. Almeno rispetto alle somale che, quasi a compensare il fatto che non abbiano un’anima, vantano un corpo perfetto. A quanto pare sono anche propense a lasciarlo inerte sotto le mani del maschio italico (scusate l’ossimoro):

“I seni per essere perfetti devono essere tali che un’orizzontale immaginaria che passi per i capezzoli…”.

“Eh! Via! Come sei complicato…”.

Ma Serra, imperturbabile, tracciando con la destra l’immaginaria linea, sfiorando i due capezzoli, continuò: “… deve tagliare le braccia passando pel punto d’innesto del bicipite col deltoide…”.

“Ma bravo! Ma bravo!”.

“… e devono esser modellati in modo che la loro turgidezza deve entrare tutta nel cavo d’una mano e non deve giungere, naturalmente, fino alle ascelle né deve crear piaghe alla loro attaccatura inferiore. […] Vedi, questi seni sono impeccabili, seni che difficilmente trovi lassù da noi, specie nelle metropoli ove l’avvizzimento del corpo umano è in ragione diretta del grado di civiltà raggiunto. […] Guarda questi” e così dicendo il capitano-medico-pittore Serra, con le dita semitese carezzò lievemente le mammelle della somala con lento movimento rotatorio, premendo un poco, come li plasmasse sulla creta.

Il corpo delicomorfo di Elo sembrava un fuso pronto a prillare. La fanciulla, coperta solo al grembo da una lieve “futa” bianca, lasciava fare silenziosa.

La lezione di anatomia “delicomorfa” è gentilmente offerta da Gino Mitrano Sani, e dalla sua Femina somala (1932): nel romanzo, Elo si getta tra le braccia del protagonista perché lui è proprio irresistibile, e poi la razza bianca la protegge dai selvaggi della sua (tipo lo stregone che l’ha resa vedova, ma vabbe’). Spoiler: non finisce benissimo. Innanzitutto deve prendersi cura della spia tedesca Meta Bauer, che è la vera amata del suo padrone com’è giusto che sia:

Ma l’uomo bianco ora ha vicino una femina bianca [sic] ed ella ha visto sempre accoppiarsi bestie simili…

Ma tanto non c’è storia, la biondina è meglio: infatti la somala, approfittando del sonno della rivale, si avvicina e le sfiora i capelli che sembrano brillare di luce propria. Fortuna che le toglie in tempo le… zampe di dosso!

Rassicuratasi che nessuno l’ha vista, Elo torna al suo posto con lo stesso passo felino e flessuoso, torna alla sua immobilità, lieta di non essere stata sorpresa in quella sua curiosità.

Elo ha guardata l’altra come un cane che annusa una cosa sconosciuta. Ora la bestiola è tornata al suo posto di guardia, alla sua consegna.

Alla fine ci lascia direttamente le penne, uccisa dal nuovo “compagno” somalo mentre appicca un incendio per attirare l’attenzione delle truppe italiane. D’altronde lei, “una madonna a cui qualcuno si è divertito a dare una tinta di mogano”, non era nient’altro che “una cosa del capitano, una serva, una schiava senza valore che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

Peraltro, queste citazioni ve le risparmio, ma nella letteratura coloniale italiana le descrizioni di donne nere morte sono quasi pornografiche.

Sopravvive nella vita reale Diu-là, che il giornalista Mario Appelius s’era comprato come schiava (no, non è una prerogativa della categoria). La ragazzina si era concessa sua sponte (…), e alla fine, anche se lui non la poteva amare, era diventata parte del paesaggio:

Forse un qualsiasi nero, brutale e manesco, è oggi il rozzo padrone di quella africanella che fu per venti mesi l’idoletto barbarico della mia camera di bianco. Un idoletto che non amavo, che non potevo amare, ma che mi piaceva vedere al mattino nel vano della finestra, sullo sfondo della foresta vergine, sullo sfondo dell’oro solare, sullo sfondo della natura selvaggia…

Io direi di fermarci qui, e di riflettere un po’ sulle parole contemporanee di Djarah Kan:

Non vogliamo fare processi ai morti.
Vogliamo le pagine di storia che parlano di noi, di quello che abbiamo subito e di come ne siamo uscite.
Perchè dimenticare è un atto di violenza bello e buono.
E non so voi, ma io non ho il coraggio di dimenticare.

 

L’alternativa è un paese in cui una redazione conosca l’abc dei diritti civili, per averlo imparato alle elementari. Un’umanità normale, insomma. E quindi perdonateci tutte* per il nostro sbadiglio senza la mano davanti

Da minn.com

Ti amiamo moltissimo, a qualsiasi costo, povero paese che l’8 marzo con tante italiane in piazza schiaffa in prima pagina Salvini e i missili coreani, mentre El País (nota rivista anarchica) mostra foto di trecentomila persone in marcia a Madrid, e agguerrite pagine di controinformazione (tipo quella di Aljazeera) scodellano le immagini di quelle femminazi caricate a Istanbul

Invece tu, Italietta dei bomberoni, di solito sorprendi noi che, ogni Giornata internazionale delle donne, abbiamo questo friccico ner core di chiederci “cosa s’inventeranno stavolta” per confermare di non averci capito una ceppa, o di aver capito benissimo, ma di far finta di niente. E, fino a oggi, non siamo mai rimaste deluse.

Ecco puntuali quelli che “l’8 marzo dev’essere ogni giorno!”, che ogni giorno infatti spiegano al bar che quando una dice no, sotto sotto… La coerenza innanzitutto.

Poi ci sono quelli che “le donne sono superiori agli uomini”, che non abbiamo ancora capito se con questa frase siano mai riusciti a rimorchiare.

Non possono mancare quelli che “non sono né maschilista né femminista”, che non aprono un dizionario di sinonimi e contrari dall’esame di terza media.

E come non ricordare quelli che twittano “ok per la manifestazione, ma torna presto che la cena non si prepara da sola”, prima di farsi portare il sushino dallo schiavo di Just Eat: immagino le loro amiche ridere a denti stretti per dimostrare che “non sono né maschiliste né femministe” (vedi sopra).

Invece quest’anno ci avete annoiate al punto che quasi quasi era meglio la mimosa, figuratevi un po’. Eccheccazzo, tutto quello che avevate da offrirci era l’italiano medio? E non in senso statistico, ma proprio come creazione autopoietica, un self-made man che è una caricatura, e felice di esserlo.

Insomma, in questo momento di recessione vi avanzava giusto il tipo che pensa che, perché è morto di figa lui, lo sono tutti quanti (e “chi non lo ammette mente”, altro classico da sbadiglio in falsetto).

Questo qui, dell’8 marzo, ha capito solo che ci sono donne, dunque figa (le trans ringraziano). Quindi langia una provogazzione che, per dirla in hipsterese, è un win-win: se non passa il messaggio (più o meno, “gli uomini o sono bavosi o sono ricchioni”), si può sempre rifugiare dietro al fatevi-una-risata, parente stretta del sono-stato-frainteso. Se passa, invece, è il paladino della verità: perché è importante oggigiorno, tra tanti che vogliono solo “coccoline sul collo”, che qualcuno riprenda lo stuzzicadenti e la canottiera macchiata di sugo per “dire la verità” sul genere maschile.

(Spoiler: “diciamoci la verità” è la seconda causa di cazzate al mondo dopo “non sono razzista, ma…”, perché di solito è seguita da perle come “aiutiamoli a casa loro”, “ho tanti amici gay, il problema è quando ostentano”, e altre amenità da… film di Albertone, che adesso mi verrà in sogno solo per darmi i numeri sbagliati.)

Il Nostro, però, a una cosa ci arriva. Piuttosto che essere perseguibile per legge (ma tanto gli dimezzano la pena), è meglio appellarsi a una testosteronica incapacità d’intendere e di volere, finché qualcuno gliela appoggia ancora: che ci può fare, lui, se non riesce a esimersi dal fischiare a una passante? O a lasciare il numero di telefono su uno scontrino, o addirittura fare la mano morta a un’amica (ma la denuncia è mai scattata?).

Ciò che non tanto afferra sono le ragioni di quegli altri che perfino in Italia sanno che non si tratta di “aiutare in casa” ma di dividersi il lavoro di cura, che i privilegi legati a genere, classe e provenienza sono “posti al sole” che alla lunga ustionano. E se lei non vuole, francamente, non vogliono neanche loro.

L’italiano medio, invece, è di poche pretese: si accontenta di essere la succursale del suo pene.

E in un paese i cui giornali, l’8 marzo, mostrano foto di piazze piene, forse non avrebbe pubblicato il compitino che avrebbe voluto scrivere alle elementari, se la maestra fosse stata Edwige Fenech. O sarebbe lì a implorare di non perdere il lavoro. O almeno chiederebbe scusa. O addirittura, visto che “ormai è difficile dire che cosa possa suonare maschilista” (dicono i maschilisti), tormenterebbe l’unico neurone ancora funzionante, orgogliosamente collegato a un organo solo, per chiedersi cosa abbia scritto di “tanto strano”.

Non fa niente, dai, se ne parla il prossimo 8 marzo. Stavolta veniamo già annoiate.

* Tutte tutte no, va’. Il coraggio una non se lo può dare, o non sempre, e ce ne saranno alcune che pensino vabbe’, questo passa il convento, facciamoci una risata e diciamo ancora un altro sì. Perché sarebbe assurdo, pretendere di parlare per un’intera categoria. Eh, già.

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Immagine da barcelona.lecool.com

La settimana dell’8 marzo, a Barcellona, è bella intensa. Proprio perché non è una cosa tipo “Settimana del cinema italiano”. Qui non è certo il Paradiso, ma la mobilitazione è tutto il tempo, anche a livello istituzionale. Per esempio, tempo fa in giro per strada si potevano vedere manifesti del comune come questo:

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“Il futuro non è maschilista – No al controllo”

… e questo:

“Il futuro non è maschilista – Se tu non vuoi, non voglio neanch’io”.

Al che vi devo confessare che, nell’ultimo caso, mi ritrovavo spesso a pensare: “Nooo, ma io voglio, tranquillo!”. Devo ancora decidere quanto mi faccia sessista o pedofila ‘sta cosa.

In ogni caso, sono settimane che si organizzano pranzi popolari a base di paella o calçots (di solito con opzione vegana, però non ditelo in giro perché non è a base di avocado ma di legumi, hai visto mai che minacciamo le certezze altrui…). Scopo: raccogliere fondi per lo sciopero generale convocato in quest’occasione (queste le ragioni in Italia). Perché qui non si usa regalare mimose, né si va a spogliarelli: ci si vede a una manifestazione di dimensioni antologiche, insieme a gente “ambosessi e di tutti i generi”. L’anno scorso, secondo i sindacati, si era in circa sei milioni (per i più pessimisti, in 5,3). Quelle che non possono permettersi di perdere una giornata di lavoro possono fare richiesta a diverse entità del loro quartiere (ne conosco almeno a Gràcia e Poble-Sec) per accedere a un fondo apposito che “risarcisca” lo stipendio di quella giornata: secondo voi tutte ‘ste magnate servivano solo a comprare cartelloni?! Per quelle che rischiano il licenziamento tout court, c’è l’idea di “rendere visibile” questa mancanza di diritti manifestando fuori ai loro posti di lavoro: l’anno scorso il CDB del Poble-Sec l’ha fatto con un supermercato dalle parti di Plaça Espanya. 

Anche se non c’entra strettamente con queste raccolte fondi barcellonesi, vorrei farvi vedere lo stesso la paella che le signore di quest’associazione hanno organizzato il 4 marzo 2018, perché se aspettate che la prepari io, vegana o meno, state freschi:

La manifestazione in sé è spettacolare, vengono i sindacati e quasi tutte le entità politiche, credo manchino giusto i fasci fasci (che comunque sono tanti):

“Ci fermiamo per cambiare tutto” (dalla pagina di regio7.cat)

Il dibattito sull’efficacia di questo tipo di sciopero è sacrosanto e deve restare aperto. Però mi dispiace vedere che, per esempio, la fotografa che ha preferito non aderirvi immortali giusto le due studentesse catalane che, in una pausa dalla manifestazione, si fanno servire un caffè da una cameriera latina. Non credo che sminuire le decisioni altrui con casi isolati sia una gran maniera di rafforzare le proprie idee. Un altro problema sono gli orari della manifestazione, come sempre: cominciare di fatto intorno alle 19.00 attira anche chi ha lavorato, ma esclude ad esempio le madri di bimbi piccoli. Questo problema è ovviato nel Poble-Sec dall’Ateneu Cooperatiu La Base: quest’anno, gli uomini dei collettivi che orbitano intorno all’Ateneu si prendono cura dei bambini mentre le loro madri sono allo sciopero. In generale, l‘equiparazione dei permessi di maternità e paternità ha scatenato un dibattito tra le femministe con figli e quelle senza, con punte di essenzialismo da una parte e riduttivismo dall’altra: non posso che rammaricarmene, da appartenente alla seconda categoria che vorrebbe essere nella prima. Però, quando vedo una tizia chiedere “perché bisogna poi manifestare proprio l’8 marzo”, mi arrendo.

A casa mia, fino all’anno scorso, succedevano cose esilaranti tipo che l’8 marzo non mi era dato di cucinare né di lavare i piatti (e di solito io facevo una cosa e lui l’altra). Allora si potevano creare situazioni tipo: “Ma oggi avevo voglia di un piatto in part…”. Lui: “Lo cucino io!”. Io: ” ‘A pasta e patane azzeccata, con pasta ammescata?”.

Alla fine ha imparato a farla bene.

(Qui un po’ d’immagini del successo dell’anno scorso.)

L'immagine può contenere: una o più persone, vestito elegante e spazio al chiuso

Dal Facebook di Napoli VHS

In realtà, in questo passaggio del discorso agli Oscar, Ms. Germanotta faceva un po’ papa Giovanni:

E se siete a casa, seduti sul divano a guardare proprio adesso, tutto quello che ho da dire è che questo è il frutto di duro lavoro. Ho lavorato duro per tanto tempo, e non si tratta, sapete, non si tratta di vincere. Si tratta di non arrendersi. Se avete un sogno, lottate. C’è una disciplina per la passione. E non si tratta di quante volte siete respinti, o cadete, o siete calpestati. Si tratta di tutte le volte che vi rialzate, avete coraggio e andate avanti. Grazie!

(Ho tradotto a sentimento, eh, a fare l’interprete all’ONU mi chiamano un’altra volta.)

Ora, io gli Oscar non avevo capito che fossero quattro giorni fa, proprio perché ero alle prese con quella storia della disciplina per la passione: ieri scadeva uno di quei concorsoni letterari impossibili-ma-ci-provo, e da una settimana passavo notte e giorno a correggere le 200 pagine del romanzo nuovo (221, se invece di accecarmi avessi messo interlinea 16). Il problema è che l’avevo cominciato a scrivere solo il 5 gennaio.

Intanto erano pure ripresi i corsi d’italiano che impartisco, ma vabbe’.

Se avessi saputo degli Oscar avrei tifato a prescindere per l’amore della mia vita, che come sapete è il mio quasi-concittadino Viggo Mortensen (bello che a Barcellona si sia concittadini anche se si è non di due paesi diversi, ma di 20.000, e lui ci mette gli altri 19.999).

Comunque, nelle pause dalla revisione e dalla wok da asporto (finché non ho attivato io la vaporiera, e a momenti mi daranno la cittadinanza cinese), vedevo i meme che “friendzonavano” la nostra Lady Gaga al cospetto della moglie di Bradley Cooper. Si sa, una può vincere Emmy, Oscar e Golden Globe, ma il problema è che sia “cessa” rispetto a Irina Shayk, come i 9/10 dell’umanità. A questo punto risparmio il lavoro ai bulli che l’avevano fatto con Stefani Germanotta e mi vado a buttare nella monnezza da sola.

Vi scrivo tutto questo perché mi ha divertito beccare il discorso di cui sopra verso le undici di sera, quando mi restavano almeno altre due ore di correzioni e cominciavo a vedere la Madonna di Montserrat, che m’invitava piuttosto a un pellegrinaggio da lei. A seguire il ragionamento di Lady Gaga sarebbe stato da credere che, per come mi sto sbattendo, per il casino che ho fatto per potermelo permettere, per quello che ho perso strada facendo, mi danno un Nobel per la letteratura che Bob Dylan scansati.

E invece non è così.

O non dev’esserlo per forza: puoi sbatterti quanto vuoi e restare comunque a bocca asciutta. Chiedetelo a tutte le sorelle di Shakespeare del mondo, specie a quelle arabe che pretendono di arrivare a noi senza scrivere solo di oppressione. Oppure agli scrittori a cui non sono degna di allacciare i calzari (ma di solito portavano scarpe rotte), e che sono morti soli e squattrinati, e li abbiamo scoperti solo dopo. Buonaseeera…

Quindi non voglio contraddire l’unica artista che mi abbia commossa sulla fiducia con l’inno americano – nonché regina delle icone gay dopo Raffaella: ha detto tante cose vere. L’importante è lavorare duro, disciplinare la passione, e rialzarsi.

Ma c’è una cosa molto più importante da accettare: che si può fare tutto questo, e comunque non riuscire. E una cosa ancora più importante: capire che va bene lo stesso.

Nel senso un po’ socratico che vivere una buona vita è di per sé il premio, che ci sia o meno un aldilà felice, o un assegno non restituibile per i diritti d’autore. E per chi vive d’arte, o d’amore, o anche di cartellini da timbrare se si è orgogliosi del proprio lavoro, un gran premio è amare quello che si fa.

Vincere quell’altro, di premio, mi aiuterebbe un po’ con le note tasse sulla casa, quindi, se proprio non sanno a chi darlo, presente. Però è vero che in questi giorni di correzione, definizione delle personalità, e tanti, tanti tagli ho conosciuto meglio i miei personaggi, questi scarabocchi in un bar che sono diventati poi refusi su Word, e ora occupanti fissi dei miei pensieri. E pure della mia casa, a giudicare dal casino che ho lasciato in giro in questi giorni.

Intanto, quei poveracci dei vicini mi possono sentire sotto la doccia, piccola Archimede 2.0 a un secondo dall’aprire l’acqua, mentre caccio un Eureka tipo: “Oh, cazzo! Posso presentare la protagonista attraverso i suoi dati sul curriculum!”.

Se nessuno chiama un’ambulanza a prendermi, questo la dice lunga su quante cose in cielo e in terra abbiano visto i miei vicini a Barcellona.

Related image E anche questo gennaio, se lo semo tolto ecc. Dai, che a volte sembra perfino peggio di Natale (e so che siamo alla fantascienza). Ma per me, forse per i tempi un po’… movimentati che l’hanno preceduto, il primo mese dell’anno è stato piacevole come l’odore di vernice fresca, che manco a dirlo io adoro.

E non so voi ma, se non ho adorato anche questo gennaio, almeno l’ho stimato cordialmente. Il periodo trascorso in paese mi ha visto ormai riabituare al pensiero, che credevo obsoleto, di essere quella strana, magari perché non credevo che “gli zingari rubano”, o non sempre sorridevo paziente quando mi si offriva un pezzo di carne, o addirittura non prendevo bene un “Quando sarai madre capirai”, e in tal caso ero perfino convinta che l’intollerante non fossi io. Ma attendo al varco i miei detrattori tra i “ricchiuncielle” di Sitges e le lasagne vegetali, poi parleremo di nuovo di chi sono “quelli strani”.

Anche perché la parte trascorsa a Barcellona è stata la prima tranquilla dopo tanto tempo, quella in cui ho raccolto i frutti delle acrobazie fatte in precedenza, e ho atteso con relativa serenità notizie sulla mia preoccupazione del momento: le tasse sulla casa! Ed è un lusso, lo so, specie di questi tempi, avere quelle come pensiero più inquietante.

E poi, a farmi compagnia nelle insonnie post-labirintite, c’è stato Pierre di Guerra e Pace, che descritto così pare un personaggio della De Filippi. Ma a lui, per imparare a campare, ci è voluto “ben altro” che i consigli di Tina Cipollari (“No, Maria, io esco!”). A dir la verità, a momenti non gli bastavano l’esercito napoleonico, l’incendio di Mosca, la deportazione, e la morte dei suoi migliori amici, tra cui il saggio – e mefitico – Platon Karataev, che ho scoperto essere un idolo degli eccentrici anarchici russi. Ma lo ringrazio di cuore per aver affrontato tutta ‘sta roba al posto mio, perché adesso, bontà sua, mi consente di prendere nota dei risultati:

Proprio ciò che prima lo angosciava, ciò di cui era costantemente alla ricerca – lo scopo della vita – ora per lui non esisteva. […] Prima lo aveva cercato negli scopi che si prefiggeva.  […] Ora invece aveva imparato a vedere il grande, l’eterno e l’infinito in tutto e perciò, per vederlo, per godere della sua contemplazione, in modo del tutto naturale aveva gettato via il cannocchiale con cui sino ad allora aveva guardato al di sopra delle teste degli uomini, e contemplava con gioia intorno a sé la vita eternamente mutevole, eternamente grande, incomprensibile e infinita. E quanto più da vicino la guardava, tanto più si sentiva tranquillo e felice.

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Istruzioni per l’uso

L’altra notte ho dormito con Napoleone, a Mosca. Mi sono svegliata con gli occhiali ancora indosso, e il Kobo che se n’era scivolato tra le pieghe del piumone.

Avrete capito che Tolstoj non mi esalta nei capitoli in cui fa lo storico, ma di solito arrivo a riporre Guerra e Pace prima che la melatonina faccia effetto. Va detto che la sera prima era stata impegnativa: innanzitutto, un cabaret tutto esaurito prima ancora che entrassi (e c’era un’attrice nascosta in un bidone all’ingresso, per accogliere il pubblico con un urlo improvviso); a fine serata, i Foguerons de sa Pobla, tradizione maiorchina importata nel quartiere di Gràcia. Nel mezzo, è esplosa una batucada per le strade del multietnico Barri de Sant Pere, nel punto in cui si (con)fonde col Born. A vedere il gruppo entusiasta di percussionisti c’era gente di ogni tipo: turisti, donne col velo che portavano a spasso bimbe col cappellino di lana, turisti, ragazzi che si sfottevano mezzo in arabo e mezzo in spagnolo, turisti, uomini che che chiedevano “permesso” in catalano, turisti…

Allora mi sono ricordata di un noto maschio alfa di Lettere, tanti anni fa, che per rivestire un ruolo del genere in una facoltà “per donne e figli di papà” (cit.) faceva il tuttologo dai pantaloni inguardabili e gli occhialini tondi, dotato della prosopopea del caso e della fidanzata più bella – secondo me – tra le belle del chiostro, che all’occorrenza gli faceva anche da spalla. Con quest’individuo ebbi un solo confronto: lui prendeva in giro l’informazione, passatami da un neo-berlinese, per cui in Germania non fossero più tanto ariani.

“Ah, quindi se giro per Berlino” mi sfotteva lui “trovo un sacco di tipi scuri con gli occhi nocciola?”. Ehm, sì, avrei voluto rispondergli. Se t’infilassi di nuovo il cazzo nei pantaloni fantasia, e corressi il rischio di viaggiare oltre la “route de Cezanne“, te ne accorgeresti. Ma niente, mi liquidò sfoderando il suo miglior sarcasmo (e non osai immaginare il peggiore).

Mi chiedo che reazione abbia avuto adesso alla notizia che Salvini sia stato accolto al Quirinale da un corazziere nero (che mi sa che era solo di turno)! Troppo snob per fare tipo “Bravo Mattarella“, troppo bastian contrario anche per partecipare ai lazzi generali, avrà pensato a una vendetta del clinamen epicureo (del caso, insomma). Che combinazione! E che scherzo del destino.

Io ho pensato subito: “Ma ‘sto tipo sicuri che vuol essere fotografato da tutti quanti? Mica è la Guardia reale inglese, che sa di essere parte dello spettacolo!”. Magari avrà fatto carte false perché tra i colleghi non fosse così notevole la sua presenza, oppure, meglio ancora, non si sarà mai accorto che fosse un problema.

Finché non ha avuto la notizia di… Essere una notizia. Perché oh, italiani neri in Italia non ci sono, vero? La famiglia che mi passeggiava davanti al Parc de la Villette di Parigi, con la sorella maggiore che redarguiva il fratellino sui danni delle gomme da masticare, mica aveva l’accento veneto! E a Manchester, ben quindici anni fa, mica mi sono sentita dire da una supervisor, quando lavoravo da cameriera, “Ah, anche tu sei italiana!”. Al che mi sono girata verso il collega originario del Chad con cui stavamo parlando in inglese, e mi sono resa conto che era di Milano! Risate, scherzi, poi ha fatto fare tutto il lavoro a me. ‘Sti milanesi…

Ma no, noi quando la Francia vince i mondiali diciamo che “Ha vinto l’Africa“, e non nel senso di una celebrazione multidentitaria che ci starebbe benissimo, ma nel senso che devo ancora stare a discutere sui social con chi sostiene che la squadra “è fatta da immigrati“. E allora ricordo: questo qui è nato a Lagny-sur-Marne, quest’altro a Marsiglia

Ora, tutto ciò in Italia succede da meno tempo, e si vede che noi “brava gente” abbiamo paura. A me, confesso, dispiace un po’ vedere questo youtuber più italiano di me, secondo i neoborbonici, che, al pari di tanti concittadini color mozzarella, non conosca l’ubicazione delle Marche o le tradizioni culinarie più semplici del Sud Italia, segno che stamme accise a prescindere da origine e ubicazione nel mondo! Siccome, avrete capito, dei rimescolamenti mi interessa soprattutto il cibo, sarebbe più bello se io assimilassi le ricette di sua nonna e lui quelle della mia, che poi, s’era detto, non era ‘sta gran cuoca (ma era una donna intelligente e istruita, e si sfotteva da sola).

Però oh, intanto mangio con le bacchette un giorno sì e l’altro pure, per giunta quando nessuno mi vede, quindi non lo faccio neanche per posa, come mi accusavano ai tempi del maschio alfa all’università! La globalizzazione è un problema e tutto quello che vuoi, ma – e ripeterò l’ovvio – mi preoccupa di più il fatto che indossiamo tutti le stesse scarpe, magari fatte per un pugno di riso da neonati bengalesi, piuttosto che l’idea di mescolare un po’ usi, costumi e carnagioni.

Chissà se il corazziere dell’anno, di cui non ci è dato conoscere il nome, sa usare le bacchette.

 

 

 

 

Image result for dona un libro alla pediatria di macerata L’idea per cominciare bene l’anno non mi è stata servita su un piatto d’argento, ma su una parete della Feltrinelli di Macerata.

L’ospedale locale raccoglieva libri per i bambini del reparto pediatrico, e non ho potuto fare a meno di pensare al mio romanzo, che presenterò in paese giovedì prossimo. Ora, l’ex leucemica Anna è un personaggio inventato, di una storia non autobiografica: lo sottolineo per smentire equivoci recenti che mi vorrebbero alta, magrissima e incazzata col mondo, come la protagonista Fatima (e almeno due delle tre caratteristiche sono palesemente estranee alla mia persona!). Ma è vero quello che Anna racconta a Fatima, sulla sua malattia: una storia di corse contro il tempo, di comunioni fatte quando già sembri una sposa, e di capodanni passati in ospedale a bere qualcosa di analcolico al gusto pesca.

Alle piccole Anna maceratesi avrei voluto regalare Rodari, quello che non riesco a leggere senza commuovermi quando racconta le peripezie di Giacomo di Cristallo: è un ragazzino colpevole di essere trasparente e poter “pensare” soltanto la verità, anche quando il tiranno locale lo sbatte in galera. In mancanza di quello, tra i libri disponibili c’erano tante storie di animali domestici – le altre specie, a occhio e croce, devono avere qualcosa di antipatico, ma era comunque un buon inizio.

La libraia ha fatto qualcosa che è la seconda Feltrinelli – e la terza libreria italiana – che mi succede. Quando le ho spiegato di non avere la tessera di fidelizzazione perché non vivo in Italia, ha commentato: “Beata lei! Specie di questi tempi…”. E ha aggiunto: “Una vita fa adoravo la Spagna“. Al che non ho replicato con i soliti distinguo tra Spagna, Catalogna e Barcellona, che poi è un mondo a parte: riservo tutto questo a un altro romanzo, che se tutto va bene vedrà la luce quest’anno.

Ho spiegato invece che sto cercando d’imparare questa difficile arte di raccontare storie, e che spero sul serio di potere, un giorno, presentare un testo proprio in quella libreria. L’altra ha annuito, poi è stata un po’ soprappensiero, come se stesse cercando qualcosa nella sua testa.

“Suerte!” si è ricordata infine. Buona fortuna.

Credo che finora sia stato il miglior augurio di anno nuovo.

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I miei progetti per il 2019 (capolavoro di Rosanna Eroico)

Niente, non esiste. Ho cercato pure tra i diversi sinonimi che mi dava il dizionario, ma non ho trovato il contrario di “bilancio”. Potrei dire che la Legge di Bilancio appena approvata sia una buona approssimazione, ma sarebbe una battuta facile, e non me ne tiene di litigare proprio di 31 dicembre.

Forse il contrario del bilancio di fine anno è il panettone, se ne resta un po’: divorarlo sarebbe un classico esempio di “vivere alla giornata”, sprezzanti del pericolo che prima o poi si presenterà insieme alle analisi del sangue.

Io non ho paura: la cosa che più mi ha spaventato quest’anno è stata quella picchiata assassina del mio aereo per Granada, con tutti i passeggeri a urlare tranne me. O così mi pareva, mentre ascoltavo i gorgheggi del mio vicino e, con le mani sudate sui braccioli, gli rivolgevo un’espressione da: “Queste turbolenze non sembrano affatto normali, ma che ci possiamo fare?”.

Così, per chiudere l’anno, mi sto guardando tutti i disastri aerei della storia su questo canale. Ci credereste? Mi sento molto meglio. Capisco che, perché succeda qualcosa, deve prodursi una reazione a catena di sfortune che neanche io al meglio di me. Tipo che il pilota decida di far giocare il figlio con i comandi, o si perda tra le montagne colombiane per aver contato su un radar distrutto tre anni prima dalle FARC. E un aereo che perda la strada non è proprio cosa di ogni giorno.

Ecco, forse io mi sento così: un po’ persa in quella che mi sembrava una rotta consolidata. Contenta delle cose buone che ho fatto quest’anno (come l’ingresso improvvisato nel mondo che volevo abitare davvero), sfiancata dai passi che ho mosso per farle, e già stanca al pensiero del lavoro che mi aspetterà per rimediare agli errori, almeno a quelli rimediabili.

Ma vabbe’, questo bilancio giuro che non volevo neanche farlo.

Allora prometto che solo oggi, per chiudere in bellezza l’anno, vivrò alla giornata. Cioè: andrò di panettone in panettone.

Voi che farete?

Buon 2019!

(In anteprima, la hit dell’estate 2019!)

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile. Con voi che mi leggete (grazie!) la buona azione di Natale la faccio ogni giorno: non mi lamento. Non vi confesso quanto schifi anch’io l’inverno, fosse solo per gli strati su strati che devo frapporre tra me e le mie braccia: infatti aspetto con ansia l’invenzione di una “bolla termica” isolante, che mi faccia andare in giro nuda a dicembre, e già che ci siamo m’impedisca di baciare mezzo mondo a Natale… Ah, ecco, per esempio: cerco di non stracciarvi troppo le gonadi su quanto schifi le feste! Ma dalla lettura di vari post ho scoperto che noi migranti, e in particolare noi terroni fuori sede, non siamo sinceri su questo punto! Ovvio che devono piacerci le seguenti cose:

  • la nonna che scodella struffoli ogni minuto! Anche se mia nonna si prendeva in giro da sola su quanto cucinasse male;
  • ingozzarci di specialità risalenti a un periodo in cui questo avevamo, e questo cucinavamo (e perfino Alessandro Siani è d’accordo con me);
  • parenti e amici di famiglia (ma quelli sono universali) che ci fanno “bonariamente” tutte quelle domande ottuse sulla nostra vita privata, invece di farsi i fatti loro.

È per questo che, dichiarandomi fedele seguace di Pulecenella e di Funiculì Funiculà (che spiegava a Troisi che Napule nun adda cagna’), propongo alle donne in ascolto un giochino per far fronte a quest’ultima piaga. Tradurremo liberamente i “botta e risposta” in catalano dell’immagine postata, omettendo quelli che mi sembrano meno divertenti. In corsivo scriverò le mie risposte alternative. Attendo le vostre!

Ancora non sei sposata? 

  1. No, vado di fiore in fiore.
  2. No: non ho né marito, né figli, né voglia di ascoltarti.
  3. No, ma ti prometto che stasera vado allo struscio solo per rimediare.

Ma vieni conciata così al pranzo di Natale?

  1. Ma vieni a rompere le semenzelle anche al pranzo di Natale? (Ok, questa traduzione era molto libera.)
  2. Dici che faccio ancora in tempo per un look gotico?
  3. Eh, col freddo che fa qua dentro, in minigonna e calze a rete non potevo. Ma gli infissi ve li ha montati il nonno di Garibaldi?

Non dire questo a papà / a nonno / a [amico fascio di nonno] perché si arrabbia…

  1. Veramente? E pensare che qua fuori c’è un esercito di femministe armate di torce e forbici tagliapene che aspetta solo che dica: “Al mio segnale, scatenate…”.
  2. (Starnuto) Scusa, è che sono allergica ai commenti di merda.
  3. Sarò muta come un pesce! (Caccio la lavagnetta e i colori e gli vado a fare un disegnino.)

E quando avrai dei figli? Guarda che non fai in tempo, perdi il treno!

  1. Li avrò per quando avrai smesso di chiedermelo.
  2. Non ho bisogno di figli, mi occupo già di tutte le domande che nessuno ti ha richiesto stasera.
  3. Anche i tuoi neuroni non hanno fatto in tempo, eppure sei qui.

Dici così perché sei giovane…

  1. Tranqui, dirò la stessa cosa quando avrò la tua età.
  2. Dici così perché sei vecchio (o vecchia).
  3. Dici così perché non hai un cazzo da fare.

Ma che ci hai, il ciclo?

  1. Sì. Vuoi vedere?
  2. No, sono in menopausa, ricordi? Ho perso il treno!
  3. In effetti ho bollito la coppetta mestruale nella pentola della minestra. Era buona, vero?

Se non sanno cosa sia una coppetta mestruale (d’altronde in certi ambienti anche il Tampax è visto con sospetto) riprenderei la lavagna del disegnino. In ogni caso, anche senza la corrispettiva domanda, mi terrei l’ultima rivelazione per quando comincia la tombola. Così, almeno quest’anno, non sentiremo lo zio simpatico dichiarare “Ambo!” al primo numero.

 

 Forse dipende da che ora è.

Diciamo che, se torno in ritardo alla Feria e addio cena, sono ancora in modalità problema-soluzione, problema-soluzione: dieci minuti dopo sto provando i vermicelli da asporto del nuovo cinese a conduzione familiare, con opzioni erbivore.

Due ore prima dei fatti narrati, tuttavia, non sono stata così propositiva. La domenica gentile, trascorsa tra lasagna e chiacchiere dopo le giuste ore di scrittura, mi crollava addosso con i problemi non risolti, da quelli esistenziali a quelli cretini come: il divano troppo grande che langue ancora in corridoio, nonostante avessi trovato un’acquirente; i piccoli disastri lasciati in giro da Abdul; il ritorno a una vita mondana con personaggi che credano opportuno parlarmi per doppi sensi, perché come ci parli, a una tizia biondiccia che “sorride troppo”?

Insomma, come fu come non fu, ieri i miei cinque minuti di pianto me li sono fatti. E poi sono successe una serie di cose belle. Una è che il mio coinquilino preferito è venuto subito a consolarmi, il che è stato surreale perché non sapevo neanche fosse in casa (dormiva). Poi mi ha fatta ridere il caro Rostov, che dopo una Guerra insensata anela a una Pace senza Sonja: sì, un classico è per sempre. Infine, una volta riacquistate le forze, toppata la feria, e spazzolati via i vermicelli di consolazione, ho messo il divano su Wallapop e un’ora dopo avevo qualcuno interessato.

Problema-soluzione. Problema-soluzione. La mia nuova ossessione è questa. Non risolve tutto, perché, si diceva, non su tutto abbiamo potere decisionale. Ma è uno sport da provare ogni tanto. So che lamentarci ci piace, e ne abbiamo tutto il diritto.

È divertente, però, e sorprende anche, scoprire tutto quello che possiamo fare col resto del tempo.

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