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Il mio portamonete gigante. Sono troppo fashion.

Questa storia è a metà tra la figura di merda epocale e il mio solito pippone sull’intersezionalità tra genere e classe sociale.

Perché l’altro giorno ero in metro ed è entrato in vagone questo mendicante: un anziano corpulento con una gran barba, e con una malattia alla pelle che mostrava a tutti attraverso gli abiti, estivi per l’occasione.

Per la verità si è presentato anche con un pezzo di pane in bocca, che masticava prima di riprendere la questua. La mia impressione è stata che dicesse: la mia pelle parla per me, che aspettate a darmi qualcosa? In effetti, la sua pelle parlava per lui.

La sua tattica, ammesso che fosse programmata, era puntare qualcuno fisso, e avvicinargli con insistenza il bicchierino con le monete, come se l’altra persona gliele dovesse – il che, a livello più sociale che individuale, non era del tutto campato in aria.

Indovinate a chi è toccato.

Ebbene sì: alla biondina con la borsa a forma di portamonete gigante (che ho comprato da Humana, quando ci ho accompagnato un’amica, contravvenendo alla mia abituale politica di boicottaggio).

Il questuante era un uomo davvero grosso, si reggeva su una stampella. Mi guardava severo, assentiva come per incoraggiarmi: apri questo borsellino gigante e dammi qualcosa.

Ho avuto la sensazione che quest’uomo fosse convinto di potermi dare ordini: di essere in diritto di farlo. E pure quella che mi separavano da lui vari abissi di privilegio.

Ho fatto cenno di no con la testa, mantenendo un’espressione ferma, e un accenno di sorriso che era più una smorfia.

Anni fa ho passato diverse domeniche pomeriggio a preparare panini per i senzatetto: una ventina alla volta, e solo formaggio e insalata, perché quasi tutti in strada potessero mangiarne. Li accettavano e ringraziavano, ma sospiravano anche un poco. Qualcuno si faceva coraggio e chiedeva: “Non è che avete un po’ di riso? Questa roba la mangio ogni giorno!”. Le mie compagne dell’associazione tornavano a casa soddisfatte e convinte di essere brave persone.

Io pensavo che qualcuno, in un ufficio con fuori uno stemma istituzionale, non si preoccupava proprio di questa parte della popolazione: tanto c’era il volontariato, e poi i mendicanti mica votano. Ci pensava la polizia a scacciare questa gente dal centro, almeno dai Bancomat al chiuso, dove loro avrebbero potuto dormire al caldo, ma poi i turisti non prelevavano.

Per questo sono diventata critica verso la beneficenza, dagli abissi, si diceva, del mio privilegio.

Tendo a dare un euro o due per volta, ogni tanto. Ho sempre la sensazione di star facendo poco e niente per chi me li chiede, e la mia sfiga cronica mi ha messo in situazioni in cui quelle monete mi avrebbero risparmiato bei grattacapi: una volta, a Roma, stavo perdendo il treno perché il giorno prima avevo dato dei soldi a un tipo che mi stava seguendo, e non trovavo più il biglietto della metro che mi aveva regalato mio fratello. Avevo cinquanta euro, e letteralmente un minuto per cambiarli. Alla fine avevo comprato una borsa da mare rosa shocking in un bazar cinese – “Può darmi qualche moneta, col resto?” – e avevo preso il treno per un pelo.

Questa e altre cose mi hanno fatto pensare a quanto poco possiamo fare con la nostra elemosina – il che non significa che dobbiamo smettere di farne – e quanto siano complicate le miserie umane che nessuno vuole sanare davvero.

Il metodo del tipo con la malattia alla pelle funzionava: mentre mi guardava severo, e io ricambiavo serena, la gente intorno a lui gli dava monete. Ora ero io la cattiva che non ubbidiva alla sua richiesta.

Alla fine, il mio avversario in quella battaglia di sguardi se n’è andato dedicandomi un insulto sdegnato, in una lingua che non conoscevo. Potevo, però, immaginarne la natura.

“Gracias” gli ho risposto, a bassa voce.

Lì per lì non ci ho pensato molto su, è solo una storia che mi è capitata.

Le persone in metro, ammesso che si siano prese il disturbo di pensare qualcosa di me, mi avranno considerata un’egoista, ingrata con la vita. Disumana, magari. E loro saranno i buoni.

Che vi devo dire.

Fare la buona a comando è da un po’ che mi riesce male.

“Ragazza!”.

Ora, quante probabilità ho che mi succeda di nuovo, di girarmi e scoprire che ce l’hanno con me?

Quindi mi sono voltata verso la parte di Sant Pere Més Baix che mi stavo lasciando alle spalle, e ho scoperto che era il cantante.

Quello che alla Festa del Marocco ci ha fatto intonare un ritornello in arabo che ho ripetuto sulla fiducia, e i Menas presenti erano entusiasti: Menores Extranjeros No Acompañados. Quelli che Vox accusa di essere il male del paese.

“Sono il futuro della Catalogna!” ha detto invece Med, presentandomeli. E mi ha spiegato, da bravo organizzatore dell’evento, che a rubare non è che l’1% di loro, ma i pregiudizi sono duri a morire.

“Ciccio, io sono di Napoli” gli ho ricordato.

I ragazzi non sapevano bene cosa intendessi, e dove fosse Napoli. Allora Med, passando all’arabo, ha pronunciato la fatidica parola: mafia. Niente, manco una criminalità “a parte” ci riconoscono. È un po’ come quando mi consigliano “una bella pizza croccante” in quel ristorante pisano, ho presente?

I ragazzi sono stati gentili: mi volevano dare due coche invece di una, e l’autrice del couscous più buono della mia vita – in opzione veg su richiesta dell’organizzazione – mi ha offerto un piatto delizioso, anche se meno abbondante di altri. Forse credeva che questa blanquita presentatasi con un vestito sopra il ginocchio avrebbe mangiato come un uccellino.

“Allora, tornate a ballare o state ancora divorando il couscous con frijoles?” scherzava il cantante, confondendo apposta il piatto maghrebino col riso e fagioli latino.

Per lui ero cilena: “¿De dónde sos?” mi ha chiesto – che poi “sos” invece di “eres” lo associo più all’Argentina, e gli argentini mi chiamano “tana“, o al massimo “tanita”. Poi ha detto che gli piaceva la tarantella.

“Tu di quanti posti sei?” ho replicato, per ricambiare.

Marocchino d’origine, ma culturalmente era “del mondo”. Più di preciso, di Sant Pere, quartiere in cui Marocco e Caribe convivono nelle stesse palazzine popolari: infatti il suo concerto comprendeva reggae, salsa, reggaeton e questi ritmi arabi i cui ritornelli imparavo a fatica. Il suo giovane pubblico, intanto, si era impossessato del microfono rimasto acceso: una ragazza con i capelli raccolti in un foulard color sabbia cantava pop arabo e latino; due Menas si alternavano, con tanto di base presa dal cellulare; un bimbo s’intrufolava ogni tanto con lo stesso rap: “Se viene la polizia la uccidiamo, se c’è una spia la accoppiamo…”.

“È tuo, questo bambino?” mi ha chiesto poi il fotografo, indicandomi il piccolo afrolatino che riprendeva il compagnello rapper (“¡Vaya canción que has cantado, loco!”).

“Magari” ho risposto, dubbiosa all’idea di riuscire a generare dei ricci così fitti, o anche la pelle caffelatte della bimba accanto a me, che chiedeva a una pallida zia di “fer un monyo” (fare uno chignon, in catalano) a una brunetta che mi pareva gitana.

“Mi è nato un figlio da quattro mesi” mi ha confessato invece il cantante, dopo avermi chiamato “ragazza” sulla strada della metro. Per questo è passato da quel micromondo arabo-caraibico all’Hospitalet charnego (che è come dire “terrone”) della sua fidanzata, che ha i genitori andalusi. Beh, è un posto tranquillo, lo confortavo io.

“Sì. Ma sai cos’è?” ha sospirato. “Lì sembra proprio di essere in Spagna!”.

E vi giuro che a Barcellona, invece, è una sensazione rara, quella di essere in un posto preciso del mondo: lo ammettono anche il resto dei catalani.

“Qui, invece, è Europa” ha concluso infatti il ragazzo.

Europa. Quella mattina ero stata alla formazione di Mediterranea Saving Humans, e avevo scoperto un’Unione Europea impotente, incapace di far fronte a invasioni solo presunte, e più che disposta ad appaltare le soluzioni a terzi, perlopiù bastardi dentro.

Intorno a noi, invece, il Sant Pere mezzo gentrificato diventava via Laietana – con le transenne di stagione fuori la Policía Nacional –  e poi Plaça Urquinaona: ma io già attraversavo il carrer Comtal, dopo aver dato due baci napoletani al “marocchino del mondo”.

Lui mi ha ricordato che sabato prossimo c’è un evento simile, con altra musica, e che ho una promessa da mantenere: a quel karaoke improvvisato dopo il concerto, uno dei ragazzi più grandi mi chiedeva di continuo di prendere il microfono, e gli ho garantito che sabato prossimo, se lui canta in arabo, anche io faccio la mia parte.

E questa è la canzone che ho da offrire all’Europa.

 

Oggi il post lo scrive l’amico che, nottetempo, mi mandava questa riflessione:

C’è un ragionamento che ho fatto su di te, non so se te l’ho mai detto: a un certo punto, tutto il discorso che facevi a vent’anni sul tuo amore non corrisposto è stato una telenovela per molti di noi, o almeno per me, che ti ascoltavo con interesse e partecipazione.

Però a un certo punto mi sono chiesto: ma lei non ha mai pensato che questa cosa non può essere, e punto? Non si realizzerà, e niente più. In certi frangenti mi sembravi ostinata, vedevo che questa tua concezione dell’amore andava talmente oltre che poi ti accecava, nei ragionamenti e nei modi di fare.

Forse da più giovane tendevo a pensare così, in modo spiccio: quella persona mi piace ma non è interessata, o è già fidanzata, o non staremmo bene, e allora non se ne fa nulla… Adesso invece c’è una parte più poetica di me, che dice: e perché no? Non poteva succedere, per la mia amica? O per me?

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano… No, vabbe’, la pianto. E comincio dalla fine, cioè, dalla domanda: non poteva succedere?

Sì. Di fatto, a un certo punto sembrava proprio che stesse succedendo. E cosa ho fatto, quando si stava realizzando l’ammore contrastato dei vent’anni, il tempo fare quel viaggetto veloce?

Non sono tornata più.

Perché? Beh, difficile dirlo. In ogni caso, quando “stava per succedere” non è stato per opera mia. I miei sforzi e i miei discorsi ultraromantici hanno fatto poco e niente, rispetto a una serie di circostanze propizie e contingenti: cambiamenti di vita o di lavoro che aprivano nuove strade. Se però c’è una cosa che non riusciamo ad accettare, o almeno fatico io, è che a volte non possiamo “fare” niente: tutt’al più possiamo aspettare che qualcosa succeda, e intanto, per favore, dedicarci ad altro. Per favore.

Poi, va da sé, c’è questo “ripensamento” sulle romanticherie passate che possiamo avere con i quaranta alle porte, e la paura di essere diventati più cinici, meno sognatori: allora rispolveriamo l’amore di gggioventù, come se con quello tornasse anche la gioventù (“avere cent’anni dentro” mode on). Per come la vedo io, se invece che cinici riusciamo a essere solo pratici, siamo a cavallo. Devo citare un bell’intervento sul mio caso umano, nel forum universitario in cui provavamo a sbrogliare le nostre telenovelas:

All’ *assenza* puoi dare qualsiasi forma..qualsiasi odore..soprattutto quello agrodolce dei ricordi.
Il vuoto può contenere tutto, un po’ come il buio che può nascondere qualsiasi cosa, anche ciò che non potrebbe esserci.

Ed è così facile, al buio, dirsi che sarebbe stato meglio se fosse andata diversamente. Che ne sappiamo, noi? Intanto restano le altre vicende, quelle che succedono alla luce del sole. Quelle che richiedono costanza, impegno… ripetizione, insomma: questo modo un po’ noioso che abbiamo noi esseri umani d’imparare a campare.

Capisco che il fascino di un eterno ammore contrastato, che ho sentito tutto sulla mia pelle e non mi farò lo sgarbo di negare, è questa sua inafferrabilità che nuove circostanze – la distanza, altre persone, altre vicende – mi hanno aiutato a preservare, a salvare dalla noia dei giorni.

Ho sentito di “amori impossibili” finiti bene, che hanno fatto giri nello spazio e nel tempo per diventare storie… terrene, fatte anche di mutui e figli da mandare a scuola. Spesso ho avuto l’impressione che, più che la tenacia degli antichi amanti o la volontà del Fato, avesse potuto ancora una volta una congiuntura favorevole – un tornare liberi allo stesso tempo, un ritrovarsi nello stesso luogo, e in un momento difficile per entrambi…

Per cui, le nostre storie infinite e mai… finite – in un letto, o in un rapporto concreto… – sono state una buona palestra per quello che nella società di oggi ci viene richiesto: immaginazione, sempre che restiamo nei ranghi. E l’aspirazione a qualcosa d’inafferrabile.

Ciò che in teoria è ineffabile si compra di più, e si vende meglio: la crema che ci farà approssimare all’ideale di bellezza che vogliamo, l’auto che ci darà la sensazione di potenza che vorremmo ispirare. L’importante è non raggiungere mai l’obiettivo e continuare a comprare tutto, anche i sogni.

Questo sogno romantico, venduto in comode rate che non liquidiamo da duecento anni, è carino per un po’, poi ci accorgiamo di una cosa: non è che crei “false aspettative“, come dicono tante che lo decostruiscono. Piuttosto, crea falsi bisogni.

Che bisogno ho io di concentrarmi su qualcuno che non mi si fila, per quanto possa essere straordinario? Perché ho “bisogno” che si concentri su di me? Soprattutto: il giorno che – per circostanze che non controllo del tutto – dovesse farlo, sarò pronta a renderlo uno scambio quotidiano di libere umanità? Oppure avrò raggiunto il mio obiettivo e, come per magia, tutto questo sfumerà?

Il buio può contenere tutto: le paure, le idee.

Quello che non ce la fa a racchiudere, è il resto di noi.

 

L'immagine può contenere: 1 persona Un caro amico mi disse una volta che quello che distingue un adulto da un bambino è la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Io ho ricambiato spiegandogli che l’amore non è meritocratico, e credo abbiamo passato quel che restava della nostra gioventù a dimostrarci, tra le altre cose, le rispettive teorie.

Ieri ho pensato alla sua, davanti alla tabella di marcia che mi aspettava questa domenica. Poi ci ho ripensato dopo, a domenica passata. Perché ho fatto tante cose, è vero, e mi sono piaciute quasi tutte: sono stata al gruppo di scrittura, e in fondo mi ha fatto bene. Ho pure confortato una finlandese che sta per pubblicare un libro, e che non ne può più di tutte le scartoffie che le stanno dando per firmare… Le ho detto che, anche se le cose dovessero andare a schifio, passerà tutto quando vedrà il suo libro bell’e fatto. Mi sono resa conto dopo, con estremo imbarazzo, di dove abbia già sentito affermazioni del genere. Di solito, ai compleanni dei bambini.

Ieri, invece, era il Profeta a compiere gli anni: me l’ha spiegato alla festa – mormorando una serie di lodi dopo la parola “Profeta” – la presidentessa delle Donne arabe in Catalogna, che mi ha raccontato anche di quanto le sia piaciuta Assisi, dov’è stata con la Comunità di Sant’Egidio. In realtà non sapevo niente della ricorrenza perché a quell’evento mi ci aveva invitato un latino, suppongo ateo, che gestisce questo centro culturale, e voleva solo raccogliere un po’ di soldi per i ragazzi arabi che dormono nel parco vicino alla Chiesa di Sant Pau, e che di miracoloso hanno questo: ogni tanto viene la polizia, li sgombera, e problema risolto. Magia! Poi qualcuno si suicida prima ancora di finirci, al parco. Oppure va Vox fuori al centro per minori a spiegare con dati farlocchi che rubano e stuprano più di tutti.

Stavolta invece erano allineati e coperti, nell’Ágora Juan Andrés… Oddio, “coperti” non tanto, che questo gioiellino del Raval è all’aperto, e la mia accompagnatrice se n’è andata insieme a me per il freddo. Per chi restava, si prospettava un buon pranzo a base di spezzatino, taboulé e insalata. Queste due cose avrei anche potuto mangiarle, come mi hanno ricordato più volte le organizzatrici, ma ho preferito lasciare la mia offerta e andarmene a una trionfale Fiera Vegana, con l’organizzatore che, stavolta, aveva venduto quasi tutto – il penultimo tiramisù gliel’ho preso io.

Poi però ho anche studiato un po’ le gigantesse sulle cui spalle provo a stare in equilibrio precario, quando scrivo: l’ho fatto nel co-working gratuito che ha sempre le saracinesche abbassate da un mese, da quando è iniziato “l’autunno caldo” indepe.

Cavolo di domenica, insomma! Posso dirmi soddisfatta. Ho anche fatto delle scuse ironiche (perché quelle vere so che non potrò farle mai) a un ragazzo nero che ci si è seduto accanto alla festa di compleanno di cui sopra, e mi ha detto che qui in quattro mesi si è preso un permesso di tre anni, mentre in cinque anni in Italia non ha cavato un ragno dal buco, a “Bergàmo“. Lo pronunciava come certi francofoni che se gli togli l’accento sull’ultima vanno in crisi. Ma “Salvini“, ve lo assicuro, lo sapeva dire benissimo. Allora gli ho insegnato il concetto di “vergüenza ajena”, che significa “vergognarsi al posto di qualcun altro” (che a Napoli esiste, altrove nella penisola non saprei).

E allora che c’è che non va nella mia fantastica domenica?

È una specie di fame. Mi prende quando le cose si fanno prevedibili, quando le traduzioni in spagnolo procedono e così i nuovi manoscritti, e anche il caos degli ultimi tempi torna calmo.

Allora una parte di me si ribella alla vita ordinata che le ho imposto – quella di chi sa cosa vuole, e ha deciso che è tutto lì – e scalpita per andare altrove, per spaziare. E così, questa me bambina che fa ancora i capricci non tanto si rallegra perché l’ormai mitico guru del gruppo di scrittura l’ha invitata “a lavorare insieme in biblioteca”, e con un altro scrittore simpatico, ma piuttosto si rammarica per non aver parlato di più col nuovo acquisto, che arriva pieno di belle frasi, ma sempre assonnato, e si sospetta che dorma in strada. Questa parte fa progetti da adulta, tipo ipotecare la casa per scapparsene dal centro, poi guarda due annunci e dice: “Uuuh, un terrazzone sgarrupato! Fanculo al bilocale d’occasione!”. Meglio un bilocale economico che sembra fatto in serie, o una terrazza sgarrupata al sole? Meglio un ruolo di comparsa in guerra, o una parte da leader in gabbia?

Mi dicono che la differenza tra un adulto e un bambino è che l’adulto ha la capacità di aspettare, per soddisfare i propri bisogni.

Ma a questa, di bimba, difficilmente dirò di stare buona.

Ogni volta che ci ho provato, ha fatto peggio.

 

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“Restituiteci Ayoub, lasciateci vivere in pace” (da segre.com)

Vi stavo vedendo. In migliaia a Bologna manifestavano per la democrazia, e dopo dieci anni è arrivata la condanna degli assassini di Cucchi.

Sono cose che fanno bene, fanno sperare. E alla fine il principino in TV non vendeva politica, stavolta, ma vestiti: ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe il confine tra la libertà di parola, e lo sberleffo impune a certe decisioni d’annata del popolo italiano.

Lo dico anche perché ora vivo in uno stato in cui s’era votato per la repubblica, e una quarantina d’anni dopo il dittatore morente ha deciso: “Perché no? Tornasse la monarchia!”.

Su questo, ribadisco, c’è la forte impressione che con l’indipendentismo di sinistra vediamo gli stessi problemi, ma abbiamo una fiducia diversa nelle possibili soluzioni: era di martedì scorso la notizia di Anonymous Catalonia per cui cui era stata respinta nel parlamento catalano la “mozione presentata dalla CUP che ingiunge al Governo della Generaltat a mettere fine, tra le altre cose, alla repressione contro le mobilitazioni popolari, per 71 voti contro (JxCat, ERC e PSC) e 11 voti a favore (Cup e Comú-Podem)”. Forte constatare che Cup e il movimento di Colau, accusato di non schierarsi nettamente sulla questione indipendenza, erano “soli contro tutti” anche quando s’è trattato di provare a mettere un tetto massimo agli affitti pazzi di Barcellona. A volte gli avversari aiutano più degli alleati.

Invece, c’è qualcosa che accomuna tutti, che percorre dinamiche simili tra i paesi, e si traduce nella stessa violenza istituzionale.

Ieri ero a fare una visita guidata nel Raval, questo quartiere così bistrattato che mi ha preso il cor, per dirlo alla vecchia, e ho ricordato un particolare: il mio ex “ravalistano” mi raccontava che, se un imbecille scassava un telefono pubblico (ce n’era ancora qualcuno, ai tempi!), e lui stava lì vicino, la polizia accusava automaticamente lui, che co-gestiva tre negozi di frutta e voleva tornare alla pallavolo professionale.

Memore di questo, diffondo il comunicato con cui diversi collettivi catalani – tra cui Tanquem els Cies e i CDR – chiedono la liberazione del giovane Ayoub, catturato durante i disturbi del 18 Ottobre a Lleida “mentre aspettava la sua compagna” (per Publico, la sua coinquilina) e tradotto a Madrid, dov’è in attesa del decreto di espulsione.

L'immagine può contenere: testo

Per chi non capisse lo spagnolo, ho abbozzato qui sotto una traduzione sommaria:

Fermiamo la deportazione di Ayoub

Ayoub è residente in Catalogna dal 2017. Lo scorso 18 ottobre, mentre stava aspettando la sua compagna, con cui viveva, è stato detenuto a Lleida dai mossos d’esquadra, nel corso delle proteste per la sentenza del Procés. Tale detenzione ubbidiva alla pratica poliziesca, abituale, della detenzione per motivi razziali. Vista la sua situa situazione amministrativa, per Ayoub è stato attivato un procedimento di espulsione prioritaria, è stato privato della sua libertà e internato nel Centro d’Internamento per Stranieri (CIE) di Barcellona, con la minaccia di essere espulso dal territorio spagnolo.

Stanno trasferendo Ayoub a Madrid con l’obiettivo di deportarlo in tempi brevissimi.

La criminalizzazione da parte della polizia, la detenzione, la privazione di libertà e il processo di deportazione forzata come sanzione prevista dalla Ley de Extranjería, fanno parte di un sistema politico, sociale e giudiziario che rivela l’ottima salute del razzismo nello Stato spagnolo, in corrispondenza con tutte le sue istituzioni.

A sua volta, il razzismo di stato si costruisce e si alimenta della disumanizzazione dei collettivi che segrega. Le pratiche razziste istituzionalizzate convivono all’interno delle logiche democratiche di questo paese e sono responsabili della riproduzione del razzismo sociale e dei suoi agenti.

Per tutto questo, denunciamo la persistenza di un sistema razzista in questa società, che discrimina, rende illegale ed espelle parte della sua popolazione.

Esigiamo che si arresti il processo di deportazione e che Ayoub venga immediatamente liberato.

#Ayoubrestaqui

Vi suona familiare, vero?

 

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Dal Facebook dello Spice Cafè: era questa, ma 100% vegetale

Io non so niente, io portavo la torta.

Sabato, mentre plaça Universitat si riempiva di indepe, e i Comitati di Difesa della Repubblica (CDR) progettavano di “spostarsi altrove”, io andavo a ritirare un dolce che avrei portato a un compleanno, e per strada incontravo un amico italiano, che mi diceva a bassa voce:

“Sta’ a vedere che domani vincono le destre, per colpa di ‘sti stronzi”.

E i suoi occhi nocciola puntavano in direzione della strada che avevo percorso fino a quel momento.

Di solito, all’accusa di consegnare il paese in mano alla destra, “‘sti stronzi” rispondono: “Vero, ce la siamo cercata… Come ci permettiamo di volere una repubblica antifascista, in uno stato in cui appena la metti in mezzo votano fascio?”.

O almeno lo dicono quelli che poi, mentre tornavo indietro sollevando la torta, cominciavano a marciare… sì, avete indovinato: verso casa mia! O meglio, verso la piazza a due passi, con l’intenzione di scendere “un po’ più in giù”, verso la caserma della Policía Nacional – che, per l’appunto, è dietro casa mia.

La torta pesava. La pasticceria me l’aveva proposta di 25 centimetri di diametro, quindi me l’ero immaginata relativamente piccola, rispetto ai catafalchi che si offrono da me. Dimenticavo che fosse un negozio a vocazione ‘mericana, quindi me l’avevano fatta letteralmente di tre piani, calcolando anche l’abbondante farcitura.

“Dove ci vediamo?” chiedevo una volta a casa agli altri convenuti, via WhatsApp. La domanda, in realtà, era: “Posso uscire?”.

Perché, intanto che rientravo in attesa dell’appuntamento fuori da me – saremmo andati tutti insieme al locale – sentivo il rombo del solito elicottero, e avevo visto diverse camionette disposte sotto casa… Insomma, l’unica buona notizia era che, se rimanevo assediata lì, stavolta avevo di che mangiare.

In realtà, tempo venti minuti e l’ok per scendere arrivava, la serata andava bene e il dolce veniva apprezzato un po’ da tutti.

Certo, leggerissimo non era: lo stavo digerendo ancora il giorno dopo, quando, davanti a me, si apriva un video col leader di Vox, che fa un po’ Mastrolindo coi capelli, e che per festeggiare i 52 seggi (più del doppio di prima), esordiva con “¡Viva España!”.

“¡Viva!” approvava una folla piena di bandiere spagnole, a quanto pare entusiasta all’idea di:

  • difendere la patria dai “golpisti catalani che sequestrano i cittadini” (parafraso);
  •  proclamare l'”uguaglianza di tutti gli spagnoli” (leggi “il femminicidio non esiste”);
  • proteggere “le nostre frontiere” (…).

Mentre Salvini mi diventava al confronto una suffragetta (“in realtà lui è un cuñao“, avevo spiegato quella mattina a un astensionista basco), la folla prima restava in silenzio – per forza di cose – davanti all’inno spagnolo, e poi cantava entusiasta El novio de la muerte: io, più franchiste di quella, posso immaginare pochissime canzoni (qui l’intera questione dell’inno de la Legión, featuring Unamuno).

E in Catalogna? La destra è scesa un minimo, invece di salire alle stelle come altrove. E con buona pace di chi pensa che “sono come la Lega“, vince ERC, l’indipendentismo di centro-sinistra.

Intanto, Anonymous Catalonia mi dava la buonanotte con la promessa che si sarebbero messi dalle sette del mattino di oggi a seguire la giornata di proteste, che prevede, tra le strade tagliate, l’occupazione dell’AP-7 alla frontiera con la Francia.

Vi lascio con la traduzione dell’ultimo messaggio della piattaforma, rivolto a chi bloccava la strada con il proprio veicolo:

“Arrivano altre gru. Le ultime auto dovrebbero tenere i conducenti all’interno, perché così non se le possono portare. Quando saranno arrivate altre auto, quelli che restavano dentro potranno lasciare il veicolo, e quelli appena arrivati aspetteranno che ne vengano altri per poter andare a loro volta al presidio”.

Io dico che sono organizzati.

 

 

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No, no, è cava!

In tutto questo, ho rinunciato.

Non vado più all’associazione che mi era sembrata una via d’uscita per il mio notorio problema di rapporti umani: ho la socialità di un orso in letargo. Non tutti se ne accorgono, ma è così. E, quel che è peggio, non credo neanche sia un problema!

Però ci ho provato, eh. Ho frequentato tutta l’estate, e quasi ogni giorno, le attività di questo covo di agenti immobiliari, counsellor di ogni tipo e creatori di startup, che cercavano soprattutto di procacciarsi clienti e cava in omaggio – disponibili entrambi al buffet di benvenuto.

“Mucho postureo”, sarebbe la definizione in spagnolo, simile allo “spararsi le pose” napoletano. È l’arte di darsi delle arie in nome del falso postulato: “Più sembro vincente, più lo sarò davvero”.

E sì, anche io ho creduto per un po’ al pensiero positivo, alla legge dell’attrazione ecc. Sono ancora convinta che, a cercare soluzioni invece di disperarci, nove su dieci le troveremo (“grazie arcazzo”, anyone?). E ci sembreranno provvidenziali, come ieri che uscivo da un noto magazzino con un mobile che pesava un quintale in più del previsto, e un “angelo” si è offerto di accompagnarmi al prezzo di un taxi normale. Miracolo! Che ci faceva un colombiano dotato di furgoncino, proprio all’uscita dell’IKEA di Barcellona?

Il bello è che nell’associazione che abbandonerò ho incrociato persone conosciute molti anni fa, quando ci consigliavamo libri di self-help. Ho dunque contravvenuto al dogma di farmi un quintale di cazzi miei, per amore del mio esperimento preferito: vedere che effetto hanno le scelte della gente nel corso del tempo! Infatti non ho potuto fare a meno di notare le posizioni dei conoscenti di cui sopra su queste parole chiave:

  • vittime & vittimismo: a me sembra che siamo spesso vittime di qualcosa, fosse anche di un malinteso! Riconoscere quando succede non equivale a gridare “al lupo al lupo”, ma è `piuttosto la chiave per risolvere il problema. E invece, stando a sentire questi ottimisti, le donne “fanno le vittime” quando denunciano, appunto, di essere afflitte da una differenza salariale documentabile, che non saprebbero colmare contando solo sulle loro capacità. Va da sé che le ultrà del pensiero positivo sono precarie quanto le più pessimiste, solo che non se lo dicono. I catalani, poi, “sono vittimisti a prescindere”: anche quelli che, invece dell’ormai proverbiale “Madrid ladrona”, si limitano a denunciare la scarsa separazione dei tre poteri, che confonde pure le presunte sinistre spagnole;
  • la paura: sentimento proibito. O diventa un’arma per “contrattaccare” (la vita, a sentire queste persone, sarebbe un’eterna guerra), o è una debolezza che non deve esistere. Non è mai una sensazione “amica” che è lì per avvertirci del pericolo, e che dovremmo ascoltare, assimilare, e magari tener presente, intanto che agiamo nonostante quella;
  • “Smarmella, smarmella tutto”: questa è la parte che mi dispiace di più. La rimozione dei problemi evidenti nella vita: ripeterti che sei superiore al collega promosso al posto tuo, o alla nuova fiamma dell’ex, senza chiederti perché senti tanto il bisogno di fare questo confronto. E sì, sono ruoli e problemi stereotipati perché, come intuirete, gli stereotipi sono pane quotidiano per chi deve fare l’enorme sforzo di rimuovere la tristezza dalla vita.

In effetti, nonostante la gioia rampante e l’entusiasmo d’assalto, quando si parla di politica i compagni d’associazione che mi lascio dietro sono i paladini del buonsenso, del “meno peggio, contro i barbari“: questione che non ha facili soluzioni, ma quello che mi colpisce è la rabbia. C’è una presunta ineluttabilità delle scelte, difesa con tenacia per apparire progressisti sì, ma non rivoluzionari. Il rischio è che la massima per cui il cambiamento più importante è quello interiore diventi un’ottima scusa per non cambiare nient’altro che se stessi (e a volte neanche quello).

Non fraintendetemi: i miei conoscenti ne hanno fatti, di progressi, in questi anni. La loro determinazione ha mietuto riconoscimenti e titoli di studio, e pagine in più di curriculum. Il fatto che questo non li abbia fatti uscire dalla precarietà non è colpa loro, ma è un sintomo dei tempi. Però, sospetto, è come se avessero passato il tempo a girare in circolo, senza mai allontanarsi troppo dal punto di partenza.

Che so, hanno aggiunto altri timbri sul passaporto, ma non mi parlano tanto dei bei paesi visitati, quanto della loro “intrepidità” nell’attraversarli. Ai figli che hanno o non hanno avuto accennano con convinzione arrabbiata, difendendo la loro scelta come se fosse l’unica sensata: allora, “legge della natura” e “condizionamento sociale” diventano termini assoluti e inappellabili. Ma quello che più colpisce è la totale rimozione dell’insuccesso. Magari, tra i presenti alla festa di turno, ero l’unica testimone di diplomi mai presi, o di relazioni sfumate, così sono loro i primi a mettere in mezzo l’argomento: solo per dirmi che “se lo sentivano fin dall’inizio”, che “investire” in quel progetto non li avrebbe portati da nessuna parte.

Dove li hanno portati, invece, i progetti nuovi?

Non troppo lontano, temo: però sono riusciti a convincersi che fosse la migliore delle mete possibili.

Hanno ragione! E secondo me lo resterà finché lasceranno il dolore fuori alla porta.

Quando gli permetteranno di entrare, forse sì che potranno andare dovunque.

O almeno, dove gli farà bene.

 

 (Scusate, non potevo esimermi!)

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Da betevé.cat

“Papà, tu mi porteresti con te a un evento con migliaia di persone che protestano fuori, e non ci vogliono lì?”.

Mio padre solleva la bocca dal fiero pasto – cioè, il piattone del buffet vicino casa – e capisce che mi riferisco alla visita del re con sua figlia, che deve consegnare alcuni premi intitolati a lei.

“Se è tuo dovere, sì”.

La forchetta rischia di schizzarmi via mentre m’inalbero: come, “dovere”? Una ragazzina di quattordici anni già sa che mestiere deve fare, perché ha gli stessi geni di suo padre? Ma veramente facciamo?

“La solita esagerata: dovete essere superiori a queste cose”.

E m’immagino la nonna mai conosciuta, o chi per lei, a dotare il figlio di questa scusa di comodo: ignorate quello che è al di sotto di voi. A “fare i superiori” non si rischia mai di cambiare niente (per carità!), e non si rischiano neanche le coltellate, eterno spauracchio delle signore nostrane a cui “scippano ‘o burzelli'” (semicit.).

Eppure mio padre, “superiore” a queste cose, mi ha accompagnata quella stessa sera a vedere la manifestazione avanti all’hotel che doveva ospitare il sovrano spagnolo con sua figlia. L’idea era controllarmi, assicurarsi che non facessi “scemenze”. Perché l’indipendenza continua a non sembrarmi la soluzione, ma sulla monarchia ho le idee chiare: specie con un monarca piazzato lì, in fin dei conti, da un dittatore. E allora eccoci in metro, con lui che protestava per “il viaggio” fino alla fine della Linea 3. Fuori alla decina di camionette al di là delle transenne erano già spiegati una ventina di agenti col volto coperto, ma col casco ancora in mano: nessun pericolo, per il momento.

Ci siamo fatti strada tra le persone munite di pentole e coperchi, o di fischietti, o di qualsiasi cosa che potesse fare casino per la cacerolada: il frastuono doveva sentirsi da un’oretta, ormai. Ho offerto un rumoroso mazzo di chiavi a mio padre, che all’inizio osservava basito le sue coetanee che “spentolavano” con forza instancabile, e constatava che i pochi incappucciati, a parte un paio proprio a ridosso delle transenne, avevano sedici anni. Io, dopo una breve tammurriata per il “re Borbone” – con le chiavi usate a mo’ di castagnette – facevo il mio video, che era il mio modo imbarazzato di partecipare a qualcosa che non condivido del tutto, ma che non mi suscita il livore che percepisco altrove: alcuni amici e conoscenti mi sembrano condannare il fenomeno con una rabbia uguale e contraria a quella dei manifestanti, ma con progetti politici non meno fumosi di quelli che sul fronte indepe si prevedono “a re cacciato” (che fa un po’ “a babbo morto”). In effetti sul fronte “non indepe” (bollato come “unionista”, come se avessi mai avuto la sensazione di vivere in Spagna) ascolto soprattutto generici richiami all’unità dei popoli, oppure sfuriate che rivelano che si tratta di una questione “personale”: contro la fidanzata indipendentista con cui si sono lasciati male, o la collega che si è permessa di meravigliarsi – neanche d’indignarsi – se dopo quindici anni a Barcellona non spiccicano una parola di catalano (e, se conoscete un po’ certi nostri connazionali, intuirete che la tizia che me lo raccontava era di quelle che se ne facevano un vanto). La mia sensazione quando vedo questo, e lo dico solo a voi, è che invecchiamo male.

Ora che l’ho detto, spiego anche il resto: che mio padre, mentre giravo il video e aggiungevo dettagli, è sparito dalla mia visuale. L’ho scoperto ripiegato verso un tombino, mentre svuotava lo scarso contenuto di due birre prima ammonticchiate in un cestino (e a questo punto vanificherei lo spirito repubblicano della protesta perché alcuni, di fronte alla penuria non so quanto casuale di bidoni, non hanno fatto la differenziata!). Dopodiché ha cominciato a sbattere le due lattine, unendosi al casino generale davanti agli occhi divertiti di un paio di signore.

Devo dire che “Repubblica!” – slogan inventato da lui – lo diceva quasi bene, a parte quelle tre o quattro “b” che impone l’accento nostrano, ma non riusciva a pronunciare granché gli altri refrain (“Llibertat presos polítics”, “Fora les forces d’ocupació!”). Così ne ha proposti di suoi, tipo:

“Feli’, si te fai ‘na serenga ‘e porcellana addeviente ‘nu Richard Ginori!” (sì, l’ho censurata un po’).

“Si’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza ‘i l’uommene!” (in corsivo, la variazione frattaiola sull’originale).

Gli insulti classici non ve li sto a raccontare: diciamo che all’inizio credevo chiedesse anche lui le dimissioni del capo dei mossos, che di cognome fa Buch… poi però la parola continuava! Quindi si è accostato alle transenne. Io gli facevo notare che, più della minaccia di una carica – il re non c’era, non si trattava di “difenderlo” – c’era il pericolo di falsi allarmi e fughe generali, e lui, quanto a mobilità, non lo vedevo benissimo. Quello che mi ha risposto è stato:

“Secondo te quell’agente lì è una donna?”.

Quando l’ho convinto a lasciare le transenne ai pochi incappucciati – o a qualche donna cresciuta sotto Franco, che osservava in silenzio gli uomini in divisa – ha deciso che era  direttamente il caso di andarsene.

Insomma, è finita che io ho accompagnato lui.

Che, detto tra noi, a casa ha precisato che una quattordicenne dovrebbe fare la sua vita senza essere coinvolta in beghe politiche perché “figlia di”.

Però la sua, di figlia, è venuto a “difenderla”.

Anche se un altro po’ e dovevo fare il contrario.

 

(Uno dei cavalli di battaglia di mio padre!)

 

 

scusate11 Devo dire che l’ho sentita in due lingue, e da uomini.

Più amici mi hanno raccomandato, sulla storia di volere figli, di “non dirlo subito a un uomo, che noi poi scappiamo”. Messa così, la questione mi sembra rilevare due cose:

  • la fragilità di uomini che della “fuga” fanno quasi un orgoglio, un adorabile difetto;
  • l’idea triste che abbiamo delle relazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere un momento d’incontro, di sincerità, di comunicazione efficace, diventano machiavellici do ut des, in cui devi usare strategie per ottenere ciò che vuoi dall’altro, e magari, a dirla tutta, ignori ciò che l’altro voglia sul serio. Dirlo e basta non rientra quasi mai tra le opzioni.

Nella Barcellona da bere non ho molti amici con relazioni stabili, ma sul fronte italiano mi confidano di tutto: a volte mi sembrano liceali che vivono con il tipo o la tipa per cui hanno una cotta, però “non sanno se ricambia”. Altre volte mi sembrano generali che si squadrano attraverso un campo di battaglia – perlopiù la cucina – in attesa di chi farà la prima mossa.

In un rapporto così, fatto di piccole battaglie vinte e guerre mai combattute, si crea un effetto paradossale come quello del climatizzatore col riscaldamento globale: alimentiamo lo stesso problema che, in teoria, staremmo risolvendo momentaneamente.

Per questo rivendico il mio diritto alla sincerità, che parte da quello, poco alla moda, di sapere ciò che voglio. Se so che voglio figli, come mi può andar bene con uno che non ne vuole? Omnia vincit amor un par de ciufoli. Allo stesso modo non voglio rapporti a distanza, perché cerco un contatto fisico quotidiano, e ho imparato ad assicurarmi che per l’altro non sia un problema nel caso, frequente nella Barcellona mileurista, che entrassero più soldi a me (l’orgoglio inculcato negli uomini sull’argomento è duro a morire). Le circostanze della vita potrebbero farmi cambiare idea sulle mie priorità, ma il punto è questo: se sappiamo cosa vogliamo, e sappiamo comunicarlo, siamo sicuri di volerlo mandare a monte per “l’ineluttabilità dell’amore”?

Perché so che queste di sopra possono sembrarvi aride elucubrazioni. Anche io sono cresciuta guardando Disney, e apprendendo dalla pubblicità che col rossetto giusto finirò per uscire con Jason Momoa. Ed è così affascinante l’idea che lì fuori ci sia una persona, e una sola, che vada bene per me, che manderà a monte tutti i miei progetti (tipo l’eliminazione del soffitto di cristallo) e basterà guardarci per capirci.

È un’idea affascinante, ma complica la vita invece di rallegrarla, quando non la rovina.

Perché qui siamo oltre il pensiero per cui l’amore romantico “crea false aspettative“: a me sembra, piuttosto, che crea falsi bisogni. Perché di uno che mi mandi a monte i progetti, francamente, non ne ho bisogno: se ancora considerassi sul serio l’ipotesi di una relazione, ne vorrei una che mi accompagnasse nella mia vita, invece di stravolgerla.

Per questo ho tradotto un articolo de La Vanguardia di quelli che di solito salto a pie’ pari, sulla “psicologia di coppia”: questo qui mi sembra utile e scritto bene. Il che, considerata la testata che lo ospita, è quanto dire.

Spero ne facciamo una “via di fuga”, questa sì intelligente, da una vita di bugie e sotterfugi che non meritiamo.

(Traduco qui sotto quest’articolo di Rocío Navarro Macías, pubblicato sull’edizione online de La Vanguardia del 28/10/19. Lo faccio perché la questione della sincerità mi sembra una delle più paradossali tra le faccende umane: come ideale è un pilastro della nostra società, ma spesso viene del tutto rimossa dalla nostra educazione sentimentale. Magari, con una persona cara, ci viene infinitamente più spontaneo “farglielo capire”, o arrabbiarci, rispetto a dire esattamente cosa ci affligge e perché.)

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Forse c’è un errore, tu non parli bene…

 Ottenere uno scambio d’informazioni fluido è la chiave per mantenere la connessione emozionale e una relazione soddisfacente

Il fatto che lo scambio d’informazioni non fluisca scatena una serie di sfortunate circostanze in una coppia: “La comunicazione è la risorsa fondamentale per mantenere un rapporto di coppia soddisfacente”, spiega Nando Quesada Pérez, psicologo esperto in terapia di coppia del Centro de Psicología Bertrand Russell di Madrid.

D’altronde, è comune che sorgano problemi man mano che la relazione avanza. Uno dei motivi che provocano queste difficoltà è un aspetto inerente alla condizione umana: i cambiamenti che si producono nelle persone nel corso del tempo. “Non dimentichiamo che una coppia è formata da due individui che sono in continua evoluzione. Sarebbe davvero eccezionale se le necessità, gli interessi o le preferenze di ciascuno dei due fossero sempre alla pari” aggiunge.

Le conseguenze di non aggiornare tutti questi aspetti si associano a situazioni di stress, litigi e frustrazione. A questo si unisce la sensazione di stare insieme a qualcuno che, realmente, non conosciamo più. Questa situazione, inoltre, provoca una disconnessione emozionale che incide sulla difficoltà di arrivare ad accordi o decisioni più complesse. La buona notizia è che si può lavorare per stabilire una buona comunicazione e con quella migliorare molti ostacoli che appannano la relazione.

Gli scogli da affrontare

Miti romantici, aspettative poco reali

Nessuno riceve un manuale d’istruzioni per saper gestire la coppia. Di solito neanche si pensa alla questione finché non cominciano a sorgere i primi problemi. La questione è che, a meno che non si sia esperti in materia, la comunicazione nei rapporti affettivi non è affatto semplice. Inoltre, esistono molti miti romantici che creano aspettative poco reali e iniziano a ostacolare lo scambio d’informazioni.

“Un esempio di ciò è ‘il mito della divinazione’, che consiste nel credere che il o la partner dovrebbe sapere cosa voglio o come mi sento per il semplice fatto di amarmi. Questo fa sì che tacciamo alcune cose, perché ‘non dovremmo neanche dirle'” confida Quesada.

A questo si aggiungono altri ostacoli, come la capacità di esprimersi in modo corretto con il compagno. “Questo può inibire la comunicazione e aggiungere ulteriori problemi da risolvere” spiega.

L’atteggiamento

Più tempo si sta insieme, maggiore è la necessità di comunicazione

Quando s’inizia una relazione di tipo romantico, di solito entrambe le parti hanno interessi e obiettivi comuni. Però, col passare del tempo, è difficile che l’evoluzione di entrambi vada nella stessa direzione. “Può trattarsi di una specializzazione eccessiva all’interno della famiglia. Per esempio, tu ti occupi dei bambini, della casa, del contatto con la famiglia, e io dell’economia, della burocrazia annessa, e degli affari. Questo, dopo tanti anni, può generare due universi mentali molto diversi” analizza lo psicologo clinico Esteban Cañamares.

Di solito, il fenomeno progressivo di non riconoscere più l’altra persona ha come effetto una disconnessione emotiva. “L’inizio delle relazioni è molto più semplice, perché generalmente non ci sono decisioni rilevanti da prendere, al di là di cenare in un determinato posto o vedersi ‘a casa tua o a casa mia’” rivela Quesada. Si tratta di una tappa in cui la comunicazione è più facile e sensoriale. “Inoltre ci troviamo in condizioni biochimiche specifiche. Man mano che passa il tempo, ci torniamo a stabilizzare da un punto di vista chimico e cominciano ad arrivare decisioni più complesse da risolvere. È allora che si richiede una comunicazione più sofisticata. Qui, di solito, cominciano le difficoltà” confida Cañamares.

Lo specialista ricorda che esistono quattro atteggiamenti che deteriorano una coppia. “L’indifferenza o l’evitamento, come ad esempio il fatto di guardare il telefonino quando l’altra persona sta cercando di comunicare qualcosa, o rimandare costantemente il momento di parlare. Un’altra cosa è la critica globale, con etichettature non necessarie come ‘sei uno sconsiderato’. C’è anche l’ironia o il disprezzo, con cui si sminuiscono i desideri dell’altro; e, per ultimo, il contrattacco“.

A volte il messaggio che vogliamo trasmettere non è quello che comunichiamo

Comunicare con assertività non è sempre facile. Dipende dal carattere, dallo stato emotivo che ci troviamo ad affrontare e dall’abilità di mantenere una postura ferma e essere chiari nell’esprimerla. Però, oltre a questa capacità, esistono altri aspetti che possono rendere difficile in certa misura il fatto che il messaggio che vogliamo dare giunga a destinazione.

“Magari si sta usando una formula non adeguata (come dare all’altra persona la responsabilità del mio malessere), un canale di comunicazione infelice (WhatsApp a volte non è la migliore opzione per certe cose), un momento inopportuno (come una fase di grande stress lavorativo)… Inoltre, dobbiamo tenere in conto che il destinatario del messaggio può avere difficoltà e distorsioni nella sua interpretazione al momento di riceverlo” spiega Quesada.

Le interferenze tra quello che vogliamo trasmettere e ciò che realmente comunichiamo possono venire anche dagli stessi conflitti interni. “La causa può risiedere nel fatto che i nostri veri interessi si impongano al momento di comunicare” aggiunge Cañamares. Per questo, è fondamentale fare un’autovalutazione della situazione prima di lanciare il messaggio.

Migliorare la comunicazione è un compito non solo necessario per chi parla, ma anche per chi ascolta. Però esistono strumenti applicabili in entrambi i casi che possono facilitare il processo. “Questi schemi possono essere complessi se prima non c’è un esercizio individuale interno per aggiustare aspettative o rivalutare credenze che possono stare interferendo nel modo di agire” avverte Quesada.

Un lavoro semplice che può fare la differenza per chi ascolta è evitare termini assoluti come “sempre”, “mai”, “tutto”, “niente”… In questo modo si trasmette un atteggiamento più flessibile, che darà luogo a un’atmosfera più conciliante.

Allo stesso tempo è importante trattare un solo argomento in ogni conversazione, per non correre il rischio che si finisca per parlare di qualcosa di diverso da quello che abbiamo proposto.

Altri aspetti da valutare sono legati all’empatia. “Il ponte tra due persone è molto più bravo se proviamo a capire l’altro, e non pretendiamo il contrario. Va considerato anche il linguaggio non verbale, perché diciamo di più con il tono, i gesti e la postura che con le parole” confida l’esperto in terapia di coppia.

Inoltre, ricorda che è importante evitare di dare la colpa al/alla partner del nostro proprio malessere, perché genererebbe una resistenza da parte dell’altra persona.

È importante anche trovare il momento opportuno per parlare. Sia il contesto che lo stato emotivo influiscono in modo evidente nella comunicazione. Risulta ovvio pensare che una situazione di stress non è il miglior momento per cominciare a parlare, ma quando si sente il bisogno di sfogarsi con urgenza si ignorano molti di questi fattori condizionanti.

“La fluidità nella comunicazione può essere difficile quando, da un punto di vista emotivo, siamo molto reattivi o vulnerabili; è preferibile parlare in condizioni di serenità” raccomanda Quesada. Per questo, è meglio rimandare la conversazione se siamo particolarmente stanchi, c’è un bambino che piange o si presenti qualsiasi altra situazione che alteri lo stato d’animo.

“A volte è interessante anche scegliere il posto adatto. Può essere raccomandabile uscire dalla zona abituale di conflitto, associata alle discussioni, e parlare in un altro posto, prendendo qualcosa da bere, facendo una passeggiata…” conclude.

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