La gente rimasta in Italia a portare avanti le mie cause mi dice: manchi da troppo.

Se fossi lì, capirei i compromessi “che si devono fare”. Compromessi che vanno, per intenderci, nella direzione di chi proponeva una statua di Destà accanto a quella del suo padrone, e adesso si muovono nella direzione di citare autori ucraini accanto a quelli russi.

Dalle pubblicazioni che lasciano spazio proprio a tutte, ai richiami continui al dialogo (con chiunque?), l’idea sembra essere: meglio far sentire comunque la nostra voce, se no vincono loro.

Una scelta argomentata, che ha senso. Noto che a non condividerla sono spesso quelle che, come me, hanno trovato fuori dall’Italia altri ambienti di lotta, che in contesti non troppo dissimili da un paese cattolico con l’economia precaria hanno scoperto che più pretendi e più ottieni. Di solito pretendi mille per ottenere cento. Per dirne una: il sindacato che in Catalogna si batte per il diritto alla casa iniziò richiedendo, tra le altre cose, che le spese di agenzia fossero condivise tra chi possedeva la casa e chi la prendeva in affitto. Un anno dopo, già chiedevano che l’onere di quelle spese toccasse solo alla prima categoria. Ce l’hanno fatta? Nah, e non sarei neanche stata d’accordo. Però ‘ste capetoste hanno contribuito all’istituzione di un indice ufficiale per gli affitti, che diverse agenzie stanno rispettando. Dice, ottimo, ma un po’ poco per la rivoluzione che si prefissavano.

Pensate se non chiedevano neanche quello, e si lasciavano abbindolare da chi fingeva di ascoltare tutte le campane.

Perché loro fingono, non illudetevi. E forse, piuttosto che tornare in Italia a rischiare il “meglio che niente”, la cosa migliore che possiamo fare noi espatriate è dimostrare, ricordare, ripetere, che un altro mo(n)do è possibile.

Perché altrove, con tutti i limiti, esiste già.

Io: “Non so se ho capito bene la consegna”.

Prof.: mi mette zero.

Doveva succedere, altrimenti mi rifiutavo di concludere la mia trafila di titoli inutili! A parte il prof. “mucho español” che mi bocciò un saggio sull’antibellicismo in Virginia Woolf e Käte Kollwitz, di solito mi appioppano insufficienze lievi, perché io sono una leggenda nel non seguire la traccia.

In questo caso, l’intera classe virtuale del master sembrava insoddisfatta dell’ultimo corso, per questo non partecipava più alle attività virtuali “non vincolanti”, come questa rassegna succinta di tre abstract per cui ho preso zero: tanto il voto (è il caso che lo specifichi) non avrebbe influito sulla valutazione finale. A questo punto, io avevo svolto il compitino (posso dirlo?) per pietà, ma non avevo capito bene quale fosse il numero limite di parole, e se fai una cosa simile in un’università inglese non solo prendi zero, ma ti chiama la Regina in persona per cazziarti male, e condannarti a morte.

La questione, però, è un’altra: guardate come mi sbagliavo nel pensare di fare una “buona azione”! Mi sono detta che non ci voleva niente a buttar giù le mini-rassegne, e in realtà ci sono volute due o tre ore, che non riavrò mai indietro. Inoltre, scusate eh, dopo quasi due decenni di ricerche accademiche, saprò anche riconoscere un articolo utile a partire dall’abstract, che era l’obiettivo del compitino.

Quindi, per accontentare un’assistente annoiata, che magari sperava di non avere compiti da correggere, ho sprecato tempo che avrei potuto dedicare al nuovo romanzo, e per ricavarne cosa? La soddisfazione di chiudere la mia carriera accademica con uno zero!

Perché deviamo dal nostro cammino preferito, anche se non è necessario?

Su questo piano, sono io a mettermi un bello zero! Voi, invece, aggiudicatevi un bel dieci nella materia più importante: le vostre priorità.

(Ecco, adesso voglio anche questo zero qua!)

Sentite, magari il mio migliore amico se l’è inventato, ma una volta se ne uscì che, a Pearl Harbor, i cuochi che meno soffrirono di stress post-traumatico furono quelli che lanciarono patate agli aerei giapponesi.

Fedeli a questa leggenda, in casa mia stiamo “lanciando patate”, cioè stiamo facendo cose che non contano granché nell’economia del cosmo, ma ci aiutano a sentirci utili. Per esempio, ci stiamo occupando delle visite al veterinario di questa gattina. Lascia che, quando discutiamo i dettagli col suo umano preferito, ci sentiamo rispondere che non ci sta con la testa, facessimo noi: al contrario di lui, noi non abbiamo mai avuto “i russi in città”, non in quel senso lì.

Sì, nel mio paese d’origine ci sono tante di quelle migranti che la Pasqua ortodossa si festeggia nella piazza principale, e la prole di queste signore mi fa sentire una nanerottola fin da quando va al ginnasio!

Nella mia città d’adozione, invece, stanno cancellando le prenotazioni in un ristorante che offre sottaceti fantastici: ma niente, prenotazioni cancellate anche se il tipo che serve ai tavoli (sospetto sia il co-proprietario) parla catalano e ha un figlioletto che si chiama Oriol. Ok.

Noi, intanto, lanciamo patate. Portiamo la gattina al veterinario, mangiamo i fantastici sottaceti. Per chi potesse fare di più, le iniziative si moltiplicano: portare generi di prima necessità, o anche ospitare mamme ucraine con prole al seguito (e nel vostro caso verranno proprio loro, non un senzatetto un po’ despota di nome Cri).

Poi, adesso che Sam arriva in libreria, scoprirete quanto quel rompipalle ami Dostoevskij.

(Make pasta e patane, not war!)

A Napoli, quando in classe o al lavoro ci si comporta in modo poco consono, c’è chi chiede: “Ma addo’ stamme, ccà?”. Che è un modo scherzoso per invitare a una serietà che sia consona all’ambiente e all’occasione.

Cercavo di spiegare il concetto al compagno di quarantena, coadiuvata da una traduzione in inglese che non risultava troppo convincente, quando mi sono resa conto che, in questo momento, la risposta alla domanda era: in Europa. Siamo in Europa, cacchio. Eppure.

E lo so: ho già parlato del violinista che mi ha scucito un caffè perché “la gente a Barcellona non ricorda la guerra“. O del barista che tra nonni paterni e materni veniva dall’intera Jugoslavia, eppure parlava un inglese perfetto (“Se quello americano si può definire perfetto” preciserebbe con aplomb il compagno di quarantena) perché quando aveva otto anni gli avevano messo lo zio in uno stadio, e la famiglia se l’era squagliata giusto in tempo.

Ricordiamo il mio ex pakistano che a una mostra al CCCB, davanti a un’immagine di americani tra certe dune afgane commentava in spagnolo creativo: “Ma due etti di cazzi loro, no?”. E penso all’inesorabile interesse che prendeva lui e i suoi amici per i conflitti asiatici, più che per ogni altro genere di conflitto, ogni volta che da noi sento dire: “Dov’erano tutte queste bandiere pacifiste, quando si manifestava per la Palestina?”.

A proposito. Come non ricordare la manifestazione in cui cercavo di non bisticciarmi con gli slogan che sentivo intorno (Filistin harra harra…?), finché la signora davanti a me non era scoppiata a piangere, sostenuta da due ragazze. Allora mi ero detta: vabbè, sto zitta e amen. Posso dire amen?

Per non parlare del signore che mi ha cambiato la vita a una conferenza scolastica, parlando di cose orribili successe su certi treni, e l’intera scuola era stipata in un teatro vicino alla stazione, che tremava a ogni treno che si avvicinasse. E che dire del signore catalano che a una conferenza più recente, di tutte le cose che ti aspettavi ricordasse un “rojo” (come lo chiamavano i franchisti) si mise a spiegare che aveva dovuto costruire lui il campo in cui l’avevano ficcato, comprese le case dei suoi aguzzini e le strade intorno. Sembrava ancora affaticato.

È vero, la guerra non ha mai abbandonato l’Europa. Ciò che cambia da quando sono nata è che ieri sera mi sono guardata col compagno di quarantena, e ci siamo detti: ua’, capisci che a noi non è mai successo di avere un’invasione in casa?

Perché Ljuba, che mi ha lucidato a specchio l’appartamentino in tempo per l’arrivo della nuova occupante, ha dalle parti di Kiev la madre che non si può muovere, la sorella e due nipoti che rientrano in quella considerevole fascia d’età che non può abbandonare il paese. Quando le ho detto “Suerte”, perché che cazzo vuoi di’, ha risposto “È quello che ci serve”.

Dell’inquilino e dei suoi notiziari ho già parlato, l’ultima novità ci è arrivata da una coppia di amici che stava per scoppiare: uno dei due è in una situazione simile a quella di Ljuba, e allora l’altro ha deciso di restare, per dare sostegno. In fondo, il tipo ci ha l’invasione in casa.

E addo’ stamme? In Europa.

Col compagno di quarantena ci siamo resi conto che ‘sta cosa non succedeva da un bel po’ né al suo paese né al mio.

E forse, quando gli ho tradotto la frase “Ma addo’ stamme?”, non sono riuscita a rendere l’esasperazione più o meno divertita, che in realtà è sarcasmo, di chi aspetta solo che i suoi interlocutori tornino a fare ‘e perzone serie.

Ma come glielo spiego? Forse è vero che un po’ di napoletano in più non farebbe male al mondo.

Archie me l’ha fatta anche ieri sera.

Appena il tempo per me di aprire la porta di casa, e zac! Si è infilato in corridoio, a caccia di sua sorella: gli inquilini dall’altro lato del corridoio l’avevano adottata un giorno prima che io prendessi Archie. Adesso, però, lei sta entrando in calore, e pure Archie lo vediamo bello arzillo, quindi: vietato il contatto.

Così ho attaccato col mio metodo infallibile per convincere Archie a rientrare nella mia parte di casa: le suppliche, in ginocchio se necessario. Se non funziona (e non funziona mai) devo esercitare l’umano privilegio del mio pollice opponibile e caricarmelo di peso, scansando i graffi.

Ero sicura che la gattina fosse in ascolto dall’altro lato della porta, indisturbata per giunta: il mio inquilino (l’unico rimasto in casa, credo) guardava la televisione. Ma certo, ho pensato in un istante di rincoglionimento: niente di meglio che rilassarsi dopo il lavoro, ascoltare le notizie

Ci ho messo un po’ a capire in che lingua fosse quel telegiornale: perché l’inquilino è ucraino, e non ho saputo dirgli niente da ieri mattina. Non so che dirgli adesso che la sera, invece di rilassarsi come me davanti a uno schermo, sta ascoltando parole che io non capisco, e che magari gli stanno dando qualche indizio su quante prababilità lui abbia di trovare la famiglia lì dove l’ha lasciata, quando ha preso l’aereo per Barcellona.

Così sono rimasta come una scema in corridoio, vicino ad Archie, finché dall’altro lato della porta non si è accesa una luce. Abbiamo sentito la gattina lamentarsi di qualcosa. Forse è stata presa di peso anche lei, come Archie pochi istanti dopo: non volevo disturbare oltre l’ascolto del notiziario. Troppo tardi, immagino.

In ogni caso, mi sono chiusa la mia porta alle spalle con in braccio Archie, deluso e un po’ più solo, incapace di capire.

Per una volta mi sa che eravamo in due.

(Traduzione in basso)

Qualcuno dei Sai si vanta dello scudo che presso un cespuglio,

arma impeccabile, ho abbandonato non volendo;

ma ho salvato me stesso. Che mi importa quello scudo?

Vada in malora! Di nuovo ne avrò uno non peggiore.

Lo dice anche Raffaella: altolà agli scassaminchia!

Oddio, devo essere insopportabile da quando sono felice.

Lo so, non mi reggevate neanche prima. Fatto sta che per me la felicità si verifica soprattutto, si diceva, quando svolgo le attività che amo.

Adesso ho rivalutato qualcosa che mi ha sempre vista freddina: il concetto di avere un “proposito” nella vita. Anzi, ormai uso la parola propuesto, pronunciata alla Stanlio e Ollio, in omaggio a un amico di madrelingua inglese che prova invano a dirlo in spagnolo (spoiler: è propósito, si pronuncia uguale all’italiano). Fin dalla mia adolescenza nichilista detestavo il solo pensiero di trovare un senso alla vita. Posso abbracciare molte cause, addirittura fare progetti: per esempio, dopo un periodo molto traumatico ho desiderato a lungo un lavoro di insegnante e una famiglia. Quando anche quel progetto ha fatto il suo tempo, mi sono detta vabbè, tanti saluti alle mie manie di controllo: da adesso mi tocca navigare a vista.

Invece, “el propuesto” su cui sintonizzo da un po’ le mie giornate si sta rivelando utile: badare, prima di ogni altra cosa, a ciò che mi arricchisce la vita. Scontatuccio, direte. Ditemi anche che non avete mai interrotto un’attività importante per arrabbiarvi inutilmente, magari litigando con qualcuno su Facebook. (No, ditemelo sul serio, mi date un po’ di speranza!)

Adesso si tratta di sintonizzare la mia giornata sulla frequenza “non ci ho cazzi”, e solo a questo punto navigare a vista. Provateci anche voi! È come inserire una funzione predefinita a un lavoro al computer, così dopo non dovete dannarvi con le correzioni postume.

Per esempio, la didattica dell’ultimo corso di master è fatta di microlezioni di cinque minuti e qualche TedTalk, ma poi la prof. richiede tipo un trattatone di cyber psicologia come lavoro di fine corso. Ebbene, posso mai lasciare che un’università britannica mi rovini la giornata? Nah. Di questa esperienza curiosa prendo le letture istruttive (devo dire che non mancano), e mi oriento su come scucire alla professoressa hacker il punteggio necessario per passare l’esame.

Se poi un boomer confesso spaccia per prudenza le sue posizioni manichee, posso mai sprecare in un predicozzo social la pausa che mi sono concessa mentre scrivevo? Nah. Segnalo l’articolo a un gruppo di professioniste dei media, e via! Con questo metodo, dall’inizio dell’anno ho già scritto due bozze di romanzo, che al momento sono entrambe una ciofeca, ma vabbè.

Il trucco è valutare ogni attività in base alla sua aderenza al nostro propuest… ehm, proposito. L’altro giorno, un siparietto social con gli ex vicini mi ha regalato due gustosi minuti di botta e risposta sui loro schiamazzi notturni. Poi mi si è posto il quesito: voglio avere l’ultima parola, o voglio avere la spesa fatta? Benedetta sia l’opzione “disattiva notifiche”! Nell’economia della mia vita i fedelini De Cecco, che a Barcellona sono rari quanto l’araba fenice, sono mooolto più importanti del Raffaella Hipster Club (e se la giocano perfino con Raffaella in persona).

Mi raccomando, gente: ogni attività che sospettiamo fregiarsi delle due “i” (inutile & impegnativa) deve passare per questa forca caudina delle nostre priorità. Non barate!

Adesso, un mio ospite carissimo ma imbranato non troverà mai una stanza entro il giorno in cui gli subentrerà, per forza di cose, la mia nuova inquilina. Però mi posso mai mettere a cercare io per lui? Mi basta un minuto: il tempo di martellarlo un po’, linkargli l’app di Badi, e offrirmi di messaggiare l’unico mio contatto che abbia un posto letto disponibile. Ha detto pure no, grazie! A questo punto torno al trattatone di cyber psicologia, o alla bozza di romanzo che non smetterà di essere mai una ciofeca, se perdo tempo a salvare la vita a chi non ci tiene affatto. Siccome non è mia usanza mandare le persone in strada, quando mi troverò davanti l’ospite con le valigie fatte in fretta, sorpreso di non aver trovato neanche una cuccia per cani, al massimo gli offrirò il mio ripostiglio.

Però il letto se lo farà lui.

La soddisfazione di Archie, dopo che mi ha fatto trottare tutta la sera

Ciò che mi prefiggo: cambiare la lettierina ad Archie e correre un po’ prima di cena.

Ciò che accade: la bustina che ho usato per la lettiera scoppia. Il contenuto si rovescia sul pavimento. Prendo scopa, mocho e secchio, e scendo apposta a buttare il tutto. Risalgo giusto in tempo per vedere Archie che inaugura la nuova lettierina. Mi tocca scendere di nuovo con una bustina di quelle per i cani.

Risultato: riesco a stare sul tapis roulant solo quindici minuti, inclinazione 12, procurandomi un dolore su tutto il lato destro della pancia. Siccome questo disturbo va e viene da un po’, vado alla mia ASL barcellonese (che si chiama CAP) a chiedere un appuntamento dal medico. Me lo danno per il 28 marzo.

Come lo chiamiamo, circolo vizioso? Autostrada per l’inferno? Non saprei. So solo che all’inizio di tutta l’operazione ero stanca e distratta, quindi ho usato una busta troppo piccola, che quindi si è rotta, e quindi…

Ce n’è un altro, di circolo, ma è virtuoso: ne ho già parlato, consiste nel fare almeno un po’, e il più possibile, ciò che ci piace. Aiuta a digerire molto meglio i circoli viziosi di cui sopra! Adesso sono alle prese con le bozze di Sam e col nuovo saggio di fine corso per il master: due attività che mi fanno digerire anche la nuova nomina a rappresentante di condominio, con l’amministratrice che mi invia le ricevute da firmare e scannerizzare proprio mentre scendevo a fare la spesa.

Devo ripetere ciò che diceva Martin Seligman: il nostro cervello è rimasto all’era glaciale. Inutile concentrarci sul passato o “vivere il presente” a tutti i costi, se la tendenza umana è quella di imparanoiarci sul futuro. Sarà meglio agire su quello, procurarci gli strumenti per gestirlo. E se creiamo il circolo virtuoso di fare il più possibile ciò che ci piace, riesce tutto molto meglio.

Confesso che mi funziona meglio con la lettiera di Archie che con gli esseri umani, specie quando scoppiano le pandemie o si scongiura (forse) la terza guerra mondiale. Ma coi miei simili ho capito che basta imparare due cose:

  • l’unica vita che possiamo cambiare senza smadonnare troppo è la nostra (che non significa che dobbiamo “accettare gli altri per come sono”: esistono i compromessi e, in caso, le ritirate strategiche);
  • bisogna chiedere alle persone solo quello che ci possono dare.

Dalla posta del cuore è tutto, che Archie è appena entrato nella lettiera: meno male che il futuro non mi spaventa!

Tutto80 | Super Vicki

Ieri sera ho accompagnato un amico a un pub in cui lui lavorava in un momento difficile della sua vita.

A quei tempi sembrava che con l’amico potessimo stare insieme, ma il momento era così difficile che lui non era pronto per una relazione. Infatti non ne ha avute da allora.

Il pub era uno di quelli che potrebbero trovarsi in ogni parte del mondo, a parte il fatto che la presentatrice del quiz domenicale traduceva le domande anche in spagnolo. Il mio amico ha trovato subito l’ex collega con cui voleva parlare, ma quello aveva appena smontato, e giocava a freccette con un compaesano scozzese. Il mio amico non si aspettava di trovarsi a tu per tu pure con l’altro, che lo ricordava ai tempi in cui era un barman depresso e maldestro.

Risultato: sono rimasta impalata diversi minuti, in attesa che 1) i due scozzesi mi degnassero di uno sguardo; 2) l’amico mi presentasse. Mi tornava alla mente il mio primo fidanzato, in paese, quando si fermava a salutare amici che mi ignoravano. Timidezza, li giustificava il fidanzato, oppure arretratezza mentale: le ragazze degli altri non si guardavano neanche. Io ci rimanevo malissimo, perché nella mia vita avevo fatto una cosa del genere solo con Angelo Branduardi. Un’estate, il cantautore era venuto con la famiglia nel mio stesso villaggio vacanze, e una volta l’avevo incontrato a spasso con la figlia, mia coetanea. Avevo invitato la figlia a un’attività dello junior club e, sapendo che il padre si beava di quell’anonimato vacanziero, l’avevo ignorato a costo di sembrare maleducata. A parte questa illustre eccezione, mi sono sempre premurata di riconoscere l’esistenza di chi si trovava a un metro dal mio naso.

Ieri sera l’amico mi ha ritrovata al bancone del pub, alle prese con una clara che non bevevo da anni, e mi ha chiesto scusa, invitandomi a giocare a freccette coi due scozzesi sprucidi. Ma io detesto le freccette, e ormai ero presa dal quiz: la presentatrice era una donna inglese sulla cinquantina, e faceva domande toste per il suo pubblico anglosassone.

“Cosa vuol dire la frase latina ‘omnia vincit amor’?”

La tipa aveva messo subito le mani avanti sulla pronuncia: “O ai tempi di Cesare non c’eravate neanche voi, oppure avete in soffitta un quadro molto speciale…”. E questo era un riferimento ovvio alla sua, di cultura. Ma in effetti la sua pronuncia del latino era un ibrido tra quella anglosassone, la nostra e lo spagnolo. Il risultato era tipo: “Omnia Vicky amòr”. Ho pensato subito alla ragazzina robot della serie anni ’80, e anche al fatto che Mr. Virgilio su questa storia ha toppato: l’amore non vince tutto.

Non ha vinto, per esempio, l’incapacità del mio amico di avere una relazione in un momento difficile. Non ha vinto neanche l’amicizia che l’amico sente oggi per me, ma che è venuta meno davanti a due persone che l’avevano conosciuto al picco della vulnerabilità.

Insomma, Vicky, mi sa che non è il tuo momento di entrare in scena. Non quando si parla dei trionfi dell’ammore.

Però ci si prova: quando ho lasciato il pub, l’amico è venuto a casa mia a scusarsi ancora e a spiegare, e abbiamo cenato insieme. L’amore è imperfetto e ha mille forme, e a volte viene usato per giustificare roba che non volete nella vostra vita.

Ma è la migliore soluzione che abbiamo in questo momento: coltiviamolo come meglio possiamo.

E la prossima volta vado da sola al quiz, e sbanco il montepremi.

Rachel Brice - Alchetron, The Free Social Encyclopedia
La mia “prof.” di danza, da alchetron.com

Mi fa paura scriverlo, ma in questi momenti critici ho il lusso di stare bene, perché ho anche l’altro lusso, che è la chiave, di fare ciò che più voglio al mondo.

Nel mio caso è scrivere, ed è un privilegio incredibile, il fatto che possa dedicarmi solo a questo. Un tipo che mi ha ispirato un certo libro sta cercando di conciliare la stesura della sua autobiografia con la necessità di mangiare: adesso proverà la strada del lavoro part-time, che gli consenta di affittare almeno una stanzetta. È una precarietà difficile da accettare, per lui che viene da un paese in cui a trent’anni hai un lavoro fisso e due figli. Ma lui ritiene ancora più difficile passare una vita ad avere qualcosa che non vuole (tipo un lavoro fisso e due figli), mentre ciò che cerca davvero è una stabilità emotiva. Decliniamoci ciò che desideriamo in termini che abbiano un senso per noi.

Fare ciò che vogliamo non dovrebbe essere un privilegio, ma ho notato che ci sono molte esperienze che, con qualche accorgimento, possiamo viverci anche senza rimandarle a quando avremo più tempo o soldi. Uno dei ragazzi senzatetto che ospitavo nei mesi scorsi è tornato in strada, nonostante le opzioni di alloggio e lavoro che gli sono state presentate (soffre di ansia, e la salute mentale non è ancora gratuita). Mi sa che non ha neanche il coraggio di chiedere l’elemosina. Però ama leggere e non ha mai smesso, nonostante tutto: lo ammiro, perché io al suo posto starei già bestemmiando in trecento lingue diverse, altro che centellinarmi Proust!

Nei limiti del possibile, dunque, dedicatevi a ciò che vi fa stare meglio, fossero anche cinque minuti di danza del ventre! (Sul serio, mi sono iscritta a una scuola online di fusion: ogni volta che alzo un piede da terra viene Archie ad azzannarmelo…). Diceva Watzlawick che il più piccolo dei cambiamenti influisce su un intero sistema.

E fare ogni giorno, almeno un po’, la più accessibile delle cose che amiamo, cambia davvero il quadro.

(Presto mi vedrete ballare proprio così. Sì).

Nessuna descrizione disponibile.

Visto? Ho voglia a dire che bisogna potare i rami secchi: intanto, la settimana scorsa ho lasciato entrare troppa Italia nella mia vita, e ne ho pagato le conseguenze.

Non che l’Italia sia l’ottava piaga, eh: è solo che, come spiegavo qui, mi toglie più tempo ed energie dei vantaggi che mi dà. C’è qualche altra espatriata, ex Erasmus, che si sente più europea che italiana? Parliamone. (Vale anche per gli uomini, ma intuisco che le donne emigrano meno e in modo più complesso).

Così, dopo una prima serata sanremese passata liscia grazie allo humour del compagno di quarantena (non a caso, un britannico), un comico che a suo tempo mi piaceva mi ha ricordato perché abbiamo avuto bisogno di introdurre nel vocabolario la parola cringe. E pure WTF. Per riprendermi ho aperto Facebook e citato la Regina di Cuori, nel suo ordine più famoso. A quel punto, il solerte esercito di Zuckerberg ha creduto che volessi rischiare davvero l’ergastolo per accoppare quello lì. Risultato: per tre giorni ho avuto il profilo silenziato, e mi sono dovuta sorbire le imperdibili lezioni sulla comicità di uomini cis, che salterebbero in piedi se gli tocchi la loro regione o la squadra del cuore.

Insomma, tra ciclo, manoscritti da terminare e impotenza mediatica, si è creata una reazione a catena che mi ha fatto riflettere: se ho imparato ormai a rifuggire una persona problematica, o un lavoro che promette più grattacapi che soddisfazioni, perché impegolarmi con altre cose che mi interessano poco?

Inutile fingere di riconoscermi ancora in qualcosa che non mi appartiene come prima. Così ho comprato il De Mauro europeo, che ancora dovevo leggere, e mi sono lanciata in paragoni improbabili tra l’autrice irlandese Sally Rooney, e i due giovani interpreti che hanno appena vinto Sanremo: la tematica dell’incomunicabilità regna sovrana a livello internazionale!

Ebbene sì, alla fine l’ho trovata, l’Europa a Sanremo. Ho trovato Eurovision, ovvio, ma soprattutto, l’ultimo giorno di festival, ho letto il commento Facebook di uno che sosteneva: Sanremo si guarda con un orecchio alle canzoni e un occhio a Twitter.

È stata la svolta! Sono morta dalle risate, per messaggi provenienti da tutto il continente. Ovvio che i tweet italiani erano i più simpatici, ma c’era qualche danese serissimo che commentava in inglese, mentre uno spagnolo burlone si chiedeva: se state guardando Sanremo senza mangiare una pizza, state comunque guardando Sanremo? Gli ho risposto: Manolito, io sarei italiana e sto mangiando un’insalata a Barcellona! Confesso invece che, dei tweet in russo, ancora non ci capisco una mazza.

Insomma, la mia settimana horribilis è diventata simpatica solo quando mi sono scrollata un po’ il tricolore di dosso e… sono entrata in Europa! Che è sempre un’Europa privilegiatissima, che chissà quando diventerà quella che volevamo. Ma oh, visto che sono anche italiana, alle cause perse ci sono abituata.

Anzi, vi dirò: ascoltando i gruppi sanremesi più simpatici, e leggendo i tweet più gggiovani, mi è venuta l’idea balzana che qualche causa, prima o poi, si potrebbe anche vincere.

(Alla fine mi confermo napoletana)

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora