Apri foto

Mi sono intossicata, sapete perché?

Perché delle belle teste pensanti (e lo dico senza ironia) mi hanno spiegato che Sanremo era da seguire, per capire come cambiava l’Italia. Io finora me ne fregavo, come me ne sono fregata, dopo un certo numero di traslochi, di installare l’antenna alla televisione: non capivo come la gente se ne potesse vantare, di non vedere la TV o Sanremo. A me capita e basta, ci ho Netflix, chemmenefo’.

No, ma da due anni circa rappresenta davvero certi fermenti del paese, mi è stato detto, ed è vero. Ho visto cantanti molto giovani che mi hanno fatto pensare: vabbè, prima o poi il mondo che rappresentano prenderà il sopravvento, è un fatto anagrafico.

Ma è anche vero che sono anni che non mi esponevo a tanta merda gratuita per tante ore di fila. Qui a Barcellona non ne ho bisogno, non è il paradiso ma cazzo, le ragazze trans possono sfilare all’improvviso davanti al comune: quella strana sono io che le sgamo a manifestare mentre torno dal supermercato, e le seguo col mio bel pacco di pasta Garofalo, additato a vista.

In Italia una ragazza trans è corsa dalla psicologa dopo che l’hanno salutata imitando Zalone, che per me può anche campare, ma non dovrebbe essere in grado (come nessun altro, d’altronde), di fare un monologo qualunquista e decisamente cringe, come hanno commentato tutti “martoriando la lingua italiana”. Un monologo che come Pilato finge di prendere le parti del mondo trans, rappresentato come un brasiliano (al maschile, ovviamente) che si deve fare la ceretta e verrà salvato da un principe azzurro. Questa narrativa non bastava infliggerla a noi donne terrone, disoccupate nel 50% dei casi? Facesse almeno ridere. Ma si sa, è che non capiamo certe sottigliezze, o siamo snob a pretendere rispetto, a ricordare che satira è attaccare chi non rispetta, invece di chi non è rispettato.

Senza contare le esegesi che mi stanno facendo, da Repubblica al mio Facebook, di questo tipo di comicità. Grazie, eh: a saperlo mi prendevo un’altra laurea in lettere, mannaggia a me che non ci arrivo.

Sul serio, da ragazzina non ero trans, avevo dei semplici momenti di autolesionismo, e adesso sono sensibile all’esposizione a tonnellate di merda che non mi sono utili, né mi divertono.

E ho avuto questa sensazione da quando sono tornata in Italia mesi fa, e non ricordavo più perché agli eventi formali avessero tutte i tacchi (niente di male, è che davvero me ne sfuggiva la ragione!), o perché la rabbia in Italia fosse un problema, e il richiamo al “dialogo” di chi non ha motivi per arrabbiarsi il nuovo tone policing. Io sono italiana come sono abbonata alla metro di Barcellona: una caratteristica tra tante. Sono europea, da molti anni. Sono parte di una fortezza di merda che lascia morire la gente senza problemi, e questo è atroce perché i diritti, sulla carta, ci sono.

Quali diritti? Quello di non farsi deridere con la scusa che “Ti sto aiutando, sei tu che non mi capisci”. Questo insulto all’intelligenza, in Europa non dico che non sia possibile, ma non la passerebbe altrettanto liscia.

E abbraccio le ragazze che in Italia ci sono rimaste, che “vedono segni di miglioramento”: che altro possono fare? I segni ci sono e bisogna aggrapparsi a quelli con tutte le forze, se no immagino che si impazzisce.

Dico solo una cosa: la rabbia non è il problema. Il problema è la società bigotta e benaltrista che questa rabbia la provoca.

Smettiamola di guardare il dito, di fingere che la satira sia sparare su chi ha meno diritti di te, e incazziamoci, perdio.

Chi semina miseria, raccoglie rabbia: questo l’ho imparato a Barcellona, e non lo dimenticherò mai.

(2012, gente)

www.my-personaltrainer.it/2020/10/30/papaya-ori...
Da mypersonaltrainer.it

Sulla strada per la Fiera vegana, ho beccato una ventenne che mangiava la papaya. Era seduta su una panchina e scodellava i semi col cucchiaino di plastica. Dicono che i semi di papaya siano miracolosi col ciclo, anche se io preferirei sempre un’anestesia locale e una pompa svuotante… Ma il punto è un altro. Io, che osservavo la ragazza, avevo nel borsone pronto per la fiera tre contenitori da asporto: uno per la lasagna, uno per la parmigiana e un terzo per due tranci di pizza. Ue’, avevo un amico a cena, mica mangiavo tutto io!

Ma comunque, intuirete che c’era una bella differenza con una che a ora di pranzo se ne stava su una panchina a mangiare la papaya… Oddio, adesso il mio vi sembrerà uno di quei post atroci in cui una donna deride le altre, troppo virtuose o discinte per i suoi gusti, e spiega come lei sia taaanto diversa.

E invece volevo solo dire che, quando vent’anni ce li avevo io, nel mio paesone c’erano teorie molto peculiari su quale fosse il pasto ideale: i nostri genitori mangiavano rigorosamente due piatti impegnativi (pasta o riso, più carne o pesce) e la frutta, almeno a pranzo. Qualsiasi deviazione da questa consuetudine era salutata con sospetto, anche se, francamente, non bisognava essere a dieta per saziarsi al primo round!

Adesso, invece, quello che viene considerato un pasto completo è, tipo, l’antipasto dei miei tempi! Sarà che vivo in una terra felicemente inappetente (si scheeerzaaa, ma quell’insalata come primo piatto…). Sarà che il millantato “piatto unico” di Jimmy Joy mi lascia tutt’altro che sazia… Insomma, ho intuito il passaggio da un’idea peculiare di pasto completo a un’altra ancora più peculiare, per una serie di motivi che a volte sono buoni e a volte no.

Un compitino che dovevo consegnare per il master (ho preso un’insufficienza, ma questa è un’altra storia) mi ha portato a leggere un’analisi comparata tra le modelle da sfilata e quelle online, che non sapevo appartenessero a categorie diverse: la conclusione era che, per rientrare negli standard di bellezza attuali, buona parte delle candidate doveva assumere sempre un fabbisogno energetico inferiore alle proprie esigenze giornaliere. Però dare per scontato che una magra si sta limitando a tavola pure è discriminatorio verso chi, come me, ha un fisico minuto (lascia che poi ci penso io a rimpolparlo…).

Nel paesone della mia adolescenza, per le donne vigevano ancora le forme felliniane, per cui “un bel culo” (che, per Mickey Rourke in Domino, è il didietro minuto e tonico di Keyra Knightley) al paese mio aveva ancora le dimensioni vantate dalle maggiorate anni ’50.

Tutto questo per dirvi: prima di fare qualsiasi analisi sulla pressione estetica e i suoi dettami, rendiamoci conto che è una roba assolutamente aleatoria. E verrà cambiata da fattori come il prossimo film di culto, o una crisi economica, o gli stilisti che decidono che le supermodelle costano troppo e non sono più efficaci come attaccapanni.

E no, non concluderò dicendo minchiate come “Le vere donne hanno le curve”, o peggio, “È una questione di salute!” (la scusa preferita della grassofobia).

Dico solo: rendiamoci conto di quanto sia arbitrario ciò che può condizionarci la vita. Tipo la manfrina del BMI.

La papaya a me non piace, ma se la prossima volta trovo la ragazza di prima a mangiare banane, me ne prendo una. Poi, però, lasagna!

caracolas de hojaldre con pasas

Magari capita anche a voi che un mendicante o artista di strada vi chieda un caffè.

Specie nelle sere d’inverno, e adesso che le monetine scarseggiano perché i negozi preferiscono la carta di credito.

A me, però, capita proprio quello che mi vede e decide: “Si mangia!”. Da pischella ho ordinato menù completi da Burger King in Italia (cioè, li ha ordinati il bambino con gli occhioni dolci che mi ha chiesto se potevo “offrirgli qualcosina da mangiare”). Adesso me la cavo con un menù panino + coca cola da 365, per il ragazzetto rumeno che dice di essere laureato in psicologia, e poi cerca di vendermi delle pinne da sub.

L’altra sera, uscendo dal Triangle di Plaça Catalunya, sembrava che me la potessi cavare con un caffè, anzi due: uno per il ragazzo sulla sedia a rotelle che suonava la canzone del Padrino (e mi stavo commuovendo da quanto era bravo, ma avevo solo otto centesimi!), e un altro per sua madre, che lo attendeva in panchina circondata da coperte. Peccato, però, che il bar più vicino fosse Farggi: una roba che se vuoi il gelato ti devi fare un mutuo trentennale, e per il resto te la cavi con un rene.

Vabbè, ma io sono nata con la camicia, no? È solo caffè, no? Quando Sam dormiva nei boschi non aveva neanche il coraggio di chiedere una caramellina, no?

Insomma, sono andata a fare la fila da Farggi… E che ci ho trovato? La caracola! Un dolce a forma di lumaca che mia madre adora, e che mio padre al mattino le comprava da Rodilla su via Laietana, quando i due erano in visita. Poi è venuta la pandemia, Rodilla ha chiuso, e mamma ha schifato la caracola artigianale e vegana del forno in carrer Princesa. Da allora è una caccia continua, tamponata con robe raffazzonate oppure tristi.

E invece oh, una caracola di Farggi che non costi neanche un trapianto di fegato (la davano a 1.95) se po’ fa’. Prima di dare la notizia a mia madre, sono andata a consegnare i caffè, lo zucchero e le caramelline omaggio (perché Farggi si sa vendere).

“Ci dovrebbe essere più amore nel mondo” ha sentenziato il violinista tra un sorso e l’altro. “Nella mia terra c’è più amore.”

La sua terra era la Bosnia: non proprio il posto più hippie e flower power che mi venisse in mente. In effetti, il tipo ha proseguito: “Qui a Barcellona la guerra è stata tanti anni fa: la gente ha dimenticato cosa si prova. Io dalla guerra ci sono scappato nel 1994: siamo gitani“. E, quando ha capito che ero italiana, ha tradotto: “Zingari”. Io ormai parlo itañol, quindi mi è venuto spontaneo ribadire “gitani”, ed è iniziato un infelice balletto linguistico in cui sembrava volessi insegnare a questo poveraccio il nome da dare alla sua gente.

In ogni caso, la scoperta della caracola e la canzone del Padrino valevano bene due caffè di Farggi. Dovreste pensarci anche voi, quando fate qualcosa sentendovi la quintessenza della fessaggine, e magari, come me, ignorate i lati positivi! Se non mi ci avesse mandata il virtuoso del violino, io da Farggi col cavolo che mettevo piede, e scoprivo la caracola.

Dal mio privilegio stellare mi dico solo: se almeno quelle caramelline omaggio fossero senza latte.

(La mia versione preferita di Speak Softly, Love, dalla colonna sonora del Padrino)

Niente, volevo solo aggiornarvi sull’operazione tramonto, che era il mio unico proposito di inizio anno: smetterla coi pretesti, e scendere a godermi il cielo, nell’unico momento di vita sociale che mi concedo in questi tempi contorti.

Ebbene, ogni volta che intravedo nuvolette rossicce al di là delle antenne, mantengo fede alla promessa di ricordare (non con angoscia, ma con rispetto) che quel tramonto lì non tornerà più. La storia di Angelina, invece, mi aspetterà ancora al ritorno, così come il compitino per il master: 300 parole che ho cancellato senza accorgermene l’ultima volta che le ho barattate con un bel tramonto!

Tanto vale, dicevo, il rispetto: dei nostri desideri, di noi.

A volte, “non ho tempo per questo” si traduce in “ho altre priorità“. Facciamo che queste priorità, nei limiti del possibile, siano quelle che ci rendono felici.

Nessuna descrizione disponibile.

Io lo sapevo, che ho la macchina fotografica dei Puffi.

Oddio, non ce l’ho più in realtà, ma neanche il cellulare nuovo può scattare foto papabili per la copertina di un libro: il mio.

Alla casa editrice hanno provato, con infinita pazienza, a fare qualcosa, ma le sessanta foto che ho scattato durante il pellegrinaggio sulle tracce di Sam non erano adatte allo scopo.

Va detto che il mio “muso ispiratore”, sulle cui vicende è basato in parte il romanzo, mi aveva dato per forza di cose un preavviso minimo per farmi da guida nei boschi: non ho avuto tempo di procurarmi una buona macchina fotografica, che in ogni caso non mi avrebbe trasformato in fotografa.

Però, quando ho visto la proposta di copertina che mi hanno inviato dalla casa editrice, ho avuto una bella lezione su qualcosa che non si impara mai abbastanza: la discrepanza tra le nostre aspettative, e ciò che è meglio per noi.

Mentre scrivevo Sam è tornato nei boschi, visualizzavo il protagonista tra due alberi, che creavano una zona d’ombra. In contrasto, il sole che penetrava al di là del fogliame era abbagliante.

La foto proposta dalla casa editrice, la visualizzereste anche voi. Il gioco di luci e ombre non è esasperato come immaginavo, ma l’effetto finale veicola meglio la sensazione che volevo dare: il mistero di una soglia, il passaggio da una condizione di vita a un’altra.

Se mi attaccassi alla mia immagine, il risultato sarebbe quello che vedete sopra, ma con i chiaroscuri esasperati.

Se lascio andare le mie aspettative e penso solo al messaggio, so che la foto che apparirà in copertina è quella giusta.

Mi resterà nella pelle il pellegrinaggio sul luogo preciso in cui Sam dormiva, da solo, al freddo, perché ancora non capiamo che la salute mentale dev’essere patrimonio comune. E c’è una foto senza Sam, senza me, che mi ricorderà tutto questo.

Nessuna descrizione disponibile.

Questa barriera di sterpi che nasconde la città, l’umanità così vicina e così preclusa a chi non si piega alle sue regole, è l’immagine che porto con me di questo viaggio.

C'è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce. (Leonard Cohen)

Visto che sta per uscire Sam, vi comincio a fare uno spoiler: c’è gente che sceglie di vivere in strada.

Una certa persona, nelle circostanze in cui si trova e con la quantità di informazioni che possiede, può decidere per vari motivi che un marciapiede è più allettante del letto sbagliato.

È successo a I., uno dei due ospiti che avevo accolto in collaborazione coi servizi sociali. Avevo prolungato l’ospitalità fino all’ultimo giorno utile, avevo chiesto in giro per trovargli un’altra sistemazione, ma il problema di I., colto e gentile, era l’ansia: quella vera. Per lui era deleterio dormire in un rifugio per senzatetto, e devo anche dire che non era il solo: più di qualcuno, per strada, mi ha spiegato che, piuttosto che andare in questi posti, preferisce pagare otto euro per un ostello (che poi, ‘sti ostelli a otto euro dove sono?). Solo che I. evitava l’unico letto disponibile per un reale problema di salute mentale.

Tra i tanti contatti coinvolti sono riuscita solo a dargli il numero di un signore (della comunità marocchina, la più generosa che abbia incontrato in queste faccende) che metteva a disposizione un garage con bagno annesso: già vi alloggiava provvisoriamente una diciottenne di seconda generazione, rimasta senza lavoro per la pandemia. Purtroppo, quando il compagno di quarantena lo ha contattato, I. ha spiegato che finalmente aveva trovato un lavoro, ma viveva in strada: “Sembrava che gli andasse bene così”, ha spiegato il compagno di quarantena, che ha opinioni tutte sue su questioni del genere.

Ma io ricordo il sollievo mostrato da I. quando gli ho esteso la permanenza fino all’ultimo giorno utile, e mi lascio tormentare dai miei “se”: se gli avessero diagnosticato l’ansia, se quel certificato gli avesse spuntato anche solo un ripostiglio, se solo potesse avere accesso a una terapia gratuita che non fosse il coaching (che è l’unica risorsa dell’associazione a cui si rivolge, e per definizione non si addentra in questioni psicologiche)…

Non vi voglio ingannare: perfino Paul Bloom ammette che non sappiamo perché la terapia funzioni. Forse perché quando vi ricorriamo siamo già alla frutta, e da lì risaliremmo con o senza sostegno. Forse c’è un effetto placebo. Intanto, però, funziona: l’unica cosa che sappiamo per certo, secondo Bloom, è che andare in terapia è meglio che non andarci. Se facessimo prevenzione, poi.

A questo punto non ci resta che capire che la salute mentale è… salute, appunto. Qualcosa di fondamentale per una vita che non sia mera sopravvivenza. Qualcosa di fondamentale, a volte, per la stessa sopravvivenza.

Ripetiamo insieme: la salute mentale è salute. Come tale, deve essere patrimonio comune.

Así se ve la mítica mansión de Pedro Infante en Mérida que se convirtió en  un hotel - Infobae

Il sistema parasimpatico, la corteccia prefrontale, la regolazione prefrontale della risposta allo stress

Vi prego, uccidetemi. O almeno fate l’esame di psicologia al posto mio!

Quando passo dalla storia di Angelina alle sudate carte (cioè, alle lezioni del master inutile che sto pagando a rate), mi viene una voglia matta di: 1) andare ad asciugare gli scogli della Barceloneta; 2) rifare la punta alle matite per gli occhi; 3) lavare i capelli a Barbie Raperonzolo.

Poi capisco il concetto da assimilare: le emozioni arrivano prima della ragione, e a volte è una buona notizia, a volte no.

Stavolta lo è, perché penso: Cielito lindo!

Non perché abbia perso del tutto la ragione (anche se la mia corteccia prefrontale, ve la raccomando), ma perché sono giorni che chiunque io conosca è in quarantena, con sintomi per fortuna leggeri. Ammesso che, se mi ammalassi, mi toccasse la stessa botta di culo, non posso fare a meno di pensare al giorno dopo il mio ritorno da questo premio: una delizia. Avevo vomitato a puntate la pasta che il compagno di quarantena mi aveva fatto trovare al mio arrivo dall’aeroporto: era pure commestibile, eh. Purtroppo mi ero beccata un virus intestinale, forse lo stesso che, di lì a qualche giorno, avrebbe messo k.o. il mio inquilino.

Il punto è che nel tardo pomeriggio, col sole che già se n’era andato e Archie che mi usava come cuscino per dormire, io mi sentivo addosso la gioia di vivere di un corriere di Amazon, e all’improvviso, dalla finestra, mi era giunto un corale “Ay, ay, ay ay… Canta y no llores…“.

Al che avevo cercato la telecamera nascosta, l’angolo da cui Paolo Sorrentino, nascosto forse tra i miei cappotti, mi avrebbe scagliato contro un fenicottero rosa per completare la scena. Ma come, Cielito lindo? In caso non lo sapeste: 1) è una canzone messicana; 2) da queste parti la conoscono giusto perché è famosa; 3) per le strade del Gotico, al massimo, si storpiano i Coldplay!

Ma tent’era: io non avevo la forza di sollevarmi sul cuscino, e là fuori mezzo Portal de l’Àngel mi invitava a cantare e a non piangere, “perché cantando si rallegrano i cuori”… A ripensarci ora, mi viene da rivalutare pure l’esame di psicologia.

C’è un vantaggio, però: invece di farmi un elenco razionale dei motivi per cui starò attenta a non beccarmi ‘sto virus, penserò solo “Ay, ay, ay, ay!“, e a quanto mi sia piaciuto restarmene immobile a sentire quel coretto.

Se le emozioni arrivano prima, cerchiamo di non subirle. Emozionarsi è un vantaggio: usiamolo.

È così che si rallegrano i cuori.

Annunciazione, annunciazione!

Ho finito di scrivere la storia di Angelina.

Sì, dopo quasi vent’anni passati a rimuginarci su, ho impiegato circa un mese a finire la prima stesura. Che a questo stadio è una ciofeca da brividi, ma per buttarci il sangue c’è tempo.

Intanto che scrivevo, è morta la persona che ha inserito questo tarlo nella mia vita. Almeno credo sia lui, a giudicare dai trafiletti che lo piangono: sindaco figlio di sindaco, originario del paese confinante col mio… Pure il cognome è quello che ricordavo. Mi sa che fu lui a telefonare a un mio amico, vent’anni fa, per raccontargli una di quelle storie d’amore che sembrano uscite da un melò, e che proseguono anche dopo la morte, magari non tanto per motivi romantici, quanto per contese cimiteriali!

Dai, non vi spoilero altro. Intanto, pensateci: una persona che mi ha cambiato la vita, e lo ha fatto solo raccontando una storia, è morta senza sapere nulla della mia esistenza.

L’altra volta parlavamo della mancanza di controllo che abbiamo sulle cose, e delle soluzioni che, a volte, arrivano da sole. Funziona anche in positivo, eh! A volte ci sbattiamo tanto per lasciare il segno, poi un gesto minimo cambia la vita a qualcuno, o comunque gliela rallegra.

Un tempo collaboravo con una specie di associazione: mi chiamavano donne che attraversavano un momento difficile. A una rimpatriata, una delle assistite lodò la gentilezza con cui, per telefono, l’avevo rassicurata sul suo caso, invogliandola a ricominciare. Io ricordo solo che al momento della chiamata ero a un corso universitario, e per uscire dall’aula avevo dovuto mandare all’aria un paio di zaini gettati lungo il percorso!

Quindi oh, fate cose belle, senza pensarci troppo. Magari vi ritrovate a cambiare la vita a una persona che non conoscerete mai.

Apri foto

Io ne volevo uno di ogni specie.

Adesso non immaginatevi l’arca di Noè, ma insomma: volevo un cagnolino, un gattino e una cucciola umana.

Alla fine è venuto Archie, e quando il compagno di quarantena deciderà una volta per tutte che “Il fuoco di un camino / non è caldo come il sole del mattino”, rimarremo io e il micio.

Benissimo! Come provavo a dire in questo articolo qui, gli amori targati Disney non ci interessano. Vengono da una narrativa stantia, che una volta copriva disuguaglianze economiche brutali e adesso… fa lo stesso, ma viene sempre più sbuggerata da chi non ci sta a farsi rimproverare ciò che non può fare, o semplicemente non vuole più.

Le famiglie dovrebbero somigliare il più possibile alla nostra vita, a ciò che vogliamo per noi. Le famiglie che ci scegliamo, almeno.

Mia madre si sta affezionando ad Archie, da che la sfottevo di fare la brava col “nipote”. La nonna (cioè, sempre mia madre) disapprova il fatto che lui mi balzi sul tavolo, ma prima o poi capirà che lui è il padrone di casa, quanto me. Che non esistono “animali da compagnia”, e pensare che una specie sia superiore alle altre è specismo. Per Archie, sono io a far parte del suo territorio, e non viceversa. Non va disciplinato, o considerato parte dell’arredamento.

Semmai dovremmo educarci noi, a vedere come nostro pari (e non come un umano imperfetto) chi con noi divide lo stesso salotto, le stesse notti insonni o felici, lo stesso pezzo di vita.

Per quanto sta in noi, scegliamoci una famiglia a nostra immagine. Ne trarremo soddisfazioni di ogni specie.

Fotos de Rayos de sol de stock, Rayos de sol imágenes libres de derechos |  Depositphotos®

Bam! Il primo gennaio mi si scassa il computer. O meglio, la batteria non si carica più.

Sarà stata l’acqua rovesciata da Archie a San Silvestro? Il bicchiere era a un chilometro e mezzo dal portatile, ma la mia ciorta non si fa spaventare da queste quisquilie, specie ora che devo consegnare cinque saggetti in inglese entro il 10 gennaio, per il master in psicologia, e il 31 mi scade un concorso letterario, in cui mi menerò a kamikaze con Angelina: sono prontissima! Ancora devo finire la prima bozza.

Capirete che l’amena scoperta del computer scarico veniva da me accolta con la consueta sobrietà e pazienza zen (i vicini possono confermare, specie per il salmodiare in sanscrito). D’altronde vi ho parlato spesso della mia difficoltà ad accettare di non avere il controllo della situazione, e l’anno è iniziato con la sensazione che non controllavo una ceppa di niente. I sostituti di Cristobal ancora non avevano trovato una casa: che facevo, li mandavo in strada? D’altronde i casi di covid aumentavano, quindi gli ospiti che sarebbero dovuti subentrare ai ragazzi erano in forse.

E poi, di primo gennaio dove lo trovavo un servizio assistenza per il PC? (No, non funzionava neanche la chat dell’applicazione). E il giorno dopo sarebbe stata domenica… Non potevo nemmeno rallegrarmi della pausa lavorativa per tante persone sottopagate, perché bastava uscire di casa per trovare un negozio di scemenze aperto in vista dei Magi.

Al che, dopo un pianterello inaugurale del 2022, ho eseguito due azioni molto strane: 1) ho “fonato” di nuovo il computer dal lato della batteria, come già avevo fatto la sera prima; 2) ho sbagliato a inserire il caricatore, attaccandolo a una porta laterale che non avevo mai usato prima.

Ci credereste? Funzionava come nuovo! Il mio master era salvo, e Angelina era sempre una ciofeca, ma in fondo avete mai letto le prime bozze di Proust? No, erano fantastiche lo stesso, lasciamo perdere.

Almeno permettetemi di correggermi sulla questione “cose che non controlliamo”, dopo anni che il mio pippone sul blog si riassumeva con: “Non puoi farci niente: accettalo e farai spazio per pensare ad altro”.

Invece, il mio pimpante inizio anno mi ha insegnato che:

  • A volte sì che possiamo farci qualcosa, tipo sbagliare porta sul pc. Ma sono rimedi così a cazzo di cane che è inutile anche provare a congegnarli. Meglio aspettare l’ispirazione, o direttamente la botta di culo.
  • In ogni caso, non è vero che non possiamo farci niente: possiamo fare, appunto, tutto il resto.

Tutto il resto delle cose, intendo. Nel mio caso, ho mandato il pc a fa’ un bagno (stavolta metaforico), e sono uscita a godermi un sole miracoloso, nell’ora d’aria concessami dalle circostanze.

Al ritorno mi ero un po’ arripigliata e, senza neanche drogarmi, mi sono cimentata nelle soluzioni improbabili di cui sopra.

Riassumendo: avete questioni che sfuggono al vostro controllo? Mandatele a quel paese e fate tutto il resto. A quel punto le stronze sono capacissime di risolversi da sole.

Buon 2022 anche a loro!

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora