Archivi per la categoria: e comunque…

Image result for bumble serena williams È tutta colpa del compagno che all’interrogazione rispondeva: “Uno!”.

Il prof. di biologia insisteva: “Quanti gameti ci vogliono per formare uno zigote?”. E quell’altro, sempre: “Uno!”. Al che il prof., per fargli intuire di cosa si parlasse, chiosava: “Caro mio, ‘o fattaccio si fa sempre in due!”.

È con questo motto che, nella speranza che prima o poi ci riproduciamo tutti per mitosi, ho scaricato di nuovo quelle app d’incontri che sul mio cellulare erano durate una settimana. Ma solo per lasciare un messaggio tipo: “Ciao, dalla vita ho avuto tutto quello che volevo tranne una famiglia. Se ti capita lo stesso sentiamoci”. Intuirete che la mia attività online sia l’equivalente della balla di fieno che rotola via nel deserto – a parte i messaggi di quelli che non sanno leggere, tantini comunque.

Ieri però mi è capitata quest’app che mi ha annunciato: “Da noi le ragazze fanno la prima mossa!”. Insomma, se mi piace uno (evenienza più unica che rara, figuratevi dall’altra parte!), ho 24 ore di tempo per contattarlo, o la balla di fieno fa gli straordinari. Capirete che non sia l’ideale, per una che voleva solo lanciare il messaggio-bomba di cui sopra: specie se consideriamo che, sulla questione bambini, i meglio femministi possono diventare maschi alfa che minacciano di prendere il primo volo per Timbuctù (reazione equivalente solo alla scoperta che guadagniate più di loro: lì al confronto Khal Drogo diventa una suffragetta).

In ogni caso, mentre già fumavo dalle narici per la rabbia, ho fatto una breve ricerca su Google e ho scoperto che le ‘mericane sarebbero così entusiaste di questa roba, so empowering, oh my God, che alcune famose ci hanno pure investito. 

Basta con il corteggiamento classico, che comunque schifavo da tempi non sospetti: che siano le donne a prendere l’iniziativa! Fantastico. Ma solo loro. Rovesciamo semplicemente le cose e andrà tutto benissimo.

Cosa c’è che non va? Be’, immaginiamoci un’app che connetta donne afroitaliane o afrospagnole con connazionali “bianche”: io non mi offenderei troppo se le prime fossero un po’ sul chivalà. Saprebbero benissimo che non sono tutte le bianche, ma in fondo si sono sentite dire tante volte: “Di dove sei? Sì, vabbe’, ma dove sei nata? Come parli bene la nostra lingua!”. Oppure hanno scoperto che, per le loro amiche bianche, le aree meno sicure della città sono quelle in cui tendono a vivere loro e la loro famiglia, fossero anche zone magari non fighette, ma comunque tranquille. Oppure si sono sentite chiedere se “nel loro paese” sono molto oppresse, da una che ha perso il lavoro quando è diventata madre, ed è stata appena fischiata davanti a un bar. Sì, sono molto oppresse nel loro paese.

Ultima: prendete un’app che debba connettere i gay a una categoria che gli ha sempre chiesto “Chi è l’uomo e chi la donna?”, spiegandogli magari che “hanno molti amici gay, ma non gli va bene quando ostentano”. Capirete che, anche senza generalizzare, ci andrebbero coi piedi di piombo.

Insomma, a parte che schifo le imposizioni di ogni tipo, invitare una qualsiasi categoria discriminata a risolvere la cosa “buttandosi” (non si sa da dove) non mi sembra la soluzione ideale.

Tornando alla nostra app “femminista cccosì”, un po’ lo diceva zio Marx nel famoso libro Non dirmi che non te l’avevo detto, che trovate qui in inglese. Nella fattispecie, questo incontro “in salsa rosa” tra tecnologia e capitale si chiama pinkwashing, termine ‘mericano che indica la commercializzazione del femminismo e dell’attivismo LGBTIQ: compra questo prodotto, è così empowering!

Facciamo così: empowera un po’ ‘sta… e vedi di non imporre codici di comportamento a nessuno, né in un senso e né in un altro.

Intanto, in attesa che mi attiri qualcosa di più ingegnoso dell’amore eteronormativo, finisce che la mia ricerca della “famiglia tradizionale” naufraga miseramente e vado nella clinica di Carmen Russo (magari i vari amici che ci lavorano mi fanno fare uno sconto…). Oppure, visto che qua i single possono adottare, scarico su Duolingo la lingua di mia figlia – che ci metterà tre minuti a imparare la mia.

Per fortuna, con buona pace dei miei 6 risicati in biologia, il fattaccio non si fa per forza in due.

Sì, ho scritto “per fortuna”.

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Da popsugar.co.uk

E io che, quando sentivo parlare di Lost,  lasciavo la stanza.

Ho questo ricordo nitido di dieci, quindici anni fa: la domanda di rito (“Hai visto Lost?”), il silenzio improvviso, il piccolo crocchio che si raccoglieva a formulare ipotesi per me incomprensibili, visto che non avevo modo di guardare la serie, ed ero troppo imbranata per scaricarla. A tutt’oggi ho visto la prima puntata e non mi attira, come d’altronde Sex and the City (really?), Desperate Housewives e, mi spiace, Breaking Bad, a cui ho resistito tre puntate. Per la verità, quando anni fa avevo spiegato in ufficio di non guardare serie, come avrei detto che non prendevo caffè o che minacciava di piovere, una collega particolarmente insicura mi aveva chiesto: “Sei troppo superiore per queste cose?”.

Era la stessa che aveva scoraggiato il collega che mi aveva scelta dall’assumermi, perché per lei avevo un curriculum troppo buono (la parola “dottorato” crea un panico per me a tutt’oggi inspiegabile, anche tra chi lo deve finire: per quello che serve…). Se alla fine ero rimasta come unica italiana in dipartimento, era stato per certi record un po’ ossessivi di “produttività”, e per un’egemonia dell’inglese che mi avvantaggiava a scapito del perfetto francese o spagnolo di altri compagni.

In effetti, quando ho scoperto le serie che più mi sono piaciute (House of Cards, Homeland, Crazy Ex-Girlfriend) non ho tardato ad amarle, e in quel caso sì che ho incontrato quelli che… “Vuoi mettere con Eisenstein?”. (Che poi, scusate, che paragone del ca’!)

Nel caso di Trono di Spade, forse quest’ultima stagione non sarà capita dai posteri, se non sarà inquadrata nel suo contesto di fruizione, come certe pale medievali che, esposte all’altezza sbagliata, sembrano sproporzionate: una puntata alla volta, una volta a settimana, dopo un anno e mezzo d’attesa. Solo così si spiegherà tanta aspettativa, nonostante le prime due puntate lente, e una terza che liquida in un’ora di buio pesto quello che era il problema principale dal minuto zero della prima stagione. Invece confesso di aver ripreso qualche puntata della seconda stagione (tutta la parte relativa a Ygritte) e di averla trovata piuttosto banale, mal recitata, quasi mediocre.

Ma sono affezionata ai libri, anzi, gli sono grata. Mi hanno accompagnata nel momento più oscuro della mia vita, altro che Re della Notte! Infatti in quel periodo non riuscivo a leggere romanzi, o anche saggi, che riguardassero il mondo “reale”, e per un anno e mezzo – lo stesso che ha impiegato HBO a sfornare l’ultima serie! – mi ero concentrata solo su The Hunger Games (pure sfottutissimo ma avvincente) e, appunto, A Song of Ice and Fire, tutta la saga.

Leggo di gente che quasi si giustifica per l’idea peregrina d’intraprendere la lettura, o gente che al contrario si giustifica per non averla mai cominciata: “non è snobismo, è mancanza di tempo”. C’è poi chi si affanna a trovare paragoni con i classici della narrativa di tutti i tempi, anche dove non ci sono.

Io ho adorato i libri, tranne qualche volume più noioso (A Feast for Crows mi sembrava eterno nel senso sbagliato). Mi è piaciuta tanto la parte “orientale” di Daenerys, che in tanti schifate insieme alla sua protagonista: sono stata bannata da una pagina dedicata a Varys perché difendevo la Madre dei Draghi da un meme che la invitava a una gang bang con i Dothraki – ed esordivo con “Magari!”. In effetti lei e altre belle donne sono ritratte a volte un po’ come delle cheerleaders: quelle che, mi è venuto da pensare con un misto d’impertinenza e psicologia d’accatto, avranno snobbato al college il nostro scoppiatissimo autore (no, serio, Cersei all’inizio è proprio insulsa). D’altra parte veniamo informati dopo vari volumi del particolare non proprio trascurabilissimo che Dany sia la donna più bella del mondo… Così come apprendiamo “a Drogo morto” la storia di Viserys che cerca di sfondare la porta della sorella prima delle nozze, “per prendere la sua verginità” (‘sta storia dei fratelli è un po’ un’ossessione di George R. R. Martin, anche se almeno in casa Targaryen è ufficiale…).

Ma no, quello che mi piace dei libri sono i dettagli, la descrizione spietata dei protagonisti, anche di quelli “buoni”: Jon Snow che in tempi non sospetti pensa che suo fratello Rob se ne starà a bere vino dolcificato con la corona in testa, mentre lui succhierà il ghiaccio da qualche stalattite al di là della Barriera. E poi, è meraviglioso l’inglese “finto-medievale” che ti cala nell’atmosfera senza complicarti la lettura.

Ma la mia parte preferita sono i capitoli di Arya.

Mi commuovono le sue peregrinazioni in un regno devastato dalla guerra, e dalla fame, dove la morte sorprende tutti allo stesso modo come nell’Arcano XIII dei tarocchi, il cui paesaggio desolato mi ricorda quello che incontra la ragazza nella sua marcia assassina (c’è tutta la storia di una “zuppa” bollente che fa tanto ballata medievale). E poi la commovente constatazione che tutti i pellegrini chiedono le stesse cose, nel tempio in cui lei, letteralmente, approda: ritorni d’amore, qualche tempo in più per vivere… Tuttavia, il dio imperscrutabile a cui si rivolgono non li accontenta quasi mai.

Trovo molto azzeccato tutto questo, le miserie umane che non vengono mai ostentate per suscitare pietà, ma sono guardate con un occhio così distaccato, a volte cinico, che ti lasciano un brivido addosso.

In una conferenza a Barcellona Umberto Eco, che va di moda citare per la storia degli imbecilli e i social, nel breve tempo concessogli dagli auto-incensantisi padroni di casa fu molto critico con la questione dei generi, e della loro gerarchizzazione artificiale: secondo lui, non erano queste tassonomie a definire la buona letteratura.

Chissà cosa penserebbero i “Vuoi mettere con…?” se ascoltassero altro da quello che vogliono sentirsi dire.

 

(Il musical! :p )

 

Dal Twitter di Lola con la venia @DolorsBoatella

Visto che va tanto di moda, adesso faccio un po’ di benaltrismo anch’io.

La cosa più negativa che mi è successa in questi giorni (che tutto sommato sono scivolati via niente male) è stata la sensazione d’impotenza simile a quella che mi comunicava, sulla pagina di Gad Lerner, una signora spagnola che vive da trent’anni in Italia, e non ha potuto fare il suo contro l’avanzata di Salvini: pure io, con Vox, ho avuto un bel gridare “no pasarán“, ma chi votava erano gli altri, che gridavano con accento migliore del mio.

È una questione europea, non dico di no: chi è residente e paga le tasse ecc., al massimo vota alle amministrative. Ma perché dover richiedere la cittadinanza – il che in qualche caso, non quello italiano, significa anche dover scegliere – se in un posto abbiamo passato un terzo o la metà della nostra vita, e a volte ci è capitato perfino di mettere al mondo cittadini di quel paese? Già, in effetti a volte dobbiamo pure giustificarci con quelli del paese d’origine (di solito i fasci) perché lì votiamo ancora alle politiche (e quasi mai votiamo come vorrebbero i fasci).

Qua si consolano perché non è andata così male, e vabbuo’, io di certo non rimpiangerò quelli che… il buonsenso, nuova grande foglia di fico del razzismo e di tutti gli “ismi” che non mi piacciono (perché no, gli ismi non sono tutti uguali, come sostengono i malati di qualunquismo).

A questo punto, peggio di tutto il bordello che è successo prima non può andare.

Visto? Mi sono scocciata di mangiare pane e veleno e, col tempo, sto imparando anche a “scegliermi le battaglie”. A volte mi contattano, che so, da un gruppo WhatsApp per chiedermi chi sia quel membro che vomita rabbia a ogni intervento, e mi rendo conto di capire subito di chi si tratta, ma di non sapere nient’altro: quando lo leggo disattivo le notifiche.

Oppure ho perso amicizie problematiche per incidenti stupidi, e mi piacerebbe reagire come le nuove conoscenze che mi dicono: “Ua’, hai capito che affare? Te ne sei liberata gratis!”. Ma mi accontento di seguire il mio protocollo sugli “sregolati col tempo degli altri“, e di godermi nuovi rapporti orizzontali, in cui tutti sono in grado di dare e ricevere (o non fingono altrimenti).

Il brutto dei momenti di serenità è che non tanto ce ne accorgiamo, i problemi si notano sempre un po’ di più. Prima o poi, però, dovremmo fermarci un momento e accorgerci che, per una volta, stiamo respirando aria pura: quella che circola quando ci ingegniamo a fare, circostanze permettendo, quello che sentiamo davvero nostro.

Aria così circola perfino se vivete a un passo dal traffico di Via Laietana!

Stavolta ci ho le prove.

 

 

 

 

 

L'immagine può contenere: fiore, pianta, natura e spazio all'aperto Per tanti di noi all’estero, il 25 aprile non c’è niente come raccogliersi intorno al fiore del partigiano, anche quando diventa la “cipolla” di capelli attorcigliati (detta anche “man bun”) di un cantautore italiano, in un bar che scoppia di gente.

Ma ci andiamo lo stesso per dirci che ci siamo ancora, che ci crediamo, che qualcosa di buono nella nostra storia c’è stato anche dopo Michael Angelo, come lo chiamano certi alunni miei d’italiano, al che un conterrOneo può insorgere e argomentare che Giambattista Vico è venuto un bel po’ dopo, e avrebbe ragione da vendere.

Perché minchia, rappresentare tutte le parti in causa è un casino, e il cantautore del nord magari sa tutte le canzoni partigiane di default o se le è preparate senza troppa difficoltà, mentre qualcuno sui social protesta per la scarsa visibilità di quanto s’è fatto molto prima e altrove, a latitudini più basse e più ignorate di quelle interessate dal 25 aprile. Tutto vero, ma entrambi i momenti sono parte della mia storia, e va bene così anche se si soffoca di caldo e il cantante finge di scordarsi di Bella ciao, come se un organista a un matrimonio omettesse apposta la marcia nuziale.

… morto per la libertà!

Poi esco. Ovvio che a un certo punto, al posto del duce, è stato nominato Salvini, che – lo confesso – io non volevo alle celebrazioni della ricorrenza. Sì, la carica istituzionale e tutto quanto, ma mi sarebbe parso un modo d’insozzare la memoria di chi appunto era morto perché lui sparasse quelle perniciose frottole da uomo senza qualità: in fondo, rispetto al milionario che per vent’anni ha titillato le fantasie di mezza Italia (quello “sceso in campo”, dico), questo bomberino de noantri non ha altra dote che quella di rappresentare l’eterna voglia di dimenticarsi dei problemi complicati da risolvere, semplificando in negativo quelli risolvibili (traducendo: vedete la bufala dell’invasione migrante, mentre le famose accise sulla benzina non si eliminano).

Ma vabbe’, almeno ieri sera bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. E se i partigiani sono morti per la libertà, noi per la libertà viviamo. Cerchiamo altre soluzioni alla tempesta d’odio in cui ci stiamo perdendo invece di spostare l’attenzione sulle cose giuste, e farlo bene, con un messaggio positivo che rassicuri, ma spaventi anche un po’ sulle conseguenze di fare gli gnorri.

Non mi sento sempre a mio agio tra i connazionali, e mi sa che è reciproco e comunque non sono l’unica. Troppe divisioni e troppo maschilismo, troppe pretese di superiorità nonostante tutto.

Ma nonostante tutto, come dimostrava il bancariello di Mediterranea Saving Humans – che aspettava la fine del concerto per tornare a vendere cammeselle – vale ancora la pena tentare.

(Donate, fetenti! O compratevi la cammesella).

 

Una delle hit della serata…

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Con loro, sempre a disposizione!

Prima che la sirena suonasse tre volte (polizia o ambulanza, non so) sono stata razzista.

Una volta verso la coppia venuta da chissà che paese sperduto in provincia di Barcellona, piumino kaki lei e coppolella lui, che ha colonizzato dieci minuti la cassa dello Starbucks in cui mi ero rifugiata in extremis, per l’annoso fenomeno chiamato pioggia pasquale. Cosa conteneva quella bevanda, e qual era il formato del bicchiere? Il macchiato si poteva fare con molto latte? E il cornetto si poteva riscaldare? Sono tornati indietro più volte a chiedere questa o quell’altra cosa, mentre dietro di loro s’era fatta una fila che arrivava fino a Montserrat. Non vorrei essere il gestore del Bar Manel del paese di ‘sti due, ma, dico io, “Go back to your country!”. E lasciate le catene senz’anima del centro storico a noi guiris che ci viviamo (si scherza, eh, che ho imparato da tempo che il senso dell’umorismo non è lo stesso…).

E poi c’era Paquito. Pantaloni verdi inguardabili e codino da fricchettone del posto, ma, a parte che gli mancava la rasatura alle tempie, non ci voleva niente a capire che fosse un Pasquale come tanti, ignari del curioso particolare che “Paco”, in realtà, è il diminutivo di Francisco. Ma pochi altri potevano fermare con altrettanta insistenza una passante, specie una dai capelli di quel biondo che incornicia volti abituati a sorriderti di default, anche se incrociano appena il tuo sguardo (particolare che i Pasquale puntualmente malinterpretano). Dopo essersi presentato, il Nostro insisteva perché lei gli stringesse la mano invece di cercare una maniera gentile per mandarlo affanculo. La povera si è limitata ad allontanarsi gridando parole indignate, e le ragazze che aspettavano Paquito in disparte, abituate a quel genere di comportamento, non hanno avuto niente da ridire. Torna al teu país, Pasquali’: proprio l’italianini medio a caccia di qualsiasi vagina che si muova non è benvenuto qui.

Ma questo, e la brillante idea di attraversarmi una Rambla alle nove di sera per la mia cena pasquale da asporto (e da Maoz non avevano capito che fosse da asporto…), sono gli effetti collaterali di quando decidi che “Pasqua con chi vuoi” non è un modo di dire. E io, che notoriamente ho gusti di merda, passo Pasqua con me stessa.

Con il mio nuovo romanzo (una roba depre che parla di ritorni e coppie improvvisate) e il lusso di un fine settimana tutto per me. Perché l’agnello te lo mangi tu, il casatiello buon appetito, e il cioccolato mi piace solo liquido, non a forma di uovo. E se proprio devo sorridere a una compaesana con due neuroni superstiti che mi dice: “Il tuo problema è che non hai figli“, preferisco farlo in un incubo, svegliarmi e scoprire che la cassa del bar sotto casa, finalmente, è sgombera.

Non ci vuole una medaglia d’oro, lo so, a fare il cavolo che vogliamo in barba alle tradizioni che non ci piacciono più. Ma ce ne dimentichiamo spesso anche quando non abbiamo scuse laiche, perché il nostro modo di lavorare non prevede più di tre giorni di ferie, distribuiti peraltro in modo strano. O il nostro modo di festeggiare è ben diverso da quello di chi di fatto mangiava pane e veleno (o solo veleno), e per quelle due-tre volte all’anno si doveva sfogare.

Ma niente, sulle tradizioni, che siano italiane o latine o indiane (che crediamo, di essere unici?) sembra vigere l’eterno ritornello: “Ognuno l’adda fa’ chesta crianza / ognuno adda tene’ chistu penziero”. Ma anche no, mio Principe!

Io avrò la crianza e il pensiero, e la gioia di abbracciare parenti e amici, quando i voli saranno più economici, la pioggia avrà capito che Pasqua è finita e può ritirarsi, e nessuno si scandalizzerà troppo se lo chiamiamo “casatiello” anche se ha l’olio d’oliva e le noci al posto del puorco farcito di puorco. (Ok, nell’ultimo caso, visto il livello, aspetto seduta.)

Intanto, buona Pasquetta! L’unica crianza da rispettare sempre è il Super Santos!

 

Image result for factfulness dieci ragioni Sant Jordi, esci da questo corpo! Che detto così suona pure blasfemo, ma a quanto pare San Giorgio non è mai esistito, anche se la Chiesa è troppo intelligente per depennarlo dai calendari.

Fatto sta che mi sono fatta intortare dall’imminente Sant Jordi, ormai famosa festa catalana del libro e della rosa (che vi chiavo in faccia, uscite i libri!), e ho comprato Factfulness, del defunto Hans Rosling. Ok, siccome temevo fosse ‘na strunzata l’ho cercato sul Kobo nell’edizione più economica, dopo che l’ho visto esposto da Fnac. Ma non sono nuova a queste poracciate.

Non sono nuova neanche alla notizia, che l’autore espone in modo convincente, che molte delle idee più nere su come va il mondo sono basate su dati vecchi, risalenti agli anni ’60. Rosling e famiglia hanno ricevuto critiche sacrosante sulla loro visione zuzzurellona del cambiamento climatico, e della crescita della popolazione mondiale: d’altronde un libro raccomandato da Bill Gates difficilmente sarebbe stato del tutto nelle mie corde. A me irritano messaggi tipo: “Dai, siccome muoiono di fame meno bambini di quanti ci aspettiamo, le cose non vanno poi così male!”. E, se è vero che nel mondo c’è più gente capace di permettersi una vita degna, non accoglierei la cosa con un entusiastico: “Meglio! Più docce e automobili da vendere, per i paesi più ricchi!”.

Però è importantissima la questione dei dati falsati, perché, come saprete se avete la pazienza di seguire questo blog, ho scoperto che molti dei problemi della mia vita (e, sospetto, di quelle altrui) sono legati alla mancanza d’informazioni. Mi piacerebbe ad esempio che si approfondisse la questione di altri dati, che come riporta anche la BBC sono basati addirittura su analisi settecentesche: quelli sulla fertilità femminile. Perché una cosa è dire l’ovvio, cioè che una è più fertile a venticinque che a trentasette, e un’altra è generare una pressione sociale enorme stile “ora o mai più”, su dati raccolti quando le donne morivano a sessant’anni, se gli andava proprio bene.

No, ci tengo a precisare tutto questo per una questione meno esistenziale del mondo che cade a pezzi, o dei condizionamenti sulle donne: le mie tasse! Vi ricordate la mia angoscia (ma diciamo anche terrore) su certi, ehm, conticini imprevisti per casa nuova? Erano tali proprio per mancanza d’informazioni, mie e altrui. Io magari mi sono fidata troppo di quelle altrui, sottovalutando la mia capacità di fare da sola: così mi sono sentita un genio quando una breve ricerca su Google ha dimezzato in poche mosse la cifra che temevo.

Poi è successo l’impensabile: ieri una telefonata mi ha informato che, nel mio caso particolare (dunque non erano dati generici che avrei trovato in giro), l’importo da versare è assolutamente nelle mie possibilità. Lo era stato fin dall’inizio. Avrei potuto appurarlo prima? Difficile rispondere, forse sì.

Resto con due conferme: la conoscenza è potere, come ci dimostra anche la questione INPS; i soldi fanno ancora girare il mondo (come ci dimostra sempre la questione INPS).

Perché appunto, Factfulness è ancora in grado di considerare la longevità della popolazione come “un’opportunità per il libero mercato” nella stessa società in cui una questione finanziaria che si risolve da sola può cambiarmi la mia vita più delle mie vicende sentimentali, o lavorative.

Ecco, se c’è qualcosa su cui dobbiamo impegnarci, invece di diventare figli dei fiori da spot Coca Cola, è questa: l’asse di questo mondo un po’ meglio nutrito girasse su fattori più accessibili, e meno ridicoli, della dichiarazione dei redditi.

Io la butto lì.

 

 

 

Image result for versailles no bara game of thrones Lo so, sto sempre sul pezzo: mentre guardate tutti Game of Thrones (operazione che mi spaventa perché temo il finale-cazzata), io penso a Lady Oscar.

Non posso farne a meno: ho una spia in viaggio a Tokyo. È una fanciulla che condivide il mio amore per la biondona, e ogni tanto mi manda foto di prodotti non meglio identificati (cosmetici o dolcetti?), raffiguranti una Maria Antonietta in tenute da ballerina di saloon, che avrebbero fatto crollare del tutto il labbro asburgico all’originale (visto pure che l’indipendenza americana rovinò la Francia ben più del conto della sua sarta!).

Il viaggio in terre giapponesi della mia “correligionaria” capita a fagiolo, di questi tempi in cui altro che duca d’Orléans, contro di me ho addirittura Endesa! L’Enel di qua mi ha mandato l’ennesima bolletta da quattrocento euro (!), che i vecchi proprietari – i famosi coreani che non mi avevano detto del cesso chimico – prevedevano come “normale”, d’inverno. Normale un par de ciufoli! È vero, la giovane coppia di coinquilini figli della Rivoluzione (per non dire di altro, che sono femminista) se n’è andata per lasciare spazio a uno scozzese gentile, capace di risistemarsi la doccia distrutta dai predecessori, e poco propenso – almeno spero – a usare il caldobagno come stufa…

Però si diceva che il geniale progetto “mi-finanzio-la-scrittura-e-figlio-pure” si è scontrato male con la realtà, e diversi protagonisti e comprimari dell’impresa originale (vedi i coinquilini uscenti) sembrano farsi quello che in francese si chiama “i cazzi loro”.

È per questo che penso con sollievo a Lady Oscar, nella scena targata 14 luglio 1789 che tutti ricordiamo per l’evento che ha cambiato la storia europea: la sua morte. La Nostra, con non so quanti proiettili in cuorpo, fa ancora la fanfarona e chiede: “Perché non sento i nostri moschetti fischiare nel vento? Orsù, lavativi, pigliate ‘sta Bastiglia, sentite a me!”… O una cosa del genere.

Fatto sta che, nel privilegio di potermene stare al riparo e all’asciutto a maledire la compagnia della luce, penso che questo misto di coraggio, resilienza (ma perché odiate il termine?) e vera e propria cazzimma non guasterebbe a nessuno.

E c’è chi sembra possederne scorte infinite (sì, anche della cazzimma), anche solo per lottare perché il quartiere dei migranti di Barcellona possieda un ambulatorio medico, anche se è poco turistico, o perché certi addetti alla sicurezza in metro smettano di credersi Robocop anche con le teppistelle che fumano, ma solo se sono gitane.

E non si tratta d’inasprire conflitti: ho letto un bel romanzo sulla Brexit che mi è rimasto impresso, e sto guardando il film di Cumberbatch. A votare “Leave” sarebbe stata gente che si è spaccata il culo in fabbrica o in miniera e sta accusando le persone sbagliate della sua sostanziale miseria. A volte penso che dovremmo cambiare strategia coi razzisti, tanto quelli pensano che non sono loro ad affogare: dovremmo concentrarci di più a provare che non è che, se altri affogano, loro avranno una pensione, o i loro figli troveranno lavoro. E intanto i politici che li ingannano gli stanno facendo scordare la recessione.

Però niente, le metafore belliche restano in auge, specie in questi periodi di draghi sputafuoco, quindi torniamo ai classici e facciamo come Oscar: pieghiamoci ma non spezziamoci.

E pigliamoci ‘sta Bastiglia.

 

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Questa l’ho presa da Facebook, se no ciao proprio

Sarò breve: a volte mi chiamano perché ho una vagina, per quello che mi serve.

Vado quasi sempre, anche se.

Si vede quando a un evento (o una conferenza, un incontro, una riunione) ti chiamano perché hai la vagina: tentano di farti dire quello che vogliono loro. Che so, ti mettono a recitare poesie. Ti fanno riempire “lo spazio degli altri”, quelli che sono lì perché ci devono stare. Ma ti fanno prendere solo la parte che gli altri non hanno tempo e voglia di riempire.

Infatti ti chiedono di parlare di un argomento, e poi magari te ne appioppano un altro, proprio perché in quel momento sembrava più urgente: è una variazione sull’hostess che porta la bottiglia d’acqua. Tu invece procuri argomenti quando serve. Un po’ come quando la domenica, a casa, lo chef si degna di cucinare quel suo risotto speciale che è l’unico contributo ai fornelli, sempre che la cuoca gli affetti la cipolla.

“Hanno chiamato anche te?” ci interroghiamo con un mezzo sorriso tra noialtre che andiamo, e che magari ci occupiamo di tutt’altro, rispetto ai temi trattati: cose su cui di rado organizzano conferenze.

Concludiamo che ‘sto fatto delle quote ok, funziona, ok, si capisce. Ma, ma, ma.

Quando si sentono moderni a chiamarti perché hai una vagina capisci in pieno la frase: non ci sono soluzioni perfette. A meno che.

A meno che non ti prendi lo spazio.

Ma sul serio: non reciti la poesia, non parli di quello che vogliono, spieghi ciò che preme a te. Parli del rapporto tra nazionalità e diritto al voto, di problemi sociali, e sai che non puoi parlare per chi ha ancora meno visibilità di te: chi ha una vagina ma meno soldi, un passaporto non europeo, la pelle più scura.

E allora apprezzano, ti citano, magari ti travisano pure, ma in quel momento poco importa.

Lo spazio te lo sei preso.

Prendiamoci lo spazio. Siamo talmente abituate a vivere in un angolino perché “fuori è pericoloso” (e pericolosa può essere anche la voglia di espandersi, se poi devi tornare a rannicchiarti) che non ci proviamo più. Capisco quelle che non vogliono provarci: la colpa non è loro, come stanno insinuando dei signori ragionevoli e coltissimi sui social, la colpa è di quello che ci hanno insegnato fin da piccoli (a tutti, anche ai signori) e dei poteri, dei soldi soprattutto, che girano intorno a quegli insegnamenti.

Però che bello quando ci prendiamo lo spazio. Per condividerlo, se vogliamo. Per condividerci.

In ogni caso è nostro.

(Una che a un certo punto si è presa lo spazio :p )

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, spazio all'aperto

Dal Facebook del Sindicat de Llogaters

Confesso che l’ho pensato prima di vedere come mi hanno ridotto le lenzuola, ma sì, ieri mi mancavano perfino i francesi.

Se ne sono andati due ore prima che rinnovassimo il contratto d’affitto, peraltro già scaduto, quindi non potevo avanzare niente quanto a preavviso: allora ho dovuto ammettere che, nonostante i tampax nel motorino del bagno (che mi sono costati un intero mese del loro pigione), nonostante l’odore di pipì canina che spesso invadeva il corridoio, mi ero abituata anche a questa coppia di ventenni che non deve aver mai fatto una lavatrice in vita sua prima di scoprire la mia lavadora (e che mi ha lasciato pure le tovaglie belle fradicie nei cassettoni).

Tutto ciò mi ha ricordato una cosa: la parte di noi che non è acqua, è memoria. Intesa nel senso di ripetizione: gesti e pensieri rinnovati ogni giorno finché non diventano “noi”, o l’idea che ci siamo fatti di come siamo.

E allora spieghiamo al mondo che siamo “allegri e solari” finché non diventiamo tali (e quindi insopportabili). O magari diciamo “ti amo” alla stessa persona, finché non decidiamo che è proprio così. E a furia di salutare lo stesso vicino ogni giorno, finiamo per affezionarci anche a quello. Non sempre funziona, eh, ma tante volte…

Io per esempio (*indossa occhiali hipster*) passo da uno storytelling all’altro, tutti ugualmente strappalacrime: prima ero “quella che ha cambiato vita dopo la crisi“, ora sono “quella che ha fatto un bordello per avere dei risparmi e figliare, e non è riuscita in nessuna delle due cose”. Alla fine sono storie edificanti, perché scatta il momento rivincita, quello in cui cambio casa e lavoro, e mi cerco compagnie meno “confuse” prima di entrare in una nuova crisi.

Invece stavolta mi sono proprio rotta e torno all’idea di cui sopra: siamo i gesti che ripetiamo ogni giorno. E ripetendone pochi e azzeccati aiuterò la mia “paziente” ideale: me stessa.

Funziona, ci ho le prove. Per esempio, nel giorno internazionale per il diritto alla casa, ho visto tanti napoletani ripetersi che le cose possono cambiare, e che il fatalismo è una profezia che si auto-avvera per quanto faccia figo predicarlo davanti a un caffè “amaro come la vita”. I loro colleghi a Barcellona, che per i casi della vita si trovano a ripeterselo da più tempo e si sono riuniti in sindacato, esibivano contenti quest’elenco diviso per: nome dell’inquilina (di uomini in difficoltà estreme ce ne sono solo due, coincidenze?), richieste dei proprietari, successi del sindacato in due anni d’attività (a parte quel primo round con la Goldman Sachs).

Magnolia, affitto aumentato di 150 euro: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni senza aumento.

Jessica, affitto aumentato del 42%: abbiamo ottenuto un aumento del 18%.

Lluisa, 400 euro d’aumento e richiesta di rescissione del contratto: abbiamo ottenuto un aumento di 125 euro e il ritiro della denuncia.

Clemente, non volevano rinnovargli il contratto: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni con aumento minimo.

Mari Carmen, processo di sfratto: abbiamo ottenuto l’alloggio in un appartamento d’emergenza.

Diego, non volevano rinnovare: abbiamo ottenuto due anni di proroga.

Marta, volevano raddoppiare l’aumento dopo che la legge ha previsto il cambiamento del contratto da tre a cinque anni: abbiamo ottenuto il ritorno all’aumento iniziale (50 euro).

Gocce nel mare? Chiediamolo a Magnolia, Jessica, Lluïsa, Clemente, Mari Carmen, Diego, Marta.

E poi ripetiamocelo pure, che qualcosa ogni tanto cambia.

(Ma je nun m’arrenno, ce voglio pruva’.)

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Casas o Scamarcio? Le guerre avvincenti della mia vita

Poi dite che scrivo sempre dei problemi miei. Il fatto è che Magritte si mangia ancora il cappello – e la mela verde sotto – per non aver fatto in tempo a conoscermi: la mia vita è un manifesto del surrealismo!

Prendete ieri, che vi metto in situazione. Arrivo a scuola, è l’ultima lezione. So che non verranno molti alunni, che l’italiano è sempre la lingua cenerentola, ma trovo l’aula: 1) vuota; 2) chiusa a chiave; 3) circondata da bancarelle. L’unico alunno in vista è fermo davanti a una mappa di Tokyo, e a un imbonitore suo coetaneo che ci rifila due biglietti per l’estrazione di una cena giapponese. Prendo i pochi superstiti della classe e, sfidando i Queen a palla, me li porto nel refettorio al piano di sotto. Il bello è che, per accontentare un’alunna dominicana, ho preparato un’intera lezione su Sere nere. Se-re ne-re. Che volete, Tiziano Ferro è popolare in America latina. Sì, ma nel refettorio come ascoltiamo il Sommo? Il mio telefonino è tenuto insieme da un criceto che gira una ruota, e gli acuti di Freddie Mercury troneggiano su tutto.

Allora l’alunno informatico ha il colpo di genio: risaliamo e affrontiamo il DJ! Che per cercarci Tizianone alla… consolle (che poi è un telefonino peggiore del mio, attaccato a una cassa), deve leggere svariate volte il titolo. Non riesco a sentire la scusa che gli ha sparato l’alunno informatico, ma l’aiuto-DJ è scettica: “La fiera è sulle città legate a film famosi, e trasmettiamo solo colonne sonore. In che film si trova la canzone?”. Io la guardo in silenzio per un momento, poi decido: “Qualcosa di Muccino“. Per sua fortuna non l’ha mai sentito nominare, o non con quest’accento.

Ma no, il film c’è, ne sono sicura: controllo mentre Tiziano gorgheggia trionfale su quelle bancarelle studentesche, e gli alunni completano il testo della canzone (che a cazzimma ho mutilato di articoli e altre cosette).

Ecco qua. Tre metri sopra il cielo!

I ragazzi hanno visto solo la versione spagnola, rispetto a cui la nostra è opera di Fellini, e le ragazze precisano che il loro Step (cioè Mario Casas) è meglio di Scamarcio.

Faccio notare che Casas nel film pare un buzzurro e Scamarcio piacerà o meno, ma ha una sua eleganza (tranne magari quando chiava un pacchero a Babi). Le ragazze però votano buzzurro, e l’assistente del DJ, quando le rivelo il film, mi guarda con tutta la commiserazione di cui è capace.

Quando sbaracchiamo di nuovo alla volta del refettorio, si presenta il dramma: gli alunni non hanno completato tutto il testo della canzone, e ormai il DJ starà appendendo le nostre foto con sotto “No pasarán”. Indovinate, quindi, chi deve cantare Sere nere a cappella…

Secondo me non mi richiamano più, in questa scuola.

Tuttavia, come vedete, anche nei momenti più surreali un’idea geniale salverà tutto.

Adesso non mi resta che trovarne una per: gli inquilini che se ne vanno senza preavviso due ore prima che gli porti il nuovo contratto; il fottio di tasse impreviste che mi toccano per un “malinteso” legale; il rimborso che sto aspettando da tre anni (!) per quella storia del soffitto crollato a casa vecchia – i cui nuovi proprietari, peraltro, si sono intestati le bollette due mesi dopo l’acquisto. Mica avevano fretta di pagarle loro.

Caro Magritte, illuminami tu. Tu una risposta alla vita ce l’avevi.

Io intanto mi godo gli enjambement di Tiziano, anche in spagnolo.

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