Archivi per la categoria: e comunque…

Image result for freddie mercury live aid Una volta ce l’avevo io, adesso mi sa che tocca a voi.

O meglio, la “pelle fina” (espressione che in più lingue denota un’alta suscettibilità) devono avercela quelli convinti che, se penso che il culo di un’attrice non dovresti imburrarlo “a sorpresa”, sto insinuando anche che hai le capacità di regia di mio cugino al filmino della comunione. Oppure ce l’ha quella che a cena, l’altra sera, mi ha spiegato che ci sono due femminismi: il suo e quello finto (tipo il mio). Infatti la prostituzione va abolita e quella femminile è “una questione di classe”. Ne deduco che la condizione della regina Elisabetta sia equiparabile a quella della mia barista lesbica coi capelli afro. Ma non ho osato chiedere.

E io? Su Facebook raccontavo la mia crisi a uno sconosciuto reduce da una rottura, e un tizio ha commentato: “Dagliela, così state meglio entrambi”. Non sono più abituata a questo genere d’ignoranza: i miei alunni catalani, che sono ingegneri e non studiosi di genere, fanno notare loro a me quando un paragrafo del libro di testo è sessista. Comunque ho commentato che al massimo “lo prendo”, e se si sente generoso ci pensasse lui, la vita è piena di scoperte inaspettate. Poi ho disattivato le notifiche dell’intera pagina, il tenore era quello e ho di meglio da fare.

Cosa? Quasi sempre, il minimo indispensabile: se il New Yorker la pensa come me su quella storia del burro (che peraltro non ho mai esternato!), basta prendere le distanze dall’italiana offesa che… “tanto-voi-ci-avete-Trump” (tempo impiegato: tre minuti d’orologio). O basta spiegare alla mia nuova maestra di femminismo – quella della regina Elisabetta – che qualcosina ne saprei anch’io (tempo: dieci secondi), prima di girarmi dall’altra parte e godermi la serata.

Per farla breve, devo proprio riesumare un classico di qualche post fa:

Segnalo anche l’analisi di un classico del tutto diverso, Radio Ga Ga dei Queen, su cui non ho affatto la pelle fina: oggi non amerei il gruppo con l’intensità dei miei dodici anni! Però il mio maestro di canto preferito osserva che quel domatore di folle che è stato Freddie Mercury eseguiva alla perfezione tutte le tecniche del mestiere, senza mai chiedersi: “Come sto andando?”. Lui era lì, nella canzone, nei movimenti, nell’interazione con pubblico e gruppo: allora il suo corpo (temprato da anni di pratica) lo seguiva con gli strumenti adeguati per portarlo dove voleva.

Ecco, forse dovremmo smettere di concentrarci sulla nostra esibizione e focalizzarci sulla causa: la difenderemmo meglio. Poi, con il tempo e l’energia che avanzano, potremmo davvero dedicarci a noi.

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La mia nuova strada, da shbarcelona.com

Voi che state impazzendo con L’amica geniale, avete presente quando un capitolo è proprio finito? Una fase della nostra vita, dico: una casa, una relazione, un lavoro. Ebbene, se siamo proprio onesti con noi stessi, la consapevolezza supera la nostalgia e possiamo dedicarci a… girare pagina.

Per esempio: io so che novembre è uno di quei mesi che non finiscono mai, o così sembra. Per me – riassunto delle puntate precedenti – è stato il primo mese a casa nuova, segnato da un trasloco a dir poco difficile, tre allagamenti, Abdul, spaventose tasse da pagare e nuove contese legali, intanto che organizzavo le presentazioni del libro e mi adattavo, dopo dieci anni, a tornare nel Gotico. Che, diciamocelo, non è un quartiere per vecchi. Quando esco di casa, come nei film horror mi affretto a svoltare verso sinistra – via Laietana, Palau de la Música… – e mi dico: “Non voltarti, non voltarti…”. Se no temo di finire in bocca al Leviatano turistico del Portal de l’Àngel.

Ma non mi manca, il vecchio quartiere. È sempre lì a offrirmi le stesse passeggiate di quando sognavo di viverci, ma temevo di non potere per problemi logistici o di soldi. Si sono poi risolti, come spesso accade quando abbandoniamo ogni pretesa che l’unica soluzione sia quella che avevamo trovato noi.

Nel quiz domenicale che ormai diserto da un po’, l’organizzatore inglese, che è riuscito a campare dieci anni senza imparare le lingue locali, giustifica i suoi improbabili rebus con l’espressione: “Think out of the box!”. Letteralmente: “Pensate fuori dalla scatola”.

È la miglior immagine dei famosi nove punti di Watzlawick, e dei problemi in generale: la… scatola è piena di cianfrusaglie, ma di soluzioni se ne trovano poche.

Invece, la cosa che più detestavo di casa nuova, la posizione geografica, si sta rivelando il suo punto di forza: in dieci minuti sto reggendo bacchette ad Arc de Triomf, e in cinque sostengo il cinema Maldà, soffocato dal turismo di cui sopra.

A volte dobbiamo rassegnarci in allegria al fatto che, nella scatola gigante in cui ci eravamo ficcati per sentirci al sicuro, non c’è più posto per noi.

Fuori, però, c’è tutto il resto.

 

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Sabato, mentre passeggiavo senza meta tra la folla del Black Friday, pensavo che è diventato un problema non rientrare in nessun gruppo d’acquisto in particolare. Nemmeno in quello che demonizza il Black Friday.

Forse c’entra qualcosa con il corollario per cui ci vogliono infelici, così compriamo di più. Io, come vi dicevo tempo fa, avrei questo vizio di essere felice, che mi aliena certi amici di vecchia data (insoddisfatti per vocazione senza per questo essere consumisti) e non mi apre le porte dei “cuorcontenti” a oltranza, con cui neanche m’identifico.

Purtroppo per chi ha deciso che la mia dieta è una moda, non compro quinoa e avocado, e sono #teamsecondamano nell’annoso dibattito sui capi usati di origine animale. Infatti compro tutto su Wallapop, e ho approfittato degli sconti di questi giorni per procurarmi le poche cose che non riesco a trovare lì: calze non sfilate; articoli dell’unica marca che non trovo mai usata; un mini-calcio balilla per il piccolo Lucien, che viene sei giorni al mese a trovare il papà che ora vive a casa mia.

In giro sui social ho letto frasi interessanti – o divertenti – sul consumismo, mescolate però alle solite invettive contro i ‘mericani, uno di quei popoli su cui nel mio contesto sociale è lecito generalizzare. È vero, proprio ieri a pranzo una ragazza di Harlem mi diceva che la gente muore calpestata, al Black Friday; è vero, gli acquirenti compulsivi che ho visto per strada non erano tutti reduci da un trasloco in cui hanno regalato i 3/4 del vestiario a una colf appena atterrata, e certo non cercavano bigliardini per Lucien. Ma chi può dire chi abbia bisogno di cosa? Alcuni quartieri ne hanno poi approfittato per allestire sfiziose fiere artistiche o tradizionali, con tanto di “crocchette della nonna”, o vini del Penedès.

Il problema è che non me ne importa di emanare anatemi sulla falsariga dei missionari che intervistavo da ragazza, e che pensavano che evangelizzare i poveri del mondo fosse una priorità (per fortuna anche quella categoria è variegata). Il consumismo non dev’essere un “peccato”, piuttosto devono essere un reato le condizioni assurde dei lavoratori, e mi riferisco anche alle commesse pagate 400 euro al mese nel tanto celebrato “commercio locale”. Va anche detto che, purtroppo, più di un’associazione per il commercio equo (nel 2011 ho fatto un seminario a Parigi con Frères des Hommes) sostiene che il boicottaggio dei singoli può essere inutile o addirittura controproducente, se non sostenuto dalle istituzioni con accordi ad hoc (“li fate sbaraccare in Sri Lanka e trasferire in Bangladesh“, ci provava a spiegare in inglese creativo un’avvocata del commercio equo). In ogni caso, io dei prodotti scadenti non li comprerei per igiene mentale, proprio.

Non ho soluzioni in tasca, al massimo dovremmo farci domande di quelle che non si risolvano con un giretto su Google.

Intanto, credo di aver individuato da Fnac un acquisto che mi sono risparmiata:

Almeno su questo, ormai, non ci serve niente, grazie.

(Votata come la peggior canzone mai scritta sul venerdì 🙂 . Non vi aspettavate mica i Cure?)

Related image Era chimico. Quello che ho affittato ai francesi (e alla loro cagnolina) insieme all’altra ala di casa nuova era un bagno chimico, che io non ho saputo riconoscere e che l’antico proprietario si è guardato bene dal segnalarmi.

Risultato? Dopo una notte insonne sono stata catapultata dal letto per accorrere a contemplare l’alluvione. La terza in un mese. Ma stavolta il mio appartamentino era intatto e a prova di Abdul. Nell’altro, mi si informava, tempo cinque minuti e ci avrei trovato Noè a pagaiare.

Ho dunque sfilato subito il pigiama, e infilato… il pigiama. Quello troppo stretto per dormirci, che uso come sciccosa tuta per la casa. La povera (co)inquilina deve aver pensato che passo le mie giornate a letto. Così conciata ho chiamato subito il tecnico, che però non poteva arrivare prima delle otto di sera.

Da qui è cominciata la reazione a catena della mia giornata (mo’ ci vuole) di merda.

Completa di: tanfo di urina in corridoio, gente nervosa senza motivo che mi urlava intorno (per fortuna, non urlava quasi mai a me), annullamento del progetto di ascoltare la Pancol (mai letta) all’Institut Français, un’ora prima che venisse l’idraulico.

Parlavo con l’agenzia che mi ha venduto la casa anche nell’unica ora d’aria che mi sono presa, mentre ordinavo un tè. Mi è arrivato l’infuso sbagliato intanto che appuravo che sì, i vecchi proprietari mi avevano rifilato un Sanitrit. C’era da dire addio anche allo scambio linguistico delle 21, con buona pace del tipo inglese che mi ci aveva invitato su Messenger, e che, un po’ troppo amante dei doppi sensi, aveva… “dato la stura” a ogni genere di boutades.

Lui: ” ‘Aspetto l’idraulico’ è una metafora?”.

Io: “Magari”.

Lui (divertitissimo): “Umorismo di Manchester!”.

Io: “Napoletano”.

Giuro che volevo dire: magari non lo aspettassi davvero, il povero idraulico calabrese che, in tutto questo, si era pure anticipato un po’! Mentre io tornavo a casa col fiato in gola, si era ritrovato a tu per tu con la francesina dolcissima, che però è appena arrivata e una volta, rispondendo al citofono, ha detto qualcosa come “Es mí” (C’est moi).

Per fortuna, il tempo di prendere l’ascensore e ho scoperto che il MacGyver della Locride aveva già sistemato tutto. Una stretta ai tubi e via: si è preso anche la metà della solita cifra, in cambio di una chiacchiera sull’acquisto di case a Barcellona.

Gli ho spiegato che c’è una sola regola: non acquistare mai da un ristoratore coreano che ometta informazioni preziose sui bagni di casa.

La regola che ho imparato io è: basta poco a capovolgere una reazione a catena di disastri. Un problema risolto in fretta e a buon mercato, due chiacchiere, e anche le nuvolette del mio pigiama “da mattina” sembrano meno improbabili, almeno a me.

La domanda, invece, è: era il caso di rovinarsi la giornata per tutto questo, a prescindere dall’esito?

Non chiedetelo a me, che sto mettendo in discussione tutte le buone norme che elargisco agli amici, esasperati dalla mia veste di guru dell’ovvio. “Meglio non anticiparsi agli eventi”, “preoccuparsi non risolve i problemi”…

Però, guardate un po’, alla fine questa roba funziona.

Al contrario del mio Sanitrit.

(Mi preparo psicologicamente a un pellegrinaggio)

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da amarilloverdeyazul.com

Il bello di prendersi il caffè con un vecchio vicino del Raval è che comincerà a parlarmi di sua sorella professoressa, poi di quella sposata, poi di suo fratello che sta in Turchia, e di quello che per seguire i corsi va in moto fino a Islamabad… Al che timida gli chiederò: “Quanti fratelli hai, scusa?”. E lui: “Sei”. Insomma, quando ricambio l’onnipresente domanda: “Come sta la tua famiglia?”, rischio di ricevere una luuunga risposta.

La seconda costante è la stessa che si verifica per Abdul: non ci capiremo. Posso stare un’ora a ripetergli che prendo solo un caffè, e poi devo scappare a fare la spesa dal mitico Paki del Parlament (senza offesa, così lo chiamano): terminata la soda hipster che avrà finito per offrirmi, mi porterà in un ristorante pakistano di sua fiducia in attesa di sua moglie e suo figlio “che pranzeranno con noi”. Infine, deluso dalla mia defezione, avviserà per telefono la consorte (filippina, dallo spagnolo perfetto), e scoprirà che lei non aveva nessuna intenzione di scendere di casa, e il bambino dorme ancora. Il sospetto è che non si sia capito neanche con lei, e no, stando a quanto mi accenna lui non è la garanzia di un matrimonio felice. Confesso che a volte anch’io, in Inghilterra, ho fatto solo finta di comprendere, e ripeto l’errore ancora oggi, quando i coinquilini francesi mi parlano alla velocità della luce e capisco di più il loro cane. Ma, contrariamente ai miei amici pakistani, se un equivoco prende pieghe inquietanti so quando fermarmi e affrontare la figura di me’.

Perché, e veniamo al terzo punto, siamo entrambi immigrati. Però io sarei “expat” e i miei ex vicini no. Mia madre ha preso un aereo per aiutarmi con dei lavori in casa, la madre del mio amico non può venire perché ha “problemi col visto”. Santo cielo, io a una che ha avuto sette figli spalancherei le porte di tutti i paradisi.

Nessun problema, comunque. Adesso il mio amico e io abbiamo un’altra cosa in comune: non ci vogliono! Almeno i padroni di casa. Come è già successo a una mia collega italiana, il mio amico voleva affittare uno schifo di due vani senza ascensore, in un palazzo di merda, a 700 al mese, e gli è stato detto: “Vogliamo solo gente di qua”. Da un po’ succede a molti stranieri. E a nulla vale presentare buste paga, garanzie, caparre più consistenti… L’idea è: perché rischiare? Metti che per una volta tornano finalmente al loro paese! Poi chi li acchiappa più.

Il problema è che non attacca neanche cercando di essere pratici: se proprio vuoi discriminare, fallo con chi non può fornirti garanzie di pagamento, buste paga o documenti validi che attestino per quanto possibile che la persona non se ne andrà. Se tutto questo c’è, che ti frega dell’origine di chi ti paga? Magari ti capita quel pazzo del mio ex vicino spagnolo, buttato fuori con la forza dopo averci riempito le scale ogni giorno di cacca di cane.

E non m’importa delle storie lacrimevoli che pretendono di giustificare queste ottusità: la mia vecchia padrona di casa che a momenti conta le forchette, “perché quelli prima di me le hanno distrutto l’appartamento”; la milanese che, avendo avuto problemi con due ospiti arabi, non dava una stanza al mio ex e a sua sorella, cittadini britannici nati in UK con cognomi pakistani; il catalano che non affitta al mio amico perché dei suoi compaesani se ne sono andati senza pagare.

Il fatto è che i miei incubi, quando vivevo a Forcella, li ho avuti con un’inqualificabile coinquilina francese, e sapete che c’è? Il tizio che mi ha preso una stanza ieri mi ha sfottuta: “Ma tu affitti solo ai francesi?”.

“Perché no?” stavo per rispondere. Come dice l’amico con cui ora ho un pranzo in sospeso, “Non è che, perché uno si comporta male, ci comportiamo tutti male!”.

E siccome in tanti non afferrano questo concetto banalissimo, ne approfitto per riportare il contenuto di un meme che ho visto in giro:

Pretendere che i musulmani chiedano scusa per il terrorismo è come chiedere ai musicisti di chiedere scusa per Gigi D’Alessio.

E questo è quanto.

Image result for mitochondria meme Per la prima volta dopo vent’anni, devo ammettere una cosa: il mio professore di chimica aveva ragione. Va bene che ero un’adolescente problematica, traumatizzata da un liceo classico fatto di raccomandazioni e genitori arrivisti, ma se mi faceva la domanda “Cosa sono i mitocondri?” (ovvio che insegnava anche biologia), e a me veniva un infarto piuttosto che rispondere… beh, lui era lì per insegnare, e non per fare lo psicologo, aveva un registro da riempire di voti e un numero massimo di giustificazioni da offrire. Quindi potevo serbargli tutto il rancore del mondo, ma nel nostro rapporto poco poetico, fondato su cosa fossero i mitocondri, a un certo punto dovevo pur conoscere la risposta.

Per fortuna, la vita non è né una continua interrogazione, né un mercato, che dobbiamo stare a fissare per tutti un voto, o un cartellino del prezzo. Ma è utile sapere cosa vogliamo da qualcuno e cosa offriamo, quali sono i patti del nostro interagire, che sia per prenderci una birra o per una finestra da riparare.

E se l’altra persona non fa la sua parte, arrivederci. Che non significa per forza addio, eh, ma mettere paletti, stabilire la quantità di ridicolo che il nostro fegato è in grado di metabolizzare.

Scrivo tutto questo perché riesumare una vita sociale post-trasloco mi ha esposta di nuovo a casi umani che sbaglino luogo e ora degli appuntamenti, oppure, come questi, facciano qualcosa di sgradevole che mi metta in qualche modo nei guai.

E lo so, non è colpa loro, o non sempre. Il mitico Abdul, per esempio, è caduto mentre con un giorno di ritardo mi finiva di dipingere il bagno (un lavoro che, ovviamente, non gli avevo neanche richiesto), e per aggrapparsi a qualcosa mi ha scardinato il cesso. Quello appena montato da lui, che, Alhamdulillah, è rimasto illeso. Il cesso, invece, ha perso la tavoletta, e sono o trenta euro per comprarne una nuova, o due euro per rimpiazzare l’ “introvabile” chiodo rotto (che sarebbe introvabile giusto per chi non tanto usa Internet, ma lui a stento alza il ditino sul cellulare per avvisarmi quando non viene…).

Chi invece bussa ancora a soldi a due settimane dall’addio è la mia ex padrona di casa, orfana di una griglia da forno che non ho mai trovato lì, né tantomeno buttato per capriccio un giorno che mi annoiavo. Nonostante questo, vuole sapere, mi va bene se me la sconta dall’ultima rata della caparra?

Dipende: se è il prezzo da pagare per non sentirla mai più, può anche tenersi l’ultima rata intera. Le tasse sulla casa nuova mi avranno anche spolpata viva, ma la vita è fatta di priorità, e il mio fegato è una di queste.

Infatti ho detto ad Abdul che se non trova il chiodo oggi fa niente, provvedo io. E sono pronta a vedere se l’amico che sbaglia sempre appuntamento riesce almeno ad azzeccare la strada di casa mia, un pomeriggio che non devo uscire.

Insomma, d’ora in poi bando a oracoli e segni del destino, la mia unica guida sarà il fegato, quando mi avverte che non ce la fa più.

Chissà se c’entrano qualcosa i mitocondri.

Image result for kit harington testament of youth Figurarsi essere donna! Ma oggi, a cento anni e un giorno dalla fine della Grande Guerra, vorrei spezzare una baionetta a favore di chi è ancora chiamato “in trincea” (ormai un non-luogo carico dei significati più bislacchi) in nome di una mascolinità che non esiste. E no, se non esiste non bisognerebbe inventarla, anche perché è tutta lì fuori, un copione da imparare a pappardella finché “i miei uomini”, amici parenti amanti e… Abdul, che è una categoria a parte, non arrivano a credere che sia la loro vera natura.

Ma io li ho visti, in crisi nera mentre cercavano lavoro. E da loro un po’ se li aspettano ancora, in famiglia, quei posti fissi che nessuno più ottiene, che le donne si vedono preclusi finché mantengono questo brutto vizio di essere quelle capaci di riprodursi. Cresciuti come me a latte e Nesquik, illusi per bene su uno stipendio da favola appena fuori dall’università (da quella giusta, però, che le materie umanistiche sono “per donne e figli di papà”), tanti di questi uomini mi sono sfilati davanti con le loro angosce, le borse di studio già assegnate in segreto, le notti insonni per concorsi truccati o inabissati dai ricorsi. Ho appreso con preoccupazione delle goccine per dormire, o in qualche caso della sveglia messa a mezzogiorno, giusto per mangiare, con genitori che “non facevano rumore” mentre il ragazzo studiava, oppure preparavano “il pacco da giù” mentre cambiava regione, stato, continente, magari per ritornare tre mesi dopo, con le pive nel sacco.

Tanti che conosco sono tra le creature più fragili che abbia mai visto, e magari è una questione loro: in fondo mi prendevano molto in giro su questo, sulla “Corte dei miracoli” che accoglievo alla mia mensa, quando ero ancora a Napoli, pronta a elargire le pizze fritte delle Figliole e i consigli che non avevo il coraggio di seguire io.

Ma no, non credo che questi uomini di cui parlo siano un caso isolato. Credo piuttosto che ripensare i sacrosanti e intoccabili ruoli che cercano ancora d’imporci a ogni costo libererebbe anche loro, nella stessa maniera contraddittoria con cui certe donne “di oggi”, secondo un’espressione della Mafai che non trovo più, vorrebbero tenersi sia l’emancipazione che il posto in tram.

Infatti alcuni pretendono ancora di valutarmi le tette, certi che altre loderanno la loro panza da birra (insicurezza, rassegnazione o de gustibus?), o vogliono insegnarmi a campare anche quando mi va meglio che a loro. Oppure rivendicano quella serie di privilegi mai esplicitati (il piatto più abbondante, morire senza mai stirarsi una camicia, essere chiamati eroi se passano un intero pomeriggio coi figli) che erano sempre stati parte del bottino che comportava avere un pene, e il nome del nonno, e l’accesso prioritario alla borsetta di mammà: al mio paese c’è una donna che ha rinunciato al liceo perché in casa c’erano soldi solo per il fratello svogliato, che adesso lavora come vigilante.

Come donna bianca, di classe media, e sotto la quarantina ancora per un po’, non riesco a pensare a creature più fragili di noi che credevamo senza dircelo, senza mai pensarci su davvero, di avere un qualche remoto diritto a essere felici a spese di qualcun altro.

Noi che credevamo.

 

 

Rose e fiori (del Kashmir)

Ieri è stato il mio giorno fortunato: mi si è allagata due volte casa, ho litigato col capo e mi è venuto il raffreddore.

Per la casa è presto detto: l’ormai noto Abdul aveva giurato che potessimo finalmente usare il bagno, nonostante l’evidente mancanza del lavandino che avrebbe dovuto procurarmi due settimane fa (spoiler: “Non si erano capiti con il negoziante”, il che, 9 su 10, significa che non aveva capito un cazzo lui). Allora ho fatto la lavatrice. E niente, fa già ridere così. Per fortuna il mio coinquilino preferito, durante il trasloco, aveva trasportato per sbaglio un bustone di panni destinati alla beneficenza, se no non avremmo avuto abbastanza asciugamani per arginare il Gange prodottosi in bagno. Mi spiace solo per le turiste che non potranno acquistare i miei fantastici vestitini fucsia a fiori, comprati già di seconda mano.

Per “il capo”, come lo chiamo per comodità, meglio non entrare in dettagli: fingiamo che io sia un’imbonitrice di prodotti di bellezza (altra ipotesi esilarante!), che mi sia stato chiesto di pagare per lavorare, che abbia rifiutato perché forse lavoravo anche altrove, e che per questo mi sia sorbita una lezione di correttezza da chi, appunto, mi chiedeva di pagare per lavorare. Ci avete capito qualcosa? No? Neanche io.

Per il raffreddore, solo tre parole: grazie. al. ca’.

Il momento più esilarante è stato quando ad arrivare è stato proprio Abdul, che mi ha trovata armata di mocho e padelle da svuotare in cucina nel bel mezzo del secondo diluvio universale della giornata. Allora, dopo tempi di reazione pari a quelli della tartaruga di Achille, ha:

  1. farfugliato istruzioni che non abbiamo afferrato subito;
  2. afferrato lui, finalmente, il mio mocho, per provare a tirarci fuori da quel guaio;
  3. dato la colpa alla lavatrice, a noi, all’idraulico, “e forse un po’ anche a se stesso”;
  4. riconosciuto all’istante come made in Kashmir il lungo scialle da testa che uso come coperta davanti al pc, anche se il mio ex che è amico suo me l’aveva regalato con propositi del tutto diversi (campa cavallo). Al che è scattata la seguente conversazione:

Abdul: “Secondo me T. è in visita in Pakistan… Ma perché non hai più sue notizie?”

Io: “Va bene così, Abdul”.

Abdul: “Sì, ma perché?”.

Io (rinuncio a spiegargli il concetto di stalking).

Abdul (attende un po’, poi…): “Certe cose accadono per volontà di Allah”.

Io: “Appunto”.

Insomma, va a finire che il mio ex, come già i miei negozianti preferiti, torna dal suo paese con una sposa che sappia fare buon uso dei suoi regali ricamati (però sul serio, è una coperta formidabile!), e che Abdul oggi, dopo la preghiera del venerdì, me lo monta sul serio, questo benedetto lavandino.

La mercantessa in fiera non la faccio più, ma, a proposito di vendere qualcosa, trovate sempre qui il mio libro e qui l’ebook. La Madonna ve lo rende ancora una volta.

Anche se, a questo punto, rimpiango di non aver scritto Io speriamo che me la cavo.

 

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Lo so, che i dilettanti hanno fatto l’arca e gli esperti il Titanic. Ricordate? Era tra le prime mail di aneddoti che circolavano nell’Italia fresca di Internet.

Però Abdul mi ha fatto pensare. Sì, sempre lui. Prima di privarmi della coinquilina più perspicace del mondo, mi aveva mostrato la mia nuova porta, e poi quella del vicino.

“Guarda la differenza” aveva ordinato.

Ora, io ho il privilegio di chi può dedicare la propria vita a non concentrarsi su questi particolari, ma in effetti quella del vicino era una signora porta, di un color marroncino che conferiva perfino qualche pretesa al legno utilizzato. La mia, invece, sembrava leccata da un cane che avesse mangiato della Nutella.

“Questo succede quando lasci fare ai non professionisti” aveva sentenziato Abdul, riferendosi senza saperlo a quel paraculo dell’antico proprietario.

Mi aveva distrutto così diversi anni di devozione ai lavori manuali, di saponi troppo morbidi e cappelli regalati a gente restia a indossarli. Per non parlare delle patatine di verdure che escono dal mio essiccatore!

Però avevo già “tradito” un po’ queste cose per le diverse pubblicazioni con cui chiudo l’anno. Quando il lavoro (retribuito) mi ha gettata fuori casa dalle 7 alle 23, almeno due giorni a settimana, non ho avuto un istante di dubbio su come dedicare il mio tempo libero: allora mi avreste vista col pc in bilico sullo step (visione celestiale!) a correggere racconti mai neanche selezionati dagli editori, ma utili a me per imparare.

Quindi, più che riuscire bene o male in qualcosa, d’ora in poi lascerò più spesso ai professionisti l’incarico di farmi sciarpe e saponi (e porte!), non tanto perché faccio schifo a incaricarmene io, ma per una cosa che ho letto su Facebook: “Provate a sostituire ‘non ho tempo’ con ‘ho altre priorità’. Cambia tutto”.

E mi sa che Noè, con l’impermeabile ancora addosso e gli stivaloni da pioggia, mi darebbe ragione.

Anche se sono convinta che Abdul, al posto suo, sarebbe riuscito a imbarcare anche i leocorni.

Ero indecisa tra questo titolo e “La ragazza con la valigia”. Che poi era un omaggio a uno che mi chiamava così, quando appunto ero ragazza.

D’altronde, lo confesso, pensavo che oggi fosse giovedì. E del mancato post di lunedì scorso non me n’ero neanche accorta, intenta com’ero a fare Super Maria alla conquista dell’aeroporto, tra gli alberi crollati a Roma (uno dei quali mi aveva bloccato il binario per Fiumicino).

Il giorno dopo sarebbe cominciato il mio peggior trasloco, ma ero nell’Urbe per colpa di Tip, la mia “fatina trans” di questo concorso. Vi dico solo che mio padre, a premiazione avvenuta, si è alzato per chiedere “da uomo di scienza” perché la gente s’inventa mondi fantastici, con tutto quello che succede in questo qua.

Vabbuo’. Se c’è qualcosa che ho imparato in questi giorni, è che con la mia valigia ci sto bene. Quella da cappelliera che mi ha accompagnato per l’estate più solitaria della mia vita. Ho scoperto che contiene tutto quello che mi serve.

È anche vero che mio nonno a tavola mi faceva ripetere, quando magari volevo solo finire la cotoletta e scappare a vedere i cartoni: “Omnia mea mecum porto“.

Miii, se non è vero. Infatti, i millemila vestiti che ormai non indossavo ce li ha la santa donna che mi ha aiutato a pulire casa, che parlava solo georgiano ma capiva benissimo il paradiso Wallapop che le offrivo. Tutti i miei reggiseni (tranne due che ho conservato “per sicurezza”) finiranno addosso a donne asiatiche più minute di me, o a ragazzine poco convinte dalle marche pedofile che adesso, ahimè, infestano il mercato.

Fatto sta che ho seguito una regola d’oro: la roba che non usavo da più di un anno, via.

Ed è vero che ci si sente meglio, a liberarsene. Anche del vestito cinese che ormai non mi va più, o della parure sbriluccicante regalo di un’ex suocera del Kashmir. O dei quaderni ormai inutili che, mi spiace, ma esistono.

Casa nuova non mi concede sentimentalismi: ne abito solo una parte, per affittare il resto e poter così scrivere. Tutto il resto è spazio occupato male.

La mia non è una critica a priori alla voglia di cose inutili che ci viene ogni tanto, e che non trovo né immorale né sciocca.

Ma è vero che, tutto quello che è nostro, lo portiamo già con noi. Ed è bello aprire una credenza e scoprirci dentro solo quello che mi serve, o andare in camera ancora in accappatoio, sicura di trovarci solo abiti che mi piacerà indossare.

Il miglior modo di venderci qualcosa è farci credere che ne abbiamo proprio bisogno.

È così che le cose s’impossessano di noi.

 

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