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Ho passato tutta la notte a leggere.

Lo scrivo perché fa figo e perché è la verità: in questi giorni di clima incerto e possibili nuovi confinamientos, sentivo prima caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. Tanto valeva.

Mi sta piacendo molto Jonathan Bazzi, che mi ha fatto scoprire, ahimè tardissimo, Cristina Campo: sto adorando quest’ultima nonostante nel libro che linko ci sia uno sconcertante prologo, il cui autore fa una distinzione tra “scrittrici scrittrici” e “scrittrici scrittori” (ok).

Poi, verso le cinque del mattino, ho attaccato a leggere Gone Girl, con tutti i pregiudizi del caso su un romanzone che temevo fosse un po’ leccato, scritto a uso e consumo del film che non avrebbe tardato a farvi seguito: e invece no, niente, non c’è stata storia. L’autrice plasma in descrizioni spicce ed efficaci una lingua che per me è una seconda pelle, riesce a tenermi incollata alle pagine con una storia sorprendente e allo stesso tempo complessa, piena di risvolti profondi.

Spesso invece, quando leggo in italiano, mi devo sparare un pippone di quattrocento pagine sulle nevrosi del(la) protagonista, in attesa dell’evento esterno (magari una morte) che risolva il romanzo. O mi devo affidare a un giallo scritto bene, pregando di non trovarci troppi cliché su donne e personaggi di altre nazionalità. Datemi il tempo di smentirmi: dopo anni di anglofilia ho ricominciato da poco a leggere nella mia lingua. So che mi sono persa anche belle storie, da sempre. Il fatto è che mi chiedo quante altre storie non approdino neanche in libreria, respinte dalle case editrici per motivi molto diversi dalla loro qualità.

Non sarà anche per il mondo dell’editoria in sé? Se lo chiedeva ieri Roberta Marasco:

Il problema è che non c’è la voglia di leggere. E se è così, la colpa è anche di chi di quella voglia ci campa, che dovrebbe suscitarla, risvegliarla o crearla dal nulla e invece spesso si limita a darla per scontata e a pretendere che ci sia, che esista a priori. Ergo, la colpa è nostra, non dei lettori. Gli ignoranti, se proprio vogliamo trovarne uno, siamo noi che lavoriamo nell’editoria e che ignoriamo come farla nascere e proliferare quella voglia. La voglia di una delle cose più belle e gratificanti del mondo, quasi magica, per il modo in cui ti arricchisce e ti cura, e noi invece di farla venire la facciamo passare.

D’altronde quella editoriale è un’industria che si fonda sulle passioni di chi ci lavora, come ricorda quest’articolo, e che con questa scusa sottopaga la schiera di dipendenti che la mandano avanti: editor, correttori di bozze, lettori professionisti… Più parlo con voi che lavorate nel campo, più mi sento quasi fortunata, nei pur surreali screzi con parte della piccola editoria: quella che ti chiede soldi per i firmacopie ai festival e ti dice bugie sulla quantità di copie vendute.

Se questo è il quadro, afferma un’amica editor che ha il vizio di pagarsi l’affitto con regolarità, si finisce spesso per lavorare male: tu come editore mi dai due, tre euro l’ora? E io ti devo dedicare per forza meno tempo, meno attenzione. Poi vatti a lamentare perché i giovani rifiutano il lavoro. Ci sono “giovani” di quarant’anni che, a furia di accettare lavori pagati una miseria, hanno davanti un futuro che definire incerto è un eufemismo, oltre che un cliché.

Allora che si fa? Ci si organizza. Come questi giovani qui.

Ieri, con un amico, discutevamo dell’idea (un po’ controversa) per cui, se non troviamo la felicità dentro di noi, non la troveremo da nessuna parte. Per me, l’unico modo per non trasformare lo slogan in una trappola per dipendenti da sfruttare è prenderlo come una sfida: sapere chi siamo, sapere che siamo noi a prescindere da quanto possediamo o siamo riusciti a “fare” nella vita. Nella mia esperienza, una volta raggiunta questa consapevolezza siamo anche meno propensi ad accettare che ci trattino come bassa manovalanza, come sa bene chi si mobilita per ribellarsi a condizioni molto peggiori delle nostre.

Ecco, da privilegiata senza un affitto da pagare posso solo immaginare quanta disperazione ci sia dietro le mobilitazioni, i dibattiti interni, i “no” detti a fatica e con la paura del licenziamento: ma prevale il pensiero delle spese, della rata del mutuo, dei tanti anni persi in stage quasi gratuiti.

Non è tutto, però: come ci si aspetta che gente che legge, gente che ai libri si dedica per mestiere perché ha letto tanto, se ne stia anche con le mani in mano mentre la sfruttano?

A questo proposito, e per agganciarmi ad altre lotte a cui tengo, vi lascio con un meme che mi è piaciuto molto:

Poi dice che i libri non migliorano la vita.

 

IMG_20200710_140905_382Cascate male: oggi sono più scema del solito.

Ho un manoscritto da rivedere, a cui tengo: è la storia di un certo signore che conosco, che a un certo punto ha deciso che, se la società prescrive una vita tutta casa e lavoro, lui preferisce la strada.

Ce l’ha fatta almeno in questo, e va avanti e indietro nella società e fuori, con un’irresolutezza che Foucault aveva in qualche modo previsto: non possiamo semplicemente uscire da un sistema che ci prescrive gli stessi termini in cui pensiamo. Perfino la nostra lingua, con i suoi costrutti, ci fa vedere le cose in un certo modo e non in un altro.

È che in questi giorni mi sono interrogata a lungo su cosa determini le nostre decisioni: lo so, domanda oziosa e irrisolvibile. Cosa ci fa volere ciò che vogliamo? Se siete entrati come me nel… tunnel di Dark (ah ah ah) ricorderete la frase di Schopenhauer che prova a dare un senso a quella roba che comprenderò forse giusto nel 2052 (ok, la pianto).

È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole.

Questo dove ci lascia? Forse, nel bel mezzo di una pandemia in cui non sappiamo cosa ci toccherà a ottobre? Forse.

Tanto le nostre speranze, quelle che finora ci avevano presentato come la nostra massima aspirazione, erano già state spazzate da una prima crisi economica, insieme a carriere promettenti e cattedre umanistiche. Allora avevamo aggiustato le nostre pretese, avevamo deciso che non fossero indispensabili tutte le cose che i nostri genitori avevano ottenuto più facilmente di noi. In fondo, un posto fisso “era noioso” (sentita davvero da un alunno irlandese), e una famiglia che du’ palle: noi vogliamo essere liberi di girare il mondo, no? Thailandia in sacco a pelo, evviva! C’eravamo fatti andare bene quello che c’era: le tariffe aeree economiche e la manodopera a basso costo, che poi eravamo noi.

Quelli di noi che avevano privilegi economici, o sociali, o di qualsiasi tipo, se ne sono serviti per salvarsi da soli almeno per un po’: entrare nel circolo chiuso grazie alle “conoscenze”; beneficiarsi dei suoceri in loco per figliare anche all’estero, mentre le altre espatriate incinte ripartivano in massa; procurarsi (esempio a caso…) una rendita che consenta di accantonare le ore d’insegnamento a 15 euro lordi per i propri manoscritti da correggere (e onore a chi scrive così bene, svolgendo anche un altro lavoro fondamentale in società).

Insomma, sembravamo avviati a un mondo in cui c’era pure la moratoria sull’età: i quaranta sono i nuovi trenta (occhiolino). E poi?

Poi la pandemia e il nuovo capitombolo.

Un mondo fragile si accartoccia su se stesso, con conseguenze imprevedibili. Perché questo è l’aggettivo giusto: imprevedibile. Non sappiamo cosa succederà. Non so voi ma, con la mia ansia certificata, non sapere è più angosciante che prepararsi al peggio.

Così aspetto con voi, contenta e triste insieme: qualsiasi cosa accada, il mio mondo non ne verrà troppo scosso. I libri restano lì. Quelli letti, quelli scritti, quelli da scrivere.

Ma lo dico sempre: ci salviamo solo insieme.

E allora capiamo una cosa: che questo nostro mondo è interconnesso sul serio. Che se cado io cadi tu, cantava una ai tempi miei.

E allora vediamo di trovare soluzioni, di cambiare stile di vita, di trovare una risposta a ciò che dovremmo sul serio cominciare a chiederci: come ci conviene vivere? Chiediamocelo al di là di ciò che vogliamo, o al di là di ciò che ci è stato insegnato a volere.

Chiediamocelo e a quel punto sì, che cadremo insieme.

Solo che, per fortuna, cadremo in piedi.

 

 

 

Dal Facebook di Sindihogar

Le ho viste nominare più spesso di quanto temevo nei dibattiti sul lavoro, e sulle categorie colpite dalla pandemia: le collaboratrici domestiche, le badanti, le donne delle pulizie… tutte quelle categorie che in spagnolo sono definite trabajadoras del hogar, lavoratrici della casa (o domestiche).

Adesso si tratta di ascoltarle, perché loro alzano la voce ma hanno pochi microfoni a disposizione: un tizio su Facebook, tempo fa, rispondeva ai pur blandi propositi istituzionali di regolarizzazione con una considerazione tipo “Poi chi si può permettere la badante per i nostri vecchi?”. E certo, la soluzione a un mancato welfare è schiavizzare una lavoratrice straniera che è privata strategicamente dei mezzi legali per far valere i propri diritti. Uhm, mi sa che non è la mia rivoluzione.

E da apprendista alleata, bianca e di classe media, sospetto non sia neanche la rivoluzione di Rocío Echeverría, rappresentate di Sindihogar/Sindillar: Sindicato Independiente de Trabajadoras del Hogar y del Cuidado. Traduco l’intervento di Echeverría in una manifestazione tenutasi davanti alla Borsa di Barcellona lo scorso 21 giugno. Sono sicura che esistono interventi del genere anche in italiano. Per il momento, ecco il testo, tradotto alla buona, di quanto dichiarato dalla portavoce di Sindihogar (Sindillar in catalano):

“Abbiamo la segretaria Hana Jalloul, segretaria di stato addetta alle migrazioni, che ha detto poco tempo fa alla stampa, che le persone come noialtre, perché siamo molte donne, la maggior parte in situazione irregolare, lavoratrici sfruttate, schiavizzate, tenute come interne in casa, senza avere la possibilità di reclamare i loro giusti orari di riposo, perché gli sono confiscati i documenti d’identità, perché non sono ascoltate nelle questure quando vogliono sporgere qualche tipo di denuncia, perché siamo ignorate di continuo… Questa signora dice che di noi, compagni e compagne in una situazione irregolare, ci si prende cura per bene perché le ONG si fanno carico delle nostre esigenze, e noi le diciamo che è una bugia: questo è burlarsi della nostra precarietà, della nostra miseria, della nostra fame! Lei non può dire che l’irregolarità delle persone migranti non è di competenza dello stato, ma dei comuni, perché siamo stanche del fatto che se ne lavino le mani, e si palleggino tra loro i nostri diritti. Voglio anche dire oggi, in rappresentanza delle mie compagne, che questa pandemia, questa crisi, ha buttato la maggior parte di noi in mezzo a una strada, che non abbiamo avuto niente da mangiare in questi giorni, signori dello Stato, signore dello Stato, dei Governi, che si vantano tanto di essere femministe, ma non applicano questo femminismo inclusivo!

Voglio dirvi qui, a nome di tutte le mie compagne, lavoratrici domestiche, badanti, donne delle pulizie come le compagne Kellys, che siamo maltrattate ogni giorno, veniamo a dirvi che abbiamo tutte le forze per poter reclamare, e continuare a farlo, per vederci riconosciuti i diritti fondamentali come a qualsiasi lavoratore qui nello Stato, e voglio concludere rivolgendomi ai signori, ai gran signori della Generalitat, e in particolare al signor Oriol Amorós, e glielo dico perché ero presente, perché mi chiesero di partecipare a una riunione, perché volevano informare su un piano d’azione diretto esclusivamente a lavoratrici della casa e badanti in situazione irregolare, e in tale riunione in nessun momento mi vollero dare la parola, o ascoltarono le mie domande. E allora dico io a loro: come vogliono fare un piano d’azione, reclamando a gran voce che hanno come obiettivo noi, lavoratrici in situazioni irregolari, se non sono neanche capaci di ascoltarci e sapere cos’è che vogliamo? Siamo stanche, stanche che il patriarcato istituzionale ci dica cosa è meglio per noi. Siamo noi che dobbiamo dire a loro cosa vogliamo e cosa ci serve! Per questo ripetiamo oggi e sempre, finché non ci venga concesso fino all’ultimo diritto: documenti per tutte! Documenti per tutte!”.

 

Tornano i mondiali di nascondino nella città fantasma di Consonno ...

Da ecodibergamo.it

Attenzione: momento trauma.

(No, i miei chiamano così i miei aneddoti strappalacrime sull’infanzia sgarrupata degli ’80-’90.)

Ero al mare, avevo dieci anni e le cose procedevano proprio a gonfie vele fin dall’inizio: in albergo, la figlia maggiore dei proprietari mi aveva fatto credere, per scherzo, che un ragazzino invero grazioso fosse in fissa per me, con la complicità del diretto interessato. Ma stiamo parlando di questo che mi metteva le mani sulla spalla o mi circondava la vita, eh! E niente, era uno scherzo crudele, fatto così per passare il tempo, come tante cose umane.

Vennero altri gitanti, dal Nord. Una comitiva di lombardi aveva due figlie al seguito: ragazzine che già si mettevano il bikini e amavano la tintarella. Nella piccola pensione si installarono anche altre famiglie, alla spicciolata. Due ragazzi dodicenni di Milano, con cui feci amicizia, mi spiegarono che puntavano alle giovanissime dee in bikini, e che, anzi, “se le erano divise”. Questa frase non mi piacque proprio per niente, non sapevo dire bene perché: mi dava un fastidio estremo. Però le mie amichette dei primi giorni erano partite, e volevo assicurarmi l’attenzione di quei quasi-coetanei.

Allora, per un’intera sera dedicata al gioco del nascondino, aiutai i due ragazzini a scegliere gli angoli migliori per mimetizzarsi, e feci da piccola vedetta… partenopea. Mi resi conto solo dopo che questo mi aveva aggiudicato, certo, la loro benevolenza, ma ero passata più che altro per la sfigata in fieri che sarei stata ufficialmente alle medie, di lì a qualche mese. In ogni caso, restavo una figura minore rispetto alle fanciulle in fiore (e in due pezzi) con cui i miei protetti non si erano neanche scambiati una parola: sarei rimasta in secondo piano anche se li avessi seguiti a Milano e gli avessi suggerito tutte le risposte a compiti in classe, esami finali, test universitari fino alla laurea.

La cosa mi deluse, e intuivo che la bellezza oggettiva (qualsiasi cosa significhi) che mi si attribuiva da bambina cominciava a guastarsi proprio adesso che sarebbe stata davvero d’aiuto: anzi, a occhio e croce sembrava essere quasi l’unica moneta di scambio per godere di una certa stima tra i miei pari. Trascurai il fatto che, quando alla fine le conobbi, le dee in bikini si rivelarono ragazzine simpaticissime, che giocavano con le loro forme adolescenti senza dimenticare, in barba alle dicotomie corpo/mente, di avere un cervello e farlo funzionare. Al termine delle vacanze uno dei due ragazzini, che per gli standard di un’epoca di fat shaming sarebbe stato considerato obeso, partì senza potermi salutare, e imbattutosi in mio padre gli disse di mandarmi “Tanti baci”. Allora un po’ gli stavo simpatica!

Vi sciorino questo pippone per due motivi: uno è che ieri ho letto questo articolo di Lea Melandri sulle donne e la loro tendenza a rendersi necessarie, con cui sopperirebbero alla mancanza di potere su quasi tutti i fronti (tranne quello del lavoro di cura). Pensavo che io ci ho provato spesso su molti fronti, non solo quello amoroso: ho provato a “rendermi utile”, se non necessaria, con amicizie di diverso genere (e di diversi generi). Mi sono resa una figura ancillare, convinta forse di non avere altro da barattare che una generosità che, m’insegnava un tempo il catechismo, veniva sempre ricompensata almeno col Regno dei Cieli. Con quello degli Uomini, boh, era tutto da vedere. Avrei scoperto solo dopo i concetti americani di ragazza “cool”, e di prossimità al potere.

Ma non vi ho detto il secondo motivo per cui vi ho raccontato di quell’estate lontana. È che mi sono ricordata di una frase che mi era rimasta impressa: un giornalista ucciso dall’ISIS, a proposito di un suo precedente rapimento, aveva dichiarato di aver parlato con i suoi carcerieri, di esserseli fatti quasi amici. “Ho scoperto che, se il sistema è disumano, le persone che lo compongono sono, invece, umane”. Devo dire che la sua frase mi ha aperto un mondo: o meglio, me l’ha riassunto.

Perché, guardiamoci un po’: siamo delle comparse in una recita a soggetto di cui abbiamo, però, un canovaccio più o meno prestabilito, da cui dipende in gran parte il successo di pubblico. Ben pochi di noi sono in vena sul serio di prendersi i pomodori. È umano anche quello.

Ed è umano, come in quegli eterni giochi di bambini (spesso, appunto, recite a soggetto) che sembra non finiscano mai, è umano che a un certo punto si voglia cambiare tutto: lo scenario, il copione. I protagonisti, soprattutto. Sempre gli stessi? E su, su, facciamo che andiamo sotto un po’ per uno… o per una, magari.

Io ho avuto un’infanzia pasciuta e sana, ma piena di piccoli segnali d’allarme: lo psicodramma che vi avrebbe fatto seguito era inutilmente sciocco. E i bambini, se ricordo bene, si annoiano con quei giochi che comportano un sacco di fatica e poco divertimento: di solito, quando accade, si ribellano alla spicciolata, finché non si decide in massa di cambiare gioco.

Tutt’è ricordarsi come si fa: sia a pretendere, che a cambiare.

 

(Una canzone che, di lì a poco, avrebbe dissipato ogni mio dubbio su quello che mi aspettava.)

 

 

A me fa piacere che se ne parli.

Più di dieci anni fa, mentre il mio ex di Napoli era impegnato nelle prove di un concerto, venivo lasciata con le altre groupies davanti a uno schermo acceso su Ciao Darwin: davano una sfilata di donne in biancheria intima, circondate da uomini ululanti.

Chi mi conosce immaginerà le convulsioni. Il Metodo Ludovico mi sarebbe sembrato una dolce cura, in quel momento.

“Ma che ti aspetti?” mi sfotteva la fidanzata del cantante. “La televisione è così: fa schifo”.

E invece no. Davanti alla televisione vi radunate ancora un bel po’ di voi: è un peccato che vediate roba schifosa, no? E poi io stessa, che da tre traslochi a questa parte non sento l’esigenza di montare l’antenna, faccio un largo uso di tormentoni e citazioni di perle meravigliose: quelle della Gialappa’s, quelle che ho preso da Boris, e qualcuna che ricordo dei programmi di satira della Rai.

La questione è che, perfino in Italia, si sta mettendo in discussione un po’ tutto, compresi i dinosauri che si tengono bello stretto il potere e non mollano: e bene così. L’amore generalizzato per Franca Leosini (che a me ricorda per toni ed espressioni una professoressa tremenda del liceo), viene messo in discussione nel momento in cui la conduttrice invisibilizza il femminicidio e bombarda di stereotipi le sue intervistate.

Ma che davero? La sua replica mi sembra degna di quei commenti su Facebook sul tenore di: “I neri sono tutti ladri. Opinione mia”.

Christian Raimo si permette di chiamare Montanelli per nome, ma lo fa in un programma dominato da uomini bianchi (non simpatetici su una questione che riguarda donne e bambine, soprattutto se razzializzate) e da una giornalista che ripete banalità del tipo “bisogna contestualizzare”. Lui abbandona la trasmissione, riceve critiche anche solo per aver partecipato a quella monnezza: un po’ come la pensava in merito, in quella sala prova di oltre dieci anni fa, la fidanzata del cantante di cui sopra. Un po’ la capisco pure. Tre anni fa, quando una giornalista di Rete 4 cercava persone da intervistare sul referendum catalano, dissi che ero impegnata (sì, a scriverci un romanzo, scusate la parentesi pubblicitaria!). Il tizio che invece ci andò al posto mio abbandonò la trasmissione proprio come Raimo, o così ci raccontò poi, per l’impossibilità di dire davvero la propria.

Però resta la convinzione generale che TV è uguale a spazzatura, “a parte qualche eccezione”. Ci rassegniamo, lasciamo che quella che è una risorsa, che entra in tutte le case molto più facilmente del materiale adatto alla Didattica a Distanza, sia solo un riflesso del peggio di noi.

Per questo mi fa piacere che questo postulato si metta in discussione, che si chieda a gran voce lo stesso spazio che si prendono altrove le voci contemporanee che, piano piano, stanno cambiando il paese: vogliamo che realtà meno ammanicate o strutturate possano raggiungere anche la televisione, in barba alle ben note logiche di potere che la governano da anni. È un peccato, per chi ha meno familiarità con la rete, perdersi il podcast di Djarah Kan, Espérance Hakuzwimana e Oiza Obasuyi, e ci è voluto Tlon a promuovere Jennifer Guerra e il suo femminismo, nella nazione dove il diffuso “non si può neanche farvi un complimento” si ammanta di nostalgie folkloristiche.

Però mi piace che la polemica, in Italia, arrivi fino agli spazi televisivi che, a parte i momenti epici che conosciamo (qualche intento didattico e molto Sanremo: Mr. Volare o Rino Gaetano) sono sempre stati diretti alle notizie e a ore di rassicurante svago.

A parte le concioni sugli imbecilli mediatici, il bello della diffusione delle informazioni è che tutto può arrivare dappertutto: quindi, facciamo attenzione agli effetti collaterali e concentriamoci sui vantaggi.

E pretendiamo, dico, pretendiamo che un paese che cambia si rifletta anche nel mezzo che più spesso, e in modo più semplice, ha raccontato quel paese.

Buon lavoro, gente.

 

Anima and Animus | Anima, animus, Animus jung, Carl jung

Animus e Anima. Quando nonno Jung si dava all’arte!

Lo premetto io stessa, guardate: sto ancora a rosica’ perché sono stata esclusa dall’accademia junghiana spagnola.

Però devo anche chiedermi: che ci azzeccavo, io, nella stessa cricca che produce esternazioni come quelle di Raffaele Morelli? Perché voi, giustamente, leggevate nelle sue dichiarazioni il maschilismo di un settantenne italiano, ma io ci vedevo anche la punta dell’iceberg: del patriarcato, ovvio, ma anche di tutti i libri che ho letto sul metodo junghiano. Certo, non erano quasi mai testi dell’originale, cioè di quella creatura di un’altra dimensione che è stata Carl Gustav Jung (un particolare che, comprensibilmente, mi ha tolto cento punti con la commissione dell’accademia junghiana). Confesso tuttavia che mi interessava di più scoprire come le peculiarissime (diciamo così) teorie del maestro fossero state riprese dai suoi allievi. Dalle allieve, soprattutto.

Perché neanche nel momento più nero della crisi nerissima che mi ha fatto approdare a Jung ho preso sul serio l’universalità degli archetipi, che sarebbero inquilini innati di un presunto inconscio collettivo. Semmai ci ho scritto sopra un saggio di master, per la gioia di un professore di mitologia molto critico con l’intera questione: a lui ho indicato gli archetipi come risposte statisticamente rilevanti a problemi comuni all’umanità. Mi  spiego meglio. Secondo me non è che un paziente schizofrenico, quando afferma di vedere il pene del sole, stia richiamando in qualche modo un antico rituale persiano a lui sconosciuto: è che noi esseri umani conosciamo il sole, e nasciamo nella metà dei casi con un pene. Curiosamente, nella storia abbiamo associato spesso le due cose.

Perché, avete indovinato: il maschile sarebbe energia, e il femminile ricettività. Le donne hanno una componente maschile che si chiama Animus: nella sua forma negativa, quest’archetipo le allontanerebbe dalla gentilezza e dall’empatia, mentre in quella positiva costituirebbe, indovinate un po’, l’autorità e la ragionevolezza. In bocca al lupo con la scoperta di cosa sia l’Anima negli uomini! Jung, va da sé, la associa alla vita stessa, e per lui l’unico modo per non essere schiavi delle donne (e fa l’esempio più o meno scherzoso di un anziano che abbandona la famiglia per un’adolescente!) è sviluppare in autonomia il proprio “lato femminile”. Ma cos’è, invece, il femminile per le donne? Facciamocelo spiegare da Morelli in persona:

Tu puoi fare l’avvocato, il magistrato, avere tutti i soldi che vuoi, ma il femminile in una donna è la base su cui si siede tutto il processo. Prima di tutto sei femminile e il femminile è il luogo che suscita desiderio. Le donne lo sanno bene perché tutte le volte che escono di casa e hanno indosso un vestito con cui non si sentono a loro agio, tornano indietro a cambiarsi. Gli uomini non lo fanno, perché noi uomini non diamo così importanza alla forma. La donna è la regina della forma. La donna quando mette un vestito chiama il desiderio, guai se non fosse così.

Forse qualche altro terapeuta avrebbe specificato che il femminile è anche il luogo che suscita desiderio, ma è molte altre cose che, a quel punto, a me non interessa più scoprire. In ogni caso, lo psichiatra italiano non fa che ripetere, temo, i fondamenti della sua disciplina.

Niente paura, però! Già vedevo segni di ribellione a quest’andazzo ai tempi della mia infatuazione junghiana. Nel suo classicone che è diventato un’icona femminista (!), Clarissa Pinkola Estés scrive:

By classical Jungian definition, animus is the soul-force in women, and is considered masculine. However, many women psychoanalysts, including myself, have, through personal observation, come to refute the classical view and to assert instead that the revivifying source in women is not masculine and alien to her, but feminine and familiar.

Se proseguite con la lettura in questo link, vi accorgete che la stessa Pinkola Estés finisce per dare un valore importante alla rappresentazione dell’Animus come di una componente al maschile, ma la premessa che ho citato mi convinceva a suo tempo a dirmi: ok, si tratta solo di eliminare questo preconcetto per cui, nelle dicotomie dentro/fuori, dare/avere, la prima parte tocchi al femminile e la seconda al maschile. Anche la mia analista junghiana, che con me faceva quello che poteva, ammetteva che l’importante era distinguere questi fattori dell’animo umano: poi, che ciascuno traesse le conclusioni del caso sul “genere” dell’energia.

Se visitate le pagine junghiane su Facebook vedete però che è radicatissima l’idea della diversificazione per genere, che d’altronde era uno dei pilastri del maestro svizzero. Che rispetto a Freud, con cui com’è noto era uscito a pesci fetenti, non è stato edipicamente ammazzato a dovere dai suoi seguaci, anche perché, come padre, era per sua stessa ammissione piuttosto spurio: di solito si ammazza il patriarca, mica il figlio ribelle!

Pazienza se il ribelle aveva relazioni con le ex pazienti a transfert non proprio risoltissimo (ma lui non è che credesse tanto nel concetto…) e ha sfornato una delle scuse più belle mai lette in vita mia (purtroppo non trovo più la fonte) per avere un’amante fissa in una società monogama: Toni Wolff per lui era la donna-Anima, a non frequentarla le figlie gli sarebbero venute fuori con problemi mentali, per via del suo “maschile” represso. Viva il poliamore! Pacifico? Be’, non perdetevi le esternazioni della signora Jung (Emma) sulla figura dell’etera, peraltro teorizzata dalla stessa Toni come archetipo femminile: l’etera soffrirebbe per il fatto di non avere figli (Emma Jung, invece, ne aveva in abbondanza), ma ristora l’uomo in un modo che la madre non può uguagliare. Che paraculo ‘sto maschile, oh! Si organizza sempre tutto, “per natura”, in funzione sua.

Vabbe’, di stranezze rispetto ai miei anni junghiani ve ne posso raccontare a decine: la stessa analista junghiana di cui sopra si chiedeva cosa avessi fatto per attrarre ben quattro inseguimenti (tutti “al maschile”) durante il mio soggiorno a Parigi. Morelli sarebbe stato fiero del mio femminile! D’altronde, ricordo anche un autore di self-help che interpretava gli annunci pubblicitari zeppi di seni e fianchi di donne come un omaggio all’Eterno femminino. Vabbe’, nell’ambito del self-help s’è fatta strage di teorie junghiane, mescolate a caso con le filosofie orientali.

Per tutto questo, mentre leggevo del trattamento subito da Michela Murgia, nello psichiatra italiano vedevo soprattutto una sorta di predicatore di una chiesa molto speciale, in cui avevo tentato di entrare anch’io. È un mondo a parte, che mentre prova a reinventarsi continua anche a dare per scontate e universali le norme che lo governano. Solo che, per una volta, un esponente di quel mondo si è sentito dire: “Ma de che?”.

Ecco, magari diciamolo più spesso.

Rete pesca Archivio Fotografico | k16676147 | Fotosearch

Costruiamo reti non per imprigionare, ma per unirci

Ho inseguito a lungo la normalità. Mi sembrava molto esotica.

Ma lei, che ve lo dico a fare, è stata sempre più veloce di me.

Eppure. In un articolo in spagnolo ho letto che, ad appoggiarci e sostenerci durante la quarantena, sono stati in buona misura i rapporti informali. Le famiglie allargate, o quelle che ci scegliamo in età adulta, o le persone che secondo una visione rigida della società non dovremmo neanche frequentare, come un ex o il mendicante sotto casa. Alcuni di questi “alleati atipici” sono accorsi in caso di necessità a darci sostegno o… “portarci la medicina”, come facevano in Napoli milionaria in una nottata ben più difficile da passare.

Com’è possibile? Breve storia triste: un maestro buddista ordinò ai discepoli di legare il gattino del convento durante l’ora di meditazione, perché il micio, con la sua esuberanza, disturbava i monaci. Quella norma proseguì per inerzia anche quando il felino era ormai vecchiotto e poco propenso a muoversi troppo. Intanto morì il maestro, ma il suo sostituto continuò a legare la bestiola, per consuetudine: finché non morì anche il gatto, e il nuovo maestro, per tradizione, mandò a procurarne “un altro da legare”.

Le norme seguono dunque una logica loro, magari imperfetta (#freemicetto), per risolvere una serie di problemi, o presunti tali: poi, però, sopravvivono spesso anche a questi ultimi.

Eppure. È sufficiente mettersi in contesti diversi da quello in cui si è nati per scoprire che le regole sono relative, che altrove ne vigono altre, magari considerate altrettanto assolute. E noi le trasgrediamo, sempre di più e di continuo. Perché ci rendiamo conto che la logica che le ha fatte nascere non sempre sussiste ancora. Il rischio uguale e contrario è fingere che tale logica sia sparita del tutto: così, l’economia informale che tende a mettersi in tasca il diritto del lavoro diventa spesso un nuovo pretesto di sfruttamento, o il poliamore si trasforma a volte nell’opportunità di avere un harem senza accollarsene anche gli oneri (come accade a uomini contrari alla monogamia, ma non al maschilismo). 

Io, nei rivolgimenti degli ultimi mesi, mi sono ritrovata il compagno di quarantena con l’esigenza di cambiare aria, e l’ex con quella di trovare un posto in cui attendere gli esiti della precarietà lavorativa da covid. Così adesso incontro il primo all’esterno, in occasioni ben più amene di una convivenza forzata, e mi ritrovo il secondo a dividere la spesa e gli spazi comuni di casa mia.

Ha un senso, tutto questo? A me sembra di sì. Ciascuno ha seguito i suoi bisogni secondo le sue capacità, e ha condiviso le sue risorse: io una stanzetta libera, il fidanzato l’amore per gli spazi aperti (che con la quarantena io avevo messo da parte) e l’ex la capacità di pulire casa prima ancora che io mi renda conto che sia sporca!

Confesso che continuo a desiderare una stabilità molto più convenzionale e noiosa di questa, ma intanto non abbiamo idea delle proporzioni della crisi economica che potrebbe aspettarci a settembre, i cui prodromi agiscono già ora. Non sappiamo neanche se una nuova quarantena possa costringerci di nuovo tutti a casa.

Così navighiamo a vista, seguiamo nuovi fili e nuove logiche: lo facciamo con lo scoraggiamento di chi deve iniziare daccapo una volta di più, e con la fiducia nel fatto che, in caso, saremo ancora tutti lì, pronti ad aiutarci.

L’unica norma da ribadire fino allo sfinimento resta sempre questa: ci salveremo solo insieme.

 

(Dell’amore non si butta niente.)

 

 

 

FB_IMG_1591866869874 Si torna alla vita normale!

Infatti martedì scorso, verso le nove e mezzo di sera, scendevo da Plaça Sant Jaume in direzione della Rambla, nel secondo giorno utile per godersi la fase 2 della quarantena barcellonese (il giorno prima pioveva a dirotto). Non avevo più limiti di tempo e d’orario, e me ne andavo in giro con la mascherina e la tenuta pantacollant/scarpe da ginnastica che riservo alle passeggiate lunghe.

Imbruniva ma non troppo sul carrer Ferran, che percorrevo a passo spedito circondata da gruppi e coppiette, e qualche passante che, come me, circolava solo. Era stato proprio a me, però, che si era rivolto un tizio che andava in direzione opposta alla mia. Aveva voluto confidarmi ad alta voce una cosa che, a dirla tutta, non avevo capito bene, per via dell’accento italiano e della scarsa padronanza della lingua spagnola: ripensandoci resto indecisa tra “me falta la cabeza” e “te falta una carezza”. In ogni caso avevo risposto: “Sì, sì, hai ragione”. Quello allontanandosi mi aveva gridato dietro altre cose, tra l’ironico e il condiscendente: non capiva perché m’innervosisse essere interrotta nella mia passeggiata da uno che, boh, voleva solo assicurarsi di poterlo fare.

Proseguivo perplessa. Un altro tizio mi veniva incontro, anche lui in direzione opposta alla mia: pelle scura, t-shirt color oliva, lattina di birra in mano. Vedendomi mi aveva lanciato un “Hola, guapa” ubriaco, e la sua improvvisa virata a 180 gradi era diventata un inseguimento quando avevo cambiato marciapiede.

Quando gli avevo intimato di lasciarmi stare, si era arrestato e mi aveva replicato, traduco letteralmente: “Stai zitta! Ricchione!”. Quindi era tornato sui suoi passi. A quel punto, esasperata, costeggiavo ormai Plaça Reial, quando un ragazzo in bicicletta che aveva al massimo una ventina d’anni s’era staccato dal compagno ciclista, con cui sostava fuori al KFC all’angolo con la Rambla. Quindi, pedalando con una certa esitazione, mi si era avvicinato apposta. “No, eh” avevo pensato.

Ma lui: “Stai bene?”. Me l’aveva ripetuto due volte, perché capissi: doveva aver assistito almeno al secondo alterco e, suppongo, voleva davvero confortarmi. Aveva l’accento del posto. Credo percepisse la mia perplessità iniziale, la chiusura a riccio che già cominciavo a mettere in atto: poi spero che il mio sorriso gli sia arrivato anche da sotto la mascherina.

Finalmente, la Rambla. Mentre riflettevo su quanto mi fosse accaduto nello spazio di pochissimi metri, un tizio con la brillantina e i tratti che davo per latini (anche lui veniva in senso opposto al mio) mi lanciava un suadente: “Adéu…”, che pareva più un “Hola, cosa ci fai fuori dal mio letto?”.

Confesso che il primo istinto era stato osservare i miei indumenti: in fondo così ci addestrano, no? A pensare che c’entri qualcosa ciò che indossiamo. Embe’, i pantacollant erano sempre neri e un po’ larghi, la maglia abbinata cadeva morbida sui fianchi e il foulard mi scendeva ancora sul petto: un accorgimento che mio malgrado prendo da quando, tra portare un reggiseno e respirare, scelgo la seconda opzione. Avevo pensato allora che la mascherina mi copriva i segni del tempo: sospetto da un po’ che l’età che avanza mi stia proteggendo in parte da episodi del genere. Non tanto perché a vent’anni si rientra più facilmente negli standard di bellezza diffusi, ma perché, chissà per quale motivo, da più giovani si è considerate anche più disponibili e fragili: un bersaglio facile, insomma.

E poi, oh, che dicevo all’inizio? Si torna alla normalità. A marcare il territorio, a fermare una perché al massimo, specie se hai il colore di pelle giusto, passerai per maleducato e non per un molestatore. In una parola: perché puoi farlo.

Ed è ovvio che “non tutti gli uomini lo fanno”, però forse è su questo che non ci capiamo: il ragazzo in bicicletta, per quanto ne sapessi io, avrebbe potuto regalarmi anche lui qualche fantastica confidenza o frase insinuante, oppure avrebbe potuto solo informarsi del mio stato d’animo, come poi aveva fatto. Il punto è: era una decisione sua, non mia. Poteva fare entrambe le cose. Io potevo al massimo aspettare a vedere cosa facesse e, se fosse andata male, compiere un’esaltante scelta tra subire e reagire, con tutti i rischi del caso.

Quindi non è: “gli uomini sono”… Ma è: gli uomini possono essere.

Prenderla sul personale è una tentazione che ha solleticato anche me quando, nei film americani, sentivo che “white man”, o “gringa” era usato come un insulto. Peccato che poi la polizia mi ha sempre trattata coi guanti, a me. Forse ci diamo troppa importanza, quando la buttiamo sul personale: siamo parte di una categoria che può discriminare  le altre, con esiti anche letali, e può farlo senza tutte le conseguenze che la legge prevede o dovrebbe prevedere. Non approfittare di questo privilegio è fare la metà del nostro dovere. Per capirci: il giovane ciclista del mio terzo incontro non è una brava persona perché non ci ha provato, ma è una persona gentile perché mi ha chiesto come stessi.

Quando mio padre, nella sua ultima visita, mi consigliava “prudenza” sull’ora di rincasare (di nuovo il controllo delle donne!), gli ho chiesto se lui avrebbe accettato delle limitazioni di movimento per il solo fatto di essere qualcosa (mettiamo, un napoletano in un quartiere leghista, o un signore anziano in una zona famosa per le rapine frequenti).

Papà non sapeva cosa rispondere, capisco che voleva solo sapermi sana e salva. Ho letto le testimonianze di diversi padri che si sono posti il problema solo quando hanno avuto figlie femmine.

E sì, meglio tardi che mai, ma non è questo il punto.

In fondo, essere ciechi ai problemi altrui è un privilegio che funziona così: se non lo vediamo, con ogni probabilità ce l’abbiamo. E possiamo permetterci di fregarcene.

E allora, che vi devo di’? Buona passeggiata.

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marcheseQuando vennero a Barcellona dei delegati di Potere al Popolo, andai alla riunione con piacevoli aspettative e una grande curiosità: e mo’, che ci dicevano?

Quelli che… “noi non siamo scappati dalla nostra terra”, che argomentazioni avrebbero usato mai con noi scappati di casa?

Forse avrete già indovinato. Il discorso s’incentrò su un cauto: “Voi ve ne siete dovuti scappare”.

Era proprio imbarazzante l’idea che volessimo essere lì: perché “la terra”, banalmente, è pure un pianeta, dove purtroppo le ingiustizie sono di casa un po’ dappertutto. Anche le fatidiche radici sono vissute in modo diverso da ogni singolo individuo. Quando rivedo bene La ragazza con la pistola, espatriata per onòre, mi chiedo se io, in realtà, non sia inglese, rispetto a una strepitosa Monica Vitti che rifiuta la birretta con la ex del fidanzato e sembra stare sempre lì a chiedere: “Ma voi non avete sangue nelle vene?”. Sta’ a vedere che io, oltre che inglese, sono anche vampira. E sono sicura che, cinquantadue anni dopo, “vampiri” che sfuggano agli scanzonati cliché da commedia all’italiana si trovino eccome, nella mia terra d’origine. Per questo ripeto che c’è chi parte proprio perché ha coraggio, e chi per coraggio resta.

Dei miei tre espatriati preferiti (e sì, torno al romanzo), Irene è partita per amore, Marco per lavoro, e Tati per “cambiare il mondo” (cosa che d’altronde, con scarso successo, provava a fare anche in Italia). Riescono a trovare quello che cercavano? Non spoilero, ma diciamo che dipende molto da quante aspettative avessero, e da un’illusione diffusa: che le condizioni esterne facciano il grosso del lavoro. Io dico scherzando che fanno il 90%, specie in una città cosmopolita come quella in cui abito: ma, secondo me, ad avere l’ultima parola è quel 10% costituito dal nostro modo di vedere il mondo.

Se quello non funziona, facciamo poco ovunque siamo. La buona notizia è che questa visione del mondo cambia, specie se propiziata da una serie di botte di culo: tipo quella di avere tempo a disposizione, e risorse per utilizzarlo.

C’è gente infatti, non dimentichiamolo, che sembra avere l’incredibile colpa di non possedere il passaporto giusto. E che, agli occhi di chi le dovrebbe rilasciare quest’ultimo, non sembra mai fare abbastanza per ottenerlo, che si tratti di cambiare pannoloni o spaccarsi la schiena in un campo di pomodori.

Alla prima riunione del Sindacato delle inquiline (plurale inclusivo catalano), un signore anziano prese la parola e tuonò contro questi “ragazzini” che trascorrono un anno a Barcellona e quello dopo a Berlino, e intanto fanno lievitare gli affitti nelle zone in cui si concentrano. A una riunione al Pati Llimona sul turismo che distrugge i quartieri, un’infermiera di mezza età sosteneva che certi abitanti italiani e francesi del Barrio Gótico vivevano come eterni turisti: si ubriacavano e drogavano senza aggiungere molto alla vita sociale del quartiere.

Peccato che, a parte la sindrome da Little Italy che pure detesto, in tanti espatriano un po’ allo sbaraglio a vent’anni, perché non trovano lavoro in Italia. Allora si fanno un lavapiatti tour in varie città europee, oppure si fermano nel primo posto in cui arrivino a superare i 1000 euro al mese: senza però considerare che un giorno potrebbero non vedersi rinnovato più il contratto per raggiunti limiti d’età. Non di sola droga vive l'”expat”, che poi significa “migrante col passaporto giusto”.

Per fortuna, almeno al signore indignato del sindacato è stato risposto che viaggiare è un diritto, con tutti i problemi che comporta. Io avrei aggiunto che, se non si riesce a istituire un calmiere per gli affitti, la colpa non è di questi presunti hipster internazionali, che non possono neanche votare alle elezioni politiche.

Se vedete bene, per quanto ci sia un abisso tra passaporti giusti e sbagliati, è molto difficile che la colpa dei problemi di una società sia attribuibile a chi ne faccia parte da poco. Il fatto è che viaggiare porta allo scoperto i problemi strutturali: la voglia di “accogliere” nuovi membri nei periodi di bonaccia, a patto che se ne stiano al posto loro, per poi straparlare di radici e d’identità solo quando è rimasto poco da spartire.

Sono storie che troviamo dappertutto, e dappertutto curiamo insieme.

Che si vada o si resti, “insieme” è la parola.

 

Per spiegarvi il nuovo romanzo, ve ne racconto uno che ancora devo scrivere.

Parla di una tizia che si è fatta un punto d’onore di trasformare tutte le sue sfighe in capolavori. È un po’ ossessionata con quella storia, sapete? La questione dei cocci giapponesi che si rimettono insieme con l’oro fuso. Un metodo di riparazione senz’altro spettacolare, che però, come suggeriscono in BoJack Horseman, non sembrerebbe particolarmente efficace. Ma la nostra eroina che non c’è (o non c’è ancora) è proprio ossessionata: non riesce ad accettare che, oh, le cose a volte vanno storte e basta. Accettarlo e passare oltre è la migliore delle riparazioni possibili.

Eppure. Questo libro mi prova che la mia protagonista inesistente un po’ ha ragione: quasi tre anni dopo aver scritto la prima bozza, mi rendo conto che da tutta quella faccenda complicata e a tratti angosciante ho ricavato “almeno” Una via dritta, che da ieri potete prenotare o, addirittura, trovare in libreria.

E la storia, mi sa, la conoscete: anzi, grazie ancora a chi mi contattava sui social per assicurarsi che fossi tutta intera! Il romanzo inizia quando Mariano Rajoy prende bene i preparativi per il nuovo referendum indipendentista (il terzo da quando sono a Barcellona, e all’inizio, mi dicevano, neanche il più votato al successo). Ai tempi nel porto barcellonese, decorata da una surreale effigie di Titti, era arrivata una nave carica carica di… polizia!

Sarebbero scesi, gli agenti? Avrebbero risposto con le manganellate a quell’insolita occupazione fuori stagione? Ero rimasta col dubbio fino al 30 settembre 2017, mentre osservavo le famiglie che riempivano di cartelli e tapitas da spizzicare le scuole e i centri culturali al cui interno, intanto, si preparavano le urne. Adesso, dalle parti della mia nuova casa fin troppo centrale, c’è un negozio che pretende di vendere ai turisti alcune di quelle scatole di plastica bianca, con sopra una bandiera catalana stilizzata: mi dicono che le originali, però, sono patrimonio dei centri che le hanno custodite, nascoste e, all’occorrenza, difese con la propria pelle.

Perché di questo si trattava: della pelle. Quel primo ottobre in cui io cominciavo la carriera di spettatrice perplessa di fatti che mi avrebbero sempre vista un po’ in disparte, gli agenti avevano abbandonato fin dalle prime ore notturne la “nave di Titti”. Anche a casa mia, qualcuno sarebbe sgusciato fuori qualche ora prima che uscisse il sole, con indosso il gilet fosforescente degli osservatori dei diritti umani.

L’unica scena che non inserisco nel libro, perché è solo mia, è proprio quella dell’abbraccio tra me e il… gilet di cui sopra, avvenuto a mezzogiorno fuori all’associazione in cui quel piccolo esercito pacifico e un po’ fluo faceva un rapporto pieno di speranza, ma anche di brutte notizie: un manifestante aveva perso un occhio (ancora proiettili ad aria compressa!). Inoltre, tra le immagini di feriti che circolavano in quelle ore c’era una signora anziana con la testa spaccata, parente lontana della Pepita del libro. E intanto, alcune testate internazionali più realiste del re provavano a dimostrare che quelle dei pestaggi erano immagini di repertorio, che meno persone di quelle dichiarate s’erano presentate in ospedale… Una blogger italiana, che aveva vissuto a Barcellona decenni fa, formulava giudizi molto seguiti su una città un po’ da cartolina, in cui non riconoscevo quella che abitavo io nel presente. A me tutto questo sembrava confuso e alienante.

Ma nei giorni successivi avevo assecondato un mio antico difetto: sorridevo a tutti, provavo a mediare. All’improvviso tanta gente, presa dall‘incertezza politica, dal clima di violenza e dall’esodo delle banche verso altri lidi, sembrava avere una gran voglia di litigare.

Quando m’ero ricordata che non si può sempre sorridere, avevo mandato un po’ tutti aff…, m’ero messa al computer e avevo inventato Irene, Marco e Tati. O meglio, li avevo assemblati come una sorta di Dottor Frankenstein interrotto a ogni piè sospinto da una telefonata in lacrime (“Esco dal gruppo!”, manco parlassero di una rock band), o da una rabbiosa incursione dal vivo (“Di’ ai tuoi amici italiani che sparano cazzate su Facebook…”).

Insomma, come già col primo romanzo, avevo preso delle angosce vere e le avevo fuse come oro “riparatore” per affidarle a tre corpi inventati, ma in movimento: quelli di Irene, Marco e Tati. Dove vanno i nostri eroi, il giorno del referendum? A salvare una vecchietta, solo che non lo sanno. In un romanzo più serio si direbbe che vanno incontro al loro destino. E in questo incrocio di destini, nella conciliazione impossibile e imperfetta che provoca, si è giocato quello che restava della mia sanità mentale. Troppo drammatico? Ok, facciamo “della mia lucidità“, allora. O anche solo “della voglia di fare”.

Per credere che ci potesse essere una pace non apparente, tra me e una Barcellona gentrificata e contraddittoria, ho dovuto cercare questa tregua tra le righe, tra le parole che il buon Andrea mi ha estorto di revisione in revisione, quando il papocchio iniziale era diventato una cosa seria, e toccava dare movimento a prime bozze troppo statiche, o drammatizzare situazioni di coppia che, chissà perché, non volevo esplorare fino in fondo.

Era paura, la mia? Forse. La paura del cambiamento, che tanto avviene lo stesso e, che ci piaccia o no, si lascia dietro un sacco di cocci rotti. Possiamo “ripararli” con tutto l’oro fuso del mondo, ma non funziona tutte le volte.

Raccogliere i cocci, però, è un buon esercizio.

Sono contenta che questo romanzo, che ora affido a voi in tutte le sue crepe nude, mi abbia aiutato nell’operazione.

Continua.

 

(Una canzone che all’epoca mi agghiacciava.)

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