Archivi per la categoria: e comunque…

Risultati immagini per votantonio votantonio Fino all’ultimo volevo chiamare questo post “Autoinganni”, in riferimento alle maniere molto sottili che abbiamo di “girare la frittata”, di convincerci che il mondo va come diciamo noi, solo che non se n’è ancora accorto.

Faccio spesso l’esempio dell’Orlando friendzonato (girato quando Ariosto ha venduto i diritti a Netflix), che capita in un boschetto di alberi vandalizzati da Angelica e Medoro. Leggendo le iscrizioni lasciate dai due innamorati (e meno male che non c’erano ancora i lucchetti!) il Nostro decide che in realtà la ragazza volesse dichiarare il suo amore a LUI, ma che per dissimulare gli avesse dato un soprannome. Come direbbe Veronika, la televenditrice interpretata da Lucia Ocone: “Seh, e allora io so’ vergine e incensurata!”.

Ma siamo tutti un po’ Orlando, quando ci mettiamo. Riporto qui alcuni casi che trovo emblematici, aspettando i vostri.

  1. Il personaggio skomodo. C’è in tutti i gruppi Facebook d’italiani a Barcellona, e in tutti i gruppi e basta (di amici, colleghi…). Alcuni collettivi di espatriati sono proprio dedicati alla skomodità, come se non bastassero le nostre stanze 1 metro x 1 metro a soli 350 euro al mese (quando ci va bene)! Lo skomodo non rompe mai le gonadi, fa sempre e solo satira (specie quando non la fa). Al massimo dice, appunto, le verità skomode. Sua specialità è langiare una provogazzzione: che so, postare su Facebook un link che annunci la scoperta di un truffatore. Cliccandoci sopra approdi sul tuo profilo, scherzone stratosferico, e se ti lamenti con lui ti dà anche dell’imbecille, uno senza senso dell’umorismo. Perché lui è scomodo. Non gli frulla neanche per un attimo l’idea che, magari, potrebbe star dicendo davvero delle cagate pazzesche, o facendo scherzi idioti. Certa gente nasce con la camicia.
  2. La sottovalutata. O sottovalutato. Metto prima il caso femminile per fare autocritica: ha fatto comodo anche a me partire da un problema sociale reale (l’educazione femminile alla sottomissione),  per argomentare che “se gli uomini non sono interessati a me, è perché hanno paura di una donna che non sia sottomessa”. Ok, adesso lo ammetto: a volte non era nessuna paura, non mi si filavano e basta. Mi consolo pensando al mio equivalente maschile: quello che sostiene che “le donne vogliono uno coi soldi che le riempia di smancerie”, mentre lui è “orgogliosamente povero” e “purtroppo sincero”. Caro il mio zio Tom, se vinci al Superenalotto allora li dai a me? Già ti vedo lì a rispondermi: “se mi regali dei soldi non mi offendo, ma non mi ci vendo mica l’anima!”. Allora concludiamo insieme che la nostra società ha imposto per secoli certe regole di comportamento, difficili da eludere. Ciò non toglie che potremmo ritentare entrambi: scommetto che, cambiando un po’ le frequentazioni, saremo più fortunati.
  3. Incompreso. Non a caso è anche il titolo di un film strappalacrime  (tratto da un libro) su un bambino che deve lasciare questo mondo crudele, per farsi capire! Col protagonista il soggetto in questione ha in comune che non fa mai nulla di sbagliato: sono sempre gli altri. Che si offendono se fa domande troppo personali, o mette in dubbio la loro buona fede. È che il mondo è infame e lui ha il problema di essere “troppo buono”. Oppure, come il sottovalutato di cui sopra, è “troppo sincero”. Consigliamo la lettura di un fantastico articolo del Daily Mash che ‘ad sensum’ potremmo tradurre con: “Donna ‘troppo sincera’ si rivela essere semplicemente insopportabile”.
  4. L’esploratrice. Esiste anche al maschile, ma mi fischiano troppo le orecchie per non parlare innanzitutto di voi, eroine 2.0 che vi scegliete solo psicopatici e accettate che vadano e vengano dalla vostra vita, senza che si risolvano a fare né una cosa né l’altra. Siete davvero convinte che sotto sotto vi ami, ma non abbia gli strumenti o la serenità per capirlo. A questo punto devo confessare che il capolavoro me l’ha fatto un amico: gli avevo parlato del due di picche più celebre della mia onorata carriera. Il suo commento è stato: “Vabbe’, se uno dice che ‘ti vuole bene ma non ti ama’ devi saper leggere tra le righe”. Magari proviamo a considerare questa possibilità: se uno afferma ‘non ti amo’, vuole dire proprio quello. Saremo tristi per un po’, e poi potremo passare oltre.

Di recente vedo due categorie particolarmente afflitte dall’autoinganno: i politici trombati e i candidati respinti a un colloquio di lavoro. Ovvio che le idee esposte al comizio o al colloquio erano troppo “avanzate” per il pubblico, impreparato di fronte a tanta caparbietà e voglia di fare.

Nel caso dei candidati respinti, spero di cuore che valga il “ritenta, sarai più fortunato” del punto 2.

Quanto ai politici trombati, già sapete: votantonio votantonio votantonio…

Risultati immagini per stakanov Comincia con una scemenza: il regalino di fine anno alla maestra, l’addio al nubilato di nostra sorella. Non parliamo, poi, di qualche piano “dopolavoro” coi colleghi, o di un piccolo progetto di volontariato. Diamo la nostra disponibilità con riluttanza, ma anche con la fiducia che ci costerà poco e niente in termini di tempo ed energie: esattamente quello che prevede l’innocuo progetto iniziale.

E invece a organizzare ci si mette lui: Stakanòff. Così “napoletanizziamo” in famiglia il nome del leggendario lavoratore sovietico. Anche se lo S. di turno non è per forza un uomo, né dev’essere ucraino: è la persona più energica del gruppo, quella volitiva che, scava scava, scopriamo essere anche quella con tanto tempo a disposizione, o denaro da spendere. Alla prima riunione tra volontari sottolinea la necessità di “fare le cose per bene”. Le date tutti ragione, e più o meno le suggerite, per un misto di gentilezza e pigriza, che ha carta bianca. Vi prende in parola.

Allora il regalino alla maestra diventa una gondola in murano da andare a prendere direttamente a Venezia, che “di questi tempi chissà in che condizioni arriva per posta”; l’addio al nubilato finisce per prevedere biglietti aerei sui 200 euro e una sorta di rapimento della sposa, con tanto di spiegazioni da dare a un brigadiere poco convinto.

Non vi dico, poi, i progetti di volontariato: magari vi trovavate al bar quando S. ha buttato lì il discorso di “darsi da fare”, senza consultare entità più esperte, e una settimana dopo state impiegando due ore della vostra domenica a imbottire trenta panini. Li andate a consegnare sotto la pioggia a riluttanti senzatetto, e questi vi confessano di essere stanchi di quella roba sempre uguale: “Non è che avresti del riso?”. Tratto da una storia vera.

Insomma, offrite il proverbiale dito a qualche lavoratore indeFesso, e quello si prende tutto il braccio. Perché oh, “lui si sbatte per tutti quanti”. E se si sbatte lui, o lei, “il minimo che possiamo fare è dare il nostro piccolo contributo“.

Ci sono due problemi:

  1. il piccolo contributo non è affatto piccolo, è tutto quello che potevamo offrire;
  2.  il progetto non è nostro. Sarà bello e ci avrà anche convinto, ma non svolgiamo che una piccola parte dei piani pensati per noi da qualcun altro. Che grazie al ca’ che si sbatte di più, ha fatto tutto lui!

La vita è piena di progetti che iniziano in un modo e finiscono in un altro, e fin qui pace: il problema sorge quando questo finale inaspettato ci costa il doppio delle energie previste, con la metà della soddisfazione.

Allora che fare? Mollare tutto? Dipende: se a organizzare eravamo in tanti, la nostra ritirata crea problemi agli altri, e poi ci risulta difficile dimenticare che ci eravamo presi un impegno.

Ovviamente, se siamo del tutto contrari alla piega che hanno preso le cose, chiamiamocene fuori senza pensarci troppo.

Ma se ci interessava comunque questa riffa, questa serata di beneficenza, questa biblioteca di quartiere da portare avanti con le nostre forze, diamo il via alle trattative! In tre mosse.

  1. Protestiamo pure, fornendo prove e facendo esempi concreti di quanto siano cambiati i piani.
  2. Affrontiamo con serenità eventuali ricatti morali del Superorganizzatore o della Madre Teresa, che si confesseranno i primi delusi e finanche “truffati” da qualcosa in cui hanno “investito tanto”.
  3. Facciamo proposte: suggeriamo di coinvolgere più gente, di cambiare i turni di lavoro ecc. Qualsiasi soluzione possibile, mettiamola sul tavolo.

La quarta non la metto in lista, ma non è da sottovalutare: ricordiamoci che non siamo soli. Nove su dieci, quando con le migliori intenzioni ci rubano tempo ed energie il malcontento è comune. Non tutti hanno lo stesso coraggio di manifestarlo, per cui senza brigare consultiamo onestamente i compagni di sventura: non si tratta di “allearsi contro qualcuno”, ma di essere il più onesti possibile, con noi e con l’altro.

Non siamo tenuti a rispondere di tutto quello che non funziona, possiamo solo fare ammenda per la nostra parte. Dopo questo “mea culpa” dovremmo sentire l’obbligo verso noi stessi di usare il nostro tempo come più ci fa bene.

Prima o poi capiremo che solo così potremo far bene anche agli altri.

E allora non dovremo più evitare certe trappole: saranno quelle a evitare noi.

 

 

Risultati immagini per l'urdemo emigrante Lo so, ve lo dico spesso: sono preoccupata. Mi scrivete proprio in tanti.

Gente che per tentare la fortuna a Barcellona vuole lasciare l’Italia, o la Londra della Brexit e degli affitti alle stelle.

Il guaio è che quella gente sicura di trovare qui sole, Mediterraneo e prezzi bassi si vede chiedere anche 600 euro per una singola, se questa ha il matrimoniale e il bagno interno. Ci scherziamo su anche noi che già viviamo qui e più o meno sappiamo barcamenarci in questa nuova burbuja (bolla immobiliare), che ci ha spazzato via ogni eventuale progetto di abbandonare le stalattiti di un appartamento senza coibentazione per “qualcosa di meglio”. Finisce che aspettiamo con trepidazione degna di un horror la scadenza del contratto d’affitto, per vedere di quanto ce l’aumenteranno (tra i miei amici si è sfiorato il 50%).

Quello che mi preoccupa è l’epica del viaggio, e badate che la capisco. Uno scudo ci vuole, per ripararsi dalle inevitabili delusioni, per appenderci le aspettative e i buoni propositi di chi si sente piccolo e senza aiuto in una terra che non conosce.

Nei messaggi che ricevo, chi ha vent’anni si dice disposto a “fare sacrifici” (e mi tratta come sua madre, ma vabbe’). Chi ha la mia età o qualcosa in più dichiara i suoi anni insieme a un pudico “suonati” (32 suonati, 38 suonati), e ovviamente “si rimette in gioco”, o “ricomincia daccapo”. Nella costruzione delle frasi intuisco sottintesi che possono capire solo loro, compromessi che hanno raggiunto con se stessi, piani B che sono disposti a considerare “quando tutto è perduto”. Che so, finire in un paesello a un’ora e mezza da Barcellona e vivere in balia del riscaldamento dei treni regionali. Ehm, si ride per non piangere (o non vomitare: sono l’unica col mal di treno?).

L’ho scritto spesso, quello che più mi colpisce del libro Vivo altrove è che gli italiani intervistati spesso si chiedevano “come li avrebbe accolti la nuova città”. Ritornello pericoloso, perché dovremmo essere noi ad accogliere la città nella nostra vita, nella declinazione che meno ci fa male, che più ci fa crescere.

Perché va bene partire, ma nel nuovo paese ci dobbiamo restare a tutti i costi? Procurarsi il Nie è diventato un’impresa, ma ci conviene dare anche duecento euro a uno sciacallo che ci venda un precontratto? E soprattutto: siamo sicuri di aver lasciato il nostro impiego di cameriera sottopagata per lavorare dieci anni in un call center? Magari ci rallegreremo della farsa di contratto a tempo indeterminato che ci farà almeno sognare un mutuo, quasi impossibile di questi tempi. Fino al giorno in cui ci renderemo vulnerabili al licenziamento quanto un neoassunto col contratto di servizio.

Insomma, ‘sta canzone dell’emigrante non lasciamola a Mario Merola: facciamone un gioco tra noi e le note, cerchiamo “nuovi accordi e nuove scale“, come recitava una canzone della mia adolescenza. O non ci andrà bene. O torneremo indietro, più scoraggiati di come siamo partiti.

Allora se non possiamo permetterci il Gótico (che a me non piace) proviamo la periferia o, se ci sta bene, la provincia. Se per lavorare negli uffici e in certi negozi abbiamo bisogno del catalano, e impariamocelo, cacchio: per noi è più facile.

Se la solita solfa non funziona, cambiamola. Abbiamone il coraggio.

Si armonizzerà con la nostra vita finché ne seguiremo il ritmo.

E quello la Ryanair ce lo lascia ancora portare a bordo.

Risultati immagini per uscimmo a riveder le stelle“Perché l’Inferno di Dante è così famoso, Maria?”.

Questa domanda è giunta a tradimento mentre gli alunni dell’A1 mi sceglievano un hotel a Firenze “con parcheggio e wifi”, tra tre opzioni possibili (il libro di testo proponeva anche un convento di monache).

Ormai, come vi dicevo, lavoro solo perché l’Italia si compra la Spagna. O meglio, qualche alunno innamorato vuole ancora imparare la lingua della sua dolce metà, e i futuri Erasmus sono consapevoli che a Venezia, col loro inglese, potrebbero avere problemi.

Ma lavoro soprattutto in aziende che sono state comprate da imprese italiane, e visto che noialtri non impariamo le lingue, specie se siamo i padroni, non resta che pagare me (poco, infatti siamo quasi tutte donne a insegnare) per scodellare verbi e pronomi, e simulare riunioni di lavoro in italiano.

“Sono stufa della grammatica” sospirava una collega tempo fa, “se potessi organizzare un seminario sull’arte…”.

Magari! È che l’arte non risponde al telefono, non concorda i progetti del giorno col capo e, soprattutto, non sviluppa software in italiano. Dunque sì che si può parlarne, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo principale di questi alunni tra i venti e i cinquant’anni, che vengono a lezione con in mano il rapporto da consegnare nell’ora successiva: lavorare in italiano. Mutatis mutandis, il mio ex di Manchester si vantava di “vendere l’inglese ai cinesi come un prodotto qualsiasi, senza tutta quella fuffa culturale delle università”. Ma era mezzo pakistano e mezzo irlandese, e a lezione aveva cambiato il suo nome musulmano in Ted: insomma, con la sua lingua ha un rapporto complicato.

Immaginerete, dunque, la gioia e insieme l’imbarazzo nel ricevere la domanda su Dante mentre eravamo persi nel cortile di “Villa Carlotta, a pochi passi dal centro, cucina toscana e internazionale”. Va detto che l’alunno curioso conosceva l’Inferno solo per il videogioco, e forse per Dan Brown.

Al che ho guardato l’orologio (mancavano venti minuti) e ho raccontato la vita di questo tizio che ha raccolto tutta la filosofia e la società del suo tempo in tre cantiche: poi ovvio che sia famosa la più splatter. Ho raccontato le guerre folli che si facevano allora (oggi, invece…), e la fuga del Nostro verso nuovi lidi, tipo Ravenna: qui è scattato l’aneddoto del nonno, una risposta esemplare dei ravennati ai fiorentini che reclamavano le spoglie del guelfo bianco, “che non avevano voluto in vita”. Ho citato una Francesca travolta dalla bufera, ma ancora innamorata (anche se l’accento di Rimini non lo so fare), e ho concluso con quell’antica telefonata di mia madre al suo dentista, mentre in TV Benigni recitava la Divina Commedia: oh, avevo pensato allora, è la stessa lingua. Settecento anni e quella è rimasta. Contaminata, imposta con la forza, pure un po’ degradata a dire il vero, ma quella è.

“Tutto chiaro, ragazzi? E ora torniamo a Villa Carlot…”.

“Perché le regioni d’Italia sono così diverse tra loro?”.

Ok. Ho chiuso il libro, l’ho riaperto all’ultima pagina, sulla mappa d’Italia, e ho disegnato con l’unghia dell’indice il viaggio dei Mille da Quarto a Marsala. Ho spiegato che brigante se more, ma non c’è da emozionarsi troppo su epoche passate, e ho concluso spiegando che quando un bimbo di ceto medio butta lì una parola in napoletano, nove su dieci gli verrà ordinato: “Parla bene!”. I catalani hanno sgranato gli occhi e commentato: “Ostres!”.

Quindi solo la cultura non la posso insegnare, non così. Bisognerebbe formulare un progetto e rischiarci tempo e soldi, mentre questo lavoro per alcune di noi è stato un gradevole ripiego quando ci siamo viste sbarrare le porte dell’università, dei musei, delle case editrici.

Però ci sono interstizi. Questa parola a me evocava solo cose schifose (tipo quelli tra le mattonelle della doccia, con la muffetta che togli solo con uno spazzolino vecchio…), e adesso invece si è trasformata nella crepa di Cohen, da cui secondo voci di corridoio passerebbe la luce.

Perché so che un’alunna iscritta a un seminario di cultura italiana verrebbe apposta per Dante: ma voglio che Francesca, benché con accento napoletano, parli anche al programmatore informatico che al massimo ha provato a salvare Beatrice nell’ultimo livello di un videogioco.

Noi prof. invece non salviamo nessuno: siamo un esercito pacifico, ossimoro caro ai nostri tempi, che ogni tanto prova a rovesciare l’invito di Calvino a “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”.

Noi invece l’Inferno ce l’andiamo cercando, sulla faccia di alunni curiosi che per soli cinque minuti abbandonino la coniugazione dei verbi irregolari per fare domande.

Allora sì, che cominciamo a raccontare.

 

Risultati immagini per valigia di cartone Ho un’amica che è stata l’ultima a partire.

Anche lei, come me, si ritrova i quarant’anni più vicini dei trenta, benché non proprio dietro l’angolo, e anche lei, una volta a Barcellona, non si è fatta prendere subito da quell’entusiasmo da Carnevale eterno che rende altri espatriati un po’ difficili da tollerare. Io avevo vissuto quest’esordio “sobrio” a ventisette anni, dimostrando se ce ne fosse il bisogno che certe teorie su cosa piaccia a trenta e cosa a venti sono spesso luoghi comuni.

Può essere vero, però, che più il tempo passa e più è difficile partire, a meno che in effetti non si fugga da qualcosa come un divorzio, un tracollo economico… Lo dico per far contenti quelli che si sentono una specie di supereroi a non muoversi da dove sono nati.

Parliamoci chiaro, anche la mia amica ha ceduto a quest’affascinante retorica, infatti mi ricorda sempre che “sta ricominciando daccapo a trentasei anni suonati“, ed è subito armatura d’oro, fulmine di Pegasus, e andiamo a comandare armate di curriculum tra le aziende di copywriter sulla Diagonal.

I curriculum li aveva già tradotti almeno in spagnolo, perché se devo pensare alla cosa più saggia che abbia fatto la mia amica me ne viene in mente una sola: si è informata. E molto prima di far passare le sue tre valigie strapiene al check-in di Capodichino.

Pare la più scontata delle misure di sicurezza, e invece è l’ultima che si fa: spesso i nuovi arrivati sono troppo rapiti dal “chi la dura la vince”, e poi si sa, “il mondo è di chi se lo piglia” (ho già detto che Steve Jobs ha fatto più danni delle cavallette?).

Mi ritrovo così delle trentenni che sui social mi chiedono informazioni per insegnare italiano a Barcellona, “anche se non parlano un’acca di spagnolo”. Finiscono per stupirsi: “Ma come, non basta una laurea italiana?”. Ora, io detesto i parrucchieri che attaccano chi si taglia i capelli da sé (presente), quindi non riservo a nessuno lo stesso trattamento da professionista offesa: faccio solo notare che non si è molto competitive, se una scuola deve scegliere tra un’italiana con la laurea e un’altra con laurea, diploma d’insegnamento e documenti in regola per lavorare (sempre io). A questo punto, però, viene la carrambata: le mie interlocutrici o vogliono partire in queste condizioni dalla Germania, lasciandosi alle spalle un lavoro ben remunerato, o vengono al seguito di un compagno già assunto con un modesto stipendio locale. Il “probabilissimo” lavoro d’insegnante era per riuscire a pagare l’affitto di 80 mq a Barcellona (e qui trattengo le risate), e anche una scuola privata al figlio di tre anni, che si sa, quelle pubbliche insomma… A questo punto ricordo i 500 euro per una escola concertada, comunque più economica delle private, e non rido più: penso a questo frugoletto che una volta qui, oltre a dover imparare i pronoms febles, rischia di sciropparsi 30 metri quadri in culo ai lupi e un’iscrizione alla scuola pubblica fatta in ritardo.

La mia amica è partita da sola, ma ancora prima di rivolgersi a me ha avuto la presenza di spirito d’informarsi sui documenti e di trovare un alloggio temporaneo intanto che gira a caccia di stanze non lillipuziane, né proprio in Papuasia.

Perché il problema delle autonarrazioni non è la pretesa sacrosanta di ricominciare a trentasei, cinquanta o settanta suonati: ricordo una negoziante sessantenne che dalla Toscana voleva le trovassi un posto da cameriera! Il problema è scordarsi delle mille cose da fare per riuscirci, tappe che hanno meno a che vedere col “sudore della fronte” e più con ore di fila all’alba fuori a un commissariato, chilometri macinati coi curriculum in mano, eterne rassegne di ripostigli riciclati come stanze a 350 + spese.

Si tratta, dunque, di noia, di esercizio e della costanza di ricordare perché si sta facendo tutto questo, anche quando i perché cambiano.

Solo allora scopriamo il magnifico lusso di “ricominciare daccapo”, e ci godiamo il processo.

 

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Calzotata

Vivo in un quartiere, il Poble-Sec, che ha tanti significati quanti sono i suoi abitanti.

Qualcuno che ci è nato, e già da un bel po’, lo vede ancora come un “quartiere operaio”, facendomi chiedere esattamente da quanti decenni non esca di casa: nei suoi sacrosanti tentativi di salvare il “barri”, in catalano, posterà anche foto di uomini addormentati a terra, e le sue rivendicazioni sfoceranno pericolosamente nel concetto a me odioso di “mantenere il decoro”. Però ha dei nipoti che si sono presi lauree, hanno viaggiato, e che nel quartiere vedranno la loro antica colla de diables o de castellers, e inseguiranno un po’ più i diritti e meno il decoro. Certo, per questi giovani di belle speranze gli ambulanti asiatici non sono benvenuti, alla festa del barri, perché sono una mafia: le birre le devono vendere solo loro.

In compenso ci siamo noi, scanzonati trentenni stranieri che cercavano una zona abbastanza centrale ma non troppo incasinata: i “salvatori” di cui sopra ci confonderanno con i turisti e ci accuseranno di girare le capitali europee gentrificando tutto quello che tocchiamo. Avranno ragione? In parte. Purtroppo per alcuni di noi il Poble-Sec è un posto in cui non imparare mai lo spagnolo (il catalano ahahah) e avere sempre un bar aperto fino a mezzanotte in cui mangiare l’unica specialità locale che conosciamo: il montadito.

Ci sono altri stranieri, eh, ma non so come vedano il Poble-Sec perché, in realtà, interagiamo poco: le pakistane sono troppo indaffarate a portare un nugolo di bambini alle giostrine, intanto che loro chiacchierano un po’ in santa pace, e la nutrita comunità latina sembra aver creato un micromondo tutto suo, in cui non sia necessario ricordarsi di vivere in una città europea (se non al lavoro, quando le donne devono pulire camere d’albergo per due euro a stanza, e senza le mance americane).

Ci sono i numerosi senzatetto che vivono, letteralmente, negli sportelli bancomat, quando la polizia non li caccia a beneficio dei turisti: ma s’era detto che “minacciano il decoro”, quindi scusate se mi permetto di menzionarli.

Infine, sì che ci sono i turisti: magari occupano gli appartamenti clandestini che aumentano a dismisura l’affitto ai vicini, e durante le manifestazioni per “salvare il quartiere” incitano dal balcone il corteo, per sentirsi rispondere a volte “Madarfaca!” (l’accento quello è). Per loro il quartiere è: Montjuïc, Mies van der Rohe (per pochi eletti) e, sì, i pinchos del carrer Blai (ma loro diranno “calle Blai”).

Non è una scoperta sensazionale che il significato dei posti ce lo mettiamo noi.

Per me il quartiere si riassume tutto in un angolino della strada dietro casa, che poi era la mia strada fino a un paio d’anni fa: a un certo punto, scendendo in direzione opposta alla montagna, ci trovi a destra uno di quei locali che non si capisce bene cosa vendano, una sorta di bar minimalista con una sedia, un caffè “speciale” e una sola torta conservata sotto una teca, come un diamante (sospetto che il prezzo giustifichi la premura).

Di fronte, invece… Beh, di fronte c’è lui: milanese barbuto che ha affittato un magazzino, ci ha piazzato due tavoli e un letto per lui nell’altra stanza, e ci vende il miglior tiramisù mai assaggiato, oltre a lasagne, salumi e pacchi di pasta italiana a un euro, “consegne anche a domicilio”. In pochi ci siamo seduti a quei tavoli odorosi di sigarette fumate sul retro, ma sul tiramisù siamo tutti d’accordo.

Tuttavia è scendendo che troviamo la chiosa ideale a questo spettacolo, la nota locale che ci dice che il Poble-Sec non morirà mai: il classico Bar Manolo (versione locale del Bar Sport), con fuori il cartello antidiluviano “Tenim calçots”. Ora, i calçots sono una specialità invernale tutta catalana, è molto improbabile che ne abbiano tutto l’anno, a meno che non abbiano trovato il modo di congelarli. Non c’è bisogno però di ricordarlo alla clientela, fatta perlopiù di vicini non ancora disposti a pagare più di due euro per un café con leche. Loro sapranno esattamente quando troveranno calçots e quando no.

Ma passare là fuori mi fa bene, regala alle mie giornate un certo ottimismo: ogni volta mi devo trattenere dall’entrare, ad agosto come a novembre, e scoprire davvero se solo lì, nel giardino di cicche che il proprietario coltiverà sul retro, solo lì i calçots crescono tutto l’anno.

Risultati immagini per di che colore lo vuoi il drago Condivido in caso vi succeda la stessa cosa.

Poco prima di ripartire per Barcellona, ho confidato al mio migliore amico tuuutte le mie preoccupazioni. Che sono quelle che già conoscete, se vi prendere il disturbo (e la Madonna ve lo rende!) di leggervi il blog:

  • le lezioni d’italiano non proprio richiestissime;
  • la casa “sgarrupata” che non si vende per la questione catalana;
  • l’università che dalla crisi non accetta che manodopera a basso costo, senza possibilità di avanzamento carriera;
  • il rischio costante, dunque, che la mia convivenza con un neo-dottore di ricerca diventi un rapporto a distanza (e credo più agli unicorni e al posto fisso).

Chi conosce il mio migliore amico può immaginare la sua faccia mentre gli raccontavo tutto questo. Non sgranocchiava popcorn solo perché “d’ora in poi vuole mangiare sano” (parlando di propositi d’inizio anno…).

Quando finalmente è riuscito a interrompermi, e sapete che è un’impresa, mi ha chiesto:

“Ti rendi conto che, intanto che facevi l’elenco, mi presentavi anche due-tre soluzioni per ogni problema?”.

Ora, quell’uomo è di poche parole ma ha sempre ragione. Di solito ce ne rendiamo conto con almeno mezz’ora di ritardo, ma ha sempre ragione. Cavolo, sì!

Io mi lamentavo delle trasferte fuori città per insegnare italiano, e intanto gli spiegavo anche che contavo d’investire in un diploma d’inglese. Mentre parlavo della casa che non si vende, pensavo già a riaffittarla, a prezzi non da strozzinaggio, una volta scaduto il risibile contratto dell’inquilino attuale. Avevo poi elencato i possibili trasferimenti miei per riprendere a lavoricchiare nel mondo accademico, e a quel punto si trattava di capire tra me e il mio ragazzo quale progetto sarebbe andato in porto e quale no. Inutile anticiparsi agli eventi, vero?

Come dicevo all’inizio, vi racconto tutto questo perché magari succede anche a voi. Anzi, ci scommetto. Anche voi, ripassando tutti i vostri affari, ve ne uscite con possibili soluzioni per ogni difficoltà, ma forse siete troppo occupati a lamentarvi per accorgervene.

Oppure avete lei. Dai, sapete di chi parlo: di quella vocetta odiosa, così simile alla nostra dopo una doccia a scaldabagno guasto, che ci sussurra che non ce la faremo, che tutte queste soluzioni sono altrettante minchiate, quindi rassegniamoci, abbracciamo la croce e se ne riparla l’anno prossimo.

Ecco, vi lascio qui il mio post perché sappiate cosa fare, la prossima volta, con questa vocetta.

Il mio migliore amico non ve lo posso prestare, ma se lo incontrate provate a offrirgli una tisana detox, e magari vi ascolterà.

Anche se scommetto che alla fine sceglierà i popcorn.

Lo struscio, da lineapress.it

Anche quest’anno, a bocce ferme, la palma d’oro delle vacanze di Natale se l’aggiudica lo struscio!

(Pensavate che scrivessi “l’influenza“, vero? No, ho smesso di lamentarmi, giuro. Ehm.)

Dicesi “struscio” l’andirivieni sul corso di paeselli come il mio che si verifica in particolari feste comandate (di solito vigilie), quali: vigilia di Natale, ultimo dell’anno, notte dell’epifania. Sì, sarebbe la versione locale del “fare le vasche”, ma lasciatecelo dire a modo nostro!

Fare lo struscio è molto semplice, richiede tre mosse:

  •  impernacchiarsi, ovvero farsi belli;
  • esorcizzare l’influenz… ehm, l’odore di frittura che emana la cucina in assetto da cenone;
  • prepararsi a spendere una fortuna in “bollicine” per brindare (ma si può sempre scroccare), e a tornare a casa semiubriachi.

Assisto a questo spettacolo con la curiosità del tipico esploratore che finisce in pentola nelle vignette rétro, quelle con l’Africa ridotta a villaggio di cannibali: quest’atteggiamento è un po’ la vendetta di noi espatriati, unita al segreto sospetto che aspettassero la nostra partenza per apparare un po’ il paese (cioè, per migliorarlo).

Per me una parte irrinunciabile dello struscio sono le cufecchie: dette anche ‘nciuci, consistono nei più beceri pettegolezzi sulle persone che incontriamo per strada. Per farne, i miei accompagnatori approfittano della mia presenza, visto che ormai sono la “forestiera” da aggiornare sulle faccende di paese: grazie a loro scopro quindi chi si è sposato, chi ha figliato, chi tene ‘e corna, chi ha trovato lavoro, e chi non si capisce che lavoro faccia, ma sta sempre schiattato ‘e sorde.

Dai, ve la faccio tanto nera ma non è così drastico: in paese sono sempre stata la parente esaurita (figlia, sorella, cugina…) di gente più popolare di me, figuratevi se rendo la pariglia a criticare gli altri! Ma lo struscio è come una serie che va in onda solo tre volte all’anno: mi piace il momento del “recap”. Anche perché, che ve lo dico a fare, la realtà supera sempre la finzione!

Dello struscio di quest’anno, però, mi porto dietro soprattutto un dettaglio minore: una tizia salutata in fretta, insieme al fidanzato, da qualcuno della mia allegra brigata. Il mio informatore mi ha poi spiegato: “Quella sta sempre tutta apparata [sinonimo di “impernacchiata”, n.d.R.], pure quando va a fare a spesa”.

Adesso, sono d’accordo con voi, saranno anche fatti suoi. Magari il mio amico la incontrava sempre che tornava dal lavoro, un lavoro a contatto col pubblico che richiedesse una certa eleganza. Oppure anche la fanciulla soccombeva alla pressione estetica, quest’espressione che non riesco a inculcarvi ma che in Spagna ha dato il via a molte campagne contro l’idea che le donne debbano sempre sembrare bellissime, giovanissime, vestite bene.

Però io, che al secondo brindisi ero già ubriaca, oltre che di nuovo in preda alla tosse (d’oh! arieccomi che mi lamento), ho visto la cosa sotto una luce positiva: che ce ne frega dell’occasione per impernacchiarci? Ogni giorno dev’essere una festa! Anche quando le circostanze non sono tanto festose.

Non c’è bisogno di chissà che ricorrenza per uscire, va bene anche l’arrivo al supermercato dei regali vinti con la raccolta punti del Mulino Bianco! E metti che trovi uno sconto sulla tua marca di pasta preferita… (Scusate, è l’immigrata che parla).

Non occorre poi essere ossessionate di estetica per essere fan di Clio (anche se io sono team Lisa Eldridge, noblesse oblige!) e provare un nuovo smokey eyes, anche se addosso a noi farà un po’ l’effetto panda.

Infine, non serve il Natale per fare uno struscio, anche se l’isola pedonale è sempre più piacevole dei tubi di scappamento. Peraltro ricordo la posteggia sul corso di uno che, per fare i complimenti a un’amica che passava, le canticchiava la sigletta dei tronisti di Uomini e Donne. È il caso di dire: Magic Moments!

No, non fatevi illusioni, continuerò a fare la spesa nelle romantiche tutone casalinghe che il sabato sera fanno dire ai vicini: “Uh, non ti avevo riconosciuta, vestita bene!”. Però grazie a quella sconosciuta dello struscio mi prenderò un momento per me, impernacchiata o meno, ogni pomeriggio in cui il lavoro me lo permetta. Per un caffè hipster prima di tornare a casa, o una puntatina al mio cinema preferito per vedere se hanno messo quel film che aspettavo da un po’. Sì, ok, ci metterei tre secondi a controllare su Google, ma lì trovo anche il volantino con la sinossi! E poi, se trovo il film, c’è la gioia di snobbare il carissimo bar del cinema per il “negozio di schifezze” accanto, che ha le stesse cose a un euro.

Insomma, mi preparerò al meglio perché al prossimo struscio abbiate tanto da sparlare su di me. Spero mi restituiate il favore!

Intanto, buon ritorno al lavoro con le immagini dell’ultimo struscio.

(Dalla pagina FB “Frattaiuolo”. ‘Sto fatto che il mio ex rappresentante d’istituto mo’ sia sindaco mi fa troppo strano!)

Immagine correlata Il momento più avvincente della mia influenza natalizia è stato la notte che non respiravo.

Mi sono svegliata in preda alla tosse per scoprire che avevo anche il naso otturato (non ci facciamo mancare niente). L’unico modo per respirare era alzarmi a sedere sul letto, con le spalle un po’ inclinate.

Ho finito per addormentarmi su una poltrona, con la testa su un bracciolo. Ma prima ho avuto tempo di scoprirmi piuttosto indifferente all’idea di non riuscirci più. A respirare, dico.

Nei fumi del sonno non avevo paura, l’idea era: se riesco a riprendere questa funzione vitale finora così facile, bene. Se no, oh, le regole del gioco erano queste, si diceva. Si tira avanti finché ci sono le condizioni.

Adesso, una serie di amici che hanno lottato (e vinto) con un linfoma organizzeranno una spedizione per venirmi a sputare in faccia. E avrebbero ragione: lungi da me paragonare lo spavento di una notte con la certezza delle analisi, l’orrore delle terapie.

Quello che voglio dire è che da un po’ sono tornata alla convinzione iniziale che l’essenziale sia respirare, il resto bene o male può cambiare, e andar bene lo stesso.

È un po’ più complesso di “basta la salute”: quando ormai ero sfebbrata, ma mantenevo una deliziosa voce alla Barry White, ho discusso di massimi sistemi con un amico di passaggio come me, che a beneficio dei suoi nuovi connazionali andava a caccia di cornetti antisfiga in via dei Tribunali. Lui tuonava contro la globalizzazione, e la facilità con cui oggi si cambia vita: a suo parere non è affatto un vantaggio dei tempi moderni, ma una sorta di confusione “globale”, appunto, in cui passa il messaggio che una scelta valga l’altra.

“Per esempio”, mi diceva, “tu nella metropoli in cui vivi puoi sempre cambiare lavoro, casa, frequentazioni”. Beh, sì, più o meno sì.

E forse è vero che in più di un momento, nell’anno complicato che si è appena chiuso, mi sono preparata all’eventualità di ricominciare daccapo, di cambiare le carte in tavola.

Non credo che una scelta equivalga all’altra, ma diciamo che la mia simpatica asma notturna mi ha ricordato che l’essenziale siamo noi, noi in buone condizioni e nella miglior disposizione d’animo.

Il resto, con un po’ d’impegno, viene. Quasi mai, aggiungo, come ce l’aspettiamo, che il controllo sulle nostre vite è sempre minimo.

Ma viene, se ci solleviamo a sedere, tiriamo un respiro, e aspettiamo che passi.

Risultati immagini per brindisi capodanno 2018

Da bimboinviaggio.com

Non è necessario cominciare col botto, eh. Rilassatevi, mangiate la fetta di pizza avanzata da ieri a pranzo e preparatevi con serenità al primo giorno dell’anno.

Il 2017 mi ha ricordato proprio questo: dietro ogni brindisi ci sono ore di lavoro in silenzio, con risultati spesso modesti, quasi mai spettacolari.

Ore passate su un foglio Word a cercare di raccontare cosa ti stia succedendo, mentre il mondo intorno sembra essere impazzito. Ore passate a preparare lezioni che credevi poche e invece non finiscono più, e magari l’idea era tenerle su altri argomenti, e in un’aula universitaria. Ma il gioco ormai funziona così: tu ti laurei, ti specializzi, e poi fai tutt’altro, e ringrazi pure che ci sei riuscita.

A volte sì che è un momento, invece: una notizia improvvisa e l’eterna scoperta, una volta di più, che sulla tua vita hai un controllo minimo, per quanto ti sbatta a lavorare e brindare. Se uno proclama l’indipendenza e vola in Belgio, poi sei tu a non vendere casa. Se ti rubano il portafogli a inizio vacanza, la vacanza cambierà. Ci sono cose che di solito si fanno in due, finché non scopri di essere rimasta sola, e ti arrangi.

Insomma, questo botto d’anno nuovo è apotropaico ma fuorviante, se si fa “perché lo fanno tutti”.

E se c’è un proposito da portare avanti nei prossimi 365 giorni mi sembra questo: smettere di fare le cose perché “così si è sempre fatto”.

Ci riusciremo?

Ce lo diciamo tra un anno.

Buon 2018!

 

 

 

 

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora