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Immagine correlataCome ogni anno, sono andata a trovare un’amica di ritorno in paese per le festività. E come ogni anno ho avuto modo di salutare anche le sue dirimpettaie, un tempo “le figlie della vicina”, anche loro in visita da Milano per portare i loro bambini dai nonni.

Da piccole, la mia amica e io eravamo un po’ confuse da questa grande famiglia che ogni tanto incrociavamo sulle scale del palazzo: la raccomandazione della mamma di lei era quella di scambiarci giusto un saluto, “perché non parlavano bene”. Tradotto per chi non fosse della nostra zona: parlavano solo napoletano. Quelle bambine “proibite” ci consideravano a loro volta delle soggettone (sempre per come parlavamo), e quando giocavamo nel parco ci crivellavano di schizzi con la pistola ad acqua.

Inutile dire che adesso i figli di queste impresentabili (sono ironica) hanno un accento del Nord che, considerate le circostanze, mi provoca una certa ilarità.

E con la mia amica salutiamo volentieri queste ex ragazzine che in nostra presenza si sforzano di sfoggiare il miglior italiano possibile, mentre noi ne approfittiamo per tirar fuori tutto il napoletano che intanto abbiamo imparato per dispetto. Da questa babele inenarrabile abbiamo tratto una conclusione divertente: quando torniamo in paese siamo risucchiate dai ricordi.

La mia amica ripensa agli allegri ma un po’ ingessati Natali di famiglia, con le donne tutte ingioiellate tranne la padrona di casa, che si andava “a rinfrescare” solo quando era ormai cotto il capitone. Per i bambini era una festa del regalo (e del riciclo, ma doveva essere un segreto, Babbo Natale semplicemente amava il risparmio).

Le vicine ricordano i loro Natali caciaroni, con più tavole unite a contenere tutti i parenti, e il tavolo dei bambini che finiva sempre per rovesciarsi da un lato, essendo il più precario della casa. Rievocano la puzza di baccalà fritto che non si toglieva mai e gli immancabili botti, col cugino maschio più grande che si accaparrava per consuetudine, e omonimia col nonno patriarca, il Pallone di Maradona.

Io rido di questi racconti così differenti e mi lascio prendere da un dubbio esistenziale: se ciascuna di loro ricorda la sua infanzia come la migliore possibile, e aborre quelle delle altre come noiose o caotiche, come la mettiamo? Forse la nostra infanzia è stata irripetibile e perfetta solo perché così ci piace ricordarcela. E lo sarebbe stata anche se fossimo state totalmente diverse da come siamo. Fa parte del nostro mito di fondazione.

Qualsiasi esperienza non proprio orribile avessimo fatto agli albori della nostra vita, nella nostra fase più fragile e mutevole, sarebbe stata portata in palmo di mano e preferita alle altre. Quello che conta, ancora una volta, è la nostra percezione del passato.

Il che mi porta a chiedermi: e se interpretassimo in modo diverso anche il presente?

Continua.

 

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  1. Non importa quanti anni io abbia, in paese funziono come i vecchietti del film Risvegli. Ho sempre la stessa età di quando sono partita: 22 anni. Perché non faccio la vita sociale di una ventenne? Semplice: a vent’anni non ne avevo una! Il problema è quando mi metto a dire cose tipo: “Carino, il ragazzo del bar! Come mai non lo conoscevo?”. E poi, facendo due calcoli, scopro che potrebbe essere mio figlio.
  2. VeramÈnte! Hai voglia a barcamenarti tra l’accento spagnolo e l’italiano regionale, epurato da un vecchio corso di dizione… Quando c’è da cantare insieme al coro della parrocchia, sgamato in azione durante una passeggiata, le mie “e” aperte ritornano bassoliniane.
  3. Davanti a qualche vecchio cancello mi giro ancora guardinga, presagendo minacce ormai inesistenti. Probabilmente mi ricordo d’istinto di qualche antico cane ‘e canciello, figura mitologica metà loppide e metà fauci spalancate. Requie e pace, vecchio mio. Insegna agli angeli a latrare con gli stessi decibel di un allarme antifurto.
  4. Nun me piace, ‘o presepio. Niente, le tradizioni natalizie continuo a schifarle non poco. Fortuna che, per sopraggiunta anzianità dei “piccoli” di famiglia, non dobbiamo più seguirle come un tempo. Per esempio, i dessert mi sono sempre piaciuti morbidi e cioccolatosi (canditi o uvetta no, grazie), mentre i dolci di Natale che compra papà possono essere usati come corpo contundente per i ladri di capitoni (e questi ultimi, fosse per me, potrebbero campare cent’anni).
  5. Mi piace il paesello! (Che poi in fondo è un paesone). Non sono cieca, mi rendo conto che cambia, perfino in meglio. Ci sono portici, giardinetti, bar carini. Una coppia gay può addirittura passeggiare per il corso e tornare a casa con tutte le articolazioni a posto. C’è pure un commerciante pakistano che mi vende le spezie e il riso che piacciono a me, meravigliandosi del fatto che li conosca. Anche la mia vecchia chiesa si è data la ripulita del “Tutto cambia perché niente cambi”, portata da questo papa porteño che qui piace tanto. Ma i bambini del coro sembrano divertirsi un sacco, a cantare Tu scendi dalle stelle col berretto di Babbo Natale.
  6. Non sono la sola! Neanche i miei parenti conoscono tutte le strade del paese. Ok, nel mio caso è proprio ignoranza, mentre nel loro, magari, via Cavour è meglio nota come “addo’ sta ‘a baccalaiola”. Bel contrappasso per Cavour! Resta il fatto che a volte, per indicarmi una via precisa (il civico continua a essere pleonastico) devono cercarla su Google, come i comuni mortali. Non era possibile, che sapessero anche quelle stradine minuscole intorno al corso, col marciapiede ridotto a una base per i pali della luce. A proposito…
  7. Non riesco a camminare! Il suolo barcellonese sarà spesso monotono, ma in genere è comodissimo. In paese, qualunque paio di stivali indossi, rischio sempre di sbattere a terra come gli “amichetti del mare” che mi venivano a trovare con le scarpe buone. Ormai. per passare tra la barriera di auto e i marciapiedi ristretti di cui sopra, mi puntello contro il palo della luce in un accenno di lap-dance, che dicono mi riesca piuttosto bene.
  8. Ricordi! Si rivelano ancora più invadenti dei simpatici insettini neri nella mia dispensa barcellonese. Eventi di 8 anni fa mi sembrano risalire all’altro ieri. Ripenso all’improvviso a interrogazioni di grammatica sostenute con gente che adesso porta i figli a scuola. E che fine ha fatto quel vestito Phard per cui ho fatto la dieta un anno, pur d’indossarlo l’estate seguente? … Ovvio che mi starebbe ancora bene, malpensanti!
  9. Non sono più arrabbiata. Quando temevo di non partire mai, vivevo ogni cosa come una gabbia. Maledicevo chi non capisse che a 16 anni volessi uscire anche senza la scorta perenne del mio ragazzo (poi dicono il “mondo arabo”). Sorridevo avvelenata a chi mi offriva ridendo il suo casco, quando ero l’unica in auto con la cintura di sicurezza. E scherzavo sarcastica sull’ammore segreto che, piuttosto che finire con me, mi avrebbe piantata davanti all’altare, scappando col testimone gay. Adesso li guardo tutti con un sorriso indulgente, lo stesso che mi riservo specchiandomi, e mi dico che, anche a distanza, ne abbiamo passate delle belle. E ancora ne passeremo. Se no cosa avremmo da raccontarci, al prossimo struscio di Natale? Ma il prosecchino per brindare proprio no, mi ubriaco subito. Infatti, per chiudere in bellezza, bisogna ammettere che…
  10. Certe cose non cambiano mai. Tipo le figure di merda.

 Risultati immagini per panettone canditi Netflix mi ha insegnato zen e tolleranza. No, tranquilli, non è l’ennesimo post in cui cerco di convincervi a fare mindfulness, che da un po’ sto saltando pure io.

Volevo solo dire che grazie a sto maledetto abbonamento, che sarò l’unica al mondo a pagare per intero, sto avendo un’idea empirica di come funziona il consenso.

Al pubblico piacciono le storie di detective, meglio se surreali? Diamogliene a profusione! Buona parte degli spettatori è formata da donne over 30 con figli e lavoro? Mettiamoci dei belloni assetati di petting (meglio se in una serie in costume), e mariti infedeli spolpati vivi dal divorzio. Ai nerd offriamo qualche simpatico hacker sociopatico, innamorato di una biondina pereta che gli preferisca gli uomini sbagliati.

Per non parlare della roba stile spiritualità 2.0, per noi amanti del mindfulness e delle religioni fai-da-te.

Insomma, quando i soldi ci sono, ce n’è anche per tutti i gusti.

La pubblicità di un panettone, ahimè, non ha tutto sto budget. E allora, a fare il pari e spari, meglio puntare sul pubblico che sto panettone se lo compra più facilmente: i tradizionalisti. Gli amanti (o odianti) del Natale che devono fare un regalo al portiere senza spendere troppo. Che alla merenda della parrocchia vogliono portare “almeno un simbolo”. Che al cenone della vigilia non sono ancora morti affogati da un capitone (che poi bando alla faida Nord/Sud stile “mustacciuolo vs uvetta”, basta che non fingiamo che esistano cassate lontano dalla Sicilia).

E la pubblicità si rivolge proprio ai clienti giusti, cioè li capisce. Li coccola, li rassicura. Ride con loro del tofu e delle bacche di goji come di una pericolosa e costosa moda alimentare. Se i consumatori dei prodotti di cui sopra chiedono cortesemente: “Volete anche cagarci in testa? Solo per sapere, così non ci laviamo i capelli”, c’è tutto un team creativo messo lì apposta per partorire una risposta originale. Nella fattispecie: “E fatevela, una risata!”.

Loro sanno far ridere, dico sul serio. Giocano bene con le convinzioni dell’italiano medio che va a comprare il panettone, che l’anno che va declinando ci ha insegnato essere:

  •  timoroso verso ogni novità nel suo piccolo mondo antico, specie se si tratta di una novità d’oltremare e non sia fasciata in un costumino di scena Mediaset;
  • informatissimo sull’apporto proteico necessario al nostro corpo, che si trova solo nei cibi che consuma lui (il resto sono mode costose, tipo il seitan fatto in casa a 90 centesimi);
  • talmente rassegnato alla propria impotenza di fronte alla crisi economica e politica, che l’unica cosa che riesce a fare è ridere: delle cagne, dei vegani, dei mainagioia, anche perché lui è ciarlì.

Con questo tipo di pubblico, non c’è spot che tenga: la pubblicità è carina, anche se non proprio originale, e centra l’obiettivo.

Che ovviamente è vendere quanti più panettoni possibile a un paese che odia la diversità, ma ama i canditi.

(Per gli amanti dei canditi: e fatevela, una risata!)

Risultati immagini per ritratto picasso All’università c’era questo ragazzo che dipingeva. Lo chiamavamo Picassó. Non per lo stile pittorico, ma per una nota gag di Totò. Oh, che volete, eravamo a Napoli.

Lui si metteva nel Chiostro di Lettere a fare schizzi sull’interessante fauna tutt’intorno (altro che Animali fantastici e dove trovarli!), e nella pausa tra le lezioni del mattino e quelle pomeridiane ci piaceva giocare a riconoscere i suoi soggetti.

Mi attraeva, Picassó, in quel residuo di tempesta ormonale ereditato da un’adolescenza recente. Ma aveva una vera e propria passione per tizie che, dopo qualche tempo, si rivelassero degli autentici guai. E aveva sempre sottovalutato il mio potenziale in tal senso.

Così, cominciò a guardarmi con occhi diversi solo in concomitanza con una mia partenza, una delle tante. Se proprio non sembravo disposta a cambiare all’improvviso gusti sessuali, o a finire in galera per spaccio, almeno che fosse un tormentato rapporto a distanza, meglio se abboffato di corna.

Non si arrivò a tanto, ma di Picassó conservo un bel ritratto che mi fece alla vigilia della partenza. Mi colpì perché la mia prima reazione, vedendolo, fu dichiarare: “Questa non sono io”.

E non mi aveva per niente fatto sfigurare, anzi. Ero simpatica, nella gonnellona abbinata a un maglione di filo un po’ cascante, e a degli occhiali pre-hipster, più grandi che al naturale. Però era riuscito a trasformarmi in una delle ragazzette nervose, un po’ nerd, che piacevano a lui. Non che non fossi nervosa o nerd, ma il resto del mondo, me compresa, tendeva a notare altre mie caratteristiche. Era come se Picassó si stesse allenando a vedermi in un modo che potesse apprezzare anche lui. Mi divertì abitare il suo mondo per quel breve momento concessoci, e gli perdonai subito la “customizzazione”, diremmo oggi con una brutta parola ibrida, ai suoi gusti.

Molti anni dopo, come ho già scritto qui, doveva succedermi d’incontrare un pittore sulla Rambla del Mar, vicino al Porto di Barcellona. Ero andata a fare una lunga passeggiata, prima di uno dei numerosi tentativi di tira e molla con un tizio che non mi tirava, né mi mollava.

Mentre ero seduta su una panchina di legno a guardare dritto davanti a me, dando l’impressione di star contemplando il mare, questo sconosciuto aveva tracciato in pochi schizzi un ritratto tondeggiante del mio viso (riconosco che allora avevo qualche chilo in più). È quello che potete ammirare nell’articolo che vi ho linkato, pigroni!

Non mi ero soffermata tanto sulla somiglianza con la biondina che questo qui credeva di vedere (o voleva farmi credere di crederlo). Piuttosto c’era qualcosa nella mia espressione del momento, tra angosciata e malinconica, che l’artista aveva colto perfettamente. E, come un imitatore poco somigliante rievoca il suo personaggio in una smorfia sola, anche quel volto di carta riusciva a somigliarmi in un paio di linee.

Una volta a casa, il tizio che aspettavo aveva studiato lo schizzo, che gli avevo mostrato in foto con una punta d’orgoglio (della serie “Vedi? Io ispiro gli artisti e tu non mi vuoi”). Ma aveva sentenziato: “Questa non sei tu”.

Rispetto a Picassó, che si allenava troppo tardi a vedermi secondo i suoi gusti, questo mio sfortunato amore espatriato era più che disposto a non vedermi mai. O meglio, a vedere sempre ciò che non ero. Doveva avere in mente un ritratto della sua donna ideale, e lo comparava a me solo per rassicurarsi che no, non fossi io. Che potesse sperare ancora d’incontrare quella che gli spezzasse così bene il cuore da innamorarsene perdutamente.

Però mi rimase, di quello strano pomeriggio di ritratti regalati, rinnegati, ricordati, la sensazione che quella di come ci vediamo noi e come ci vedono gli altri è una storia affascinante, che spiega tanto.

Nonostante il relativismo in cui sono cresciuta, mi piace pensare che esista da qualche parte un ritratto fedele che ci immortali esattamente come siamo, nella nostra inesorabile umanità.

Non sono sicura, però, di volermici specchiare.

Risultati immagini per mani 15m barcelona Quelli che si lamentano perché Barcellona non è come la città in cui sono nati. Per esempio, come si permettono questi di non avere pizze fritte c’ ‘a scarola a ogni angolo di strada?

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è più la città in cui sono nati. Per esempio, come si permette aquesta gent di snobbare la nostra cuina per quelle di tutto il mondo? E comunque la pizza è una coca rotonda (cit).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è ancora la città che avrebbero voluto. Per esempio, come si permettono, these people, di parlarci due lingue, senza che nessuna sia l’inglese? E poi sgomberiamoli, tutti quei centri civici, più baretti per tutti! (E mojitos a un euro, please).

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è mai abbastanza. Arrivarci non ha cancellato in un colpo di spugna la rabbia sorda che si portano dietro dappertutto, di cui possono accusare quasi tutti i complici (Berlusconi, Renzi, la crisi…). Ma il loro nome nella lista manca sempre.

Quelli che si lamentano perché Barcellona non è sempre quella che vorrebbero. Non è sempre turistica e caciarona, né sempre tradizionalista e politicamente impegnata. E sentono che l’alternativa minerebbe la loro versione della città.

Quelli che… o la mia Barcellona o niente.

Ed è per questo che Barcellona è quello che è.

Perché lei continua a essere la sua Barcellona. Sfuggendo a ogni definizione, per comprenderle tutte.

Risultati immagini per harley quinn joker L’altra sera, nella bolgia infernale che diventa Plaça Catalunya sotto Natale, ho girato un piccolo video ai miei sulle luminarie delle feste. Nel rivederlo prima d’inviarlo (avendo il cellulare dei Puffi, le immagini erano sfuocate), ho dovuto alzare al massimo il volume per ascoltare in quel caos la mia spiegazione da guida improvvisata. All’altezza della Fnac, un signore anziano che andava a braccetto con una donna più giovanile, ha bofonchiato a distanza di sicurezza, e a voce bassa:

– Qué pesadita que eres, niña! (“Quanto sei scocciante, bimba!”).

Vi risparmio i dettagli della breve conversazione che è seguita, perché immagino li conosciate. Personaggio nervosetto che dice e non dice, convinto che non gli verrà ribattuto niente, ma che quando la “bimba” di turno gli controbatte qualcosa si barcamena tra l’offendere apertamente e il cercare di dileguarsi. Il picco più alto: “No tengo por qué aguantar tus tonterías!” [“Non sono tenuto a sopportare le tue sciocchezze!”, riferendosi al video ai miei].

Vorrei però soffermarmi sulla donna che si accompagna a un personaggio così, che di solito in questi battibecchi riveste esattamente il ruolo della gentile signora che guardavo: mano ferma intorno al braccio del marito, nel tentativo un po’ allarmato e un po’ materno di dirigerlo lontano dalla disputa, e un immancabile sorrisetto, dissimulante qualcosa tra indulgenza verso il maschio alfa (“E che sarà mai!”) e la voglia improvvisa di sparire in una botola sotterranea.

È un atteggiamento diverso da quello dei pochi uomini che ho messo nella sua stessa situazione, e sempre in risposta a provocazioni, nella mia carriera di “rispostera” (vedi sotto): impassibili, ma evidentemente a disagio e più che solleciti nell’esprimermi il loro disappunto, appena allontanatici dalla persona con cui litigavo. Nessuno ha adottato quel sorrisetto da donna mite ma saggia, che sa cose che io non so.

Non posso sapere, per esempio, quanto sia gentile quel signore con famiglia e amici, adorabile burbero dal cuore tenero che tanto piace a un certo profilo femminile, magari educato sotto una dittatura che sfornasse decaloghi del genere.

Non posso conoscere i motivi per cui quel signore fosse così nervoso da ritenere opportuna una reprimenda alla bimba chiacchierona di 35 anni alle sue spalle. Nessuno conosce i guai di nessuno.

Io, però, so qualcosa che quella signora non sa.

Conosco infatti la supponenza dell’adorabile burbero quando crede di poter sfogare le sue frustrazioni su una “niña” sconosciuta.

E so che lei non ha bisogno di sdrammatizzarle, per essere una buona moglie. Né ha la necessità di sentirsi dire “sei proprio una santa, come fai a sopportarlo”, per sentirsi qualcuno.

So infine che i ruoli disponibili per le donne non è da molto che siano aumentati, ma ripenso alla madre di una mia amica (queste amiche che ci somigliano tanto, ma capitano tutte a loro, vero?) che osservando un “genero” particolarmente improbabile aveva chiesto alla figlia:

– Vuoi fare l’infermiera per tutta la vita?

E tu che hai fatto, avrebbe voluto dirle la ragazza. E che hanno fatto le coetanee tue e quelle prima di voi, le vecchiette che dopo la messa andavano a dire a Don Michele, prendendo per mano la nipote, “Chesta ce responne ‘o nonno”. Risponnere, in napoletano, nel senso di essere scortese. Ma letteralmente, guarda un po’, significa “permettersi di controbattere”. Le lingue sono filosofie di vita.

Tutto, pur di proteggere adorabili burberi così bisognosi di sante al loro fianco, trattati in un’ingenua vendetta come gaffeurs incapaci di abbinarsi da soli la giacca con la cravatta o di scaldarsi il pranzo, anzi allontanati dalla cucina, dove “potrebbero fare solo guai”.

Sempre circondati da donne inconsapevoli che si possa fare molto meglio che sorridere, sorridere e, intanto, sperare di sparire in una botola sotterranea che, ahimè, non si apre mai.

 

 

Risultati immagini per pluto regali Ho visto un barbone contemplare un poster di Cara Delevigne, che sponsorizzava uno scialbo completo sportivo nella vetrina di un negozio a Portaferrissa.

Il barbone aveva una tenuta altrettanto sportiva, una tuta verde e ghiaccio molto anni ’90, e osservava la modella quasi incuriosito.

La scena era da foto, e avanzando tra i turisti in piumino che sciamavano da profumerie post-Black Friday e finti negozi di artigianato, ho pensato in inglese: “This isn’t making us any happier”.

Ora, voi sapete che di solito, al massimo, parlo da sola in napoletano. Ma quell’assaggio globalizzato di corsa ai regali di Natale mi ha fatto pensare al consumismo, e a quel bastardo di Pluto.

Non l’amico di Topolino, misteriosamente canino mentre Pippo è antropomorfo. Parlo del dio romano della ricchezza, evocato da uno junghiano venezuelano in una conferenza a Barcellona:

Gli esseri umani non si accorgono che si rivolgono al dio sbagliato, per la giustizia. Pluto distribuisce ricchezza. La giustizia l’amministrano Zeus, Atena. Le ricchezze non toccano per forza alla persona “giusta”.

Il problema è che rispondere all’infelicità accumulando cose è come rispondere alla fame ubriacandosi. Ok, stiamo bevendo, che è già qualcosa (anche se a stomaco vuoto non è il massimo), e stiamo pure esagerando. Ma se abbiamo fame, perché non mangiamo?

Cosa ci ha fatto pensare che se siamo insoddisfatti dobbiamo comprare qualcosa, e non lo saremo più? Ovviamente, anni e anni di pubblicità che, per vendere prodotti, creano nuove necessità. Dicono: “Hai bisogno di questo, fidati di me”. Non è un luogo comune che, se le donne fossero contente del proprio corpo, fallirebbe un terzo delle aziende di cosmetici e prodotti d’igiene.

Però c’è quest’incongruenza logica che non applicheremmo mai alla fame, alla sete, a bisogni primari con risposte più ovvie che la felicità, meno facile da saziare.

È come se avessimo imparato a vivere ogni aspetto della vita come una voglia da soddisfare: in quanti viviamo amori “da accumulo”, da possedere finché non ci vengono a noia e poi sostituire? Liquidiamo come una questione di soldi anche un tema delicato come i figli: spesso, invece di chiuderla lì con un sacrosanto “non ne voglio”, esponiamo questioni economiche non sempre sufficienti a fermare chi davvero desideri dei bambini.

Insomma, una marca di televisori sa che, per prosperare, non deve venderci solo un prodotto, ma uno stile di vita.

Tocca a noi capire che, se compriamo un televisore, compriamo un televisore.

E non ci spiacerebbe affatto, vero?, avere i soldi per comprarci televisori, case, gioielli, per viaggiare continuamente. Speriamo di vincere tutti alla lotteria, quest’anno. A patto che ricordiamo che nessuna di queste cose ci garantirebbe la felicità, così come una corsa al parco non ci calma la sete. Semmai ce ne fa venire altra.

Allora, se vogliamo un televisore, compriamocelo (ad averci i soldi). Se invece vogliamo la felicità, scopriamo come procurarci la nostra.

Rispondiamo bene alle nostre esigenze. Altrimenti avremo accumulato tante di quelle cose da scordarci a che ci servano.

E intanto la risposta a “cos’è che mi fa felice?”, non ce l’abbiamo.

A ordinarla al Corte Inglés, fingeranno di avere esaurito le scorte.

Dicono sempre così.

Immagine correlata Il campanello d’allarme mi si è acceso quando un tipo “che odia i catalani” mi ha interrotto mentre difendevo un programma locale di satira, per spiegarmi schifato: “Io non ho la televisione”.

Al che mi sono ricordata: “Neanch’io!”. Solo che non mi era mai venuto in mente di dirlo a qualcun altro. In effetti, avevo ricordato poi, c’è una tizia che lo ripete spesso ne La grande bellezza. Finché non glielo fanno notare con un sarcasmo che di solito associo a chi sfotte i film sottotitolati (altra cosa per me irrinunciabile): quella fretta di “mettere a posto” chi, che se ne vanti o meno, non vive come te.

Mi sono chiesta allora perché qualcuno si vanti di cose che in tanti facciamo spontaneamente, trovandole così normali che neanche ci viene da raccontarle. E perché altri si sentano davvero irritati (o intimiditi?) da uno stile di vita diverso dal loro.

Sospetto che dall’uno e dall’altro lato ci sia la stessa insicurezza, che sia di non essere mainstream (come direbbero gli Hipster Democratici) o di non essere alternativo.

Da qui questo esercizio di stile un po’ scemo, in cui esploro eventuali indizi della mia inconsapevole hipsteraggine. O sono semplicemente, per citare una definizione rimastami appiccicata dal liceo, “la solita soggetta”?

Cominciamo:

  1. Vivo a Barcellona! (Pensavate davvero fosse una classifica seria?)
  2. Non ho la tv (vedi sopra). E guardo i film sottotitolati. Ma davvero non si fa ancora, in Italia? Qua ci sono tremila sale che li propongono e tanti latini preferiscono quelli al loro doppiaggio.
  3. Il mio ragazzo mi suggerisce: il chai latte. Ma lo adoro! Che poi bando alle spezie, io lo faccio o col tè che ho in casa (ok, me l’ha portato mia zia dal Giappone, ho guadagnato 10 punti, immagino). Ho comprato ieri il frullino nuovo, mi serve anche per farmi le creme per il viso. A proposito…
  4. Mi faccio da me i cosmetici. Almeno risparmio, conosco gli ingredienti e ci metto i profumi che voglio. Secondo me (e mammà) la mia pelle è migliorata. Poi ho (quasi sempre) l’accortezza di non usare gli stessi attrezzi con cui mi preparo tofu e seitan. Ah, già, dimenticavo di aggiungere che…
  5. Sono vegetariana. Capisco che in Italia, come m’insegna quest’articolo, è sinonimo di hipster sicuro, che non lo si possa fare per animali, inquinamento e tutte quelle fregnacce, compreso il gusto personale. Solo per moda. A proposito: non è un po’ hipster sfottere qualcuno perché non mangia come te? Io me ne intendo, di discriminazioni, infatti ho studiato…
  6. Storia delle donne! Sull’hipsteraggine di questo dato si è pronunciato direttamente Hipster Democratici, che per sfottere un mio intervento antisessita commentava: “L’abbiamo studiato a Storia delle donne”. Colleghi! Anche se sono di quelle che preferiscono dire Studi di Genere… Oddio, il GENDER! Mediterò bene prima di toccare l’argomento di nuovo in una pagina italiana. A proposito…
  7. Faccio meditazione! Peggio ancora, mindfulness. Insegnatomi, pensate un po’, nel servizio di assistenza psicologica dell’università, a Manchester (che di per sé averci vissuto due anni farebbe un po’ hipster, ciao Morrissey!). Ma lo faccio solo 10 minuti al giorno, quindi anche i “colleghi” appassionati non mi prendono sul serio. Però è così utile e bello stare a contatto col proprio corpo, che sono arrivata ad assumere un’altra abitudine sospetta…
  8. Non porto il reggiseno! E grazie, direbbe chi mi conosce, che devi reggere, lì. Eh, ma a maggior ragione: a parte la falsa esigenza d’imbottiture che t’inculcano dai 13 anni, provateci voi a non portarlo mai, sotto nessun vestito! (Infatti con due magliettine trasparenti ho riciclato il più slabbrato di quelli che conservo come cimeli). A proposito: donne italiane, prima di soffocare nell’unico parametro numerico concessovi (1ª, 2ª, 3ª…) scoprite la vostra vera taglia. E per essere mainstream, linko la guida alle taglie di Victoria’s Secret. A proposito di segreti, vi confesso che…
  9. Ho letto tutti i libri di Trono di Spade! Che ovviamente sono meglio della serie. Ma questo fa di me solo una nerd, vero? O per quello devo anche essere vergine? A scanso d’equivoci propongo un 9bis (che volete farci, è hipster pure questa top 10!). 9bis. Compro nei mercatini di seconda mano. Ua’, mi sono proprio rifatta un guardaroba! Ovviamente con tanti skater dress, perfetti per nascondere la panzella, e sciarpette assortite, da far ondeggiare come una vaiassa a occasionali ritrovi di danze salentine. Gli occhiali da sole non li metto mai, però, e per quelli da vista uso la stessa montatura (piccolina, malfidati!) da 8 anni.
  10. Forse il fatto stesso di trovare normalissimo tutto questo fa di me la peggio hipster. Chi lo sa. Ma scusate, non è di una banalità pazzesca?

Allora questa hit parade mi ricorderà che il livello di sicurezza che possiamo acquisire ci rende inutile abbracciare come una religione qualsiasi stile di vita. O vantarci con qualcuno di non avere la televisione.

Aspettando il momento in cui, per sentirci bene con noi stessi, non sentiremo il bisogno di rendere la nostra personalità un prodotto di nicchia.

E con questa hipsterata finale è davvero tutto.

 

 

 

Risultati immagini per cheesecake gone wrong Avete presente il blob nel frigorifero? Ma sì, il fluido che uccide! Il piatto lasciato lì per qualche era geologica dal coinquilino di merda, oppure dalla nostra dolce metà, o, ammettiamolo pure, da noi stessi.

A me succede con la cheesecake di cui già parlo qui (non è la stessa, eh, è il secondo tentativo). Fatta con una gelatina vegetale che non vuole saperne di comportarsi come la colla di pesce, trasformando la torta in una massa blobbosa che cola ai lati dello stampo. Al che ho gettato la spugna e ho pregato il mio ragazzo, per restare in tema con l’altro post, di chiedere la ricetta a sua madre (!).

Sostituite “cheesecake” coi problemi che avete al lavoro, in famiglia, nella vostra relazione, e otterrete la storia della vostra vita. No, dai, spero che la vostra esistenza sia più interessante della mia!

Perché per me a. C. e d. C. sono diventati “prima e dopo la Cheesecake”: come spesso accade, idealizzo il futuro dopo che avrò risolto il problema (cioè l’avrò buttata e avrò ripulito il contenitore). A costo di lottare con gli ostacoli insormontabili (le muffe?) o di chiedere un aiuto esterno (ovvero chiamare un esorcista, che da tempo immemore è il mio piano B).

Ma l’atteggiamento più comune, anche quando ci imbattiamo in ostacoli decisamente più spiacevoli, è rimandarne la soluzione. O, meglio ancora, usarli come alibi per non fare proprio niente.

Sì, perché senza sbarazzarmi della maledetta torta non potrò pulire il frigo, che è più urgente di lavare a terra, a sua volta più urgente di buttare l’immondizia. Ma non eliminando il primo ostacolo non faccio proprio niente, guadagno un pomeriggio a poltrire (ma con l’ansia per le cose che dovrei fare), e la questione rimane.

Non ci capita spesso di far sì che problemi scoccianti ma risolvibili ci facciano da ostacolo insormontabile, e quindi da scusa per non agire?

Allora ho imparato a darmi appuntamento con un’altra me, una sconosciuta che al momento sto trovando piuttosto simpatica: quella che mi aspetta dall’altra parte dei miei impegni. Al di là delle cose da fare.

Come lo faccio? Semplice. Invece di dirmi “Oddio, devo pulire lo stampo!”, mi chiedo “Che mangio stasera, dopo aver pulito lo stampo?”. E la risposta, ovviamente, sarà un bel piattone premio impossibile da digerire, che mi regali una nottatella di incubi gelatinosi. Capito? Prendo il problema come un tramite per arrivare alla vera meta (l’indigestione notturna) e non come, mo’ ci vuole, il piatto forte della serata.

Se portiamo quest’atteggiamento fuori dalla cucina, fa un po’ paura conoscere questa versione di noi che fa le cose, correndo il rischio di sbagliarle, di scoprirsi meno brava di quanto previsto, di avere molto più tempo per considerazioni e bilanci di quanto ne dia un problema apparentemente irrisolvibile.

Ma è così divertente, e soprattutto emozionante, star lì a problemi risolti a recitare a braccio, senza il canovaccio delle scuse di ogni giorno. Così ho deciso di correre il rischio. E ora, col vostro permesso, ho una cheesecake da giubilare.

Prima che prenda possesso del frigo e da lì progetti di dominare il mondo.

Per quello ci sto io.

Immagine correlata C’è un’insalata greca che per me è ‘a fresella. Anche se a quanto pare, per gli italiani sprovvisti di questo piatto, è più una bruschetta.

Giudicate un po’ voi: base di pane secco (solo che è d’orzo), formaggio (solo che è feta), e pomodorini, con un filo d’olio.

Il mio ragazzo protesta: non puoi ridurre tutto a qualcosa che già sai.

Dalle sue parti, come intuirete, non hanno ‘a fresella.

Però ha ragione. Il fatto è che ci viene spontaneo, vero? Cercare di ricondurre qualsiasi cosa scopriamo a schemi e nozioni che abbiamo già.

Come i turisti italiani che vengono a Barcellona e affermano che la paella è il risotto alla pescatora. Peccato che nella versione catalana si prepari sia con carne che con pesce, nella padellona che le dà il nome, e che la ricetta non turistica preveda che il riso sia quasi abbrustolito. Tale e quale, no?

Ovviamente, la ricetta valenciana, quella classica, è totalmente diversa: niente frutti di mare e solo carne bianca, ridotta al minimo.

Ma quant’è facile dire “ce l’abbiamo anche noi”? Specie delle cose che ci piacciono.

Lo sanno bene un po’ di persone che elencherò qui di seguito:

  • Quelli che assimilano gli indipendentisti catalani alla Lega Nord: peccato che i primi non siano particolarmente razzisti, siano spesso di sinistra, anche radicale, e che rivendichino un territorio omogeneo con una propria lingua e tradizione letteraria, non una favolosa Padania messa insieme da un cantante di pianobar, sposato a una maestra siciliana.
  • Beppe Grillo quando, ai tempi degli indignados, è andato in Plaça Catalunya a spiegare che tutta quella roba “già l’aveva fatta lui”.
  • Un giovane politico di sinistra, in visita a Barcellona per un evento sul referendum. Gli ho detto che volevamo condividere le nostre esperienze politiche catalane con l’Italia. Mi ha risposto che gli indignados fossero un’invenzione italiana, col movimento No Global d’inizio anni 2000 che la sinistra non aveva saputo catalizzare. Sì, perché Seattle è in provincia di Frosinone. E i No Global erano anche vecchietti di ceto medio che si sedevano in una piazza come questa per partecipare ad assemblee di ore intere.

L’ultima posizione non mi sorprendeva, dopo gli articoli che a suo tempo si pubblicavano in Italia, con titoli tipo “indignados o manovrados“? Incapaci di capire che un ceto medio potesse scendere in strada sfuggendo alla logica politica italiana.

Impossibile concepirlo per noi guelfi e ghibellini, che associamo l’appartenenza politica con le Feste dell’Unità o le visite annuali a Predappio (brivido), con l’orgoglio delle regioni rosse o con le acerrime lotte guareschiane coi vicini.

No, l’idea è che o sei schierato o sei qualunquista. Anche quando non attacca più, perché qualcuno  ne approfitta per spacciarsi per entrambe le cose.

E gli indignados, al massimo, erano dei poveri ingenui. Peccato che da quei poveri ingenui siano venute fuori delle realtà che l’Italia si sognerà, finché non smetterà di ridurre tutto a una sua invenzione.

Allora lo ammetto, quell’insalata greca sarà anche simile alla fresella, ma ha un sapore diverso.

Adesso tocca a voi.

 

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