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Abstract earth hoovering over an open hand with sky backgroundA un corso di narrativa, un tizio che passava per bravo scrittore espresse la seguente metafora sulla letteratura: “Una birra con due patatine è sfiziosa, ma la gastronomia è un’altra cosa”. Poi, come esempio di “gastronomia letteraria”, segnalò Baricco. Immaginai l’orrore dei colleghi saccenti italiani. Che magari, con raccapriccio del mio compagno di corso, leggono Zafón.

Ma non era di romanzi, che volevo parlare.

Una volta il tizio di cui sopra se l’è presa anche con Jorge Bucay, terapeuta e scrittore argentino che si occupa molto di spiritualità. Gli contestava il fatto di infondere falso ottimismo nei suoi lettori, per illuderli che la vita fosse tutta rose e fiori. A giudicare dall’aspetto e dalle critiche (infondate, ho letto Bucay), costui doveva pensare che la vita fosse pulp, molto pulp, pure troppo.

In ogni caso, a domanda “Hai mai letto Bucay?”, lui ovviamente rispose di no.

Una caratteristica di chi critica i libri di self-help, o autoayuda, come si dice qua in Spagna, è che non ne ha mai letto uno. La sua intelligenza si rifiuta, il titolo stesso gli fa schifo. Ricordo una videoblogger che sbraitava indignata “Leggete filosofia”. Il rischio, a mio avviso, è che lo snobismo renda meno credibili tutte le comprensibili perplessità del caso.

Io non ritengo in tutti i casi che non si debba mai criticare un film senza prima, prima vederlo, ma sospetto che la visione aiuti.

Proprio Bucay, comunque, può essere considerato un esponente di quel tipo di self-help che alla lunga trovo addirittura pericoloso.

Manuali che ci insegnino a campare sono stati scritti fin dagli albori della civiltà, fin dalla Bibbia. Oddio, non tutti sono artistici come l’Ars amandi di Ovidio, ma insomma, se trovo sullo scaffale della Fnac Come si seducono le donne, non penso subito che l’autore sia Filippo Tommaso Marinetti.

D’altronde i libri di oggi sono anche una raccolta spesso esibita trionfalmente di massime ispiratrici dei vecchi filosofi. Marco Aurelio, raccomandato anche, ricorderete, dal Dr Hannibal Lecter, sembra spopolare sul fronte americano, per esempio. E gli esperti di filosofie orientali buttano da sempre acqua al proprio mulino, denunciando il saccheggio di complesse teorie filosofiche asiatiche, frullate in un Bignami occidentale di comodo.

Ma il vittimismo è la migliore delle argomentazioni degli autori di ogni genere accusati di produrre materiale scadente, compreso Gigi D’Alessio.

Quando però il materiale diventa divulgativo, secondo me, è tutt’altro che un male, a seconda di cosa si divulghi e come.

A me del self-help piacciono quei manuali che fanno da ponte tra “la torre d’avorio dell’accademia” (nella definizione di Wikipedia) e le persone che non hanno studiato molto. In questo senso, opere diversissime come Donne che amano troppo e Donne che corrono coi lupi hanno già aiutato un paio di generazioni di donne a riflettere su se stesse. Alcune, prendendo alla lettera i passi del primo libro (i famosi step cari agli autori americani) per la guarigione. Altre ricavandone riflessioni utili senza lasciarsi eccessivamente condizionare.

La diffidenza nei confronti di queste pubblicazioni mi sembra affliggere questo prodotto della letteratura pop come altri prodotti, vedi generi letterari considerati minori e le serie tv che sono le discendenti del romanzo d’appendice.

Ma so che il discorso è delicato. Le speranze della gente sono materiale pericoloso da maneggiare e il tipo di letteratura basata sulla crescita spirituale potrebbe sfruttarlo senza gli accorgimenti del caso. Si sprecano le battute tipo “le uniche persone aiutate da questi libri sono gli autori, che si fanno miliardari”.

Sarà anche per questo che alcuni autori, infatti, mi diventano i talebani dell’ottimismo. Opere come The Secret e la loro legge di attrazione (se pensi a cose positive, ti succederanno cose positive) diffondono idee che trovo corrette, come per esempio che un atteggiamento ottimista aiuti. Nei miei periodi di tranquillità e sicurezza personale sono ancora propensa a vedere una sorta di “magia” intorno a me, che in molti casi fa succedere le cose esattamente come le volevo, quando le volevo. Ma non è magia, sono io. Che in quel momento ho le energie giuste per cambiare le cose che posso (per citare la famosa preghiera della serenità), per accettare serenamente quelle che non posso cambiare, e per cogliere al volo le opportunità che mi si presentano.
Fin qui, tutto ok. Il pericolo è quando la felicità viene venduta come un atto della volontà, come se l’Universo (quest’entità benefica cui rivolgersi) ti procurasse tutto ciò che ti serve solo se lo desideri ardentemente, e se non te lo procura è perché non l’hai desiderato abbastanza.

Hai voglia di scrivere che l’ottimismo non è rimozione delle cose negative, come si affrettano a precisare vari autori. Ma in fin dei conti rischia di diventarlo. Quando ti viene consigliato di eliminare tutte le canzoni piene di “energie negative” e di non guardare troppo il telegiornale, la soluzione proposta sembra quella di alimentare l’autoinganno nella sua forma peggiore (l’ignoranza volontaria dei fatti) e vivere in una sorta di bolla di sapone, che non so se sperare o meno che scoppi.

Sospetto che qui ci sia lo zampino di quell’ottimismo a oltranza che sembra caratterizzare la società americana. Sulla quale mi professo ignorante, motivo per cui mi astengo dal linciarla come si credono in dovere di fare altri sinistrorsi più antiisraeliani e antiamericani che filopalestinesi, filodemocratici (a proposito, Madre Teresa di Calcutta che non andava alle manifestazioni “contro” e attendeva con ansia quelle a favore di qualcosa, si può considerare autrice mancata di self-help?).

Ma dal bombardamento mediatico e non di prodotti americani (se mio nonno non avesse ricordato chi la vinse, poi, quella guerra enorme che scoppiò quando era giovane, gli sarebbe bastato accendere la radio) mi sembra d’individuare quest’ottimismo a oltranza che a lungo andare, temo, può diventare davvero una piaga.

Devo dire che, proveniendo da una terra che trovo tendere a un pessimismo cosmico spacciato per realismo, a un cupio dissolvi dal quale cercano di salvarla pazientemente gli amici rimasti là, quest’ottimismo, nella sua forma non estremista, mi sembra cosa buona e giusta.

Della mia terra, però, conservo volentieri un sacro rispetto per l’amore. Sono d’accordo coi manuali che stigmatizzano il masochismo che lo accompagna, al giorno d’oggi, la profusione di messaggi terribili, specie per le giovani donne, per cui amare e soffrire sono sinonimi. Ma alcuni manuali presentano l’amore come una specie di elettrodomestico da comprare, una relazione “sana” (aridaje con la medicalizzazione del linguaggio come parvenza di scientificità) è tale se ti permette di crescere, se ti dà serenità, ecc. Tutto giusto, ma tra amore tossico e amore IKEA, da “comprare” se ti conviene e comporre a tuo piacimento, spero proprio esista una via di mezzo. Poco tempo fa confidavo dei problemi sentimentali a un amico che a un certo punto della sua vita ha compiuto un percorso spirituale importante. “Questa relazione ti permetterebbe di crescere?”, mi ha chiesto lui. Gli ho risposto che se c’è una cosa che per me manca al cosiddetto crecimiento espiritual, come si chiama qui, è la libertà di dire “No, però non me ne frega niente”. E, a prescindere da se fosse o no la risposta giusta alla sua domanda (non lo era) la libertà, almeno per me, è tutto.

Ma una parte dell’America stessa prende più o meno bonariamente in giro questa tendenza.

Nel film The Company Men Ben Affleck, licenziato da una florida impresa insieme a molti suoi colleghi, va in un centro preposto ad aiutarlo a trovare lavoro. Al momento di assistere alla prima sessione del programma di assistenza, il centralinista gli dice, scherzando: “Fammi la Tigre”.

La Tigre, si scopre poi, è un’affermazione positiva con cui i neolicenziati cominciano la loro lunga e infruttuosa ricerca di un lavoro: “Vincerò, perché ho fiducia, coraggio ed entusiasmo”.

Alla fine, Affleck e il compagno di sventura che l’aveva preso in giro trovano lavoro come muratori presso il cognato del primo, quadretto familiare al mio background nepotista ma solidale. E allora sì, scherzando ma credendoci, i pantaloni sporchi di malta e polvere, possono recitare la Tigre. Finiranno per ripartire da 0, fondando un’impresa di difficile gestione.

Insomma, rifuggendo dalle facili formule magiche per risolverci la vita, per me certi libri di self-help più connessi alla psicologia divulgativa possono essere una risorsa. Non mi sono mai laureata in psicologia, anche se mi sarebbe piaciuto, e sono contenta se qualcuno mi dà qualche trucco per combattere l’ansia, o mi ricorda che molte convinzioni sulla vita e sul mondo le ha sviluppate la me stessa di 5-6 anni con cui ora non sarei più tanto d’accordo.

Sono banalità? Vengo da un contesto in cui forse, a furia di “leggere Marco Aurelio”, o meglio di citarlo male senza averlo mai letto, le banalità si scordano. Ed è un peccato.

requiemperunagattaNon aveva neanche un nome, questa cosa fondamentale per la mia specie, che per la sua si risolve con un grido riconoscibile. Il mio partiva sulla soglia della mia stanza, quando provava a sgattaiolarci dentro perché me la ritrovassi improvvisamente sotto al letto, a giocare con strani palloncini di cui m’ero scordata l’esistenza.

Ma era lei che possedeva me, nonostante il collarino che i “legittimi proprietari”, altro equivoco della mia specie, le avevano imposto da qualche tempo.

Veniva ogni tanto, poi spariva, poi tornava improvvisamente e non se ne andava più. È stata presa in braccio dal vincitore del Gaudí di quest’anno, un ex militante antifranchista che per lei era solo un pantalone nero su cui strofinarsi lasciando peli grigi.

E peli grigi si lascia dietro, insieme ad altri resti quantomai prosaici.

– Guarda là – mi fa il proprietario, sul terrazzo comune dell’edificio – io non ci credo che sia volata sei piani per un incidente. Evidentemente, mentre la uccidevano se l’è fatta addosso.

Ci sono versioni diverse. La signora del primo piano dice che era sfracellata al suolo, hanno dovuto chiamare quelli del comune a portarla via. I “legittimi proprietari” spiegano che è stata messa davanti alla loro porta, agonizzante, alle 7 del mattino. Pure il bambino del piano di sotto, quello che parla perfettamente spagnolo e arabo, sapeva che era morta, forse l’ha vista. È lo stesso che mi ha detto “Quello che comanda in questo palazzo ha cambiato la serratura del terrazzo comune e le chiavi le ha solo lui”.

Siamo al sicuro, bambino del terzo piano? E tu non dormi solo, come me, accanto a questo terrazzo comune che si scavalca con un salto.

Ma si parlava della gatta.

Che anche nelle mie notti da Llorona dei suoi ultimi 40 giorni mi guardava a distanza, col rispetto degli animali che sanno che uno di un’altra specie che non sta bene va lasciato in pace. Ai miei suoni sopiti e laceranti ricambiava coi suoi, a tutte le ore sotto la mia finestra, un lamentoso fammi entrare a cui non rispondevo neanche più nella sua lingua, ma nella mia imprestata: “Basta ya, calla!“.

Lei stava zitta solo sotto la mia amaca, che ogni tanto mi sembrava puzzare di piscio, mentre leggevo gli eterni libri di psicologia, antropologia e divulgazione d’accatto che prendo per capire un po’ chi sono e che farci con la mia vita. Senza accorgermi che le risposte erano tutte là sotto, nei suoi occhi grigi che mi osservavano ironici mangiare cose che non si sarebbe mai sognata di assaggiare, passare le ore davanti a una scatoletta nera non commestibile col sole che c’era, accoppiarmi con difficoltà e patemi d’animo e senza mai procreare.

E quella forza che secondo psicanalisti, antropologi, sensitivi, scienziati, ci guida istintivamente con sapienza ancestrale, conoscendo il cammino o intuendolo con facilità, quello che si chiama istinto o anima a seconda del grado di poesia, per me aveva ormai i suoi occhi.

Ed è tutto quello che le posso dare, e che lei mi può dare ancora.

Ho deciso che, per quanto sta in me, io sarò la gatta. La que sabe, quella che non sta zitta, che prende notte e giorno come vengono e finché c’è da mangiare non si lamenta mai.

Quella che sa che tutte queste cose sono molto più importanti di un nome.

Nomina nuda tenemus.

caceroladamallorca È succieso che s’è appicciato. Chi? Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo. Ha bruciato quel poco di credibilità che gli restava rispetto alle gesta del suo ex tesoriere Bárcenas, coinvolto in uno scandalo legato alla contabilità sottobanco del partito: il PP riceveva finanziamenti privati da entità finanziarie influenti in Spagna.

E Rajoy, stando a quanto dichiara Bárcenas e a quanto confermano certi SMS di cui si riconosce autore, avrebbe intascato un bel po’ di soldi anche lui.

Cos’ha a che vedere, tutto questo, con una calda serata di luglio nella Barcellona della crisi? Soprattutto, che c’entrano le pentole e i cucchiai che alle 20 di ogni sera suonano ininterrottamente per un’ora, insieme a fischietti, chiavi, frizzi e lazzi, nel quartiere più elegante di Barcellona?

La cacerolada, o cacerolazo, nasce in Sudamerica negli anni ’70, viene riportata in auge dall’Argentina della crisi economica dei primi anni 2000, ed entra nella mia vita con gli Indignados, nel 2011. Ci sono foto di me seduta al centro di Plaça Catalunya, in buona compagnia, con un cartello per invitare a votare ai 3 referendum per acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Ora che gli indignados latitano, ho lasciato padella e cucchiaio a casa, le chiavi sarebbero bastate. E siccome era tardi, ho preso addirittura la metro, per presentarmi in c. Mallorca 278, fuori alla Delegación del Gobierno de España circondata, ovviamente, da bandiere indipendentiste catalane.

Ma mai come a Barcellona il privato è pubblico e, nonostante le mie scarse aspettative di trovare volti noti tra la folla cacerolante e fischiante che brandiva cartelli (no hay pan pa tanto chorizo, sul doppio senso spagnolo tra “salame” e “profittatore”, Españistan: 100% corrupción, 0% ética, e il grandioso Attento, Mariano, ti veniamo a sfrattare, nel paese degli sfratti forzosi), nonostante le urla assordanti Mariano, Mariano, no pasas el verano, nonostante tutto ho incontrato ben 2 paia di occhi azzurri, completamente diverse tra loro.

Un paio ha visto l’Inferno e l’ha raccontato, ma ancora mi sorride ogni volta che l’incrocio, e spero sia più spesso.

L’altro paio è un bel po’ più chiaro del blu della sua estelada, la bandiera indipendentista sotto la quale, lo sapevo, l’avrei trovato a fissarmi. Non ricambiato. Ci sono momenti in cui puoi solo abbassare lo sguardo, perché non sai come spiegare il va e vieni di inviti, sparizioni, nuovi inviti, a chi non conosce il caos emozionale della comunità italiana a Barcellona. Mi è venuto in mente Shakespeare, Misshapen chaos of well-seeming forms, ma non c’era posto per l’inglese, era tutto un cantare catalano, dopo lo spagnolo glorioso de A las barricadas c’era l’Estaca: se tiriamo tutti, il palo a cui siamo tutti legati cade. Come questa cacerolada: l’idea è perseverare finché le urla Dimissió non si trasformino in un unico boato consolatorio. Che forse non ci sarà mai, ma intanto a poc a poc, come si dice qua, cacerolada per cacerolada, slogan per slogan. Almeno la gente si ricorda che i problemi comuni meglio provare a risolverli.

E anch’io, a poc a poc, giorno per giorno, pentola sul fuoco dopo pentola sul fuoco, salvo quando è l’ora di farle suonare per strada, e chiedersi se è il caso di mettersi i tacchi che il poliziotto nella camionetta ha una faccia proprio schifata (ma ci sono le telecamere e le giornaliste magrissime che sì che ce li hanno, i tacchi)… A poc a poc, i problemi li risolvo anch’io.

E quando il secondo paio d’occhi mi scova tra la folla in cui mi sono rifugiata e diventa una mano sulla mia spalla, e poi un solo fiato, magari ci vediamo uno di questi giorni, allora smetto di cantare segur que tomba, tomba tomba e chiudo gli occhi, per sentire se ho ancora sangue nelle vene.

I ens podrem alliberar.

(Il pubblico)

(Il privato)

la-lloronaC’era una volta una donna che piangeva.

Viveva da sola in una casa ai confini del bosco, nessuno ricordava più da quanto né perché. Il suo volto era senza tempo, aveva tutte le età del mondo.

E piangeva.

I taglialegna che passavano fuori la sua capanna la sentivano fin dal mattino presto. Una volta una vecchia si avventurò per il bosco a prendere certe erbe che crescevano sotto gli alberi, per propiziare il matrimonio di sua nipote. Erano erbe che si coglievano con la luna piena, se no la pozione non funzionava e la sposa avrebbe partorito una nodosa radice. La vecchina conosceva la storia della donna nel bosco, non ricordava da quanto, ma quando se la trovò davanti, un’ombra lunga e sottile sotto i raggi argento che illuminavano la soglia della casupola, si spaventò di quanto fosse umana. Si aspettava una fata, una strega, un essere deforme. No. C’era solo una donna senza età né storia né perché che piangeva tutte le sue lacrime.

– Sono venuta a cogliere… – cominciò la vecchia.

Ma l’altra rispose con un urlo lacerante che la fece scappar via, così non fece più il decotto e la nipote fu contenta lo stesso.

Tutti quelli che passavano fuori la casa del bosco, in realtà, osservavano la donna e tiravano dritto senza capire.

Il villaggio vicino era un posto tranquillo, senza grandi avvenimenti, nel bene e nel male. Era come se la donna del bosco si fosse assunta l’incarico di piangere per tutti. Di gioia o di dolore, questo non si capiva, e forse non era importante. Nel villaggio avevano tutti il sorriso di plastica di chi niente spera perché non sa sperare. Si svegliavano presto per lavorare, mangiavano i prodotti che coltivavano e andavano a letto presto. E gli andava bene così.

La donna del bosco sentiva per tutti. Ma quando qualche forestiero si avvicinava per chiederle se avesse bisogno di aiuto, dopo un po’ se ne andavano tutti, scoraggiati: la donna non sapeva più parlare, conosceva solo il linguaggio delle lacrime.

Una notte, però, venne una gatta.

Era una gatta bella grassa, di quelle nutrite bene da qualche vecchietta senza figli. Solo che chi la nutriva non era vecchia, e la stava cercando dappertutto. Ma lei era una gatta, non capiva che se qualcuno ti dà da mangiare poi si aspetta che resti sempre lì. Lei le cose le faceva perché voleva farle, quando voleva farle. E stavolta voleva andare a curiosare nella capanna della donna nel bosco. Magari c’era qualche pezzo di lardo scordato in cucina apposta per lei. Le fu facile aprire la porta, sempre socchiusa, col bel musetto grigio, ma dentro ci trovò solo un alto tavolo (be’, per lei era altissimo), su cui erano disposte nodose radici di zenzero, un mucchietto di foglie con sopra un lenzuolo logoro, e la donna del bosco rincantucciata in un angolo, che tanto per cambiare piangeva.

Non aveva neanche sentito la gatta entrare, quando si videro alzarono la testa tutte e due. Coi suoi occhi che vedevano al buio, la gatta osservò attentamente la donna che piangeva, le vide i profondi occhi neri, il naso gonfio come le labbra, i solchi che scavavano le guance senza tempo né storia. Era una gatta paurosa e indolente, che preferiva scappare quando non le tornasse utile restare in un posto.

Ma stavolta rimase. Ascoltò a lungo quello squittio animale tanto simile a quello dei topi che cacciava, e rispose miagolando. Era l’eterna nenia delle gatte in calore.

La donna s’interruppe, il fiato corto. Non lo faceva mai, ma… A quel punto avrebbe dovuto cacciare l’urlo come con la vecchina della pozione, o i taglialegna, o chiunque venisse col sorriso di plastica a chiederle se le servisse qualcosa, ma non fece niente.
Anzi, no, una cosa la fece. Un’altra cosa che non faceva da secoli.

Aspettò.

E la gatta tornò a miagolare seria e attenta. Allora la donna si alzò di scatto e corse verso l’animale. La gatta non indietreggiò. Cominciò a grattarsi un po’ il dorso con una zampetta. La donna incespicò nel tavolo, rovesciò la sedia e si gettò a terra accanto alla gatta. Ora le vedeva bene gli occhi d’argento, che brillavano nella penombra. E vide che capivano.

Allora raccontò la sua storia alla gatta, quella storia che in paese nessuno ricordava e che la gatta ascoltò paziente, singhiozzo dopo singhiozzo, come faceva ogni giorno coi segreti del mondo, come il fruscio delle foglie, quando le rivelavano che avrebbe piovuto. Alla fine fece un leggero sbadiglio e si acciambellò nel grembo della donna, attenta a evitare le parti inzuppate dalle lacrime, che i gatti odiano l’acqua.

La donna saltò un po’ sorpresa, poi si mise ad accarezzarla lentamente, finché non si addormentò. Allora la depose sul mucchietto di foglie e uscì fuori.

Le restava un’ultima cosa da fare.

Andò alla fossa nel retro della capanna e riprese a piangere, in quel suo strano modo sospeso tra gioia e dolore.

Pianse come mai aveva fatto prima d’ora, perché era l’ultima volta.

Pianse finché il volto non si fece lacrime, così come il corpo, le vesti, i piedi, finché non diventò le sue lacrime, e quelle diventarono acqua sorgiva e lei sorgente, e la conca diventò un ruscello fresco che cominciò a scorrere via, fino al villaggio.

Fu allora che venne la bambina.

Quella che nutriva la gatta. Venne all’alba.

Aveva cercato la bestiola tutta la notte, e aveva perso le speranze. Ma vedendo quel fiume scendere fin sotto casa sua aveva capito che la gatta doveva aver combinato qualche guaio. Si spaventò un po’, a entrare nella capanna, come tutti aveva sentito parlare della donna del bosco.

Ma quando si affacciò nella stanzetta illuminata dal sole, vide la bestia dormire così placida e beata che si arrabbiò moltissimo. Si sfilò uno dei suoi stivali rossi e glielo tirò.

La gatta fece un balzo, come se fosse già stata sveglia tutto il tempo ad aspettare.

– E adesso torniamo a casa – brontolò la bambina. – Aspetta che beva un po’ dell’acqua qui fuori e ci mettiamo in cammino. E guai a te se scappi di nuovo.

Detto fatto, andò alla conca e bevve.

Era acqua fresca, leggermente amarognola ma dissetante. La bimba dispose le mani a formare una piccola conca e diede da bere anche alla gatta, che guardava il fiume con l’indifferenza sorniona con cui guardava ogni cosa. Ma stavolta bevve con tanta avidità che in breve cominciò a solleticare il palmo della mano della bimba con la sua lingua rasposa.

E la bimba iniziò a ridere. Prima piano, poi sempre più convulsamente, finché non le uscirono proprio le lacrime e si rotolò sul prato con la gatta che lasciava fare.

Scese a valle rotolando e ridendo, poi si mise in piedi, tutta sporca di fango e graffiata dai rovi, e corse e rise, con la povera gatta arrampicata sul suo collo che emetteva piccoli miagolii di protesta, più rassegnata che stizzita.

Così conciate arrivarono al villaggio, dove le cercavano ormai da tempo.

Immaginatevi lo stupore nel vedere la bimba sana e salva, e sgnignazzante come dopo il migliore scherzo del mondo. Le dissero di smettere, un po’ spaventati, ma lei niente.

Finché la gatta non le morsicò un po’ l’orecchio, delicatamente, e allora smise.

Ma il riso le rimase negli occhi. E chi la guardava in volto non poteva fare a meno di accorgersi di quella risata interna, incredibilmente contagiosa.

A poco a poco, tutto il villaggio ne fu contaminato.

Qualcuno si lamentò, qualcuno scosse la testa. Quella gioia portava con sé la sua sorella gemella, la tristezza, nessuna delle due andava in giro senza l’altra, e se lasciavi aperto loro l’uscio non sapevi mai quale sarebbe entrata per prima.

Ma il paesino senza emozioni imparò a piangere ridendo e ridere piangendo.

E la capanna vicino allo strano fiumiciattolo che scaturiva dalla terra diventò la meta preferita dei bambini che giocavano a nascondino, e il mormorio dell’acqua a volte veniva sommerso dall’eco delle loro risate.

MostHilariousWeddingCakeEver“Mariamarche’, nun me sposo cchiù”.

Il tono al telefono è quello solenne di chi sta scherzando, ma mi faccio lo stesso strada tra gli strati di afa che in paese si tagliano col coltello e gli dico:

“Ua’, non esiste proprio! Si nun te spuse tu… Voi siete una speranza per l’umanità!”.

E non sono l’unica a pensarlo, del matrimonio che mi ha vista in riva a una spiaggia dello Ionio con dei perfetti sconosciuti (particolare che non mi ha impedito di cantarci in auto, litigarci, confidarmici e piangerci assieme nei numerosi momenti di commozione collettiva). Un’impresa titanica che ha trasformato un amore adolescenziale nella scommessa di una vita (“Mariamarche’, la vita fa giri esagerati, po’ vide”) e riunito gente di tutto il mondo in un paesino tutto toni dorati e pietre antiche, che per immaginarselo basta guardare la sposa.

C’erano tutti, i parenti calabresi, i prof. spagnoli, gli amici napoletani.

E quelli di Barcellona.

Che perlopiù spiccano per la refrattarietà ad abbronzarsi. Per le attività interessanti che svolgono, sempre poco retribuite e quasi mai legate a cose triviali come figli e mutui da pagare. Per gli abiti da cerimonia creativi, compresi dei pantaloni con spacco che detteranno moda per decenni. Per il silenzio in chiesa mentre tutti recitavano il Padre Nostro (l’unica cosa che si è sentita è stata il leggero russare del mio vicino). E soprattutto, per il loro italiano: potevi sentire davvero frasi come “Certo che comprare un piso è un’inversione, specie se paghi in effettivo invece di farti l’ipoteca”. Roba che non si capisce né in Spagna né in Italia, l’itañol nella sua essenza.

Facilmente individuabili, insomma.

Poi ci sono io, infagottata nel vestito comprato un anno, 3 chili e 4 vite fa. Io che ho rovinato in un nanosecondo la sorpresa sul repertorio musicale in chiesa (“Ah, in casa c’erano dei ragazzi a provare Ovunque proteggi, di Capossela, perché?”), io che non per fare sempre la parte dell’esclusa, quella che non sta bene da nessuna parte, ma sono scesa in Calabria in un’auto napoletana, tra frittatine di maccheroni e un inaspettato Baccini cantato a squarciagola (e le donne di Napoli “capaci di ridere anche sotto l’alluvione” hanno aperto le danze di Radio Lacrima). Poi ho dormito coi barcellonesi, comprando cornetti per i coinquilini improvvisati 5 minuti prima che ci pensasse lo sposo. Ma senza presentarmi in spiaggia una notte che fosse una, sempre troppo stanca per condividere la “capa fresca” neocatalana che fa organizzare macchine per guardare l’alba, mentre il gruppo di Napoli ricorda che alloggia a un’ora dal mare (“E allora?”). E i napoletani mi sfottevano: “Sei di Barcellona, ma sempre con noi stai, no?”.

No. In realtà me ne sono stata a lungo anche sul muretto fuori al castello del banchetto nuziale, appollaiata sulle panche tra le montagne e Brasile-Italia, guardato in maxischermo dagli uomini del paese fuori al bar della piazza. A sorridere della tripla alienazione di napoletana in Calabria, barcellonese in Italia, italiana a Barcellona.

Ma questi e altri riscenzielli non erano niente, ho scoperto, rispetto alle vicende umane di chi ha voluto esserci nonostante le ferite recenti e laceranti, gente che non conosco ma che rispetto e ammiro, sentendomi un po’ scema ad aver pensato anche un momento di rinunciare.

Ma ribadisco, è merito degli sposi. Del momento in cui la sposa ha coperto l’entrata della chiesa, illuminandola col suo abito avorio, mentre lo sposo non sapeva se trattenere più l’emozione o le risate, a vederci tutti sul pizzo delle panche in un ping-pong di teste girate tra portone e altare.

Della loro storia incredibile che a raccontarla non ci credono, “Eh, sono tornati insieme da qualche anno, ma si sono conosciuti quando lo sposo teneva ancora i capelli”. E della sensazione, in loro presenza, di trovarsi di fronte all’amore come dovrebbe essere. Come è.

Perfino a Barcellona.

MCDTROY EC086Avviso: quest’articolo è solo un flusso di coscienza su un argomento che mi è piuttosto caro, e che, esposto al mio migliore amico, mi ha già guadagnato un: “Ma a che stavano pensando, i tuoi, quando ti hanno fatta?”.

Chissà. Resta il fatto che da un po’ rifletto su tutte quelle storie in cui un personaggio dotato di poteri sovrumani si trasforma in essere umano per libera scelta. Nel supermercato postmoderno che compone il mio bagaglio culturale, questa riflessione spazia dal Cristo cattolico alle sirenette da manga giapponese.

Grandi assenti, i protagonisti della mitologia greca, perché non me ne viene in mente nessuno che perdesse la condizione divina, almeno per sua volontà: al massimo la Sibilla turlupinata da Apollo che gli chiede l’immortalità, ma si scorda di pretendere pure l’eterna giovinezza, e a domanda “Cosa vuoi” risponde invariabilmente “Voglio muri'” (no, perché con buona pace di Petronio, la Sibilla Cumana che parla latino non ce la vedo manco 2000 anni fa).

La tematica della morte, in realtà, mi avvicina a un altro personaggio deturpato dall’era pop: il Pelide Achille in versione hollywoodiana. Quello che di Patroclo è solo cugino ed è innamorato di Briseide, a cui confessa un grande segreto: gli dei sono invidiosi degli esseri umani, proprio perché questi ultimi muoiono. Quindi ogni istante della loro vita è importante.

Lo so, diabete che si spreca quanto la tintura bionda in testa a Brad Pitt. Ma anche un indizio per rispondere al mio interrogativo: perché un personaggio non umano vorrebbe farsi uomo? In genere è per amore, di una persona in particolare (la Sirenetta) o dell’intero genere umano (ve lo devo proprio nominare? Stendete le braccia e incrociate i piedi…). O, se spodestato dal suo “habitat” naturale, per essere riconosciuto e accettato tra gli umani. Come il Pinocchio diventato bimbo secchione che però “era proprio un bel burattino”, sospira la fata, o addirittura la streghetta Lalabel, spodestata dal Paese della Magia, che alla fine decide di rimanere sulla terra. Ricordo l’ultima scena del cartone: lei che si arrampica su un pendio e qualcuno che le grida tipo “Attenta a non cadere!”. In effetti, pensavo, non c’è nessun potere magico a impedirglielo. E il solo pensiero mi dava il latte alle ginocchia.

Evidentemente, già da allora peccavo di ubris, il famoso peccato mortale in salsa greca che nei libri del liceo, sempre aggiornatissimi, si traduceva con tracotanza e si leggeva quando la fai fuori dal vaso.

In effetti, come molti esseri umani mi sono atteggiata un po’ a semidea, standomene nel mio imperturbabile Iperuranio, convinta che a non immischiarmi con gli umani sentimenti, in qualche modo strano ne avrei evitato dolori e disgrazie. A costo di privarmi anche delle cose più belle, ma noialtri dei minori di questo non ci accorgiamo subito. Come potremmo? Quando afferriamo questo risibile scettro non abbiamo né l’età né la lucidità per capire cosa stiamo facendo.

Anche perché, insomma, sentirci dire che per diventare umano Dio ha dovuto “abbracciare una croce” non era proprio il massimo dell’incoraggiamento. Tanto vale crederci superiori alle umane disgrazie.

Finché un giorno (ma in genere accade in due, tre, tremila), non ci accorgiamo che l’Iperuranio un po’ scoccia. Che il trono di cartapesta è scomodo, che il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino e aggiungete banalità a piacere.

Allora scendiamo in terra a cominciare un lungo, difficile lavoro: essere degni di essere umani. Noi, ultimi arrivati. Degni della nostra imperfezione, della nostra impotenza. Della vigliaccheria.

Della bellezza che sappiamo creare nonostante tutto questo.

È un training lungo e difficile, come quelle ricerche in archivio che possono durare mesi senza sapere se stai sulla pista giusta.

Forse ce ne accorgiamo solo quando ci ritroviamo a soffrire. Non per la sofferenza in sé, quella è inutile, a proposito di miti da sfatare.

Ma perché allora significa che dei sentimenti ce li abbiamo, e cominciamo a farci anche una vita. Imperfetta e destinata a finire. Ma una vita, bella grassa nelle nostre mani. E se siamo capace di soffrirne, prima o poi impariamo anche a godercela.

Ebbene, questa gioia che già intravedo, precaria e difficile, vale tutto il tracotante Iperuranio che tra fulmini e troni di cartapesta non è in grado di darci neanche la libertà di piangere.

Beach Body Mio padre mi ha raccontato una storia sull’ America’s Cup a Napoli.

Passando per la famosa ZTL (lavora in un ospedale a Posillipo), si è ritrovato un assembramento di motorini a un angolino di via Caracciolo.

La prima volta non ci ha fatto caso.

La seconda, i motorini si erano moltiplicati. Allora ha fermato uno dei ragazzi e gli ha chiesto che fosse successo. “Ci stanno le veline dell’America’s Cup”, testuali parole.

Si è affacciato a guardare, e in effetti c’erano le belle ragazze che facevano da hostess, non so a che titolo, nel corso della gara. Approfittavano della pausa pranzo per prendere il sole sugli scogli, magari in topless. “Erano quasi tutte settentrionali”, ha precisato a questo punto papà, “ma non c’è niente di male, eh”.

Al terzo giorno, c’erano due poliziotti a pattugliare.

Ora, quando mi ha raccontato questa storia ho sorriso. Siamo i soliti morti di figa (un amico veneto mi dice che da lui lo sono altrettanto, solo che si sentono ridicoli a mostrarlo troppo), ma quest’episodio sembrava divertente. E dire che, appena toccato il suolo dell’aeroporto di Capodichino, mi ero preparata psicologicamente al cartellone pubblicitario che avrei trovato agli arrivi.

Due anni fa ero scesa dall’aereo con la tutor catalana del dottorato, alla vigilia della discussione tesi, e ci aspettava in scala 10:1 uno di quei completi porno Yamamay. L’altra aveva commentato: “Solo in Italia”. Con altrettanta solidarietà e apertura mentale mi ero detta che dalle parti sue per essere una donna oggetto bastava riuscire ad abbinare la gonna con la maglia. No, non ne vado affatto fiera.

Ma l’episodio di via Caracciolo mi ha fatto ricordare che la bellezza dev’essere un gioco, uno degli aspetti che allietano la vita se si dà loro la collocazione giusta. Se si smette di esserne ossessionati, specie noialtri del Belpaese (come lamentava un mio ex inglese, ignorato in patria perché British Asian e idolo delle folle a Napoli) e la si coltiva come uno dei tanti aspetti della vita.

L’Italia che ho trovato è un pochino più attenta alla questione donne oggetto, e magari trascura quella del corpo maschile trasformato in un tubo di maionese. Sarà perché fa molto antiberlusconismo, o perché il femminicidio improvvisamente fa notizia (in Spagna, almeno, la fa dai tempi di Zapatero), ma si comincia a pensare che, se le donne vengono presentate come una merce, poi come merce vengono trattate.

Io sarò tutta storta, ma altro che merce, quando ammiro un uomo lo idealizzo, non so come spiegarlo. Riconosco che per uno scherzo del destino è portatore (spesso sano) di un dono che non si è cercato e fa poco per coltivare. E ne rispetto la sacralità, perché la mia idea è che fare un bel corpo è un miracolo di coincidenze e convergenze simili a quelle che fanno una bella mente.

Solo che con un po’ di allenamento, rispetto all’intelligenza, la bellezza la sgami un po’ dappertutto. Quella bellezza che “sta nell’occhio che guarda”, come ricordava sempre mio padre a una mia amica inglese, cercando di citare Shakespeare direttamente dall’italiano (e usciva una cosa tipo in the eye that sees).

Io non la trovo tanto in quei volenterosi servizi fotografici di donne “belle lo stesso”, tipo pubblicità della Dove, volte a evidenziare che sei bella anche se non rispetti i volubili e contraddittori standard di bellezza: temo che questi standard vengano reiterati e riaffermati in ogni scatto che pretenda di contraddirli, perché nel presentarsi come autorevole contraddittorio sta dando loro autorità.

Ma quando le lettrici di Repubblica (tra cui alcune amiche mie) hanno mandato all’edizione online una loro foto con su scritto Non sono una donna a sua disposizione ho passato vari giorni a osservarle, l’occhio mai stanco da tanta varietà di forme e di stili. Dal modo in cui i capelli venivano raccolti su un volto “troppo ovale”, le rughe accentuate da un bel sorriso che me le faceva dimenticare. Di quanto la varietà della vita, superi spesso e volentieri la plastica.

Questa è la bellezza che voglio coltivare. Come un gioco che non stanca finché sai quando è il tempo di smettere.

E non so quanto c’entri ma, guardando un servizio sul femminicidio col mio migliore amico, lui improvvisamente mi ha fatto una delle carezze ruvide e un po’ impacciate che è il massimo che si concedono certi uomini, depositandomi addirittura un bacio sulla tempia. Mi sono sentita un po’ una specie protetta, come il panda del WWF, eppure sono maggioranza, al mondo.

Ma ho capito e mi è piaciuto molto.

croce Sono tornata in biblioteca.

In effetti adesso dovrei star lì, invece che nel mio soggiorno a mangiare una mela marcia e raccontarvelo. Ma quando le giornate si scompongono come i fili dell’amaca sotto questo vento che adesso mi minaccia le carte della scrivania, quando succede meglio tenergli il gioco. Al vento, dico.

Torno in biblioteca per leggere vecchi giornali (ma proprio vecchi) alla ricerca dei miei soldati, che “miei” ormai non lo sono più tanto. Sono tornati a essere un campo di battaglia, tra Catalogna e non Catalogna. Tra storici che li vedono come uno dei tanti miti di una nazione in cerca di paese, e gente che pensa che, pochi e buoni, erano eroi.

Io ho sempre pensato, innanzitutto, che fossero poveri cristi. Buttati, spesso loro malgrado, in una trincea. E che per sopravvivere ci stava bene, credere che a fine guerra magari la Francia avrebbe aiutato il loro paese a farsi indipendente. Io in quelle circostanze mi sarei messa a credere a Batman, alla Fata Turchina e all’amore eterno, figuriamoci a questo.

Il mio bisnonno operaio socialista diceva che gli austriaci erano brave persone, tu gli dicevi “oggi spariamo noi, domani voi”. E la guerra scendeva giù che era un piacere, o quasi. E con buona pace sua e della retorica penso piuttosto agli uomini che amo ora, fratello amici amori, in una trincea. Io che chiamo dal paese alla prima notizia di scontri a Barcellona durante le manifestazioni. Be’, a immaginarmeli lì mi commuovo nella peggior tradizione di Lacreme napulitane.

E ho adottato questi soldati un po’ spacconi e molto sgrammaticati in vece loro.

Sgrammaticati? In realtà, più vado avanti, più scopro scrittori in erba. Immancabilmente, quando li segnalano nei brevi articoli sormontati da vignette antitedesche, gli scrupolosi redattori filoalleati avvertono “non soffermatevi sulla qualità dei versi, ma sul sentimento che li accompagna”. Roba che io mi sarei offesa, scusate. Avrei chiesto una licenza e sarei piombata in redazione con una marmitta di rancio français tutta per i miei critici. Poi leggo Requiescat in pace, di P. Francis. Viene subito dopo una retoricissima celebrazione del “compaesano” Joffre. Ma questo che riposa in pace, guarda un po’, non è un generale, è un compagno morto. Si capisce pure in italiano:

Els companys sus la creu han posat el képi,
Del clot, del pobre clot la terra encara és fresca,
Un rossinyol content refila en la verdesca.
El capella-soldat ressa un poc de llatí.

È sul finale che alzo gli occhi sulle volte finto-gotiche della Biblioteca de Catalunya, e mi scopro a recitare, in testa ovviamente:

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto

Ma nel cuore
Nessuna croce manca

E’ il mio cuore
Il paese più straziato

E allora dico caro P. Francis, autore di Poemes de guerra, non fa niente se non sei Ungaretti. Ho capito lo stesso. E i miei lutti non sono niente, rispetto ai vostri, ma di paesi straziati son pieni i cuori.

Certo che le rondini che svolazzano tra le antenne, mi accorgo adesso, sono un tetto migliore delle volte finto-gotiche.

Ma domani si torna lì.

(Finale serio)

(Finale pop)

faro tempesta

Mi è rimasto questo vizio dall’infanzia: pensare che tutte le attività diverse dal divertimento siano un peso per chi le svolge. “Non muoverti, lasciami lavorare”, mi diceva il parrucchiere, mentre barcollavo sulla pila di cuscini messi lì perché arrivassi all’altezza del phon. “Mi pagano per insegnarti l’italiano, quindi non ti lamentare”, sparata di una maestra un po’ umorale a un mio commento su un termine difficile. E io a pensare ecco, stanno lavorando, fosse per loro io potrei anche sparire dalla faccia della terra, mi sopportano perché devono.

Ovvio che l’esperienza m’insegna che alcune delle cose più belle si fanno proprio quando non ci si diverte. Che lavorare a una cosa che ti piaccia è sicuramente meglio di certe feste barcellonesi tutte tequila e sorrisi finti.

Ma non avevo mai applicato questo ragionamento a situazioni in cui non svolgiamo nessuna attività, anzi, siamo in completa balia degli eventi. Quando ci diagnosticano una malattia quantomeno fastidiosa, la nostra metà ci informa che non ci ama più, il capo ci schifa a morte a prescindere da come lavoriamo. Insomma, quelle botte di culo in cui sicuramente non ci stiamo divertendo (a meno che non siamo masochisti forte), e non possiamo certo dire di star svolgendo un’attività utile o appagante che giustifichi il mal di pancia.

Allora mi è venuto in mente quel filmazzo con George Clooney ancora idolo delle folle, La tempesta perfetta. Mai visto, ma improvvisamente mi appassionava l’idea. Due ore al cinema a vedere il George dondolare paurosamente tra cavalloni forza 7 (che è il massimo a cui arriva la mia immaginazione, limitata dalle peripezie degli aliscafi per Capri).

Ok, anche no.

Ma mi è venuto in mente perché improvvisamente ho capito perché attraversare la tempesta perfetta possa vendere biglietti e sembrare perfino interessante. Niente a che vedere col sadismo, né col pensiero positivo (che in qualche occasione possono essere sinonimi). E il lato positivo della cosa non si manifesta subito.

Ma dopo qualche tempo che siamo lì che dondoliamo e buttiamo le viscere in quei sacchetti odorosi d’arancia che ci porgono i marinai sull’aliscafo di cui sopra (ma allora lo fanno apposta?), la cosa comincia ad avere un piacere sinistro. Nel senso che vogliamo sapere come va a finire. Specie se, come dovrebbe essere, siamo al timone, e una certa parte dell’esito dipende da noi. Non quella che vorremmo, purtroppo: la tempesta è lì, che ci piaccia o no.

Una non meno importante, però: quella che ha a che fare con come ne usciremo.

Che ci ritroviamo su un’isola deserta con un tipo curioso (non chiamatelo Venerdì che secondo me s’incazza) o sulla zattera della Medusa, o riusciamo ad arrivare sani e salvi a un porto, un qualsiasi porto, osserviamo come ci siamo arrivati. Se ci siamo afferrati al timone con tutte le nostre forze, abbiamo fatto le virate giuste, o dobbiamo ammettere di non averle proprio azzeccate tutte. Se abbiamo lanciato gli SOS del caso, che pure a chiamare aiuto, a volte, ci vuole coraggio.

Se ci va di tornare indietro, al porto sicuro che avevamo lasciato, o vogliamo restare lì, a tempesta passata, a scandagliare un po’ i flutti in cerca di balene da favola o esplorare l’isola, con buona pace di Lost (altra lacuna).

Insomma, dopo giorni e giorni che precipitiamo in una situazione sgradevole, dopo i primi momenti di frustrazione cominciamo a galleggiare, nella migliore delle ipotesi impariamo a nuotare, e impariamo molto sulla nostra capacità di resistenza. E la prossima tempesta col cazzo che ci prende alla sprovvista (ok, pia illusione, ma quanto a fiato e bracciate avremo un allenamento che manco Rosolino).

Qualsiasi cosa succeda, le tempeste, riconosciamolo, possono avere un loro perché. Perfino quelle.

E se perfino le esperienze cattive hanno un loro perché, non dico che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma poteva andare peggio, molto peggio.

omaggio-franca-rameNon c’è niente di eroico a organizzare in due giorni un omaggio a Franca Rame.

Però richiede lavoro. Sempre meglio che andare in miniera, ovviamente, e poi l’omaggiata merita. Ecco, se c’è una serie di questioni da chiarire prima di cimentarsi in simili imprese, la prima è che la gente non sarà lì per te. Verranno per lei. Se la cosa va bene, è merito suo, in caso contrario è colpa tua. E va bene così.

Un’altra cosa da capire è che risparmi tempo e fatica facendo solo quello che sai fare, quello che ti viene meglio. Io sono brava ad avviare le cose. Non so recitare, non so niente d’informatica, poco di comunicazione. So dare il mio tavolo all’esperto grafico di Altraitalia, convocato da me alle 11 di sabato mattina, il tempo di tornare io dalla biblioteca con le fotocopie dei testi in spagnolo (che il Rai, giustamente, non è l’Istituto italiano di cultura). So tagliare in due i pomodorini cherry da aggiungere agli spaghetti e al pesto industriale, mentre la locandina prende forma e l’attrice, accorsa pure lei, si legge il suo monologo (il primo in spagnolo) con 24 ore di preavviso.

So anche rendermi conto, come svegliandomi da un sonno, del caos in cui sto vivendo. Della lettiera della gatta rovesciata in balcone senza che riesca a prendere una scopa, della casa che cade a pezzi e io la guardo come a dirle aspetta, aspetta che mi rimetto in forze. Però le forze di metter su uno spettacolo ce le hai, sembra urlarmi il lavandino che vomita piatti. Eh, non è detto.

So infine che con l’attrice che verrà la sera, dopo il lavoro, dritta da me per il suo monologo condito da insalata, mi metterò a parlare di cose profonde, cose importanti. Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso…

– Ecco – commento, ritagliando i volantini da distribuire al concerto delle Questioni Meridionali – tu dimmi “ti do due giorni per metter su uno spettacolo”, e ci provo. Quello che non so fare è… Com’era? “Accettare le cose che non posso cambiare”. Sta cosa mi ammazza. Dimmi che ci devo lavorare due anni. Ma che non ci possa fare niente… Brrr.

L’attrice sorride, inclina un po’ la testa come quando salirà lei sul palco, la sera dopo, quando ormai il pubblico numeroso ci avrà fatto aggiungere altre quattro file di sedie, e la cuoca avrà cucinato, il presidente avrà presieduto, e il presentatore sarà arrivato mezz’ora prima a fare quello che sa fare meglio di tutti (insieme all’hummus), e l’offerta a piacere ci avrà tolto anche l’impaccio di dare il resto per l’angolo buffet.

E l’ultimo monologo, affidato all’autrice su uno schermo gigante, avrà strappato un applauso che dalla sala buffet mi avrà fatto alzare la testa un momento, per poi capire.

E l’abbraccio liberatorio ci avrà confermato che quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, presto e bene.

Restano le cose che non posso cambiare.

Come il tubo del lavandino che decide di staccarsi il giorno dopo, inondandomi la cucina di acqua e scorze di pomodoro, ma il tecnico venisse tardi, che prima devo andare a Barceloneta.

Ci vado sempre quando devo proprio riposarmi. E curarmi.

Infatti penso, le cose che non posso cambiare. Accettare le cose che non posso cambiare.

Finché non dico OK, e improvvisamente resta solo il mare.

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