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Migranti, Salvini attacca il sindaco di Riace: "Sei uno zero". E lui risponde: "Orgoglioso di aiutare gli ultimi"

Da Repubblica.it

È letteralmente un clima strano, quello in cui inizio le mie vacanze.

Che poi, per “vacanze”, intendo sempre “giorni in cui non devo interrompere la scrittura per fare cose”. Tipo lavorare, con o senza uno stipendio, a progetti che sono nati in un modo e sono diventati tutt’altro.

Quando questo tipo di vacanze comincia di venerdì, non me ne accorgo subito: davanti al mio tè intruglioso della domenica, provo a indossare l’ansia da lunedì, l’abitudine acquisita di guadagnare quanto un’impiegata, ma in meno ore e più viaggi. Metto addosso la frustrazione come un cappotto troppo pesante anche per questo giugno strano, solo per il gusto di toglierla e ricordarmi a cosa ho rinunciato e perché.

E in questo limbo tra una vita che non indosso più e un’altra che ho smesso da tempo (mercoledì parto per Napoli), mi affiora in mente una vecchia pubblicità progresso del Comune: “Non ne lasciamo passare neanche mezza!“.

In metro leggevo in fretta queste frasi lasciate a metà: “Se l’è cerca…”, “Sei mi…”, “Questo vestito è troppo cor…”, interrotte dalla frase di cui sopra, a caratteri giganti, con hashtag #BCNantimasclista. So che in Italia stanno cercando d’insinuare che i problemi siano altri (i cazzi nostri, dicevamo), e so che è facile, per un partito, inseguire poco e male i diritti civili, lasciando da parte la lotta al capitalismo selvaggio.

Ma mi sembra che lo stiate già facendo: non lasciarne passare neanche mezza, dico. Dappertutto sui social leggo proteste, non solo della comunità LGBTIQ, perché il ministro, con parole più sottili di quelle attribuitegli dalla stampa, ha detto che alcune famiglie non esistono (“per legge”, eh, e “in questo momento”, quindi appost’, secondo lui). E nei luoghi dove è morto questo ragazzo, non sappiamo ancora se per la sua militanza sindacale o solo per il colore della sua pelle, oggi incrociano le braccia, e non per prendersi una vacanza dalla pacchia.

Ecco qua: che l’unica cosa buona in tanta merda sia questa. Non ne lasciamo passare neanche mezza. Specialmente il subdolo: “Lasciamo prima lavorare e poi giudichiamo” di chi crede di non avere nulla da perdere, perché non è gay né immigrato e allora, almeno, non rischia la pelle.

A proposito di “almeno”: mai come ora rifiuto il ricatto morale dell’ “almeno quegli altri”… Se c’è una cosa che ho imparato in Catalogna, nonostante il surrealismo della politica di qua, è che “almeno” è troppo poco.

Che è quando non ne lasciamo passare neanche mezza, che si comincia a ragionare.

A scegliere.

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Mentre scrivo sono in treno con degli studenti delle medie che stanno concludendo che l’Italia “spacca” più del Messico. Anche se uno difende la causa dell’Andalusia (e ha tutta la mia approvazione). Intanto, una francese con la voce di un usignolo afono prova a spiegare dal ricevitore del treno che fa molto caldo (nonostante siano le 8 del mattino, e siamo in zona alta).

Questo è il mondo che lascio con un mese d’anticipo (oggi firmo ben due TFR) perché, francamente, ne ho piene le tasche, di tutto: delle sue contraddizioni, dei suoi conflitti ideologici, delle cause che ormai abbraccio quasi sempre a metà perché, per quanto mi sforzi, di agnellini non ne vedo troppi, e i lupi li lascio alle favole.

Direte voi: e pensa se eri in Italia!

In effetti parto con la prospettiva di lasciarmi dietro Mariano “articolo 155” Rajoy, che imitato da Los Morancos mi ricordava alla vigilia del referendum catalano che “Por España yo mato”: con l’indepe di casa a fare l’ossevatore dei diritti umani, speravo invano di non doverlo prendere alla lettera.

In compenso, nel mio breve ritorno in Italia mi ritroverò Salvini agli Interni. Novità risibile, ora che scopro che la “napoletana” Annarosa, di Pappa e Ciccia, è razzista e trumpiana. Tanto la schifavo fin da piccola: gente come Salvini mi aveva fatto credere che l’accento napoletano fosse da cafoni. Qualcuno non capisce neanche “cos’abbia detto di tanto brutto” da far cancellare una serie. In effetti, nel nostro paese siede in Parlamento chi chiama “orango” una ministra (scusate il “ministra”, eh).

Insomma, se fosse vero che “ognuno ha quello che si merita”, vorrebbe dire che siamo stati proprio dei caini. Almeno qualcuno chiede già, sui social, “che facciamo il due giugno”.

Cose buone, ragazzi. Facciamo cose buone.

Un po’ di gente in Plaça Catalunya, per i migranti

Ero indecisa tra questo titolo e “La nit degli imbrogli”, pensando alla giornata di ieri.

Lo so, vi starete chiedendo perché non sto già a Repubblica a scegliere i titoli in prima pagina. Ma vedete, la giornata di ieri si era aperta con il tecnico che, in chat, ci chiedeva 60 euro per riparare una serratura “con maniglia nuova”, e 100 per la stessa serratura, senza cambiare la maniglia. Tra il primo e il secondo preventivo era passata una notte di mezzo, e il tipo non aveva neanche avuto l’intelligenza di andarsi a rivedere i WhatsApp iniziali, prima di spararci un’altra enormità.

Era con umore tetro, quindi, che mi apprestavo ad andare alla grande manifestazione contro la Ley de Extranjería, che non permette agli extracomunitari neanche di risiedere ufficialmente nella casa in cui vivono. Queste manifestazioni sono belle partecipate, a Barcellona: infatti eravamo più di mille, e secondo la Guardia Urbana, eh. Solo che, cvd, gli amici che cercavo non erano tra gli energici ragazzi africani (e non) in testa al corteo, ma in coda. Tra autoctoni che, come aveva osservato uno dei compagni, “Sono come noi: contenti di essere qui, ma anche stanchi della settimana di lavoro”. Passo strascicato verso la Rambla, pochi slogan improbabili…

Io mi sono allontanata all’altezza di carrer del Carme, alla vana ricerca di un fabbro nel mio Raval. Tutti chiusi anche lì. Sapete dove l’ho trovato, alla fine? Su Facebook: italiano con buone referenze e tariffe FISSE. Accordo raggiunto su WhatsApp in un breve scambio di battute e fotografie “artistiche”, tra maniglie e lucchetti. Cari luddisti antisocial, sinceramente nun ve capisco.

Il momento di scollamento è venuto la sera, quando il mio telefonino mi ha annunciato in spagnolo che “El primer ministro italiano renuncia a su cargo”. Da Nassirya in poi, quando leggo notizie sull’Italia in un’altra lingua, mi viene questo momento di alienazione in cui non so dove mi trovo.

Poi mi sono ricordata: mi trovo un posto che ci ha messo mesi, a sua volta, a scegliersi un president, con tutti quei candidati in galera o giù di lì. Ok, lo confesso: mi sono chiesta anche se fossi io a portare sfiga.

Tutta la storia della rinuncia di Conte l’ho appresa a casa, più dai drammi su Facebook che dalle notizie: “Il governo lo decidono i mercati!” tuonava anche chi schifa la Lega. “Adesso che si torna a elezioni, vedrai quanto prende Salvini!” si lamentava un altro.

“Meno male, ‘sti fasci non sono saliti al potere” esultavano invece quelli della manifestazione, reduci da un cineforum col film sul giovane Karl Marx. Infatti, la dichiarazione che mi è piaciuta di più è stata: “Riassunto della giornata: The young Karl Marx is for dummies, the old Mattarella is for communists”.

Il riassunto della mia, di giornata, è stato: l’impotenza a volte è un sollievo. Se la porta è bloccata e ho fatto di tutto per aprirla, mi siedo e aspetto il tecnico. Se nei miei due paesi non riescono a formare un governo, oh, mi è bastata la lezione dello scorso ottobre: penso al mio lavoro, ai miei maldestri tentativi di svoltare e faccio il poco che posso.

Per esempio, racconto a chi è rimasto in Italia che qui scendono in piazza 1200 persone (soprattutto autoctone) contro le nuove leggi razziali.

Hai visto mai che, prima o poi, succede anche da noi.

 

 

Risultati immagini per mercat de sant antoni L’inaugurazione ufficiale è domani e già mi arriva il messaggio dell’agenzia immobiliare fighetta (devo svoltare, ricordate?), che mi propone un appartamento “con vista sul Mercat de Sant Antoni“. Pavimento con “mosaico idraulico”, travi a vista. Prezzo: 800.000 euro.

Al terzo appartamento dal prezzo gonfiato perché, suggeriva la descrizione in mail, s’intravedeva il Mercat, ho concluso che è ufficialmente aperta la stagione di caccia. Agli allocchi.

Qualche giorno prima, una piattaforma di abitanti del quartiere di Sant Antoni postava quest’articolo del País, secondo cui i residenti storici sono costretti a smammare, e (purtroppo) la popolazione del quartiere diventa sempre più giovane, straniera e specializzata. Adesso, anche se i quaranta si avvicinano e le mie specializzazioni si sono rivelate inutili, confesso che un po’ mi fischiavano le orecchie.

Ho fatto quindi presente che, spesso, questi “speculatori senza cuore” lavorano in realtà per multinazionali che gli danno anche 1600 al mese (mica male, per Barna!), ma con contratti risibili anche quando sono a tempo indeterminato. Possono quindi permettersi affitti più alti, ma per quanto tempo? Sono gente del posto, invece, tanti dei proprietari di intere palazzine, magari ereditate dopo l’abusivismo dei ’70, che aumentano gli affitti del 50%, o magari mandano il portiere a fare mobbing ai vecchietti con contratti antichi, non modificabili.

Facile identificare nemici, quindi, in mancanza di politiche collettive di contenimento degli affitti, o di prevenzione delle speculazioni “seriali”.

Poi ci sono entrata, nel mercato: ho fatto lo slalom insieme ai magazzinieri tra le vecchiette dotate di carrello, con un nastro giallo appuntato alla giacca di mezzi tempi. Mi ha colpito lo stridore tra i tentativi di “vendere” Sant Antoni come barrio chic, e la merce venduta nelle bancarelle: le casacche un po’ amorfe che qui passano per “pratiche ed eleganti”, le versioni economiche dei sandali più in voga tra gli autoctoni, i legumi già cotti e sconditi che sono un classico dei mercati locali.

E allora mi sono accorta di avere due sogni, per la città che mi ha accolta più o meno benevolmente da dieci anni: delle politiche sociali che, come diceva l’illuminato partecipante a un seminario sul turismo, “tutelino sia i diritti di chi sta qui tre giorni, che quelli di chi ci vive, senza badare a quale dei due spenda di più”; l’ennesima prova di creatività da parte di un popolo che ne ha già date tante. Fuori al mercato c’era un negozio tutto catalano di scarpe non troppo care, dal design originale, fatte con “materiali ecologici”. Ecco, una cosa simile spero di vedercela dentro, al mercato, prima del chioschetto “Avocado project” che esponga insalate di semi di chia (?) a 10 euro.

Faremo in tempo?

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Non conoscete Clara Campoamor? Dovreste.

Mercoledì ho quest’incontro a Barcellona su Donne e politica, un invito ricevuto all’improvviso e senza il previsto “abboccamento” con le organizzatrici, per sopraggiunti impegni loro.

Dunque, una volta che avrò riportato le brutte notizie da Roma, non so proprio di cosa parlerò, visto che a sorpresa mi è stato assegnato l’argomento “antifasciste italiane a Barcellona”. Così ho deciso di farmi portavoce delle donne che combattono quotidianamente per la libertà, con buona pace di Jo Donatello. Già mi arrivano le testimonianze di donne che s’impegnano ogni giorno perché l’università catalana smetta di pagarle cinque euro l’ora, o perché con l’Italia ci possa essere uno scambio continuo di saperi ed esperienze.

Ovviamente racconterò l’aneddoto dell’incontro politico a cui sono stata invitata perché “servivano donne”, che l’organizzazione ci teneva, e poi le uniche partecipanti che non comparivano nelle foto finali eravamo io e l’altra italiana invitata a parlare da sola.

Credo che ci sia un equivoco sul termine “indomabili”. Fa pensare alle cosiddette bestie feroci. Il leone, il lupo… Poi arriva Piero Angela, o magari Licia Colò, a dimostrarci che il primo è un micione pigro (sarà, ma giù gli artigli!), e il secondo è il classico amico gentile e fedele che vorresti accanto tutta la vita (canini a parte).

Questi animali sono feroci “quando serve”, come chiunque debba difendere qualcosa a cui tiene. Allora c’è l’equivoco che donne educate fin da piccole a essere dolci e concilianti debbano cambiare atteggiamento per entrare nella stanza dei bottoni. E allora giù metafore come “sfoderare gli artigli”, o “mostrare i denti”, mentre ai capi basterebbe il contenuto dei loro boxer firmati. Attenzione, però, a non diventare “maschi sbagliati”: il piano B è che le donne si presentino come eterne mamme, dolci e gentili, e che questo venga chiamato “femminilizzare la politica” in un senso più scontato di quello inteso dalla Colau.

Insomma, l’idea è: adeguarsi agli immaginari. Non maschili, perché se appartenessero a una sola categoria sarebbe più facile debellarli, ma collettivi. Che gli immaginari collettivi siano spesso su misura di chi è al potere (di solito uomini eteronormativi, “occidentali”, di classe medio-alta), è un’altra storia.

Io non ho nessuna intenzione di essere feroce quando non mi tocca, anche se questo mi ha resa invisibile a vantaggio di qualche uomo che urlava di più. Ma tant’è: alzerò la voce solo quando lo riterrò opportuno.

Per esempio, l’ho alzata nell’ “incontro senza foto” quando uno degli organizzatori ha pianificato il mio intervento senza consultarmi: avrei dovuto leggere testi, riportare le parole d’altri. Allora ho usato quello spazio capitatomi per i motivi sbagliati non per “dire una poesia”, ma per parlare di noi espatriati, migranti privilegiati ma non troppo, dei diritti politici negati e della burocrazia sempre più surreale. In quel caso, l’organizzatore è stato il primo a congratularsi. Segno, spero, che delle foto non si occupasse lui.

Ma continuo a pensare che la sfida più grande sia quella contro gli immaginari che decidono cosa debba esprimere una donna col microfono, o una donna che sia in qualsiasi posizione pubblica per dire “Facciamo così”, e veder realizzate le proprie direttive. Non dev’essere né feroce né materna, se non è questo che vuole: deve scoprire piuttosto cosa significhi essere se stessa, più un microfono. Più un pubblico che l’ascolti. Più un gruppo di persone disposte a fare quello che lei dice. Il trucco per me è farsi “ubbidire” non perché sia lei, ma perché quello che lei dice va bene (e fa bene) anche a loro.

Su questo le donne hanno un piccolo vantaggio: comandare in genere non era previsto nel curriculum, quindi possono improvvisare, trovare modi di farlo che siano più umani per tutti. Un po’ come i tanti uomini che si stanno reinventando la genitorialità, e stanno sfuggendo al cliché del padre assente mentre è la mamma a somministrare il castigo.

Quindi sì, credo che il mio intervento sia già bello che scritto: dopo aver portato la voce delle compagne che ogni giorno trovano il tempo di migliorare un po’ le cose, parlerò di tutto questo.

Non so neanche se ci sarà un microfono: in caso contrario, alzerò la voce.

 

“Al destino sono grata per tre doni: essere nata donna, di classe bassa, e di nazione oppressa. E il torbido azzurro di essere tre volte ribelle” Maria-Mercè Marçal*.

* Ok, io questa la recito tipo Inquisizione spagnola dei Monty Python: “A l’atzar agraeixo tres dons: haver nascut dona, de classe ba… A l’atzar agraeixo dos dons, haver nascut dona i de nació opr… A l’atzar agraeixo un do i mig…”.

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Oggi una ragazza che conosco poco mi ha mandato una richiesta curiosa: elenca tre cose positive su di me, e tre negative. Serve al mio coach. Non era la prima a chiedermelo.

Avevo appena messo il “mi piace” di rito alla pagina di una donna in carriera conosciuta anni fa che aveva cambiato vita, dandosi al coaching.

L’ottimismo è il profumo della vita, insegnava in termini piuttosto mediterranei il buon Tonino Guerra, ma a me fa sempre un po’ paura il modello “credici abbastanza e vincerai”, scopiazzato da un sogno americano ormai scaduto. Mi fa anche strano, però, che tante persone che ho visto criticare a priori il coaching rientrino nella mia personale definizione di “amargados“. Capisco le loro perplessità: sono legate a ciò che denunciano articoli come questo, cioè l’appiattimento di antiche filosofie orientali al servizio della logica di mercato. C’è questa storia dell’ “accettare ciò che è”, che ho assimilato ma che trovo ancora pericolosa: nelle mani sbagliate, può significare appunto indurre ad accettare orari di lavoro massacranti, stipendi da fame, oltre a ridurre problemi di natura sindacale, da risolvere collettivamente, a difficoltà personali, individuali, da risolvere, appunto, “accettando”.

Allora, ben venga una persona che mi “motivi” a ingaggiare una battaglia collettiva contro la banca che vuole sfrattare cinquecento persone con un burofax. Se invece prova a convincermi che “starò benissimo anche in un’altra casa, se sto bene con me stessa”, le do ragione e poi vado in tribunale con i compagni di sventura.

Ci sto pensando da diversi giorni, alla linea sottile tra guardare il lato positivo delle cose e ignorare, per questo, il lato negativo.

Ci ritorneremo.

 

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Nel romanzo Robinson, di Vicenç Pagès Jordà, uno sfigato asociale di mezza età decide di seguire il consiglio di un capo sioux e passare una settimana al mese lontano dalla sua routine quotidiana, solo e senza mezzi di sostentamento. Meta prescelta: la casa dei suoi ignari vicini, appena partiti per le vacanze.

Ho fatto qualcosa del genere (solitudine e mezzi a parte), andando a Torino per il Salone del Libro. Ufficialmente era per un concorso, che non ho vinto, ma era anche per farmi i fatti degli amici che avrei trovato lì. E pure un po’ i miei, perché, viste da lontano, le subdole manovre per darmi più alla scrittura che alla ricerca di “mezzi di sostentamento” si sono risolte mentre ingollavo la terza focaccina all’olio dal buffet dell’albergo (per la gioia della cameriera).

Ecco le altre cose che ricorderò del viaggio:

  • il turista con gli occhi a mandorla che in aeroporto a Barcellona, proprio mentre m’interrogavo sulla sua nazionalità, ha fatto un inchino alla tipa che lo perquisiva;
  • i lunghi istanti in cui, uscendo dall’aeroporto di Torino, mi sono detta: “Ehi, capisco la lingua locale!”.
  • la macchinetta in metro che, all’improvviso, mi ha scritto in tedesco “biglietti esauriti” – e la salvatrice che mi ha fatto passare col biglietto suo;
  • l’attesa, col libro da firmare, di una scrittrice che ho conosciuto ventenne in stazione, una ragazza con le scarpe sportive sotto la gonna, e la constatazione improvvisa che, tredici anni dopo, quell’accostamento curioso l’avevo fatto io;
  • la foto che mi hanno scattato mentre, seduta, leggevo lo stesso libro esposto sulla tavola imbandita che lo “offriva” al pubblico (il mio racconto era nella sezione contorni, ma io cominciavo dall’antipasto);
  • lo stoicismo dell’amica che nonostante gli impegni mi ha fatto scoprire che esiste la ribollita vegetale (anche se sono partita senza provarla), e col marito mi ha fatto riprovare gli angioletti salati di Starita;
  • il mio aereo che precipitava.

In realtà faceva l’esatto contrario: riprendeva quota proprio mentre saremmo dovuti atterrare a Barcellona. Ma una cosa così fa paura lo stesso, specie nella brezzolina che spesso allieta il mare catalano. La pista d’atterraggio era occupata, e ammazzavamo l’attesa con virate non proprio rassicuranti. Allora ho capito la cosa più importante.

Che no, non è “tutte le cose si equivalgono perché basta ‘a salute”: vivere alla giornata a tutti i costi resta un’idea discutibile. Però a volte sacrifichiamo un presente niente male alla paura di un futuro nero. Da lì sopra sapevo che, se fossi mai atterrata, avrei continuato a cercare svolte economiche e tempo per scrivere. Ma sapevo anche che non sarebbe servito a niente, se avessi perso il punto della situazione, che secondo i miei calcoli è: esserci sul serio, finché ci sono.

Poi niente, siamo atterrati e sono tornata a fare la fila per la navetta, con la borsa ben stretta a me.

Ma tanto, stavolta, il portafogli era coperto dai libri.

 

Risultati immagini per paral·lel barcelona Immagino che anche le vostre vite non scherzino, ma la mia è piena di aneddoti.

Alcuni sono campanelli d’allarme, surreali o, francamente, ridicoli: io che, si diceva, mi faccio un’ora di treno per insegnare un’ora e mezza; io che scopro che “lo scoop del momento” è che il tizio che frequento in segreto da un anno si è  innamorato di una nordica. Questi sono gli eventi che fanno scattare il “che minchia sto facendo?”, e cambiare vita.

Altri aneddoti, invece, sono come i sogni di Marzullo perché aiutano a vivere, e in effetti sembrano davvero sogni: come il Caruso del Paral•lel. In realtà il signore in questione, nel negozio di telefonia in cui l’ho conosciuto, non cantava le arie di Caruso, ma la canzone di Lucio Dalla. Sbagliava le parole, ma non avevo il coraggio di dirglielo. Eravamo lì per lo stesso motivo: il furto dei rispettivi cellulari. Solo che io l’avevo  presa con la filosofia di chi ha subito tre furti in un anno, e lui ne approfittava per mostrare le sue arti sceniche alla commessa. Così elargiva battute da varietà , massime sul senso della vita e citazioni del Siglo de Oro. Le canzoni erano in inglese, portoghese e, in omaggio alla commessa che manteneva un sorriso stoico, galiziano.

Dovremmo fondare il club dei “derubati del Paral•lel”, l’animazione sarebbe a posto.

Con la commessa che invece mi consegnava il nuovo cellulare (stavolta, assicurato) ci lanciavano sguardi tra il divertito e l’attonito, e la ragazza mi ha confessato: “Qui è successo di tutto, ma questo mai”.

Quando dice “di tutto” va presa alla lettera: tra gli ineguagliabili casi umani di caratura internazionale, io stessa, al primo furto, me ne ero andata sbattendo la porta e gridando “No puede ser!”. Mi avevano appena spiegato che non potevo bloccare la scheda in negozio, dovevo farmi prestare un cellulare…

Ora ho imparato che la fantastica via di mezzo tra negare il problema e farne una tragedia è concentrarsi: mi è successo questo, come lo risolvo? Quando lo faccio, come in questo caso, ritorno a casa con:

– la soddisfazione di un problema risolto in un’ora e mezza tutto incluso (anche l’offerta Orange per un cellulare più buono, che, senza furto, non avrei comprato mai);

– un mal di testa che per una volta, in barba ai rimedi della nonna, si può anche risolvere in dieci minuti con una pastiglina, che non casca il mondo;

– l’aneddoto impagabile del Caruso del Raval;

– la certezza granitica che, come dice mia madre, “questo e niente è una cosa”.

E, un volta che hai imparato a soppesare i “questo” e i “niente”, scopri che è proprio così.

 

i-talk-alot-but-say-very-little-meme-41068In realtà non me lo dicono più, che parlo troppo. Non so se si sono rassegnati o se sono migliorata io, ammesso che parlare meno significhi migliorare. Per me il limite è quando le parole eccedono il contenuto, cioè quando hai già detto quello che dovevi, e vuoi solo continuare a sentire la tua voce.

Sapete quando me lo dicono ancora, che parlo troppo? Allo scambio linguistico a cui collaboro ogni tanto. Ci sta, perché lì devo spronare in spagnolo gente che non si conosce, a dire cose in una lingua che non padroneggia. Ma le due volte che, ultimamente, hanno scherzato su “quanto io chiacchieri”, è stato lì.

Questo mi ha fatto pensare: è logico, lo spagnolo non l’ho mai studiato. Me lo invento da dieci anni, con buoni risultati, mi dicono; ma in fondo, se parlo molto, è perché non so bene come dire quello che voglio. Allora faccio i proverbiali giri di parole.

Vi scrivo tutto questo perché a volte non è neanche incapacità di esprimersi, ma mancanza di volontà: usiamo mille frasi perché non abbiamo il coraggio di dire “non voglio”, “mi dispiace”, “ho cambiato idea”, “non ti amo”.

È vero, “il coraggio uno non se lo può dare”, diceva uno che nascondeva le sue paure dietro al latinorum.

Ma darsi coraggio è il miglior modo di risparmiare il fiato.

E, alla lunga, pure la salute.

a36b369f1a05f3a434cdd8d784e1c075Quando in tasca ho più biglietti da visita di agenti immobiliari che biglietti della metro, lo sto rifacendo: cerco la svolta. Tipo una casa da  abitare e affittare per metà, in una città che costruisce le case o per viverci o per farci i soldi. Di solito finisco per rinunciare e prendermi un gelato, in attesa di tempi migliori.

Ma intanto imparo molte cose sulla specie animale a cui appartengo.

Stavolta ho scoperto una cosa che già mi aveva segnalato Dostoevskij: anche un bigliettaio del treno si dà importanza per quel minimo di potere che ha. Se consideriamo che genere di biglietti ho in tasca in questi giorni, capirete chi altro abbia questo vizio.

E mi dispiace, perché so che tanti agenti immobiliari sono pagati uno schifo, e fomentati tipo i teleoperatori di Tutta la vita davanti. Mi fa tenerezza la bellissima tedesco-russa-rumena che mi fa le imboscate WhatsApp alle dieci di sera per vendermi un appartamento caro e impersonale, creato per farci i soldi e non per viverci. Mi verrebbe da “risolverle la vita”, come a volte mi viene in testa di fare, senza mai riuscirci ovviamente (però spesso procuro contatti e indirizzi utili).

Quello che non posso più ascrivere a coincidenza, invece, è il senso d’importanza che si danno quelli che operano in zone esclusive (Avinguda Diagonal, carrer Enric Granados…), dove, mi sono accorta ben presto, i soldi per svoltare non ce li ho. Può succedere che in un caso o due confonda la ragionevolezza con l’arroganza, se un agente respinge un’offerta con la frase “È pur sempre la Diagonal!” (purtroppo non so tradurgli il napoletano “e tiritittittì“). Ma m’incuriosisce il fatto che, per un appartamento accanto a Plaça Catalunya (cioè, caro e centralissimo), nell’arco di 24 ore abbia un architetto a illustrarmi gratis eventuali migliorie, e per un piano terra accanto alla Diagonal (con giardinetto, ma sempre un vascio) la responsabile che accompagna l’agente dichiari che chiamerebbero l’architetto “solo se fossi realmente interessata, perché è un pomeriggio di lavoro!”. Che il rispetto per il lavoro altrui sorga solo in simili situazioni? D’altronde, nel caso specifico, il… soldato semplice, al momento di salutarmi, mi ha trattenuto la mano e mi ha rivelato con curiosa confidenzialità che “i proprietari avevano rifiutato un’offerta più bassa”: insomma, mi era sembrato di tradurre, facessi pochi scherzi e pagassi subito, o lasciassi la casa a chi capisse il russo! Alcuni annunci in zona, infatti, sono unicamente in questa lingua. La domanda è: chi capisce il russo si compra forse un vascio, fosse anche sulla Diagonal?

Ovviamente non si parla di lotta tra poveri, ma ripenso a quel bigliettaio che si credeva chissà chi perché in quel momento, e solo allora, aveva qualcosa che gli altri volevano.

E di cui lui, badate bene, era solo custode e non padrone.

Vabbe’, almeno ha riaperto la mia gelateria preferita.

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