Chiudere gli occhi davanti a un pericolo e vedere se spariva.
Magari fosse un vizio che perdessimo con l’età!
Per esempio, a noi italiani all’estero capita spesso di tornare a casa due volte l’anno, per scoprire che tanti amici che ricordavamo mediamente propositivi siano diventati degli amargados: così chiamano, qui dove vivo, le persone afflitte da acidume e scoraggiamento.
Anche se facciamo finta di niente, chiediamo le ultime novità e offriamo caffè a manetta, prima o poi rischiamo di trovarci davanti dei perfetti sconosciuti, con conseguenze mica risibili sulle nostre già precarie identità di traPiantati.
Ovviamente non bisogna ritornare in Italia per scoprire cose che non vorremmo vedere: solo che, contrariamente a ciò che ci siamo lasciati alle spalle, quello che affligge la nostra vita di adesso non possiamo permetterci d’ignorarlo.
Se la nostra relazione sta andando alle ortiche, non è minimizzando i segnali che arriveremo alla riconciliazione, o a una separazione pacifica. Se l’azienda per cui lavoriamo sta licenziando gente a scaglioni, è inutile fare come me: cercavo sempre qualche spiegazione nell’improduttività altrui, fino al giorno in cui hanno licenziato tutto il mio dipartimento perché “non avevano più soldi per pagarci gli stipendi”.
Forse quello che ci rode è che, rispetto a quando eravamo bambini, sappiamo che tanta merda che ci succede non dipende da noi che in minima parte. E non sto parlando degli scaricabarile per cui il mainagioia quotidiano è sempre colpa di altri, o al massimo della sfiga. Questo tipo di autoinganno ha il pregio di toglierci ogni responsabilità, e il difetto di rovinarci la vita. Mi riferisco piuttosto a una cosa che odio anche solo pronunciare: l’impotenza. L’impossibilità di controllare tutte le nostre cose e deciderne l’esito.
Per fortuna, a parte qualche disgrazia seria da visitina a Lourdes, la maggior parte dei guai non succede quasi mai tutta in una volta. Ci sono i segnali di cui sopra. Cosa ci impedisce di vederli subito, affrontarli subito, accettarli nel dolore che ci provocheranno, invece di rimandarne il superamento all’infinito? La nostra paura.
Ma fateci caso: le paure che non affrontiamo si realizzano quasi sempre.
Forse è arrivato il momento di guardarle in faccia e di avere paura di altro.
Ultimamente ho fatto un po’ da comitato d’accoglienza con gli italiani appena arrivati.
Li ho messi in contatto con altri amici stanziali che in quel momento offrissero casa o lavoro. C’è chi dopo mi ha invitato a cena (soprattutto ragazze), e chi è sparito una volta ottenuto quello che cercava. Più spesso mi hanno offerto un grazie, che era il meglio che potessero fare. Il più bel regalo è stato questa frase: “Se fossero tutti come te, questo mondo sarebbe…”.
… Una uallera, ma grazie lo stesso.
Io vedo un’affinità seria tra ciò che ci aspettiamo dagli altri e ciò che ci aspettiamo dalla vita. Che sia un grazie o un calcio in culo.
Ciò che ci aspettiamo può essere tanto o poco, a seconda del nostro livello di masochismo, basta che evitiamo l’errore di pretendere.
E che il favore sia ricambiato.
Tolto quello che a Napoli si chiama “fare la metà del nostro dovere” (che so, rimettere i nostri debiti o aprire le frontiere dell’UE) per me l’unica condizione per impegnarci in qualcosa è non doverlo fare.
Come spiegavo qui, i miei ultimi colloqui di lavoro sono andati male anche perché agli esaminatori è sembrata naïf la mia idea di voler aiutare gli altri, per “restituire alla vita la seconda possibilità che mi ha dato”.
Beh, almeno su questo i miei esaminatori avevano ragione.
“Restituire i favori” alla vita, non è necessario.Non ne ha bisogno, la vita. E se proprio, nonostante gli sforzi, non accetta il nostro “indennizzo”, allora è arrivato il momento di dire grazie e andare avanti.
Magari la “restituzione” sarà in termini che ancora non abbiamo pensato. Quelle energie scaturite dai momenti felici sapremo impiegarle più avanti.
Oppure la vita farà come quelle persone che donano e si donano sul serio: senza nulla a pretendere.
Non per contrarre debiti con chi li riceve, ma perché hanno tanto da dare che un grazie è tutto quello che vogliono.
Beh, allora. Grazie.
E d’ora in poi, giurin giurello, io e la vita siamo pari.
Le riconosci subito. Non c’è bisogno di sentirle parlare spagnolo coi pronomi sbagliati. Mi riferisco alle italiane che Barcellona ci vengono “per caso”: non per un progetto di vita o per ragioni politiche, ma per una borsa di studio, per un trasferimento di lavoro, o magari per seguire un uomo.
Lungi da me dire che siano tutte uguali, eh.
Mi limito a fornire un elenco di possibili frasi identificative sui social, con le risposte consigliate:
“Devo andare a un aperitivo, ma ho paura di uscire di casa da sola. Qualcuno potrebbe accompagnarmi?” [Quindi per paura degli sconosciuti ti va bene che ti scorti un perfetto sconosciuto, purché italiano]
“Qualcuno conosce un’estetista italiana? Help!”. [Perché le autoctone la ceretta te la fanno a zig zag]
“Vorrei fare lo scambio linguistico, ma preferirei con una ragazza, con un uomo non so cosa mi potrebbe succedere”. [Se lo incontri in pieno giorno in un bar affollato, ti succederà una cosa terribile: dividerete il conto del caffè a metà, centesimi compresi!]
“Vorrei fare lo scambio linguistico con una ragazza perché al mio ragazzo di Poggibonsi che dico? Che vado a incontrare un uomo “per farci lezione”?”. [Sì, ma prima assicurati che abbia posato la clava]
Tutte domande che per me ne tradiscono una sola, grande quanto la Sagrada Familia: come me la cavo per conto mio dopo che mi hanno insegnato che non posso? Partendo da una premessa vera (le donne sono più esposte degli uomini ad attacchi sessuali e violenze) per arrivare a una conclusione sospettosamente sbagliata: le donne devono aver paura di tutto.
E nella paura di quelle imbattutesi nella situazione di dover fare ciò che temono, vedo tutte le contraddizioni di questo precetto un po’ ridicolo.
Allora dico loro: vedrai che ci farai il callo. Che andrà tutto bene. E non ti trincerare in un ghetto d’italiani, non ti cercare cavalier serventi o “appartamenti di sole ragazze”.
La paura ci sta tutta, ci hanno abituati spesso a gente più grande che faccia tutto per noi o ci accolga benevola perché sì: vedo genitori scrivere annunci per cercare le stanze ai figli, o ragazzi di ventun anni in cerca di assunzioni a distanza come camerieri, in barba alla fila di candidati residenti in loco coi documenti già in regola. Dolci figli dell’estate.
È una vera sfida. Ma le ragazze che l’intraprendono dopo un’educazione pensata per averle vicino casa a “conciliare famiglia e lavoro”, devono pagare sulla loro pelle tutte le limitazioni che si sono viste infliggere, a cui hanno finito per credere.
Perdonatemi allora, care italiane appena sbarcate a Barcellona, se divento enfatica e vi invito a fare qualcosa in particolare: non cedete al ricatto del “Non sono ancora pronta”. Con questa scusa, parte del Parlamento spagnolo della Repubblica voleva negare il voto alle donne (temendo che avrebbero votato per la destra). Con questa scusa, in un libro che trovo indegno di Harper Lee, l’avvocato AtticusFinch (sì, nel film è Gregory Peck) si opponeva ai diritti civili degli afroamericani.
No, per una volta chiediamoci davvero: “Se non ora quando?”.
Qui da dove scrivo io, non è ancora una bestemmia.
Sabato sera a casa mia si stava per consumare un dramma.
Il mio ragazzo l’ha fiutato quando gli è arrivato l’imperativo categorico dal bagno:
– Aiutami a chiudere la cerniera!
Era il vestito cinese.
Riesumato per una festa di Carnevale dal secondo armadio, quello pieno di cimeli di epoche passate che “prima o poi mi andranno di nuovo” (campa cavallo).
Come questo vestito, preso a Parigi nell’Anno Domini 2001 in un bazaar a cento metri e quattro anni di distanza dalla prima chiesa cinese in Francia (consacrata nel 2005).
La proprietaria del negozio, una signora cinese che avrei ritrovato immutata dieci anni dopo (beata lei!), aveva osservato il mio corpo ventenne modellato da quest’abito lungo a giromanica, nero con fiori dorati e tipico colletto alto a far da contrasto coi due spacchi laterali. Aveva scosso un po’ la testa ed estratto da una fila di abiti lo stesso modello, ma in versione giallo dorato a fiori fucsia:
– Meglio questo, no?
Non sapevo come spiegarle che anche il colore scelto da me mi sarebbe costato i commenti acidi di qualche compaesano coi capelli scolpiti dal gel (gli uomini) e gli occhialoni a goccia (le donne).
I tipici italiani che oggi distinguo immediatamente sulla Rambla, a caccia di paella surgelata e sangria del discount, che pagano come appena fatte ai ristoranti dei dintorni.
Perché intanto il vestito, e il mio corpo, ne hanno fatta di strada. Subito dopo l’acquisto, nella famiglia che mi ospitava a Parigi, un italiano che si occupava di import-export mi aveva chiesto sorpreso:
– Come hai fatto a trovare un capo esattamente della tua misura, con le taglie cinesi?
– Sarà che hai un corpo cinese – gli avrebbero risposto indirettamente qualche tempo dopo, intendendo minuto e somigliante a una tavola da surf, culone a parte. Fatto sta che oh, avevo trovato il vestito perfetto. Che fosse nero e dorato, con doppio spacco, era solo un particolare.
Devo dire che la stoffa ci mise un bel po’ a non riconoscere più il corpo trentenne che intanto era passato per le delizie angloindiane e continuava a sperimentare cucine espatriate in Catalogna.
Niente paura, però, a risolvere problemi di peso ci pensa l’amore! Mi calzò di nuovo quasi perfetto al compleanno di uno il cui tira e molla non mi stimolava certo l’appetito. Io lo dico sempre: gli ex sono meglio della Lambertucci!
A quella festa fui piuttosto ammirata, e proprio di fronte al core ‘ngrato, il che nel nostro triste mondo malato è una soddisfazione non da poco.
– Perché non prendi un po’ dai tuoi amici? – gli chiesi divertita, abbracciandomi l’ultimo che mi aveva fatto i complimenti.
– Perché sono un coglione! – rispose lui. E devo dire che mai affermazione sua fu più onesta, potenza della magia cinese.
Vi giuro che questo sabato sera, invece, sono stata ignara della partecipazione dello stesso individuo alla festa di Carnevale a cui ero diretta, fino a una scorsa rapida, appena uscita dalla doccia, alla chat di Facebook.
Di qui la convocazione imperiosa del mio ragazzo, rassegnato ad attendermi un po’ (di solito ce la giochiamo).
Ma fin dalle sue prime impacciate lotte con la cerniera sulla schiena ho saputo quello che già immaginavo: non andava. E stavolta era per sempre.
RIP, abito cinese, ormai sono benedetta da una vita più propensa a farsi noiosa che triste, e da un compagno che invece vuole proprio vedermi felice, meglio se davanti a un chilo di bravas de yuca.
Il corpo che disegnavi così bene non esiste più.
Il che non è esattamente un male, eh. Come dice Isabel Allende parlando della bellona di Zorro: “Le belle donne imbruttiscono con l’età. Quelle come me non invecchiano più di tanto, e alcune addirittura migliorano d’aspetto”.
E una volta che abbiamo preso il vizio di accettarci esattamente come siamo, tutti gli sforzi per stare “in forma” non arriveranno mai all’affanno e all’affamamento volontario per rientrare in un vecchio abito.
Ho quindi riposto il vestito cinese nel secondo armadio. Magari ci incontreremo di nuovo, non per la mia incapacità di scegliermi gli uomini, ma per un cambio di metabolismo che mi faccia unire al club di quelli che mangiano un bue al giorno e restano un’acciuga.
Ma con un culo così non ci sarei mai entrata, nel vestito cinese.
Lo so che è da tempo che non scrivo resoconti cazzari dei miei pomeriggi più surreali, ma facciamo una cosa: io vi racconto quello di lunedì scorso e ci pensate voi a trovargli una profonda morale nascosta. Affare fatto? Cominciamo.
Allora, sono le cinque passate, sono in casa reduce da un’ora di step, in attesa delle uova fresche del Montseny promessemi da un amico brasiliano, che ha lasciato tutto per vivere in montagna. All’improvviso il mio pusher ecobio mi annuncia via WhatsApp di non poter più effettuare la consegna a domicilio. Al massimo posso incontrare la sua compagna, ma solo a Plaça Universitat, e solo tra mezz’ora: è incinta e partorisce a maggio.
Senza neanche docciarmi mi precipito fuori nella seguente tenuta: felpa rossa cinese di pile infiammabile, due taglie più grande; pantajazz di Decathlon (come i pantacollant, ma a zampa); scarpe dello stesso magazzino, col risvoltino fucsia fosforescente.
Ovviamente alla fanciulla avevo dato appuntamento fuori al Buenas Migas e lei si schiaffa giusto all’altro lato della piazza, proprio l’ultima panchina. E le dodici uova che compro sono racchiuse in due cartoni precari, tenuti fermi a stento da uno spago e rigorosamente non imbustati. Così imparo a vivere in città.
Mi vendico a mia insaputa rivelando alla venditrice che secondo il suo compagno partorirà a maggio. Metà giugno, corregge sorpresa e irritata. Magari è una premonizione, butto lì. Ma dalla sua faccia mi rendo conto che non capisco un cazzo di gravidanze e me la batto.
Dopo uno scone di consolazione al Buenas Migas (se dobbiamo gentrificare, che sia per una giusta causa), sempre con le uova in bella mostra accanto al matcha, mi dico che sono quasi le sette ed è inutile tornare a casa, se alle otto e mezzo comincia il film che vorrei vedere. M’incammino dunque verso il Renoir Floridablanca (tra i pochi cinema in lingua originale della zona) a comprarmi il biglietto in netto anticipo: Jackie è appena uscito, più tardi ci sarà la fila. Siccome perfino un’anziana signora comincia a sfottermi per il carico di uova, decido di farmi una spesona al supermercato accanto alla biglietteria (un euro e 50 in totale) per procurarmi una busta.
Eccomi qui di fronte al cinema con la mia tenuta “sportiva” e una busta della spesa, che qualche italiano over 30 amante del Pippo Chennedy Show avrebbe potuto aspettarsi da me un: “Tenissene ciento lire? Aggia vede’ ‘o film d’ ‘a Portmànnn“.
Mentre racconto l’avventura delle uova in un messaggio vocale ai miei, ridendo da sola per il mio abbigliamento, arriva Viggo Mortensen.
No, non me lo sto inventando. Il mio sogno erotico numero due (il primo è Paul Bettany e il terzoJuan Diego Botto) si ferma alla cassa del cinema con una signora alta e magra che compra due biglietti, mentre lui si guarda intorno circospetto.
Via libera, nessuno lo ha riconosciuto. Tranne forse una tipa losca in tuta cinese, con una busta della spesa che sembra contenere uova, ferma nella stessa postazione della mendicante che di solito si mette lì a vendere accendini.
Ma la presunta fan, chissà chi sarà, fa la vaga con lo sguardo fisso sull’orizzonte, o meglio sul tabellone dei film, dicendosi che no, quel piacente signore sulla sessantina sarà solo uno mooolto somigliante ad Aragorn.
E poi va bene la sfiga, ma possibile che l’unico incrocio di sguardi che mi sia dato su questa terra con Viggo mi debba vedere conciata così, con delle uova in mano? No, non può essere, non può…
– Ha’ vitto Moonlight?
Ok, la domanda non era per me (“Hai visto Moonlight?”), però quella che mi giunge è la voce del Capitan Alatriste, con l’accento argentino di chi in Argentina ci ha vissuto. Viggo Mortensen, appunto. Sì, sono una di quelle fan che sanno tutte ste cose.
Scappo a casa, un po’ per nascondermi e un po’ perché l’ora abbondante che ho d’attesa la potrei pur spendere posando le cazzo di uova e regalandomi una bella doccia.
No, non è nella speranza di rivedere Viggo, figurarsi.
Quante probabilità ci sono di ritrovarmelo a guardare Jackie in sala con me?
E infatti al ritorno al cinema finisco seduta dietro alla sua accompagnatrice.
Ma siccome il posto accanto al mio è libero, con abile mossa mi piazzo proprio alle spalle di lui.
Non l’avessi mai fatto!
Non è uno spilungone, ma in questa nuova versione capello bianco corto ha una vertigine proprio sulla sommità del capo, che negli occasionali sussulti di lui per baciare la compagna (maledeeetta!), si pianta direttamente nel naso di Natalie Portman. Che magari lui chiamerà Naty.
Credetemi, il miglior modo di togliervi dalla testa il vostro sogno erotico è vederlo trasformato in un ciuffetto di capelli bianchi davanti al cervello schizzato di Kennedy (non Pippo, proprio JFK).
Specie se smette di coprire lo schermo solo durante i titoli di coda, dileguandosi poco prima che si riaccendano le luci.
Al ritorno a casa riconosco definitivamente su Google gli zigomi della sua fidanzata barcellonese, attrice famosa pure lei. Ma avrei dovuto abbandonare ogni dubbio già durante la proiezione, quando la vertigine bianca si era impennata in un guizzo di riconoscimento alle prime note di…
No, siamo seri, quanti argentini potevano riconoscere la voce di Richard Burton in Camelot, Anno Domini 1960?
E soprattutto, avete trovato una morale a questa storia, a parte “Vai ad allevare galline nel Montseny”?
Io mi assesto su “La sfiga è cieca, ma la fortuna ci vede benissimo”. Scritto proprio così.
Volevo incontrare Viggo Mortensen, una volta nella vita, e sono stata esaudita. Magari non proprio come credevo, e lui non era più né single né Aragorn, ma d’altronde io non ero presentabile. Insomma, viva la vita che ci dà sempre quello che vogliamo, mai al momento giusto, mai come ci immaginavamo. Ma quello si chiama “avere aspettative” ed è un problema.
Per festeggiare v’invito a pranzo. Frittata. Di dodici uova. Fresche di pollaio, eh.
Si ha sempre l’età per NON morire di amore romantico.
Ce lo spiega Judith Muñoz-Saavedra, professoressa del Dipartimento di Didàctica i Organització Educativa (DOE) all’Universitat de Barcelona, ed esponente della corrente di docenti che si occupa di proporre modelli culturali alternativi a quelli, spesso nocivi e a volte letali, che ci vengono inculcati fin dall’infanzia. La Catalogna, la Spagna, il mondo latino affrontano queste tematiche da molto tempo e hanno prodotto un materiale didattico sterminato. Spero quindi che l’intervista che mi ha concesso Judith (qui in versione originale) possa fornire degli spunti a chi in Italia prova a fare lo stesso, e invogliare chi non lo fa a cominciare!
In che senso l’amore romantico “uccide”?
La retorica dell’amore romantico rinforza i ruoli tradizionali di genere e giustifica diverse forme di violenza maschilista. Noi donne viviamo circondate di messaggi che negano la nostra autonomia; ci dicono che saremo felici solo quando troveremo un partner e che l’amore ideale è donarsi totalmente all’altro, senza aspettarsi niente in cambio. Siamo state programmate socialmente per cercare di essere amate a qualunque costo, per questo crediamo che dipendere dalle persone che amiamo e sacrificarci per loro sia parte integrante di un normale rapporto di coppia e che la gelosia sia un’espressione d’amore, non di controllo.
Tutte queste idee fanno parte di ciò che chiamiamo miti o topoi sull’amore romantico e sono direttamente vincolate alle costruzioni imposte di genere e ai rapporti di potere nelle società patriarcali. Attraverso questi miti l’amore acquisisce un senso differente nella vita di uomini e donne. Gli studi di Mari Luz Esteban dimostrano che una delle principali conseguenze della disuguaglianza di genere nei rapporti amorosi è il fatto che le donne si leghino agli uomini a partire da uno stato di subordinazione, necessità o carenza. La dipendenza dall’amore di qualcun altro, la necessità di essere amata o l’angoscia di non esserlo può facilitare il fatto che le donne si adattino, tollerino o neghino situazioni di maltrattamenti e violenza fisica e psicologica. Inoltre, il romanticismo patriarcale opera come pretesto per giustificare l’abuso di potere e diversi comportamenti violenti maschili. In nome dell’amore, molte donne sono violentate, castigate o uccise ogni giorno, in tutto il mondo.
Credi che l’amore abbia una storia? Insomma, il modo di amare cambia nel tempo?
In effetti, ciò che intendiamo per amore è cambiato e ha acquisito significati diversi a seconda del periodo storico. Non è neanche un concetto universale, perché esistono importanti differenze tra le varie culture. Però anche nella storia delle società occidentali troviamo concezioni diverse d’amore. Per esempio, la visione del piacere e delle relazioni affettive separate dal matrimonio nella cultura greca è radicalmente diversa dal puritanesimo amoroso dell’epoca vittoriana. Nella maggior parte della nostra storia, il costituirsi di rapporti di coppia ha avuto molto più a che fare con l’economia, la produzione e la sopravvivenza che con l’idea di amore romantico che abbiamo nell’epoca attuale. Le radici dell’ideale amoroso che abbiamo oggi le troviamo nel pensiero illuminista: nell’esclusione delle donne dallo stato di cittadinanza, nella loro assimilazione alla natura, nella negazione dell’uso della ragione e nella rigida separazione tra la sfera pubblica e quella privata. Queste basi filosofiche, conosciute come “misoginia romantica”, furono adottate dalla borghesia del XIX secolo, diventarono popolari attraverso la letteratura e si trasformarono nel fondamento delle politiche pubbliche dei welfare europei. In questo modo, e senza che ce ne accorgessimo, il romanticismo patriarcale si trasformò in “senso comune”, avallando così rapporti amorosi basati sulla dipendenza e la subordinazione delle donne.
Come si possono proteggere le bambine e i bambini dall’amore romantico?
Credo che la cosa più importante sia promuovere l’educazione emozionale nell’infanzia come elemento di protezione nel presente, e come strategia di prevenzione della violenza di genere e delle relazioni violente nel futuro. I bambini e le bambine devono imparare a conoscere e gestire le loro emozioni, ma devono anche avere l’opportunità di conoscere altri modelli d’amore basati su rispetto, empatia e collaborazione tra pari. È anche importante educare all’uso delle reti sociali perché non si trasformino in uno spazio di violenza, controllo e intimidazione. Senza dubbio bisogna affrontare l’argomento a tuttotondo: in famiglia, a scuola, attraverso i mezzi di comunicazione e nelle politiche pubbliche. Un elemento chiave è la scuola, perché è uno degli spazi determinanti per la costruzione d’identità di genere, dunque è un luogo privilegiato per contribuire alla trasformazione di ruoli, stereotipi e rapporti di potere tra uomini e donne.
Quali “vantaggi” ricaverebbero gli uomini rinunciando al loro ruolo nell’amore romantico?
La mascolinità egemonica presente nell’amore romantico perpetua i ruoli tradizionali di genere che danneggiano anche gli uomini. La pressione sociale riguardo all’ideale dell’uomo cacciatore, autoritario e insensibile, prevede che gli uomini siano in uno stato di competizione costante e lottino per mantenere uno status in cui non si metta in dubbio la loro virilità. Nonostante questo, credo che non dovremmo essere noi donne a indicare questi “vantaggi”. Tocca agli uomini sviluppare una profonda riflessione etica sui privilegi che comporta per loro l’amore romantico patriarcale. Un modo diverso d’intendere l’amore implica rinunciare a questi privilegi per accedere a relazioni più sane, libere e giuste.
Il modello di amore imposto dalla Disney e da altre narrative commerciali è molto radicato nella società. Che modello alternativo gli contrapporresti?
Per fortuna, e grazie a Pixar, il mondo Disney si è evoluto, anche se non a sufficienza. Le principesse non aspettano più passive che le salvi un principe azzurro, però continuano a essere le belle e generose protagoniste di storie romantiche che, spesso, sfociano nel matrimonio. In contrapposizione a questo esistono personaggi infantili come Dora l’esploratrice o film d’animazione giapponesi come La città incantata, che sfidano gli stereotipi. Sono esempi isolati perché non c’è un modello della stessa portata capace di contrapporsi all’egemonia della Disney, tuttavia le reti sociali offrono l’enorme opportunità di scoprire risorse pedagogiche alternative. In rete possiamo trovare favole, film, giochi non sessisti e comunità alternative interessate a questi argomenti.
Che consiglieresti agli insegnanti italiani per aiutare gli studenti ad affrontare gli stereotipi dell’amore romantico?
I professori hanno un’enorme responsabilità, perché sono degli autentici modelli e “influencers” tra i giovani. Quindi, la prima cosa da fare per i docenti è riflettere sui loro miti personali circa l’amore romantico, e credere nella propria capacità di influenzare gli alunni, dar loro consigli e spingerli a mettere in discussione il sessismo. La seconda mossa è sviluppare strategie integrali che affrontino la disuguaglianza delle donne sia nel centro educativo che in aula. Nella maggior parte delle scuole persiste ciò che chiamiamo il curricolo nascosto, che sono le norme, i valori e le convinzioni che si trasmettono in forma non esplicita, ma riproducono il sessismo e normalizzano delle manifestazioni di violenza maschilista. È necessario che ogni scuola riveda i contenuti, le metodologie e il linguaggio che utilizza, perché non sono neutri in termini di genere e possono occultare tratti androcentrici. Per esempio, le donne vengono spesso escluse come soggetti storici e figure di riferimento del sapere, con l’argomentazione che non esistono abbastanza scienziate, filosofe o donne di potere. O non s’interviene in cortile quando si osservano giochi che segregano i bambini dalle bambine, o s’ignora il linguaggio offensivo e sessista in una discussione tra compagni/e. Per lavorare in aula c’è tantissimo materiale didattico a disposizione, tenere un incontro ad hoc ogni tanto o affrontare l’argomento nell’ora di tutorato è assolutamente insufficiente. È necessario cambiare mentalità e lavorare in modo trasversale in tutte le materie, perché i docenti di matematica, educazione fisica o lingue hanno la stessa responsabilità. In questa linea, l’uso di metodologie socioaffettive, di dilemmi morali e le attività cooperative sono buoni alleati per lo sviluppo di strategie educative che permettano di mettere in discussione il modello di amore romantico e smentire i miti sulla violenza di genere. Infine non bisogna aspettare che il problema si manifesti, è importante realizzare programmi di prevenzione e riporre fiducia negli alunni. Una delle esperienze più efficaci è quella di formare gli alunni e le alunne perché siano capaci d’individuare da sé i maltrattamenti fisici, psicologici e sessuali che possano soffrire i loro compagni e compagne, e agire di conseguenza.
(Non so voi, ma io preferisco la sua versione. È comica quasi quanto l’originale)
Entrevista a la profesora Judith Muñoz-Saavedra, departamento de Didáctica y Organización Educativa (DOE) Universidad de Barcelona
¿En qué sentido el amor romántico “mata”?
La retórica del amor romántico refuerza los roles tradicionales de género y justifica diversas formas de violencia machista. Las mujeres vivimos rodeados/as de mensajes que niegan nuestra autonomía; se nos dice que solo seremos felices cuando encontremos una pareja y que el amor ideal es la entrega total al otro, sin esperar nada a cambio. Hemos sido socializadas para conseguir que nos amen a cualquier precio, por ello creemos que la dependencia y el sacrificio por el ser amado forman parte de las relaciones normales de pareja y que los celos son una muestra de amor, y no de control. Todas estas ideas forman parte de lo que llámanos mitos o tópicos sobre el amor romántico y están directamente vinculados a los mandatos de género y a las relaciones de poder en las sociedades patriarcales. A través de estos mitos el amor adquiere un sentido diferente en la vida de hombres y mujeres. Los estudios de Mari Luz Esteban apuntan a que una de las principales consecuencias de la desigualdad de género en las relaciones amorosas es que potencia que las mujeres se vinculen con los hombres desde la subordinación, la necesidad o la carencia. La dependencia del amor de otro, la necesidad de ser querida o la angustia por no serlo puede facilitar que las mujeres se adapten, toleren o nieguen situaciones de maltrato y violencia física y psíquica. Además, el romanticismo patriarcal, opera como un pretexto para justificar el abuso de poder y diversas conductas violentas masculinas. En nombre del amor, muchas mujeres son violadas, castigadas o asesinadas a diario, en todo el mundo.
¿Crees que el amor tiene una historia? (Con esto quiero preguntar si la forma de amar cambia con el tiempo)
Efectivamente, lo que entendemos por amor ha ido variando y adquiriendo distintos significados según el momento histórico. Tampoco es un concepto universal, porque existen importantes diferencias entre culturas. Pero incluso a lo largo de la historia de las sociedades occidentales encontramos concepciones diversas. Por ejemplo, la visión del placer y de las relaciones afectivas separadas del matrimonio en la cultura griega es radicalmente distinta al puritanismo amoroso de la época victoriana. En la mayor parte de nuestra historia la constitución de relaciones de pareja ha tenido mucho más que ver con la economía, la producción y la sobrevivencia que con la idea de amor romántico que tenemos en la actualidad. Las raíces del ideal amoroso que tenemos hoy en día las encontramos en el pensamiento ilustrado: en la exclusión de las mujeres del estatuto de ciudadanía, en la asimilación de las mujeres a la naturaleza, en la negación del uso de la razón y en la rígida separación de esferas entre lo público y lo privado. Estas bases filosóficas, que se conocen como “misoginia romántica” fueron adoptadas por la burguesía del siglo XIX, se popularizaron a través de la literatura y se convirtieron en el fundamento de las políticas públicas de los estados de bienestar europeos. Así, y sin que nos diéramos cuenta el romanticismo patriarcal se convirtió en “sentido común”, avalando con ello relaciones de amor basadas en la dependencia y la subordinación de las mujeres.
¿Cómo se les puede proteger a las niñas y a los niños del amor romántico?
Creo que lo más importante es fomentar la educación emocional en la infancia como elemento protector en el presente y como estrategia de prevención de la violencia de género y las relaciones abusivas en el futuro. Los niños y niñas tienen que aprender a conocer y gestionar sus emociones, pero además deben tener la oportunidad de conocer otros modelos de amor basados en el respeto, la empatía y la cooperación entre iguales. También es importante educar en el uso de las redes sociales para que no se transformen en un espacio de violencia, control e intimidación. Sin duda, el tema se tiene que tratar de manera integral: en la familia, en la escuela, a través de los medios de comunicación y en las políticas públicas. Una pieza clave es la escuela porque es uno de los espacios más influyente en la construcción de las identidades de género, por lo tanto es un lugar privilegiado para contribuir a la transformación de roles, estereotipos y relaciones de poder entre hombres y mujeres.
En concreto, qué “ventajas” sacarían los varones renunciando a su papel en el amor romántico?
La masculinidad hegemónica presente en el amor romántico perpetua roles tradicionales de género que también perjudican a los varones. La presión social frente al ideal del hombre conquistador, autoritario e insensible, supone que los varones estén en constante competencia y luchando por mantener un estatus en el que no se cuestione su virilidad. No obstante, creo que las mujeres no deberíamos ser quienes señalemos estas “ventajas”. Corresponde a los hombres desarrollar una profunda reflexión ética sobre los privilegios que les supone el amor romántico patriarcal. Una forma diferente de entender el amor implica renunciar a estos privilegios para avanzar en relaciones más sanas, libres y justas.
El modelo de amor impuesto por Disney y otras narrativas comerciales está muy radicado. ¿Qué modelo le contrapondrías?
Por suerte, y gracias a Pixar, el mundo Disney ha evolucionado aunque no lo suficiente. Las princesas ya nos esperan pasivas a que las rescate un príncipe azul pero siguen siendo las bellas y bondadosas protagonistas de historias románticas que, muchas veces, acaban en bodas. En contraposición existen personajes infantiles como Dora la exploradora o películas de animación japonesas como el viaje de Chihiro que rompen estereotipos. Son ejemplos puntuales porque no hay un modelo de la misma envergadura capaz de contrarrestar el poderío de Disney, sin embargo las redes sociales ofrecen una enorme oportunidad para descubrir recursos pedagógicos alternativos. En la red podemos encontrar cuentos, películas, juguetes no sexistas y comunidades alternativas preocupadas por estos temas.
¿Qué recomendarías a los enseñantes italianos para ayudar a sus estudiantes a enfrentarse a los estereotipos del amor romántico?
El profesorado tiene una enorme responsabilidad porque son modelos y verdaderos “influencers” entre los jóvenes. Entonces, lo primero es que los docentes cuestionen sus propios mitos sobre el amor romántico y luego crean en su poder para influenciar, aconsejar y cuestionar el sexismo. Lo segundo, es desarrollar estrategias integrales que aborden la desigualdad de las mujeres tanto a nivel de centro educativo como a nivel de aula. En la mayoría de las escuelas persiste lo que llamamos el currículo oculto, que son las normas, valores y creencias que se transmiten de manera no explicita pero que reproducen el sexismo y normalizan algunas manifestaciones de la violencia machista. Es necesario que cada escuela revise los contenidos, las metodologías y el lenguaje que utilizan porque no son neutros en términos de género y pueden incorporar sesgos androcéntricos. Por ejemplo, a menudo se excluye a las mujeres como sujetos históricos y referentes del conocimiento, argumentando que no hay suficientes de científicas, filósofas o lideresas. O no se interviene en el patio cuando se observan juegos que segregan entre niños y niñas, o se pasa por alto el lenguaje ofensivo y sexista en una discusión entre compañeros/as. Para trabajar a nivel de aula existen muchísimos recursos didácticos disponibles, una charla puntual o tratar el tema en la hora de tutoría es absolutamente insuficiente. Es necesario cambiar el chip y trabajar de manera transversal en todas las asignaturas, porque el profesorado de matemáticas, educación física o lenguas tiene la misma responsabilidad. En esta línea, el uso de metodologías socioafectivas, de dilemas morales y las actividades cooperativas son buenas aliadas para el desarrollo de estrategias educativas que permitan cuestionar el modelo de amor romántico, desmentir los mitos en torno a la violencia de género. Por ultimo no hay que esperar que el problema se manifieste, es importante realizar programas preventivos y confiar en el propio alumnado. Una de las experiencias más efectivas es la formación del alumnado para que ellos/as mismos/as sean capaces de detectar y actuar frente al maltrato físico, psicológico y sexual que pueden sufrir ellos/as o sus compañeras/as.
Qualche giorno fa sono andata a dare una conferenza, ed ero tranquilla.
Ho preso il treno fin troppo in anticipo, col mio bel malloppo di venti pagine in catalano, stampate su entrambi i lati per risparmiare soldi e volume in borsa. Ho controllato che l’USB col Power Point fosse nel portafogli, sperando che il lavoro fatto nei giorni precedenti desse i suoi frutti.
Certo, non ha giovato che l’anziano presentatore non capisse in cosa fossi addottorata (“Studi di Genere? E che è? Posso dire Humanitats?”). Non mi ha lasciata indifferente neanche l’annuncio semiserio che, se la mia conferenza fosse andata male, il professore che mi aveva mandata a sostituirlo sarebbe stato bandito dalla programmazione di quel centro culturale. Quindi confesso che, una volta davanti alla cinquantina di persone venute lì ad ascoltarmi, non ero più così sciolta e rilassata e poliglotta come ero uscita di casa.
Però è andata bene. La sensazione di serena aspettativa a cui cercavo ancora di aggrapparmi (anche se dopo la prima mezz’ora a parlare solo io cominciavo a chiedermi che cazzo stavo a di’) mi ha aiutata a divertirmi col pubblico, a riflettere con loro. Perfino a comunicare certe mie impressioni che spettatori non proprio familiarizzati con gli Studi di Genere avrebbero potuto trovare un po’ strane. Ci ho schiaffato pure la classica citazione di Tacito (solitudinem faciunt…), peraltro pronunciata alla spagnola, per chiudere in bellezza lo sparuto giro di domande su imperialismi vecchi e nuovi.
Per tutto il tempo in cui ho fatto questo, impappinandomi col catalano, facendomi anche aiutare dal pubblico con certi termini, mi è balenata davanti un’immagine che adesso mi fa tenerezza: la me stessa che andava agli esami con quadernoni fitti di appunti, che ripassava ossessivamente fino al suo turno per conferire. Mi preparavo bene come adesso per la conferenza, eppure avevo il doppio dell’ansia e mi riempivo la testa di nozioni che immaginavo mi avrebbero salvato all’ultimo momento. Prendevo voti piuttosto alti, raramente il massimo.
Sono contenta, quindi, di aver scoperto quanto sia inutile il disagio ai fini del successo. Dipende molto da cosa intendiamo, per successo. Un tempo pensavo che si trattasse di ricevere la lode, scritta e orale, dei miei esaminatori. Adesso che mi si esamina senza voti e senza chissà che retribuzione (non ci lamentiamo, eh, solo che quest’IVA…) ho capito che si tratta davvero di fare bene il proprio lavoro. E, soprattutto, volerlo condividere, preparandosi all’idea che potremmo finire noi per imparare qualcosa.
Mi piacerebbe tornare da quella diciottenne così ansiosa di piacere da non riuscire a convincere del tutto, e darle una scozzetta sulla testolina ansiosamente reclinata sulla sua grafia illeggibile.
Non potendo farlo, mi limito a sperare che le risate che ho suscitato con qualche strafalcione in catalano ricordino a tutti che è dagli errori che comincia tutto.
Odi et amo non se l’è inventato Catullo per farci disperare alle interrogazioni: è una grande verità!
Mi viene da chiedermi, come questo delizioso vedovo di New York, se ciò che chiamiamo amore nella cultura popolare, nei romanzi e negli immaginari che accompagnano soprattutto la giovinezza, non sia soprattutto attrazione fisica: Romeo e Giulietta si sono amati da impazzire, come dice anche il signore del link (apritelo!), però non conoscevano i rispettivi gusti musicali e le letture preferite. Forse arrivare a questo stadio d’intimità è rilassante e distensivo come avere uno scheletro in casa.
E allora, meglio amarsi per tre giorni che ritrovarsi per anni a contendersi il bagno?
Per me no. La sfida è proprio arrivarci, al tubetto di dentifricio su cui litigare. Capire cosa perdiamo se alla fine ascoltiamo la parte di noi che vuole scappare il più lontano possibile dall’altro. Fosse anche per salutarlo con più consapevolezza.
Quest’idea di sapere quello che abbiamo, di non darlo per scontato, mi rimanda alla mia scassatissima macchina fotografica, in un cellulare che era già vecchio quando l’hanno fabbricato. Oltre a bruciarmi mezza batteria ogni volta che l’aziono, il congegnino ci mette trent’anni a mettere a fuoco. Ma quando il quadratino intermittente diventa verdognolo, come a dirmi “Scatta, scema!”, la foto viene perfetta. Magari esce bene solo la parte compresa nel quadratino, ma vuoi mettere.
Ecco, comincio a pensare sempre di più che l’amore sia soprattutto questo: la capacità di mettere a fuoco, di ricordare perché ciò che stiamo guardando è prezioso, in ogni momento. Specie in quelli che ci ricordano che non necessariamente è eterno.
E per questo ci vogliono tempo e pazienza: forse il momento più difficile da “inquadrare” è proprio quello iniziale, in cui il cocktail di adrenalina e aspettative ci fa vedere tutto sfuocato, offrendoci immagini spesso diverse da quelle che vedremo dopo.
Perciò è bello, e miracoloso, quasi, dotarsi della capacità di mettere a fuoco ciò che abbiamo davanti.
Ecco, dopo che ho scritto tutto questo, il mio cellulare scassato non lo cambio più.
Io noto una cosa: soddisfare le aspettative sociali non basta. Dobbiamo anche volerlo fare. Amare il Grande Fratello, insomma.
È il meccanismo perverso presentato a una mia amica che nei primi anni 2000 voleva andare in vacanza col ragazzo. Secondo il responso che ricevette in famiglia, non era sufficiente che sua madre glielo proibisse, non “doveva” desiderarlo lei.
Così come i rampolli di ceto medio dovrebbero essere entusiasti fin da piccoli di andare al liceo, nel mio caso un laboratorio fantastico di quello che mi sarebbe toccato se fossi rimasta nel mio paese: raccomandazioni, competizioni per il voto più alto, frustrazioni di alcuni insegnanti scaricate sugli alunni e l’eterno refrain “Se sei martello, batti, se sei incudine, statti”.
Abbiamo visto ultimamente che, una volta venute meno le condizioni per realizzare la missione sacra assegnataci fin dall’infanzia, non tutti ci stanno a continuare.
Circola molto la lettera di un trentenne suicida che i genitori propongono come spunto di riflessione su un modello di società che non funziona.
Sarà che in questi giorni tutti i miei amici italiani su facebook parlano di Sanremo, ma a me è venuto da pensare al meno articolato biglietto di un ventottenne, Luigi Tenco, in cui leggevo una delusione e una rabbia simile, e per una questione che può sembrarci molto triviale, come le scelte della giuria sanremese.
Perché accosto lettere così diverse di due giovani uomini, vissuti in epoche differenti? Perché, avendo superato da un po’ anche la loro età, mi rendo conto che la mia generazione, tra le altre cose, soffre di ansia di riconoscimento. Ci hanno detto che avremmo avuto lavori decenti e famiglie del Mulino Bianco, come i nostri genitori, e pare proprio che non sia così, o non nelle stesse condizioni.
Un paio di passaggi della lettera del trentenne mi ricordano anche l’idea che il mondo “dovesse esserci consegnato” in un certo modo, e “avrebbe dovuto accoglierci, invece che respingerci”. Sono d’accordo sulla seconda frase, ma la prima non sarà stata un’illusione collettiva?
Diciamo che per tutta un’epoca ci hanno fatto credere che il mondo sarebbe stato uguale a quello che imparavamo a conoscere mentre bevevamo latte e Nesquik, davanti allo stupidario televisivo quotidiano. Che gli uomini avrebbero avuto a disposizione una bella compagna disposta ad allevare i loro bambini, mentre loro portavano a casa il grosso dei soldi, e le donne avrebbero coronato, conciliando brillantemente “casa e lavoro”, il sogno più bello: quello della maternità.
Non sentite anche voi il classico rumore da disco graffiato, come nei flashback dei film? Eppure vari amici miei hanno avuto difficoltà a dichiararsi gay: a sentire mia madre “non c’erano gay nella sua scuola”, e la risatina con cui noi figli accogliamo quest’affermazione la dice lunga sui mondi diversi che abitiamo. In tanti se ne sono dovuti (nel mio caso, voluti) andare via dal posto in cui sono nati e, quando pensano ai figli, possono trincerarsi dietro all’affermazione di “non potere ancora”, per le difficoltà economiche, così da non porsi nemmeno il problema se li vogliano o no.
Alcuni uomini, non solo in Italia, continuano a pretendere che, lavorando sodo, avranno automaticamente la bonazza di turno ai loro piedi, e troppo spesso, ma veramente troppo, si arrabbiano se non è così. D’altronde tante donne etero continuano ad avere un’idea della mascolinità come rifugio e protezione che personalmente trovo squalificante per loro e avvilente per gli uomini stessi, e che si estrinseca in pagine come questa, che mi provocano quella che in Spagna si chiama vergüenza ajena (quando ci vergogniamo noi per qualcun altro).
Io, come ho già scritto qua, campo felice con 1000 euro al mese: quando è stato che mi sono posta il problema che non fossero abbastanza? Quando, tornando in Italia per le vacanze, mi sono sentita dire che fossero pochi, magari da quasi-pensionati con oltre 30 anni di lavoro fisso alle spalle. Che pretendono di scalare dal calcolo delle mie entrate quello che pago di affitto (allora a Barcellona chi arriva ai 500 è un nababbo!), e che vedono la pensione come unica alternativa a una vecchiaia di fame e di freddo.
Finché il mio migliore amico, dopo l’ennesima mia sfogata, mi ha detto: “Se non sono sereni con quello che rende serena te, è un loro problema”.
Minchia, sì! E dovrebbero ricordarselo tutte le trentenni a cui chiedono “A quando un bimbo?”, tutti i diciottenni a cui i genitori impongono Ingegneria anche se loro vogliono fare Lettere, tutti quelli che non tanto ci stanno ad attaccarsi allo stesso giogo delle generazioni precedenti: l’idea che ci sia un solo modo di vivere, e se deviano da quello arrivederci.
Il “diritto” alla felicità, personalmente, non lo concepisco. Pretendo il diritto al lavoro, il diritto alle condizioni economiche giuste per avere una famiglia, se voglio. Non importa, come obietta ogni tanto qualche bomber “che si è fatto da solo”, che possa crearmeli io. Lo faccio già. Intanto un sistema politico che si suppone mi rappresenti dovrebbe garantirmeli o non sta lavorando bene. Ma i diritti finiscono qua.
Per una volta devo dare ragione a chi credeva che quella per la felicità fosse una ricerca.
E quella, purtroppo per una società che insegue una ricchezza inesauribile da contendersi come un osso, quella possiamo cercarcela unicamente da soli, con le nostre forze, e coi mezzi che abbiamo a disposizione nell’epoca in cui siamo nati.
Sono fermamente convinta che, superato l’eterno scoglio delle aspettative, ce la possiamo fare.