Archivio degli articoli con tag: resilienza

Risultati immagini per italiani all'estero Le riconosci subito. Non c’è bisogno di sentirle parlare spagnolo coi pronomi sbagliati. Mi riferisco alle italiane che Barcellona ci vengono “per caso”: non per un progetto di vita o per ragioni politiche, ma per una borsa di studio, per un trasferimento di lavoro, o magari per seguire un uomo.

Lungi da me dire che siano tutte uguali, eh.

Mi limito a fornire un elenco di possibili frasi identificative sui social, con le risposte consigliate:

  • “Devo andare a un aperitivo, ma ho paura di uscire di casa da sola. Qualcuno potrebbe accompagnarmi?” [Quindi per paura degli sconosciuti ti va bene che ti scorti un perfetto sconosciuto, purché italiano]
  • “Qualcuno conosce un’estetista italiana? Help!”. [Perché le autoctone la ceretta te la fanno a zig zag]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico, ma preferirei con una ragazza, con un uomo non so cosa mi potrebbe succedere”. [Se lo incontri in pieno giorno in un bar affollato, ti succederà una cosa terribile: dividerete il conto del caffè a metà, centesimi compresi!]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico con una ragazza perché al mio ragazzo di Poggibonsi che dico? Che vado a incontrare un uomo “per farci lezione”?”. [Sì, ma prima assicurati che abbia posato la clava]

Tutte domande che per me ne tradiscono una sola, grande quanto la Sagrada Familia: come me la cavo per conto mio dopo che mi hanno insegnato che non posso? Partendo da una premessa vera (le donne sono più esposte degli uomini ad attacchi sessuali e violenze) per arrivare a una conclusione sospettosamente sbagliata: le donne devono aver paura di tutto.

E nella paura di quelle imbattutesi nella situazione di dover fare ciò che temono, vedo tutte le contraddizioni di questo precetto un po’ ridicolo.

Allora dico loro: vedrai che ci farai il callo. Che andrà tutto bene. E non ti trincerare in un ghetto d’italiani, non ti cercare cavalier serventi o “appartamenti di sole ragazze”.

La paura ci sta tutta, ci hanno abituati spesso a gente più grande che faccia tutto per noi o ci accolga benevola perché sì: vedo genitori scrivere annunci per cercare le stanze ai figli, o ragazzi di ventun anni in cerca di assunzioni a distanza come camerieri, in barba alla fila di candidati residenti in loco coi documenti già in regola. Dolci figli dell’estate.

È una vera sfida. Ma le ragazze che l’intraprendono dopo un’educazione pensata per averle vicino casa a “conciliare famiglia e lavoro”, devono pagare sulla loro pelle tutte le limitazioni che si sono viste infliggere, a cui hanno finito per credere.

Perdonatemi allora, care italiane appena sbarcate a Barcellona, se divento enfatica e vi invito a fare qualcosa in particolare: non cedete al ricatto del “Non sono ancora pronta”. Con questa scusa, parte del Parlamento spagnolo della Repubblica voleva negare il voto alle donne (temendo che avrebbero votato per la destra). Con questa scusa, in un libro che trovo indegno di Harper Lee, l’avvocato Atticus Finch (sì, nel film è Gregory Peck) si opponeva ai diritti civili degli afroamericani.

No, per una volta chiediamoci davvero: “Se non ora quando?”.

Qui da dove scrivo io, non è ancora una bestemmia.

vestitocinese Sabato sera a casa mia si stava per consumare un dramma.

Il mio ragazzo l’ha fiutato quando gli è arrivato l’imperativo categorico dal bagno:

– Aiutami a chiudere la cerniera!

Era il vestito cinese.

Riesumato per una festa di Carnevale dal secondo armadio, quello pieno di cimeli di epoche passate che “prima o poi mi andranno di nuovo” (campa cavallo).

Come questo vestito, preso a Parigi nell’Anno Domini 2001 in un bazaar a cento metri e quattro anni di distanza dalla prima chiesa cinese in Francia (consacrata nel 2005).

La proprietaria del negozio, una signora cinese che avrei ritrovato immutata dieci anni dopo (beata lei!), aveva osservato il mio corpo ventenne modellato da quest’abito lungo a giromanica, nero con fiori dorati e tipico colletto alto a far da contrasto coi due spacchi laterali. Aveva scosso un po’ la testa ed estratto da una fila di abiti lo stesso modello, ma in versione giallo dorato a fiori fucsia:

– Meglio questo, no?

Non sapevo come spiegarle che anche il colore scelto da me mi sarebbe costato i commenti acidi di qualche compaesano coi capelli scolpiti dal gel (gli uomini) e gli occhialoni a goccia (le donne).

I tipici italiani che oggi distinguo immediatamente sulla Rambla, a caccia di paella surgelata e sangria del discount, che pagano come appena fatte ai ristoranti dei dintorni.

Perché intanto il vestito, e il mio corpo, ne hanno fatta di strada. Subito dopo l’acquisto, nella famiglia che mi ospitava a Parigi, un italiano che si occupava di import-export mi aveva chiesto sorpreso:

– Come hai fatto a trovare un capo esattamente della tua misura, con le taglie cinesi?

– Sarà che hai un corpo cinese – gli avrebbero risposto indirettamente qualche tempo dopo, intendendo minuto e somigliante a una tavola da surf, culone a parte. Fatto sta che oh, avevo trovato il vestito perfetto. Che fosse nero e dorato, con doppio spacco, era solo un particolare.

Devo dire che la stoffa ci mise un bel po’ a non riconoscere più il corpo trentenne che intanto era passato per le delizie angloindiane e continuava a sperimentare cucine espatriate in Catalogna.

Niente paura, però, a risolvere problemi di peso ci pensa l’amore! Mi calzò di nuovo quasi perfetto al compleanno di uno il cui tira e molla non mi stimolava certo l’appetito. Io lo dico sempre: gli ex sono meglio della Lambertucci!

A quella festa fui piuttosto ammirata, e proprio di fronte al core ‘ngrato, il che nel nostro triste mondo malato è una soddisfazione non da poco.

– Perché non prendi un po’ dai tuoi amici? – gli chiesi divertita, abbracciandomi l’ultimo che mi aveva fatto i complimenti.

– Perché sono un coglione! – rispose lui. E devo dire che mai affermazione sua fu più onesta, potenza della magia cinese.

Vi giuro che questo sabato sera, invece, sono stata ignara della partecipazione dello stesso individuo alla festa di Carnevale a cui ero diretta, fino a una scorsa rapida, appena uscita dalla doccia, alla chat di Facebook.

Di qui la convocazione imperiosa del mio ragazzo, rassegnato ad attendermi un po’ (di solito ce la giochiamo).

Ma fin dalle sue prime impacciate lotte con la cerniera sulla schiena ho saputo quello che già immaginavo: non andava. E stavolta era per sempre.

RIP, abito cinese, ormai sono benedetta da una vita più propensa a farsi noiosa che triste, e da un compagno che invece vuole proprio vedermi felice, meglio se davanti a un chilo di bravas de yuca.

Il corpo che disegnavi così bene non esiste più.

Il che non è esattamente un male, eh. Come dice Isabel Allende parlando della bellona di Zorro: “Le belle donne imbruttiscono con l’età. Quelle come me non invecchiano più di tanto, e alcune addirittura migliorano d’aspetto”.

E una volta che abbiamo preso il vizio di accettarci esattamente come siamo, tutti gli sforzi per stare “in forma” non arriveranno mai all’affanno e all’affamamento volontario per rientrare in un vecchio abito.

Ho quindi riposto il vestito cinese nel secondo armadio. Magari ci incontreremo di nuovo, non per la mia incapacità di scegliermi gli uomini, ma per un cambio di metabolismo che mi faccia unire al club di quelli che mangiano un bue al giorno e restano un’acciuga.

Ma con un culo così non ci sarei mai entrata, nel vestito cinese.

https://www.youtube.com/watch?v=E_8IXx4tsus

 

Risultati immagini per feminist disney princess Si ha sempre l’età per NON morire di amore romantico.

Ce lo spiega Judith Muñoz-Saavedra, professoressa del Dipartimento di Didàctica i Organització Educativa (DOE) all’Universitat de Barcelona, ed esponente della corrente di docenti che si occupa di proporre modelli culturali alternativi a quelli, spesso nocivi e a volte letali, che ci vengono inculcati fin dall’infanzia. La Catalogna, la Spagna, il mondo latino affrontano queste tematiche da molto tempo e hanno prodotto un materiale didattico sterminato. Spero quindi che l’intervista che mi ha concesso Judith (qui in versione originale) possa fornire degli spunti a chi in Italia prova a fare lo stesso, e invogliare chi non lo fa a cominciare!

In che senso l’amore romantico “uccide”?

La retorica dell’amore romantico rinforza i ruoli tradizionali di genere e giustifica diverse forme di violenza maschilista. Noi donne viviamo circondate di messaggi che negano la nostra autonomia; ci dicono che saremo felici solo quando troveremo un partner e che l’amore ideale è donarsi totalmente all’altro, senza aspettarsi niente in cambio. Siamo state programmate socialmente per cercare di essere amate a qualunque costo, per questo crediamo che dipendere dalle persone che amiamo e sacrificarci per loro sia parte integrante di un normale rapporto di coppia e che la gelosia sia un’espressione d’amore, non di controllo.

Tutte queste idee fanno parte di ciò che chiamiamo miti o topoi sull’amore romantico e sono direttamente vincolate alle costruzioni imposte di genere e ai rapporti di potere nelle società patriarcali. Attraverso questi miti l’amore acquisisce un senso differente nella vita di uomini e donne. Gli studi di Mari Luz Esteban dimostrano che una delle principali conseguenze della disuguaglianza di genere nei rapporti amorosi è il fatto che le donne si leghino agli uomini a partire da uno stato di subordinazione, necessità o carenza. La dipendenza dall’amore di qualcun altro, la necessità di essere amata o l’angoscia di non esserlo può facilitare il fatto che le donne si adattino, tollerino o neghino situazioni di maltrattamenti e violenza fisica e psicologica. Inoltre, il romanticismo patriarcale opera come pretesto per giustificare l’abuso di potere e diversi comportamenti violenti maschili. In nome dell’amore, molte donne sono violentate, castigate o uccise ogni giorno, in tutto il mondo.

Credi che l’amore abbia una storia? Insomma, il modo di amare cambia nel tempo?

In effetti, ciò che intendiamo per amore è cambiato e ha acquisito significati diversi a seconda del periodo storico. Non è neanche un concetto universale, perché esistono importanti differenze tra le varie culture. Però anche nella storia delle società occidentali troviamo concezioni diverse d’amore. Per esempio, la visione del piacere e delle relazioni affettive separate dal matrimonio nella cultura greca è radicalmente diversa dal puritanesimo amoroso dell’epoca vittoriana. Nella maggior parte della nostra storia, il costituirsi di rapporti di coppia ha avuto molto più a che fare con l’economia, la produzione e la sopravvivenza che con l’idea di amore romantico che abbiamo nell’epoca attuale. Le radici dell’ideale amoroso che abbiamo oggi le troviamo nel pensiero illuminista: nell’esclusione delle donne dallo stato di cittadinanza, nella loro assimilazione alla natura, nella negazione dell’uso della ragione e nella rigida separazione tra la sfera pubblica e quella privata. Queste basi filosofiche, conosciute come “misoginia romantica”, furono adottate dalla borghesia del XIX secolo, diventarono popolari attraverso la letteratura e si trasformarono nel fondamento delle politiche pubbliche dei welfare europei. In questo modo, e senza che ce ne accorgessimo, il romanticismo patriarcale si trasformò in “senso comune”, avallando così rapporti amorosi basati sulla dipendenza e la subordinazione delle donne.

Come si possono proteggere le bambine e i bambini dall’amore romantico?

Credo che la cosa più importante sia promuovere l’educazione emozionale nell’infanzia come elemento di protezione nel presente, e come strategia di prevenzione della violenza di genere e delle relazioni violente nel futuro. I bambini e le bambine devono imparare a conoscere e gestire le loro emozioni, ma devono anche avere l’opportunità di conoscere altri modelli d’amore basati su rispetto, empatia e collaborazione tra pari. È anche importante educare all’uso delle reti sociali perché non si trasformino in uno spazio di violenza, controllo e intimidazione. Senza dubbio bisogna affrontare l’argomento a tuttotondo: in famiglia, a scuola, attraverso i mezzi di comunicazione e nelle politiche pubbliche. Un elemento chiave è la scuola, perché è uno degli spazi determinanti per la costruzione d’identità di genere, dunque è un luogo privilegiato per contribuire alla trasformazione di ruoli, stereotipi e rapporti di potere tra uomini e donne.

Quali “vantaggi” ricaverebbero gli uomini rinunciando al loro ruolo nell’amore romantico?  

La mascolinità egemonica presente nell’amore romantico perpetua i ruoli tradizionali di genere che danneggiano anche gli uomini. La pressione sociale riguardo all’ideale dell’uomo cacciatore, autoritario e insensibile, prevede che gli uomini siano in uno stato di competizione costante e lottino per mantenere uno status in cui non si metta in dubbio la loro virilità. Nonostante questo, credo che non dovremmo essere noi donne a indicare questi “vantaggi”. Tocca agli uomini sviluppare una profonda riflessione etica sui privilegi che comporta per loro l’amore romantico patriarcale. Un modo diverso d’intendere l’amore implica rinunciare a questi privilegi per accedere a relazioni più sane, libere e giuste.

Il modello di amore imposto dalla Disney e da altre narrative commerciali è molto radicato nella società. Che modello alternativo gli contrapporresti?

Per fortuna, e grazie a Pixar, il mondo Disney si è evoluto, anche se non a sufficienza. Le principesse non aspettano più passive che le salvi un principe azzurro, però continuano a essere le belle e generose protagoniste di storie romantiche che, spesso, sfociano nel matrimonio. In contrapposizione a questo esistono personaggi infantili come Dora l’esploratrice o film d’animazione giapponesi come La città incantata, che sfidano gli stereotipi. Sono esempi isolati perché non c’è un modello della stessa portata capace di contrapporsi all’egemonia della Disney, tuttavia le reti sociali offrono l’enorme opportunità di scoprire risorse pedagogiche alternative. In rete possiamo trovare favole, film, giochi non sessisti e comunità alternative interessate a questi argomenti.

Che consiglieresti agli insegnanti italiani per aiutare gli studenti ad affrontare gli stereotipi dell’amore romantico?

I professori hanno un’enorme responsabilità, perché sono degli autentici modelli e “influencers” tra i giovani. Quindi, la prima cosa da fare per i docenti è riflettere sui loro miti personali circa l’amore romantico, e credere nella propria capacità di influenzare gli alunni, dar loro consigli e spingerli a mettere in discussione il sessismo. La seconda mossa è sviluppare strategie integrali che affrontino la disuguaglianza delle donne sia nel centro educativo che in aula. Nella maggior parte delle scuole persiste ciò che chiamiamo il curricolo nascosto, che sono le norme, i valori e le convinzioni che si trasmettono in forma non esplicita, ma riproducono il sessismo e normalizzano delle manifestazioni di violenza maschilista. È necessario che ogni scuola riveda i contenuti, le metodologie e il linguaggio che utilizza, perché non sono neutri in termini di genere e possono occultare tratti androcentrici. Per esempio, le donne vengono spesso escluse come soggetti storici e figure di riferimento del sapere, con l’argomentazione che non esistono abbastanza scienziate, filosofe o donne di potere. O non s’interviene in cortile quando si osservano giochi che segregano i bambini dalle bambine, o s’ignora il linguaggio offensivo e sessista in una discussione tra compagni/e. Per lavorare in aula c’è tantissimo materiale didattico a disposizione, tenere un incontro ad hoc ogni tanto o affrontare l’argomento nell’ora di tutorato è assolutamente insufficiente. È necessario cambiare mentalità e lavorare in modo trasversale in tutte le materie, perché i docenti di matematica, educazione fisica o lingue hanno la stessa responsabilità. In questa linea, l’uso di metodologie socioaffettive, di dilemmi morali e le attività cooperative sono buoni alleati per lo sviluppo di strategie educative che permettano di mettere in discussione il modello di amore romantico e smentire i miti sulla violenza di genere. Infine non bisogna aspettare che il problema si manifesti, è importante realizzare programmi di prevenzione e riporre fiducia negli alunni. Una delle esperienze più efficaci è quella di formare gli alunni e le alunne perché siano capaci d’individuare da sé i maltrattamenti fisici, psicologici e sessuali che possano soffrire i loro compagni e compagne,  e agire di conseguenza.

(Non so voi, ma io preferisco la sua versione. È comica quasi quanto l’originale)

 

Risultati immagini per piuma  Qualche giorno fa sono andata a dare una conferenza, ed ero tranquilla.

Ho preso il treno fin troppo in anticipo, col mio bel malloppo di venti pagine in catalano, stampate su entrambi i lati per risparmiare soldi e volume in borsa. Ho controllato che l’USB col Power Point fosse nel portafogli, sperando che il lavoro fatto nei giorni precedenti desse i suoi frutti.

Certo, non ha giovato che l’anziano presentatore non capisse in cosa fossi addottorata (“Studi di Genere? E che è? Posso dire Humanitats?”). Non mi ha lasciata indifferente neanche l’annuncio semiserio che, se la mia conferenza fosse andata male, il professore che mi aveva mandata a sostituirlo sarebbe stato bandito dalla programmazione di quel centro culturale. Quindi confesso che, una volta davanti alla cinquantina di persone venute lì ad ascoltarmi, non ero più così sciolta e rilassata e poliglotta come ero uscita di casa.

Però è andata bene. La sensazione di serena aspettativa a cui cercavo ancora di aggrapparmi (anche se dopo la prima mezz’ora a parlare solo io cominciavo a chiedermi che cazzo stavo a di’) mi ha aiutata a divertirmi col pubblico, a riflettere con loro. Perfino a comunicare certe mie impressioni che spettatori non proprio familiarizzati con gli Studi di Genere avrebbero potuto trovare un po’ strane. Ci ho schiaffato pure la classica citazione di Tacito (solitudinem faciunt…), peraltro pronunciata alla spagnola, per chiudere in bellezza lo sparuto giro di domande su imperialismi vecchi e nuovi.

Per tutto il tempo in cui ho fatto questo, impappinandomi col catalano, facendomi anche aiutare dal pubblico con certi termini, mi è balenata davanti un’immagine che adesso mi fa tenerezza: la me stessa che andava agli esami con quadernoni fitti di appunti, che ripassava ossessivamente fino al suo turno per conferire. Mi preparavo bene come adesso per la conferenza, eppure avevo il doppio dell’ansia e mi riempivo la testa di nozioni che immaginavo mi avrebbero salvato all’ultimo momento. Prendevo voti piuttosto alti, raramente il massimo.

Sono contenta, quindi, di aver scoperto quanto sia inutile il disagio ai fini del successo. Dipende molto da cosa intendiamo, per successo. Un tempo pensavo che si trattasse di ricevere la lode, scritta e orale, dei miei esaminatori. Adesso che mi si esamina senza voti e senza chissà che retribuzione (non ci lamentiamo, eh, solo che quest’IVA…) ho capito che si tratta davvero di fare bene il proprio lavoro. E, soprattutto, volerlo condividere, preparandosi all’idea che potremmo finire noi per imparare qualcosa.

Mi piacerebbe tornare da quella diciottenne così ansiosa di piacere da non riuscire a convincere del tutto, e darle una scozzetta sulla testolina ansiosamente reclinata sulla sua grafia illeggibile.

Non potendo farlo, mi limito a sperare che le risate che ho suscitato con qualche strafalcione in catalano ricordino a tutti che è dagli errori che comincia tutto.

Perfino un buon lavoro.

Risultati immagini per odi et amo Odi et amo non se l’è inventato Catullo per farci disperare alle interrogazioni: è una grande verità!

Mi viene da chiedermi, come questo delizioso vedovo di New York, se ciò che chiamiamo amore nella cultura popolare, nei romanzi e negli immaginari che accompagnano soprattutto la giovinezza, non sia soprattutto attrazione fisica: Romeo e Giulietta si sono amati da impazzire, come dice anche il signore del link (apritelo!), però non conoscevano i rispettivi gusti musicali e le letture preferite. Forse arrivare a questo stadio d’intimità è rilassante e distensivo come avere uno scheletro in casa.

E allora, meglio amarsi per tre giorni che ritrovarsi per anni a contendersi il bagno?

Per me no. La sfida è proprio arrivarci, al tubetto di dentifricio su cui litigare. Capire cosa perdiamo se alla fine ascoltiamo la parte di noi che vuole scappare il più lontano possibile dall’altro. Fosse anche per salutarlo con più consapevolezza.

Quest’idea di sapere quello che abbiamo, di non darlo per scontato, mi rimanda alla mia scassatissima macchina fotografica, in un cellulare che era già vecchio quando l’hanno fabbricato. Oltre a bruciarmi mezza batteria ogni volta che l’aziono, il congegnino ci mette trent’anni a mettere a fuoco. Ma quando il quadratino intermittente diventa verdognolo, come a dirmi “Scatta, scema!”, la foto viene perfetta. Magari esce bene solo la parte compresa nel quadratino, ma vuoi mettere.

Ecco, comincio a pensare sempre di più che l’amore sia soprattutto questo: la capacità di mettere a fuoco, di ricordare perché ciò che stiamo guardando è prezioso, in ogni momento. Specie in quelli che ci ricordano che non necessariamente è eterno.

E per questo ci vogliono tempo e pazienza: forse il momento più difficile da “inquadrare” è proprio quello iniziale, in cui il cocktail di adrenalina e aspettative ci fa vedere tutto sfuocato, offrendoci immagini spesso diverse da quelle che vedremo dopo.

Perciò è bello, e miracoloso, quasi, dotarsi della capacità di mettere a fuoco ciò che abbiamo davanti.

Ecco, dopo che ho scritto tutto questo, il mio cellulare scassato non lo cambio più.

https://www.youtube.com/watch?v=cn8CI8X7PH8

Risultati immagini per millennials

Esticazzi? 🙂

Io noto una cosa: soddisfare le aspettative sociali non basta. Dobbiamo anche volerlo fare. Amare il Grande Fratello, insomma.

È il meccanismo perverso presentato a una mia amica che nei primi anni 2000 voleva andare in vacanza col ragazzo. Secondo il responso che ricevette in famiglia, non era sufficiente che sua madre glielo proibisse, non “doveva” desiderarlo lei.

Così come i rampolli di ceto medio dovrebbero essere entusiasti fin da piccoli di andare al liceo, nel mio caso un laboratorio fantastico di quello che mi sarebbe toccato se fossi rimasta nel mio paese: raccomandazioni, competizioni per il voto più alto, frustrazioni di alcuni insegnanti scaricate sugli alunni e l’eterno refrain “Se sei martello, batti, se sei incudine, statti”.

Abbiamo visto ultimamente che, una volta venute meno le condizioni per realizzare la missione sacra assegnataci fin dall’infanzia, non tutti ci stanno a continuare.

Circola molto la lettera di un trentenne suicida che i genitori propongono come spunto di riflessione su un modello di società che non funziona.

Sarà che in questi giorni tutti i miei amici italiani su facebook parlano di Sanremo, ma a me è venuto da pensare al meno articolato biglietto di un ventottenne, Luigi Tenco, in cui leggevo una delusione e una rabbia simile, e per una questione che può sembrarci molto triviale, come le scelte della giuria sanremese.

Perché accosto lettere così diverse di due giovani uomini, vissuti in epoche differenti? Perché, avendo superato da un po’ anche la loro età, mi rendo conto che la mia generazione, tra le altre cose, soffre di ansia di riconoscimento. Ci hanno detto che avremmo avuto lavori decenti e famiglie del Mulino Bianco, come i nostri genitori, e pare proprio che non sia così, o non nelle stesse condizioni.

Un paio di passaggi della lettera del trentenne mi ricordano anche l’idea che il mondo “dovesse esserci consegnato” in un certo modo, e “avrebbe dovuto accoglierci, invece che respingerci”. Sono d’accordo sulla seconda frase, ma la prima non sarà stata un’illusione collettiva?

Diciamo che per tutta un’epoca ci hanno fatto credere che il mondo sarebbe stato uguale a quello che imparavamo a conoscere mentre bevevamo latte e Nesquik, davanti allo stupidario televisivo quotidiano. Che gli uomini avrebbero avuto a disposizione una bella compagna disposta ad allevare i loro bambini, mentre loro portavano a casa il grosso dei soldi, e le donne avrebbero coronato, conciliando brillantemente “casa e lavoro”, il sogno più bello: quello della maternità.

Non sentite anche voi il classico rumore da disco graffiato, come nei flashback dei film? Eppure vari amici miei hanno avuto difficoltà a dichiararsi gay: a sentire mia madre “non c’erano gay nella sua scuola”, e la risatina con cui noi figli accogliamo quest’affermazione la dice lunga sui mondi diversi che abitiamo. In tanti se ne sono dovuti (nel mio caso, voluti) andare via dal posto in cui sono nati e, quando pensano ai figli, possono trincerarsi dietro all’affermazione di “non potere ancora”, per le difficoltà economiche, così da non porsi nemmeno il problema se li vogliano o no.

Alcuni uomini, non solo in Italia, continuano a pretendere che, lavorando sodo, avranno automaticamente la bonazza di turno ai loro piedi, e troppo spesso, ma veramente troppo, si arrabbiano se non è così. D’altronde tante donne etero continuano ad avere un’idea della mascolinità come rifugio e protezione che personalmente trovo squalificante per loro e avvilente per gli uomini stessi, e che si estrinseca in pagine come questa, che mi provocano quella che in Spagna si chiama vergüenza ajena (quando ci vergogniamo noi per qualcun altro).

Io, come ho già scritto qua, campo felice con 1000 euro al mese: quando è stato che mi sono posta il problema che non fossero abbastanza? Quando, tornando in Italia per le vacanze, mi sono sentita dire che fossero pochi, magari da quasi-pensionati con oltre 30 anni di lavoro fisso alle spalle. Che pretendono di scalare dal calcolo delle mie entrate quello che pago di affitto (allora a Barcellona chi arriva ai 500 è un nababbo!), e che vedono la pensione come unica alternativa a una vecchiaia di fame e di freddo.

Finché il mio migliore amico, dopo l’ennesima mia sfogata, mi ha detto: “Se non sono sereni con quello che rende serena te, è un loro problema”.

Minchia, sì! E dovrebbero ricordarselo tutte le trentenni a cui chiedono “A quando un bimbo?”, tutti i diciottenni a cui i genitori impongono Ingegneria anche se loro vogliono fare Lettere, tutti quelli che non tanto ci stanno ad attaccarsi allo stesso giogo delle generazioni precedenti: l’idea che ci sia un solo modo di vivere, e se deviano da quello arrivederci.

Il “diritto” alla felicità, personalmente, non lo concepisco. Pretendo il diritto al lavoro, il diritto alle condizioni economiche giuste per avere una famiglia, se voglio. Non importa, come obietta ogni tanto qualche  bomber “che si è fatto da solo”, che possa crearmeli io. Lo faccio già. Intanto un sistema politico che si suppone mi rappresenti dovrebbe garantirmeli o non sta lavorando bene. Ma i diritti finiscono qua.

Per una volta devo dare ragione a chi credeva che quella per la felicità fosse una ricerca.

E quella, purtroppo per una società che insegue una ricchezza inesauribile da contendersi come un osso, quella possiamo cercarcela unicamente da soli, con le nostre forze, e coi mezzi che abbiamo a disposizione nell’epoca in cui siamo nati.

Sono fermamente convinta che, superato l’eterno scoglio delle aspettative, ce la possiamo fare.

 

 

Risultati immagini per girella motta Ok, precisiamo meglio. La nostalgia la lascio a chi la sa nutrire meglio di me. Al posto delle girelle all’ora della merenda, questo post condivide riflessioni su un conflitto epocale. Lo so, meglio le girelle.

Il fatto è che perfino noi classe anni ’80, segnati da pubblicità come queste, facciamo i fighi con fratelli e nipoti nati negli anni ’90 e 2000, “colpevoli” di aver avuto internet da subito, di non aver mai riavvolto con la penna il nastro di una cassetta, di affrontare restrizioni meno rigide (e sessiste) nei loro spostamenti.

Scorrendo i lunghi testi evocativi di questa o quell’epoca, compresi i Noi che… recitati da Carlo Conti con voce nostalgica, devo constatare che oh, ogni generazione è convinta di essere la migliore.

Chi non ha avuto “la guerra” conta il numero di volte che ha alzato gli occhi, dopo l’11 settembre, ascoltando il rombo di un aereo. Chi ce l’ha avuta accusa “i giovani d’oggi” di non accontentarsi mai di niente, non avendo conosciuto i portenti della polvere di piselli.

Ho scovato un meme fantastico in cui i nati nei ’90 dichiaravano di aver ringraziato i genitori, a Natale, quando sotto l’albero trovavano “solo” la Playstation (!), mentre i classe 2000 riceverebbero decine di regali (tra cui capi di moda per uomo, orrore!1!11!), lamentandosi pure della loro scarsità.

Ovviamente la mia generazione potrebbe rispondere con gli ultimi meccano/Dolce Forno, rigorosamente divisi per sesso (temo siamo fieri anche di questo), e trovare la Playstation un lusso da fratelli minori. E mi sa che andando indietro nel tempo finiremmo alle foglie secche incartate, nel Natale neorealista dei Jackal.

Quindi la nostalgia ci sta tutta, rievocare la propria epoca vuol dire quasi sempre ricordare quando si era giovani, o giovanissimi. Lo capisco bene. È quello, che rimpiangiamo, piuttosto che i lettori CD che s’impallavano.

Però qualche figlio del dopoguerra arriva a scrivere che “la sua generazione ha fallito”, e che da quella dipendeva la vittoria della nostra. Tu chiamala se vuoi, megalomania.

Magari questi supernostalgici fanno parte della stessa élite culturale che resta ambigua sul problema dell’immigrazione, che tanti figli e nipoti, tra Erasmus, fuga di cervelli e compagni cinesi tra i banchi, sanno essere molto relativo, o lo sanno un po’ meglio. D’altronde, tanti di noi “cervelli in fuga” leggiamo perplessi di avversione alla fecondazione assistita, scorrendo i titoli dei giornali italiani in mense universitarie “decorate” da inviti a donare ovuli!

Insomma, se vogliamo farci due risate nostalgiche, fantastico.

Fermiamoci invece quando il nostro diventa il tentativo di liquidare con un “bah” (possibilmente con l’h alla fine) il mondo che cambia.

Perché non è che lamentandoci smetteremo di girare con lui, eh. Ne subiremo solo le conseguenze, senza neanche usare il minimo potere decisionale rimastoci per accomodarlo almeno un po’.

E la malinconia è un rifugio accogliente, ma è difficile trovare la strada del ritorno.

Si è sempre i vecchi tromboni di qualcuno.

Risultati immagini per fish climb tree  Avete presente la storia inflazionata del pesce e dell’albero? Ma sì, la frase attribuita erroneamente ad Einstein, sul fatto di giudicare qualcuno secondo parametri non affini a tutti. Com’era?

Ognuno è un genio. Ma, se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

Ecco, una roba così.

Quante volte facciamo quest’errore, e quante volte lo infliggiamo a noi stessi. Forse, semplicemente, abbiamo paura di quello che riusciamo a fare, o pensiamo che non sia importante quanto altre attività più alla moda, o apprezzate socialmente. Io stessa ho ingaggiato un’allegra battaglia con gli amici d’ingegneria, nei nostri vent’anni, su chi avesse più meriti tra ingegneri e letterine. Al che loro dicevano: “Certo, se lavoro male io cade un palazzo…”. E noi? Oltre a provare ancora a combattere il tanto chiacchierato analfabetismo funzionale, ci batteremo fino alla fine perché Nietzsche e Capitan Harlock non siano considerati simboli della destra.

Insomma, bando alla falsa modestia, se abbiamo una qualche dote dobbiamo apprezzarla! Io potrei dirvi cosa indossavate quando ci siamo visti la prima volta, fosse anche trent’anni fa, o raccontare imbarazzanti aneddoti su vostri trascorsi mooolto passati, a meno che non compriate il mio silenzio.

La mia buona memoria sarà una caratteristica meno spettacolare di un fisicaccio che mi catapulti sulle passerelle di Parigi, o nelle fiere più pacchiane di abiti da sposa! Né mi farà fare esattamente i miliardi di un genio della finanza.

Ma è un peccato che, se abbiamo delle caratteristiche poco apprezzate a Natale dallo zio fallito che ci interroga, tendiamo a fregarcene, o a sminuirle.

Il collega che mi aveva riveduto un po’ la tesi di master me l’aveva detto: “Mi piace come scrivi e lo sai, ma sai anche che la commissione lo troverà troppo informale, personale. Quindi camuffa un po’ le parti emotive, scrivi più frasi come ‘Da questo brano si evince…’ “.

E invece no. Invece quella tesi che parlava di ragazzi morti appesi a un filo spinato meritava forse un maggiore rigore scientifico, ma non una lacrima di meno. E chi prova a spacciare per scienza l’assenza di lacrime, a mio parere, non ha capito un cazzo né di quella guerra, né di tutte le altre.

Di che stiamo a parlare, quindi?

Be’, di coerenza, fedeltà a se stessi, consapevolezza di quello che sappiamo fare, nel bene e nel male.

E di non disprezzare il nostro mare tranquillo, solo perché l’arrampicamento sugli alberi non è mai stato il nostro forte.

bastian Quando seguo tante storie, è perché ho perso il filo della mia.

I romanzi che leggo, Netflix… Tutto ultimamente mi rievoca il fantasma della mia remota dipendenza dalle storie altrui, prima di carta, poi di pixel.

Premetto che non m’impasticcavo, ma quando entravo nella mia “cameretta” in paese vedevo tutti quei libri di fronte a me come altrettante porte per universi paralleli, pronti ad aprirsi a comando quando ci fosse stata un’emergenza nell’universo mio.

Come i fantasmi del Natale di uno famoso, questo mondo di storie mi prendeva e mi portava via da una vita che non tanto doveva piacermi. Per cui, invece di pensare a me, finivo per affezionarmi di più a lontane principesse, poi a ragazze perdute lawrenciane, passando per adolescenti con problemi di punteggiatura. L’ho fatto perfino coi cartoni animati, in un’epoca in cui non stava bene guardarli dopo i 13 anni. O, di nascosto a mia madre, con certe telenovelas latine che mi causavano la stessa dipendenza di recenti successi letterari un po’ più arzigogolati.

Tutto pur di non soffermarmi sulla mia, di storia. Perché? Ovvio. Perché la mia storia non ha né capo né coda. L’unica caratteristica che avrei potuto copiare da qualche testo era il narratore in prima persona, e manco onnisciente! E poi, nessuna delle vicende che mi riguardavano finiva una volta per tutte in un’ultima frase poetica. Tutto si smacchiava nei giorni, come una patacca di pizza sulla maglia bianca appena comprata. Roba che a dimenticarmene per un po’ o mi chiedevo che ci facesse ancora là, quella traccia di un incidente remoto, o mi sorprendevo a trovare la stoffa così bianca da scordarmi quasi che qualcosa, un tempo, ne avesse rovinato le pieghe.

Quando lo feci io, il cambio di scenario (andando all’estero), diedi un’altra possibilità alla mia, di storia. Non è necessario, come colpo di  scena. Diciamo che a me ha aiutato.

Mi trovai giocoforza a dare più spazio alla quotidianità da riscrivere ad altre latitudini e da riscoprire, perciò, nell’esercizio quotidiano. Quindi abbandonai un po’ i romanzi, e in un periodo storico pericoloso, per farlo: quello delle tentazioni online, sempre più insistenti, delle storie da scaricare e guardare, ascoltare, leggere dappertutto. Aspettavo solo di assaggiarle, come la lezione di Storia commestibile al gusto granatina di una favola di Rodari. E siccome intanto scoprivo la cucina indo-pakistana, nelle sue curiose varianti inglesi, mi successe un po’ anche questo: di mangiarmela, la Storia, nelle sue contaminazioni speziate.

Insomma, quando inseguo le storie è un po’ che ho perso la mia. E nun me piace, s’adda cagna’.

Infatti sono ottimista. Comincio a recuperare la buona abitudine di portarmi nella mia giornata i protagonisti di quelle altre storie. Di diventare sul serio un po’ loro, di farli entrare nel mio mondo come io entro ogni giorno, da intrusa guardona, nel loro. Allora divento la protagonista post-atomica di qualche romanzo per ragazzi che pure leggo, contenta di aver risvegliato la sua sosia assopita in me. Oppure riconosco in qualche mia vigliaccheria i suoi diretti antagonisti, che pure porto dentro.

Credo che questo sia il modo migliore di affrontare le storie altrui: portarle dentro. Sottopelle, proprio. Ti risolve la giornata.

E poi è più pratico di Kindle.

Risultati immagini per ciliegie  Avete presente quei libri (ma anche le serie TV) di cui diciamo “è una droga“? Mi sembra che quest’espressione venga fraintesa, scambiata troppo presto per una dichiarazione d’amore. A me, invece, rievoca più spesso un tradimento, benché delizioso, consumato in fretta come tutti i tradimenti. Riflettevo su tutto ciò a proposito di una tetralogia di cui, tra libri prestati e regalati, ho finito per comprare solo il secondo volume.

E avevo una grande urgenza di acquistarlo, specialmente perché il primo mi era piaciuto senza entusiasmarmi. Ma capivo che il ritmo avvincente e la vivacità dei personaggi mi stessero generando quello che chiamo una dipendenza a orologeria.

Già a metà di questo secondo volume mi sentivo infatti un po’ imbrogliata, tradita appunto, come se l’arte di tenermi avvinta alla trama prevalesse sulla consistenza del racconto. Tuttavia ho abbracciato con gratitudine quel prolungamento della parte di diletto, contenta di restare ancora a lungo con protagonisti così vividi.

Forse è la più tipica delle dipendenze, no? Quando qualcosa ci interessa molto, ma, come si suol dire, bisogna battere il ferro finché è caldo, o sappiamo che tra breve non saremo più così presi.

Abbiamo imparato questa lezione dopo le vacanze adolescenti al mare, con le amicizie e i nuovi amori spazzati via da zaini e compiti per casa. Ne abbiamo avuto ulteriore conferma con quei colpi di testa che chiamiamo hobby, che senza costanza si lasciano dietro solo costosi kit per principianti.

A parte le grandi passioni che possono modificarsi, ma persistono nella nostra vita (che so, scrivere per me e i motori per il mio migliore amico, tanto per chiarire cosa ci unisca da 16 anni), ci sono sensazioni più intense, improvvise, che o le coltiviamo o svaniscono.

Non so voi, ma quando una relazione di quelle da ricovero mi è andata male mi è dispiaciuto soprattutto questo: sapere che tutti quei sentimenti, quell’intensità, sarebbero svaniti, come una buona idea che non ci siamo segnati subito su un pezzo di carta.

Forse ci ribelliamo proprio a questo, a costo di essere infelici: non vogliamo rinunciare a quell’energia che ci prende quando viviamo una passione che ci droga, e che perfino in tempi come i nostri non riusciamo a riprodurre, inscatolare, fotocopiare, copincollare, salvare in una memoria abbastanza ampia da comprenderla e conservarla intatta.

Spesso il tira e molla delle passioni viene smascherato per quello che è: pericoloso. Come se bastasse questo a renderlo superfluo.

E invece mi hanno insegnato molto di più le passioni frustrate che i periodi di bonaccia. Se riusciamo nella complicata selezione di trattenere la loro parte più creativa, di blandire la minaccia distruttiva che portano con sé, sono il miglior materiale per costruire, dalle loro ceneri, ciò che chiamo serenità.

Quella sì che genera dipendenza.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora