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Finalmente ho provato il Green Spot! Ormai avevo perso ogni speranza di farlo in compagnia.

Vedete, il Green Spot è il classico ristorante su cui i gruppi vegani a Barcellona dissentono “con molto namastè”. Avete capito? No? Intendo dire che a proporre di andarci sono le Karen anglosassoni, che di solito stanno bene a soldi e vivono in un paesello immerso nella natura. Allora le Montse, che prendono sui 1000 euro e valutano per mezz’ora anche l’acquisto di un arancino, non sono disposte a spendere 25 euro in una botta sola, e rilanciano proponendo un picnic al parco. A quel punto sono le Karen a non volersi mettere in treno solo per trovarsi davanti dieci tupperware di hummus “fatto in casa”, una terrina di guacamole del discount, e qualche salatino. Saranno anche vegane, ma conoscono i loro polli…

Insomma, intanto che Karen e Montse si mettono d’accordo, la vostra Maria è andata al Green Spot con l’amica che mangia pure i trichechi ‘mbuttunati, ma apprezza comunque questo ristorante. Ci voleva: era un po’ che non ci facevamo una chiacchierata solo noi due, dopo tanti mesi senza vederci!

Sì, perché l’amica è impegnatissima in mille progetti, come me d’altronde. Così, mentre sgranocchiavamo le chips di kale (le Karen approverebbero, anche se io di solito le faccio al forno!), ci siamo immerse in una conversazione sul perfezionismo: una malattia a cui è difficile sfuggire.

“Che inseguiamo a fare degli ideali irraggiungibili?” mugugnava l’amica davanti alla sua insalata con formaggio di anacardi (la prima volta nel locale le era sembrato un’idea aberrante, ma adesso aveva ordinato l’insalata solo per quello!).

A quel punto io, che intanto apprezzavo il tempeh della casa, ho ripensato a tutti gli esempi di pressione estetica che ho trovato sul mio cammino, o all’immensa ammirazione di certi amici ingegneri per Elon Musk. In questi casi è ricorrente la parola “irraggiungibile”, ma a me non ha mai convinto. Così ho annunciato all’amica:

“Sai? Credo proprio che, con i tuoi risparmi, tu non ti possa comprare una Mini Cooper!”.

Ho usato quest’esempio perché non capisco un cacchio di macchine, e la Mini mi è sempre piaciuta. L’amica ha fatto una faccia allibita. Non guida da secoli, come me: Barcellona non è una città per automobili.

“Eh, no” ho continuato. “Non so quanto costino adesso le Mini Cooper, ma mi sa che, sia per me che per te, sarebbero un’aspirazione irraggiungibile. Adesso, dimmi pure: te ne frega qualcosa?”.

“Una ceppa di niente” ha ammesso l’amica.

“Brava! Magari te ne fregherebbe se, a un certo punto della tua vita, ti avessero fatto credere che per te la Mini Cooper fosse una necessità. Così come stanno le cose, invece, puoi constatare da te che l’irraggiungibilità dell’articolo non è l’informazione più rilevante!”

L’amica si è fatta versare un altro bicchiere di vinello.

“Insomma” ha soppesato l’idea insieme al calice “certi ideali che ci inculcano non sono irraggiungibili: sono inutili”.

“Sono entrambe le cose” ho precisato io, finendo la limonata. “Irraggiungibili e inutili. La questione è: perché ci soffermiamo sulla prima caratteristica, se la seconda ci dovrebbe interessare molto di più?”.

“Già. Come la storia di avere la stessa pelle a 15 e a 30 anni, o di fare i salti mortali per comprare la seconda casa. Ci sembrano ideali, e irraggiungibili, solo perché ce li hanno venduti così.”

Ecco: venduti è la parola giusta.

Dopo ho controllato, eh. La Mini Cooper che piaceva a me costa 23.100 euro come prezzo di base. Ricordavo peggio!

Invece, i miei spiedini in compagnia dell’amica sono costati circa 15 euro. Eccoli.

Nessuna descrizione disponibile.

Se permettete, il mio ideale irraggiungibile è questo qua, nel senso che non riuscirò mai a fare altrettanto bene il tempeh in casa. Ma a questo punto ve la dico tutta: non ci provo nemmeno!

E se siete della serie: “Ma non era meglio una bella pizza cu’ ‘a pummarola ‘n coppa?”, meglio per voi! Costa ancora meno, e pensate a quante pizze potete divorarvi con i soldi di una Mini Cooper.

(No, vabbè, ho scoperto questa canzone punjabi e all’improvviso la Mini Cooper è diventata un’ideale imprescindibile! In un’altra versione, lei viaggia in trattore senza scompigliarsi il velo sul petto. Respect!)

Le mie Collaborazioni

Stamattina, ancora in preda al sonno, cercavo l’occorrente per la colazione nella penombra della cucina, e mi sono ritrovata a pensare che mi conviene vivere con un uomo almeno per questo: mi serve qualcuno che lavi i piatti.

Alt. Stop. Avevo un sonno di pazzi. Odio lavare i piatti. In realtà odio lavare, e basta. Quando c’è il compagno di quarantena, io cucino e lui lava: il delitto perfetto, anche perché lui al massimo scalda al microonde certe pastine istantanee su cui schiaffa una scatoletta di sardine. Il bello è che lui odia lavare quanto me, e diciamo che non è attentissimo ai dettagli… Quindi la gente che ci viene a trovare, se è fissata con la pulizia, se ne va con tanti di quei numeri da giocare che potrebbe fare tombola piena.

Ma tant’è: avrete intuito che il compagno di quarantena è partito di nuovo. Si è pure anticipato, rispetto all’anno scorso: ogni tanto, quello lì prende lo zaino e se ne va, senza sapere neanche lui dove (lo so io: si farà per la trentesima volta il cammino di Santiago). Soprattutto, non sa quando tornerà, e non ritiene che ciò sia un grande problema, in una relazione, così come per lui non è un problema spegnere il cellulare e riaccenderlo solo al ritorno.

Intuirete che l’anno scorso ero piuttosto incazzata perfino io, che non sono nota per la mia convenzionalità nelle interazioni umane. Quest’anno, invece, non so come spiegarvelo, ma sono piena di speranze: come vi ho già detto, la quarantena mi ha fatto rivedere le mie priorità, ma saprete meglio di me che anche la più bella e tranquilla delle relazioni comporta un bel po’ di lavoro, che si tratti di decidere chi lava i piatti o di affrontare lo scoglio della comunicazione efficace. Quindi, diciamo che finora ho avuto poco tempo per esplorare come avrei voluto le seguenti questioni:

  • Flessibilità nei progetti: a 35 anni avevo una relazione un po’ più, ehm, convenzionale, e volevo essere madre. Adesso ho 40 anni, il sospetto di essere lithromantica, e una fertilità che, stando a certi test pure datati, potrebbe essere battuta pure da Maga Magò al decimo anno di menopausa. Cos’altro potrei fare della mia vita, senza la croce e delizia di mettere al mondo un altro essere umano? Come metto a frutto le risorse che l’altra opzione mi avrebbe succhiato via, benché per una giusta causa?
  • Metamorfosi: sfumato il progetto delle tette a fiori, mi sto trattando le occhiaie e sto considerando la possibilità di farmi i capelli lavanda. Mi ha divertito il fatto che la dottoressa del trattamento alle occhiaie girasse come un’anima in pena per la sala d’aspetto, alla ricerca della sua nuova paziente quarantenne, e non la trovasse da nessuna parte, perché lì c’ero seduta solo io. E non si tratta di assecondare la pressione estetica che ci vuole giovani per sempre. Si tratta di non assecondare i pregiudizi, duri a morire, su come si debba essere a quarant’anni.

Io, per esempio, sono contenta. Contenta che il compagno di quarantena sia andato a cercare sé stesso, anche perché, rispetto all’anno scorso, ho molte più informazioni. So per esempio che da sola, nonostante le circostanze dell’anno scorso, ho passato un’estate incredibile: un giorno al mare e uno al parco, con letture importanti, e amici costretti dalla pandemia a scoprire com’è Barcellona, quando la abita solo chi le vuole bene per davvero.

Ormai so che la conoscenza è l’anticamera della soluzione, e il resto è esperienza: il modo migliore per assimilare ciò che crediamo di conoscere, è arrivare a “sentirlo”.

Io sento una noia infinita al pensiero di dover lavare tutti quei piatti di là.

Ma vabbè, si tratta solo di cambiare la spugnetta, rimpiangere Mastro Lindo, e darci dentro.

Polyamory Is Growing—And We Need To Get Serious About It – Quillette

Ah, ma non vi ho detto tutto, di quella volta.

Quando vi ho raccontato della prima fiera vegana dall’inizio della pandemia, sono stata imprecisa: il gruppo che mi aspettava lì non era esattamente una comitiva.

C’era il mio ex, e fin qui tutto bene. Andare d’accordo con l’ex comincia a non essere una rarità perfino in Italia.

C’era anche una nuova compagna del mio ex, e anche qui, andare d’accordo con l’ex passa pure per accettare le sue nuove relazioni.

Con loro c’era, però, la convivente della compagna del mio ex. Non la coinquilina: la convivente. Questa convivente e il mio ex non sono gli unici vincoli affettivi della compagna del mio ex. D’altronde, il mio ex non ha solo quella compagna. Se state pensando a scenari da harem e ammucchiate senza fine, ricredetevi: i vincoli in questione sono in rapporto 1:1, così come ve li ho descritti, e da monogama di fatto trovo pure che sia una faticaccia mantenerli, come spiego in questa serie di post sul poliamore.

Perché vi dico tutto questo, adesso? Perché, in quel momento, non capivo che quella situazione (un gruppo di persone adulte che scherzavano tra loro a una fiera), sarebbe stata quantomeno curiosa nel posto in cui sono nata. Anche se le cose stanno cambiando perfino lì.

Che tutto ciò potesse essere “strano”, me ne sono ricordata solo quando è arrivata l’ora di salutarci per andare a casa: a quel punto, mentre il mio ex e la compagna erano tutti picci picci, e occhi a cuoricino, la timidezza della convivente nel chiacchierare con me mi ha ricordato quelle festicciole al liceo, in cui io e un’altra malcapitata reggevamo il moccolo a una qualche coppietta formatasi da poco. Quella situazione così familiare e aneddotica mi aveva ricordato, per contrasto, la singolarità di quest’altra situazione.

In realtà, all’inizio ero scettica anch’io sui risvolti del poliamore. Poi li ho visti coi miei occhi, e sembrano la cosa più tranquilla del mondo.

Ecco, ho la sensazione che succeda con tutto. Perfino l’italica ostilità per i vegani diventa più ragionevole quando, invece di pensare a un fantomatico tizio che mangia erba e “impone agli altri le sue scelte” (ma dove?) i miei amici ricordano me che, da ‘O cerriglio a Piazza Dante, chiedo se la pizza fritta me la possono fare solo con le scarole. E allora il pizzaiolo scopre che si sottovalutava, perché il risultato è divino, e il resto della comitiva si mette pure ad assaggiare!

E non finisce qui! Questo video spiega che il “matrimonio gay”, negli USA, era considerato un tabù finché non si era passati dal discutere un’idea astratta al vedere in TV, e in giro, sempre più coppie LGBTQIA+. Così la sensibilità delle persone era cambiata in tempi record.

Quando un’idea che ci sembra campata in aria assume fattezze umane, e anzi, adotta un volto familiare, ci è tutto più chiaro. Non importa se quel tipo di relazione, quella filosofia di vita ci riguardi o meno in prima persona: ci è molto più difficile respingerla a priori come se fosse una stronzata megagalattica. Viene meno l’elemento più importante perché il pregiudizio resti in piedi: l’ignoranza dei fatti.

Scongiurata quella, il resto è una passeggiata alla fiera.

(Questa canzone è strepitosa!)

La Mejor Tarta Barcelona - Pastelería Chök Barcelona
La torta che ho preparato con le mie manin… Ok, l’ho comprata da Chök! La foto è sulla loro pagina ufficiale.

Tadaaan! Il compagno di quarantena mi torna a casa nel momento meno adeguato per l’organizzazione della sua semi-festa a sorpresa. Che poi sarebbe la cosa che vi spiego qua sotto.

Festa a sorpresa: quando non hai idea che stanno tramando per organizzarti il festino (oppure l’hai capito benissimo, ma fai finta di niente).

Semi-festa a sorpresa: quando ti fanno credere che festeggerai giusto con un sacchetto di patatine e tre invitati in croce, ma in realtà ti stanno organizzando un festone che Vatel scansati.

Vabbè, io al massimo avrei fatto comparire il mio chef vegano preferito, con le opportune vettovaglie (avevo già due Mate Cola in frigo per me e lo chef, che non beviamo) e al momento giusto avrei tirato fuori due tortine di Chök, ciascuna con sopra una candelina a forma di numero. Però ‘ste torte le dovevo pure andare a comprare, a un certo punto! E invece, il festeggiato mi è rincasato giusto a ora di pranzo: “Voglio mangiare con te”. Poco male: l’ho portato a provare una pizza gourmet, o almeno molto hipster (io ho ordinato una focaccia, e l’ho pucciata nelle salse dell’antipasto!), poi me ne sono scappata con la scusa di fare una spesa veloce “prima del trattamento alle occhiaie”. Ovviamente, mi avevano messo l’appuntamento proprio quel pomeriggio (per le tette a fiori niente da fare, ma sto trattando per avercele almeno rotanti, come Venus di Mazinga). Insomma, tutto il giorno a correre, a pranzo una focaccia hipster pucciata nella tahina, e dopo… non ci vedevo più dal futuro!

Sì, perché ieri mattina mi stavo ancora arripigliando per la festa (riuscitissima, per fortuna), quando Martin Seligman, nei miei corsi online, mi ha svoltato la giornata. La psicologia moderna, argomentava il prof., si basa su un fondamento in particolare: decostruire il passato. (Già, pensavo, oppure “vivere nel presente”, come tutte le correnti che ruotano intorno al mindfulness). E invece, argomentava Seligman, il nostro cervello funziona in modo completamente diverso: è sempre proiettato al futuro. A quel punto, ho pensato alla corsa a ostacoli che era stata la festa a sorpresa, con me a lanciarmi sempre verso la prossima tappa della giornata: ua’, quanto era vero!

Anche i ricordi, insisteva Seligman: a che ci servono, nella loro funzione primaria? A prepararci al futuro, registrando errori e memorizzando comportamenti vantaggiosi. E ci credo, povero cervello! È dovuto sopravvivere a condizioni che manco la fila per il firmacopie alla Fnac, il giorno di Sant Jordi… La questione è: adesso che a sbranarci le gonadi non ci pensano i grandi predatori, ma i treni in ritardo, ci fa così bene pensare al futuro in maniera tanto ansiogena? Nah, anzi: ormai moriamo più di stress che di glaciazioni assortite. Però non è che la cosa si risolva decostruendo il passato o “vivendo nel presente”, se poi la nostra testa già sta pensando a cosa mangeremo tra un’ora (ok, l’esempio è molto personale).

Invece di provare a correggere questo impulso umano alla “proiezione”, non faremmo meglio a renderlo qualcosa di meno doloroso, ansiogeno e limitante? La psicologia, per Seligman, dovrebbe conferire gli strumenti per rafforzare la fiducia nelle proprie capacità e strategie, e accettare che le principali questioni che ci preoccupano sono indipendenti dalla nostra volontà. Morire, moriamo uguale. Il lavoro oggi sembra una gentile concessione (semmai organizziamoci per cambiare la situazione!). La coppietta barricata dentro Chök ci metterà mezz’ora a scegliere su quale ciambella investire i suoi preziosi tre euro e novantacinque, che tirerà fuori in monete di due centesimi, mentre io e altre quattro persone ce ne stiamo a schiumare fuori dal negozio in mascherina. Posso mai entrare con un bazooka, o comprare io il donut ai piccioncini e schiaffarglielo in bocca?

Nah. Mi sarei risparmiata la metà dello stress se, invece di pensare occazzo non arriverò mai in tempo alla clinica estetica dopo la corsa in pasticceria, mi fossi resa conto che gli orari non si sovrapponevano poi tanto, che in altri casi ce l’avevo fatta benissimo, e che comunque la semi-festa a sorpresa era per un inglese, quindi già era tanto che i sacchetti di patatine fossero più di uno!

Infatti, proprio mentre io stavo a sentire Seligman, il compagno di quarantena scriveva alla sorella, nella sua prosa vittoriana, che si sarebbe benissimo accontentato di due birre e una chiacchiera con gli amici: a quanto pare, però, gli italiani consideravano quest’ultima una prospettiva esecrabile, e forse era tutta qui la differenza tra Brit e Lat (per lui io sarei latina, nel senso di Giulio Cesare).

Insomma, approfondirò le teorie di Seligman sul futuro, ma comincio già a prevedere il mio, di avvenire: d’ora in poi le feste a sorpresa consisteranno in un ascensore party, con una carota cruda da sgranocchiare. E il regalo per l’organizzatrice (che istituisco seduta stante) sarà l’accaparramento infinito del divano di casa.

margherite bianche

Questo post si autodistruggerà tra… No, vabbè, non è niente di serio quello che sto per scrivere, dunque qua rimane.

Dopo il solito aprile schifoso, l’eterno dilemma del maggio barcellonese (“Coperta o piumone?”) semina insonnie. E io allieto le mie notti bianche con amene letture. Stamattina alle cinque e mezzo toccava a un libro edito in italiano da Tlön, che sto leggendo nella versione originale (come sempre il titolo è stravolto, anche se stavolta intuisco il perché). Ho sfogliato solo i primi due capitoli, ma il libro mi è sembrato interessante, specie come lettura da diffondere in Italia. Tuttavia, ai miei occhi cisposi e ancora mezzi chiusi, quella mi sembrava più che altro una versione aggiornata e, finalmente, non essenzialista, di ciò che leggevo quindici anni fa per il master in Studi di Genere. Con in più la tendenza un po’ ‘mericana a frullare nella stessa narrazione alcuni miti distanti tra loro millenni, e migliaia di chilometri: il tutto per provare teorie giustissime, che però, decontestualizzate così, rischiano di confermare solo le convinzioni iniziali dell’autrice.

Vabbè, ho pensato, sono io che ancora non ho collegato il cervello: cambiamo un po’ lettura. Il primo libro ad alta diffusione che parli di stupro in Italia (correggetemi se sbaglio, io ricordo solo Sibilla Aleramo a inizio ‘900) è incredibilmente semplice, scritto in una prosa leggera e quasi infantile, che diventa per questo anche più efficace: in fondo, X è una lettera dell’autrice al fratello minore, il “fratellino” fascio che ha finito per allearsi col camerata stupratore. Che capitolo mi toccava stamane all’alba? Uno che l’autrice trascorre tutto a giustificarsi per… essersi rifatta il naso. Come me, che ne ho già parlato qui e che, se potessi, adesso mi farei le tette a fiori: proprio un margheritone per lato, col capezzolo tinto di giallo grazie alla micropigmentazione (ah, non si può fare?). Ma purtroppo le tette tocca farle anatomiche o niente: chirurgia senza fantasia!

In ogni caso, come si “giustifica” un’ex diciannovenne che si rifà il naso, dopo che peraltro lo stupratore l’ha chiamata “la mia Nasona”? Si giustifica con la pressione estetica. La bellezza è un concetto che non dovrebbe esistere proprio, eppure le donne ne sono schiave perché dipendono economicamente dagli uomini… Perfetto, verissimo. Però, come ho scritto anche qui, temo che la questione sia incompleta, messa così. Intendiamoci: è triste che si modifichi il corpo per un senso di inadeguatezza, e tragico che se ne senta l’esigenza dopo uno stupro. Se invece si trasforma un caso così intimo in una questione generale, non capisco il problema se vogliamo che il nostro corpo ci rassomigli, come cantava uno. I tatuaggi e i capelli viola (che adoro) sono ok, ma un naso diverso no? Piuttosto, è un peccato che sia uno sfizio così caro, alla portata di poche persone (anche se, qui dove vivo, si arriva a livelli di rateizzazione che non ci credereste). Dice che una volta, nell’aborrito Venezuela, le tette le passava la mutua!

Vabbè, scusate. Saranno le crisi di identità che diventano gioiose scoperte. Sarà in particolare la scoperta dello specismo, che nel femminismo che vorrei finirebbe nel mirino dell’intersezionalità. Il fatto è che, mi sembra sempre più evidente, Stefano Benni aveva ragione: noi esseri umani siamo comici, spaventati guerrieri. Ultimamente sto apprezzando la comicità della fetta di specie che è toccata a me: quella che ha più spesso le tette, rifatte o meno.

Ma capisco che le cose si fanno un passo alla volta. Prima si scopre la pressione estetica, e poi si difende il diritto di decidere della propria estetica. Prima si capisce che c’è una narrativa che ci ha designate come “l’altra metà del cielo” (e una metà un po’ mostruosa), e poi ci si rende conto che non c’è bisogno di ricorrere a suggestioni junghiane ed esaltare il sacro potere della patata, pur di farci risorgere l’autostima dalle ceneri.

La cosa più importante, sapete qual è? È la più banale di tutte: scegliere. Cosa vi piace, cosa no? Cosa scegliete di portarvi dietro, nei limiti della questione complicata che è la libertà di scelta? Cos’ha un senso per voi, cosa contribuisce a costruirvi un’identità più piena, aperta, rispettosa delle identità altrui?

Io, più che spaventata e guerriera, vorrei essere comica e basta. Quindi, peccato che ancora non esistano le tette a fiori.

E peccato che non le passi la mutua.

Jamie Dornan and Matthew Rhys on Eugene McCabe's Death And Nightingales -  The Irish News

Sì, a Barcellona è finito lo stato d’allarme, ma intanto il tempo fa schifo.

Risultato: passo le serate in casa, a seguire corsi online e guardare serie.

Ieri stavo per fare una delle cose che più amo al mondo: guardare la trasposizione sullo schermo di un romanzo che avevo appena letto. Era un appuntamento che avevo preso tre anni fa, quando avevo visto una versione sintetizzata di Death and Nightingales: una miniserie della BBC ambientata nell’Ulster del 1883. Avevo sospeso la visione proprio sul finale, perché Google mi comunicava che il romanzo da cui era tratta la storia (tradotto in italiano come Morte e usignoli) terminava in un altro modo. E no, m’ero detta, adesso voglio prima leggere il libro! Me l’ero procurato quasi subito, peraltro, ma per motivi vari avevo rimandato la lettura all’infinito.

Ieri sera, però, avevo ormai rimediato alla lacuna, e mi apprestavo a terminare la visione della serie con tre anni di ritardo, quando il compagno di quarantena se n’è uscito con: “Purtroppo, la popolarità delle serie va a detrimento delle buone letture. Niente può emozionare quanto un romanzo letto in solitaria, con te che ti identifichi nel protagonista”.

Ah, sì? Per tutta risposta, gli ho raccontato quella scena di Piccolo Buddha in cui un monaco nepalese spiega a un papà yankee la reincarnazione, usando del tè: se la tazza cade a terra e si rompe, il liquido che si versa tutto intorno resta tè. Se lo pulisci con uno straccio, la sostanza di cui è imbevuta ora la stoffa è sempre tè. Se strizzi lo straccio, cadranno gocce di… Ok, avete capito. Ho confessato al compagno di quarantena: sai a cosa penso, io, quando vedo quella scena? Alle storie. Tutte.

Penso a un tizio seduto in piazza con uno strumento a corde, e con una folla intorno. Penso a quegli accordi che diventano l’Iliade in una pergamena greca, poi in un manoscritto medievale in cui Achille sembra un signorotto della Linguadoca. Poi passano mille anni e Achille diventa Brad Pitt, mentre Patroclo diventa suo cugino, che è forse la reincarnazione più mirabolante di tutte.

Le storie, ho spiegato in un mashup tra Bertolucci e Tyrion Lannister, sono quello che ci accompagna, che ci insegna a vivere. Nel Medioevo si leggeva perlopiù insieme, anzi, leggeva uno ad alta voce e gli altri ascoltavano. E che libri! Petrarca era fissato col tipo di scrittura che dovessero presentare i manoscritti: pensate a quanta arte si è persa con l’invenzione della stampa! Altro che tuonare contro gli ebook, e decidere che gli audiolibri non sono lettura…

E invece le storie cambieranno sempre scrittura, formato o scenario: a Napoli, dopo una lunga pausa covid il teatro ha riaperto i battenti con una trasposizione de Le relazioni pericolose, composta negli anni ’80. Le storie sono fatte così: vogliono essere raccontate ancora, di nuovo, con parole ed espressioni diverse. Ma sembrano fatte apposta (e mi sa che lo sono) per restarsene lì ad aspettare qualcuno che, con o senza cetra, le dipani un’altra volta.

Col mio scettico interlocutore mi sono giocata l’asso nella manica. Quando ho partecipato a una lettura per bambini del Centro Euro-Arabo di Barcellona, mi sono resa conto che il caro Giufà, siciliano che pare sciocco ma non lo è, si chiama Giuha nel mondo arabo, e magari è un po’ più anzianotto e moralista, ma fa le stesse cose di sempre: ruba uova in Sicilia e olive in Libano, vivacchia come può… Tira a campare, insomma.

A questo punto si è emozionato anche il mio ascoltatore, che pure ha tirato a campare per un po’, e pure ha raccontato la sua storia qui, intanto che ci scrive su un libro (io ho già dato, e sto pure inviando in giro il manoscritto!).

Nel frattempo che parlavamo, però, si era fatto tardi: addio morte e usignoli, addio rivelazione del nuovo finale.

Ho rimandato la visione a stasera. Voglio proprio vedere che storia mi raccontano.

Tamales | Recetas de Honduras
Da recetashonduras. com

Tra i fantastici corsi online che sto seguendo in questi giorni, uno è impartito dall’Università di Yale, e insegna a gestire le emozioni in tempi difficili. Delle lezioni di ieri mattina, mi aveva colpito questa frase:

“Le emozioni giocano un ruolo importante nelle decisioni che prendiamo”.

Prima che scatti il “Grazie ar cazzo” collettivo, il messaggio era più sottile di quanto non sembrasse: provate a mettere il voto a un compito (se insegnate), a fare la spesa, o a discutere con vostro padre un giorno che avete un diavolo per capello. Fatto? Bene. Ora ripetete l’operazione un giorno in cui, invece, va tutto per il verso giusto…

Ok, confesso che ieri, a ora di pranzo, il “Grazie ar ca’” stava scappando a me, che avevo preso una decisione pessima: avevo lasciato che si facesse un’ora barbina per andare alla Fiera vegana, la prima dall’inizio della pandemia, e adesso 1) minacciava di piovere; 2) mancava un’ora alla fine dell’evento. Metteteci il particolare che stavolta, per questioni organizzative, la fiera si teneva in culo ai lupi mannari, e capirete l’umore simpatico con cui sono uscita di casa: dirò solo che mi sono portata il tupperware, con l’idea di comprare qualcosa per sostenere l’evento e filarmela a casa! Cosa mi aveva messo tanto di cattivo umore? Diciamo che qualcosina c’entrava il botellón collettivo che era scattato a mezzanotte in punto la notte prima: raga’, io capisco che state festeggiando la fine dello stato d’allarme, che siete gggiovani, che quella che per la maggior parte di voi è una malattia asintomatica (e attenzione su ‘sta cosa) vi sta costando un’altra crisi lavorativa epocale, ma… i fuochi artificiali a mezzanotte? I trenini fino all’una? E chi diavolo mi ha bussato due volte al citofono, proprio mentre andavo a letto? Lasciamo stare, va’, che se no, per onorare il corso sulla gestione delle emozioni (e le sue frasi un po’ ovvie), prendo ‘sto pc da cui sto scrivendo e lo tiro in testa al primo che si affaccia al terrazzo di sotto (sono sempre loro…).

Vi farà piacere sapere che ieri, invece, non ho ucciso nessuno per strada, al massimo ho augurato diversi eventi spiacevoli ai passanti che seguivano alla lettera “The Coccosa? way of life”: una filosofia trappana che spiego qui. Ma insomma, dopo ventimila fermate della metro sono riuscita ad arrivare in culo ai lupi mannar… ehm, a destinazione. A quel punto, sorpresa: la fiera stava andando bene! Meglio, comunque, di quanto avessi dedotto dai messaggi di un amico già sul posto, che si chiedeva che fine avessi fatto e che, peraltro, era lì con gente che non conoscevo: un particolare che aggiungeva pathos al mio umore nero, visto che unire un’agnostica a una comitiva indepe a volte va bene, e altre non tanto… Invece, l’interazione è iniziata nel migliore dei modi: mi hanno corrotto offrendomi un Ferrero Rocher vegano. Visca Catalunya!

Con animo più disteso, mi sono accorta che l’organizzatore della fiera, dopo un anno di prevedibili difficoltà economiche, era riuscito a vendere tutti i suoi prodotti: che bello! Infine, com’era prevedibile era terminato quasi tutto il cibo, data l’ora, ma restava l’immarcescibile coppia latina, che preparava tamales con la solennità riservata di solito alle ostie consacrate. Quattro euro il pezzo, e per un euro in più ti aggiungevano insalata e salsine. Ma sì, ho pensato, diamo uno schiaffo alla miseria.

È stata la prima saggia decisione della giornata, ma non l’unica. A quel punto dovevo sperimentare fino in fondo la frase sulle emozioni appresa oggi: così, invece di squagliarmela dopo aver fatto il mio dovere di sostenitrice, mi sono seduta a chiacchierare con la comitiva dell’amico, che è rimasto impressionato dalla composizione colorata del mio piatto di tamales. Piatto che ho consumato in fretta, con gusto, e con una fame da lupi (mannari).

E dire che neanche mi piacciono, i tamales.

Non chiamiamolo pomodorino pachino! | Pepe Rosso in Cucina

Sono giorni che penso a questo aneddoto che mi raccontava la mia prozia. Quando lei era giovane, e in Italia cominciavano i concorsi di bellezza, una ragazzina in paese dichiarava a gran voce che voleva diventare “miss”.

“Seh, Miss Pummarole!” la sfotterono una volta, con il sarcasmo feroce delle nostre parti.

Devo dire che io, ieri mattina, più che Miss Pummarole mi sentivo la principessa sul pisello, quando mi sono svegliata: tutto mi infastidiva, e sapete perché? C’era un cambio della guardia tra gli inquilini, e mi toccava preparare le apposite scartoffie. La mia abilità con le scartoffie è a questi livelli: solo ieri mi sono accorta che, per due anni, ho fatto firmare un contratto d’affitto in cui dichiaravo di avere una casa con due bagni e cinque stanze da letto! E dove vivo, io, a Beverly Hills?

Dunque, capirete che ieri mattina mi infastidiva ogni cosa, anche perché intanto il citofono suonava a ripetizione, e l’inquilino uscente smistava pacchi da trasferire: in queste condizioni, ripassavo lettera per lettera il cognome ucraino da riportare sul nuovo contratto, e consultavo Google in continuazione per scrivere in spagnolo corretto le cifre pattuite.

A un certo punto è suonato di nuovo il citofono, ma la casa s’era fatta silenziosa. Facendo piovere giù mezzo Paradiso, e tre quarti di Valhalla, sono andata ad aprire io, e mi ha risposto l’eterno farfugliare di chi si vive Barcellona solo in inglese: “Hola, a-quí es-tá…?”. Ho aperto sulla fiducia, e ho dato una voce in corridoio: l’inquilino uscente non rispondeva ai richiami. Sono andata a bussare alla sua porta, e nessuno mi ha aperto, anche se la luce in casa era accesa. Allora ho bussato e gridato insieme: niente ancora. Nei brevi momenti che ci ha messo l’ospite a salire (che mi sono parsi ere geologiche: ho l’ascensore più lento del mondo!) sono arrivata alle seguenti conclusioni:

  • il coinquilino uscente era ubriaco, o morto, o un fantasma;
  • intanto, però, mettendomi uno sconosciuto alla porta stava abusando della mia (impareggiabile) disponibilità;
  • a ben vedere, l’intero incidente era una cospirazione del mondo ai miei danni;
  • io ero l’anticristo.

E invece no, ero solo Miss Pummarole: una che, per un abbaglio, si era convinta per cinque secondi di avere addosso le luci della ribalta, in un mondo fatto apposta per ruotare intorno a lei.

Appena salito, l’ospite mi ha spiegato in inglese che lo scomparso aveva un alibi di ferro: l’appuntamento tra loro due era fissato per mezzogiorno, ed erano ancora le undici e cinquantasette. Ah, beh. Cose da britannici.

In effetti, a mezzogiorno in punto, ho sentito la porta d’ingresso aprirsi, e ho ricevuto per l’ennesima volta la conferma che avevo peccato di quella distorsione cognitiva per cui crediamo sul serio di essere al centro del mondo. Di converso, il vicino che sparisce per tre minuti sta abusando della nostra pazienza; quel commento che la collega ci ha fatto due settimane fa era finalizzato a screditarci; a ben vedere capitano tutte a noi, che siamo geni incompresi e martiri professionali.

Invece, certe nostre paranoie non hanno niente a che vedere con le persone che le provocano (come l’inquilino e il suo amico troppo puntuale), e hanno molto a che vedere, invece, con il nostro stato d’animo del momento (vedi il mio sommo fastidio per le scartoffie).

Devo ripetermi: il fatto che il mondo non giri intorno a noi, a me è sempre parso una buona notizia.

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“Buon Sant Jordi, dolcizza! (sic)

Grazi (sic) per il libro. Tu non troverai niente al risveglio, ma… in un luogo fresco, in cui a volte si conservano elastici e caramelle, scoprirai cose belle e rinfrescanti.”

Il frigorifero. La soluzione all’enigma inviato per WhatsApp era “il frigorifero”: ogni tanto, il compagno di quarantena ci nasconde le sorpresine più assurde. Certo, non uguaglierà mai il suo connazionale Kit Harington, che ha fatto trovare all’attuale moglie una testa mozzata, infilata tra un’arancia e il vasetto del burro. Ma quello era un pesce d’aprile, mentre oggi è Sant Jordi: dunque, oggi mi toccavano un libro e una rosa.

Mi spiace pure un po’: la rosa gli sarà costata più del libro (che già aveva, l’ho riconosciuto!), ma dev’essere sceso in fretta a comprarla stamane, quando ha visto che, sullo zaino con cui esce al mattino, gli avevo lasciato la versione inglese del Piccolo Principe. Chi minchia regala Il Piccolo Principe a un trentenne inglese? Appunto. L’ho fatto proprio perché voleva essere un simbolo, visto che lui mi aveva confessato di non aver mai letto l’opera: era giusto per non far passare inosservata la ricorrenza.

Già, perché questo è il secondo Sant Jordi “strano”: mai come quello dell’anno scorso, che si è tenuto a luglio, ma comunque… Vi ho già spiegato le mille variabili del vero San Valentino catalano: fanculo al libro per gli uomini e la rosa per le donne, facciamolo al contrario, anzi, facciamo entrambi i regali a chiunque! Oppure, fanculo alla leggenda di San Giorgio che ammazza il drago per liberare la principessa: in realtà è stata la principessa a stecchire ‘sto santo inopportuno, magari per salvare il povero draghetto. Anzi, Sant Jordi in realtà era Santa Jordina. Macché, facciamo così: stanca di principi azzurri stinti, la principessa si avvicinò al drago e gli chiese, “Hai da accendere?“. E vissero felici e mangiarono pernici… anzi, no, mangiarono ceci! La tipica rima iberica che conclude le fiabe è stata stravolta così, proprio oggi, da una pagina vegana.

Perché vivo in un posto in cui, nonostante gli alti e bassi e i problemi enormi, il finale si può sempre riscrivere. Buone notizie: è una caratteristica esportabile.

A proposito di pagine vegane, infatti, leggo solo oggi che Carlotta di Cucina Botanica, la mia spacciatrice di ricette vegetali in italiano, festeggia il mezzo milione di utenti che la seguono. Solo due anni fa, ricorda lei, la sfottevano in paranza per la sua scelta etica. Adesso, invece, è la più seguita in Italia nel suo genere! E, se ho capito bene, lei viene dal mondo della moda: che modo fantastico di riscriversi!

E voi, avete in mente qualche colpo di scena per la vostra vita? Magari uno che sia più felice di quelli imposti da una pandemia. Sant Jordi si è dovuto reinventare in continuazione: durante il franchismo è stato privato di libri in catalano, e il primo anno di pandemia è stato posticipato alla stagione delle ciliegie. Quest’anno festeggeremo in mascherina, ma il nostro santo preferito è ancora qui ad aspettare un’altra riscrittura, un nuovo finale. Mentre scrivo queste righe, là fuori stanno acquistando per l’ennesima volta il romanzo di Montse Roig che mi ha ispirato il personaggio di Pepita, e che racconta di quando le spagnole dovevano andare ad abortire a Londra. E noi lo leggiamo ancora, il 23 aprile del 2021, per assicurarci che non succeda mai più. Né in Catalogna, né in Italia. Ma non guardiamo solo alle cose brutte: qui vanno forte anche i libri di Noemí Casquet! Perfino a me, che sono monogama di fatto, sembra interessante valutare il poliamore come alternativa al ritrito “ancora non ho trovato la persona giusta“, specie se non ci viene spontaneo vivere una relazione senza abbuffare di corna il prossimo!

Ho intravisto anche un libro che mette a confronto l’indipendentismo catalano e quello scozzese, ma non oso regalarlo a nessuno, o alla prossima occasione mondana (prima o poi ce ne sarà pure una!) voleranno bicchieri di Brugal o di Macallan, che costa pure assai. Di fatto, però, questa e altre questioni sono sempre sul piatto, nella mia terra d’adozione: una terra, ripeto, in cui ho trovato lo stimolo costante a riscrivere la mia vita, a cambiarla quando mi è sembrato necessario. Senza le paure che avrei avuto altrove, dove i condizionamenti sociali sono più forti.

Riscriviamoci, dunque, se ci sembra utile e giusto. Rifiutiamo una volta per tutte di liquidare il cambiamento con un trito: si è sempre fatto così.

Sì, è vero, si è sempre fatto così. Fino al giorno in cui non si è fatto più.

Ieri mi è successo un fatto curioso, che vi voglio raccontare.

Devo fare, però, una premessa un po’ lunga. Il compagno di quarantena sta scrivendo delle memorie personali molto difficili, dati i contenuti, e il modo più divertente che ha trovato per sfogare lo stress (gli altri non li rivelo, perché mi ci sto giocando i numeri) sono le sue spedizioni in spiaggia, ogni fine settimana.

Con tenacia ammirevole, il Nostro si spinge fin dove è presente, almeno a riva, un’abbondante quantità di sassolini, che comincia a disporre tracciando diverse figure. L’iniziativa sta riscuotendo un buon successo di pubblico: perlopiù villeggianti che approfittano della chiusura comarcale per passare la giornata in spiaggia. Non contento, il nuovo astro dell’arte barcellonese lascia una sua particolare firma: sotto alcuni sassi più grandi, che dispone a poca distanza dall’opera, fissa dei foglietti contenenti certe sue riflessioni sul mondo, e sul retro riporta il suo indirizzo Instagram. Indovinate chi gli ha suggerito la storia dell’indirizzo… Comunque, ogni tanto qualcuno visita davvero la sua pagina, e ieri pomeriggio una comitiva di “latines” (definizione loro, in spagnolo inclusivo) gli ha addirittura mandato un video di ringraziamento: alcune delle ragazze leggevano le frasi e commentavano “¡Qué bonito!”. Dovevate vedere il Nostro, come si ringalluzziva…

A quel punto (e veniamo a noi), gli ho chiesto per l’ennesima volta dove minchia si piazzasse con i suoi sassolini: per due o tre domeniche ho girato a vuoto tra un tratto di mare e l’altro, ma nisba. Andiamoci insieme, ha proposto lui a sorpresa, e così abbiamo fatto. Almeno ho capito l’errore: nel corso delle mie ricerche balneari, evitavo una piattaforma in cemento piena di tizi nerboruti, che passavano la giornata a fare attrezzi e a fomentarsi a vicenda. Ovviamente, l’artista de noantri si metteva proprio lì vicino! E non era l’unico: non vi dico l’emozione quando, all’arrivo, abbiamo trovato accanto all’opera due signore autoctone di mezza età, che si palleggiavano una macchina fotografica e a turno si buttavano sulla sabbia con tutti i vestiti. Quindi si immortalavano a vicenda davanti alle ramificazioni dei sassolini. L’autore e io non sapevamo se avvicinarci o meno, e temevamo che le tizie (restie a schiodarsi) si portassero dietro qualche “souvenir”… Ho sofferto in silenzio, pensando ai personaggi dei miei romanzi: a quelli che io adoravo e non piacevano a nessuno, a quelli che detestavo e che invece suscitavano interesse… Senza nesso apparente, mi sono ricordata dell’addetta ai lavori che, in uno stralcio d’opera che le avevo mandato, aveva scambiato una mia stagista precaria per un’Erasmus, che in quanto Erasmus “non aveva niente da fare” e, dunque, si metteva addirittura a pensare all’indipendentismo! A parte il fatto che Irene è spagnolista, temo che la retorica di chi “non scappa dalla sua terra” concepisca solo ruoli stereotipati per chi, invece, la sua terra l’ha trovata altrove.

Sì, lo so, mi stavo appropriando di un momento di gloria dell’artista al mio fianco per fare considerazioni mie. Però, com’era che diceva quel mio pomposo professore di latino, all’università? L’opera non è più di chi la crea, ma di chi ne fruisce. Per questo mi venivano in mente le strane associazioni con le mie scritture.

Le due fans hanno levato le tende, ma sono state subito rimpiazzate: il mio neo-artista preferito ha mantenuto un aplomb impeccabile (e grazie, direte voi: è inglese!) quando, subito dopo, si sono avvicinati due ragazzini. Lì ho temuto il peggio: ho pensato all’emulazione che portava certi miei coetanei, quando ero ragazzina io, a distruggere qualunque cosa perché sì, e per dimostrare agli altri che ne erano capaci. Si cominciava con le sculture e si finiva con le donne, tranne “le madri e le sorelle” (forse). Ma continuo a pensare che sono approdata in una terra meno arrabbiata, nonostante gli exploit, o con meno motivi per esserlo. Uno dei ragazzini si è piantato al centro dell'”occhio” formato dai sassi. Prima ha scimmiottato un “om” a mani giunte, poi ha eseguito qualche figura plastica, stile Shaolin Soccer. L’artista fremeva, immaginando i sassolini scricchiolare sotto quei piedi nudi taglia 36, e io tornavo con la mente a un’altra addetta ai lavori, che in una bozza di romanzo mi aveva bocciato la descrizione di un seminario catalano: “Il mito della svedese nell’immaginario franchista”. Del tutto irrilevante, aveva scritto questa nuova “impavida-che-è-rimasta-nella-sua-terra”, e so bene che, a tante di queste impavide, del femminismo “fottesega” (per dirla in catalano). Sono anche sicura che Mary Nash, che ha cambiato la storia degli Studi di Genere in Catalogna, non si offenderà dell’ennesima detrattrice. Però la protagonista del mio romanzo sbava dietro a uno svedese, e durante il seminario riflette su una possibile inversione di ruoli (il biondone che si fa oggetto, e la mediterranea che, appunto, sbava). Dunque, qualche rilevanza in quel contesto dovrà pur esistere, no? Le gambe del ragazzino tremavano sui sassi instabili, mentre io concludevo ancora una volta che ormai, con i miei connazionali, ho in comune solo la lingua in cui mi esprimo. Una delle lingue.

I bambini si sono allontanati, e siamo accorsi noi. Il danno era minore del previsto: l’ordine con cui erano state disposte le pietre centrali si era un po’ incrinato, ma in fin dei conti l’opera ci guadagnava, perché era stata “vissuta”. Come quelle tazze giapponesi che si rompono ecc. ecc.

Ho chiesto all’artista se accanto al suo occhio di sassi non volesse posare anche lui, a beneficio del fan club (le “latines”, le due signore autoctone, i monelli del posto, e una graziosa studentessa col velo che ormai è una fan incallita…). No, ha detto lui. Fotografa solo l’occhio, come lo chiami tu. È quello, che conta.

Meno male: la pensiamo uguale. Noi non c’entriamo niente, l’importante è la trama. Che sia una disposizione di sassi, o di parole. Il racconto ci deve comprendere, è vero, ma poi ci deve superare, oppure non funziona. Il racconto dev’essere meglio di noi. Con buona pace della retorica di chi parte, e di chi resta.

Ci siamo allontanati. Dopo una decina di metri mi sono girata di nuovo, per vedere se c’erano ulteriori curiosi, ma si stava facendo tardi. Le coppie scacciavano via la sabbia dai teli comprati agli ambulanti, le comitive con la chitarrina cantavano a mezza voce, le reti di pallavolo erano scosse da schiacciate sempre più mosce.

Per oggi, ho pensato allora, l’occhio di sassi ha smesso di guardare, e farsi guardare. Domani, chissà.

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