Archivi per la categoria: e comunque…
8 marzo 2017/VOGLIAMO LA LUNA! | Coordinamenta femminista e lesbica di  collettivi e singole – Roma
Adoro questo logo!

Conosco diversi uomini che hanno un grande privilegio: quello di non sapere cosa vogliono dalla vita.

Sì, conosco diverse donne con la stessa caratteristica, d’altronde vivo nella Barcellona da bere in cui quasi ti conviene non parlare una ceppa di spagnolo e catalano, e lavorare nel call center di una multinazionale per 1200 euro (di cui spenderai la metà in affitto, se ti va bene).

La questione è che, nel caso delle donne, “sapere di non sapere” è un problema più che per gli uomini.

Perché so che “non sapere cosa vuoi dalla vita” può essere anche un modo elegante, di questi tempi, per dirsi che qualsiasi cosa sia, non la potremmo ottenere: tanto vale fare i maledetti zaino in spalla, e scrivere su Tinder che ci piace viaggiare.

Però, se c’è una cosa buona di questo mondo precario e pandemico (le disgrazie non vengono mai da sole) è che possiamo anche affermare con una certa serenità, a genitori preoccupati a morte per le nostre pensioni, che piuttosto che sposarci a venticinque anni e accendere un mutuo intanto che sforniamo tre marmocchi, prendiamo il primo aereo per Timbuctù, magari dopo esserci cucite le tube di Falloppio con un simpatico nodo alla marinara (o col punto croce, così nonna è contenta). Nel senso: per qualcuno può essere ancora una prospettiva allettante, e in tal caso massimo rispetto e buona fortuna, ma sta di fatto che non è più l’unica possibilità. Per fortuna esistono diverse nozioni di famiglia. Per fortuna sempre più persone hanno il privilegio (che resta tale, eh, dico solo che è più esteso) di viaggiare sul serio, imparare lingue e scoprire altri stili di vita.

Sì, ma l’elefante nella stanza se ne resta buono nel suo angolino: anche se volessimo la vita di cui sopra, quella che molti di noi conoscevano prima della crisi del 2008, non ci sarebbe modo di ottenerla, tra contratti e contrattini sotto i mille euro e il non sapere dove lavoreremo l’anno prossimo.

Sarà anche per questo che il “non sapere cosa fare nella vita” è così in auge. E, anche nella precarietà, non possiamo permettercelo tutti.

Il compagno di quarantena ce l’ha molto, questa cosa: vagare di qua e di là, interrogarsi sull’idea di settle down, sistemarsi o no. Intanto che lo fa, però, il lavoro gli viene lanciato dietro con la fionda, anche perché ha il vantaggio indiscutibile di essere di madrelingua inglese: così il posto al call center lo rimedia anche se fa cose tipo non presentarsi al lavoro per una settimana, in piena pandemia almeno. E poi, che ve lo dico a fare, se a cinquant’anni decide che vuole fermarsi da qualche parte e trovarsi una trentenne per metter su famiglia, non sarà un problema eccessivo: non con tante ragazze tirate su a pane e amore romantico, che arriva col suo corredo di soffitti di cristallo e pavimenti appiccicosi. Diciamo che un atletico suddito di Sua Maestà britannica, con il giusto capitale culturale, non tarda troppo a procurarsi anche il capitale economico: neanche di questi tempi.

Conosco diverse donne che dicono la stessa cosa sua, che non sanno se “sistemarsi” o no, e hanno tra i trenta e i quarant’anni: alcune cambiano nazione ogni anno, per aggiungere il nome di un’altra multinazionale ai loro curriculum chilometrici, mentre altre lavorano nel mondo dello spettacolo, inteso non nel senso del Bagaglino, ma di film indipendenti e collaborazioni con nomi noti soprattutto alle giurie di qualità.

Ecco, a queste qui non verrà offerto tanto facilmente il contrattino in call center, sia adesso che restano in età “fertile” (anche se, nelle convinzioni generali, a 29 anni e mezzo è quasi menopausa) che tra qualche anno, quando saranno comunque considerate troppo vecchie per lavorare (se dimentichiamo le vittorie di Pirro), a meno di non essere molto specializzate. Per loro, poi, la famiglia è fuori discussione, o almeno è molto difficile: nell’immaginario collettivo le milf e cougar (posso dire che odio questi termini?), possono al massimo aspirare al sesso sfrenato con giovinetti quasi imberbi, come suggerisce anche questo dialogo di una serie che vi è piaciuta molto, e che io ho abbandonato al terzo episodio. Ma se le loro aspirazioni andassero sulla stabilità degli affetti, starebbero fresche: anzi, fresche no, che per la società in cui viviamo sono già scadute da un pezzo.

Quindi no, due trentenni che adesso fanno i vaghi su cosa vogliono fare nella vita non avranno le stesse possibilità, se appartengono a generi diversi. E mi sono soffermata, per conoscenza diretta, solo sulla questione cis etero, figuratevi il resto!

Per questo è importante sottolineare che il mondo del lavoro, così com’è disegnato, è obsoleto, pensato per gente che avesse otto ore della sua vita da dedicare ad attività retribuite, mentre qualcuno a casa pensava al lavoro di cura.

E poi ci sono io che ho un sogno del cuore: una maternità riconosciuta come un lavoro fondamentale e da tutelare sul serio, anche pagandolo come suggerisce Federici, senza dare per scontato che una madre sacrifichi tutto il resto della sua vita alla cura dei figli. E senza dare per scontato che tale madre non lo voglia fare, come rivendicano certi collettivi femministi.

Per quanto mi riguarda, poi, il mio sogno prende derive quasi utopiche, e insisto per il “quasi”, quando penso che la maternità dovrebbe essere indipendente dal tuo tipo di relazione: l’inseminazione dovrebbe essere gratuita e accessibile a un numero sempre maggiore di donne, senza le file chilometriche previste oggi per un tentativo solo. L’idea che è “meglio adottare” mi ricorda chi alle polemiche sul prezzo degli assorbenti rispondeva “meglio la coppetta“. Ma va’. Intanto però ho il diritto di decidere come voglio risolvere una questione che tu non hai, genio incompreso.

Troppo spesso la maternità diventa soggetta alla dipendenza economica da un uomo e soprattutto dalla volontà di quest’ultimo.

Io per motivi estranei alla mia, di volontà, sono stata emotivamente instabile fino ai trentatré anni: poi mi sono curata, ma capirete che l’età era già critica per trovare un lavoro salariato stabile (per mia fortuna avevo il privilegio di potermi dedicare alla scrittura), e avrei dovuto puntare in fretta e senza margine di errore su una relazione duratura per avere una famiglia “naturale”. Invece, in almeno due casi, uomini che si dichiaravano entusiasti o non restii ad avere figli, e che non avevano fretta di trovarsi “il posto fisso”, hanno cambiato idea com’è loro diritto, e hanno fatto altro delle loro vite. Io però sono rimasta senza figli, con un paio di primi incontri orrendi in cliniche di fecondazione assistita (“embrioni in offerta, con ecografia in omaggio!”) e la crescente sensazione che pensare “meno male” sia sempre meno un caso eclatante de “la volpe e l’uva” e sempre più un’amara riflessione sulle madri coraggio che conosco: lasciate sole da compagni che abusavano perfino del permesso di paternità, o costrette a badare a un neonato sulla soglia dei quaranta intanto che, per il tipo di lavoro che svolge il marito, il loro impiego a distanza diventa anche l’unica fonte di reddito della famiglia. E allora giù di tiralatte e sostanze che le mantengano sveglie nel corso del tempo. A loro va la mia solidarietà e l’amara conclusione: questo non è un mondo per madri.

Allora, ricordiamo una cosa: privilegio non è colpa. Non voglio affatto togliere agli uomini il diritto di non sapere che fare della loro vita. Lo voglio estendere anche alle donne.

Lo si fa con una flessibilizzazione generale dell’orario di lavoro, un cambio di mentalità che deve partire dalle scuole, e un accesso alla maternità libero, gratuito e indipendente. dagli. uomini.

Se c’è una cosa che ho imparato da quando so cosa voglio dalla vita, è questa: cominciamo a chiedere tutto, poi si vede.

La presión cada vez más creciente sobre la estética y el cuerpo de las  mujeres – Mujeres para la Salud

Finalmente, grazie al lavoro di Gabriela Cistino (alias Unaelle) abbiamo una scheda completa in italiano sulla pressione estetica, un concetto fondamentale per capire la natura della discriminazione delle donne, e quella dei recenti moti collettivi di indignazione, che ancora vengono sminuiti come estemporanei e complottari. È normale, questa nazione non c’è abituata: ma le cose stanno cambiando 🙂 .

Per fortuna, per le istituzioni spagnole, questo tipo di pressione viene riconosciuto come una forma di violenza.

La bellezza ha tanti volti, ma quello che ci viene proposto è quasi sempre lo stesso. Proposto, e imposto: il messaggio dell’industria della bellezza è “Così come sei, non vai bene”. Una cosa è decidere così, perché ci va, di truccarci o depilarci o vestirci come più ci pare. Un’altra è che passino messaggi come:

“Devi truccarti se no sembri stanca, devi depilarti se no sembri una scimmia [ma povere scimmie!], devi mettere il tacco 12 anche quando fai la spesa perché la tua altezza non va bene. Non va mai bene niente, a meno che tu non ci dai i soldi per avvicinarti vagamente, e con riserva, a un ideale che non raggiungerai mai”.

Anzi, sapete che c’è? C’è un equivoco anche su questo: l’ideale di bellezza non è “irraggiungibile”, è proprio inutile. Zadie Smith ha dato un massimo di quindici minuti di tempo alla sua figlioletta per “farsi bella” (il figlio impiega due minuti e può fare altro). La pronta (e imbarazzante) risposta di un giornale di moda che campa anche della vendita di prodotti di bellezza spiega l’intera natura del problema.

Insomma, sono la prima a dire che può essere un gioco, ma sul serio, sappiamo bene quanto diventi un’imposizione: allora finiamo per dedicare tempo ed energie a qualcosa che non ne vale la pena, e in fin dei conti non ci serve per essere felici.

Ma bando alle ciance: vi lascio la scheda in italiano qui sotto, buona lettura!

Darren Aronofsky dice estar interesado en hacer una película de Superman -  HobbyConsolas Entretenimiento
Io che mi reco al comune di Barcellona “con tutta la mia calmezza” (cit. Mariarca ‘a pulitona)

Mi sono accorta di una cosa: io vi imito.

Lo faccio imperterrita da quando avevo dodici anni, quindi più che accorgermene ora me lo sono ricordato: ho ricordato di quando decisi che diventare suora o eremita non era più un piano così allettante, tanto valeva che mi mettessi a studiare per camuffarmi meglio tra voi umani non disagiati. Che ingenua ero!

Ancora oggi mi colpisce che abbiate bisogno di grandi livelli di alcol per fare figure di merda, cosa che a me viene naturalissima, e che non ricordiate che giacca aveva la vostra prof. di Storia e Geografia al primo anno di superiori, anche perché voi avete una vita. Forse questa è la parte che mi viene più difficile da copiare: avere una vita secondo i parametri che intendete “voi”. Anche perché voi, appunto, non esistete: non c’è un voi, chiunque stia leggendo questo testo allucinato è diverso in qualche modo dal resto dell’umanità. Ma spiegatelo alla dodicenne in me che ancora prova ad assimilare quale sia una conversazione accettabile (perché non posso dirvi tutti i fatti miei?), o a capire perché cantare a squarciagola i 24 Grana per strada non sia proprio un’ottima idea (ma la mascherina attutisce i suoni, quiiindiii…).

Avete presente, nella parte finale di Kill Bill, il pippone che spara Bill su Superman? Il fatto che Clark Kent, come travestimento, sia una sorta di critica all’umanità: il modo ridicolo in cui Superman vede gli esseri umani. (Secondo me funziona anche con i poliziotti in borghese alle manifestazioni: li riconosci dal numero di kefiah che indossano e dai baschetti di Che Guevara!) Adesso, io più che Superman sarò tipo Spongebob, ma a parte questo il paragone calza!

Purtroppo, invece, sono spesso assimilata a un altro personaggio. Un’amica psicologa mi ha fatto notare che, quando il mondo degli umani mi crea difficoltà che in qualche caso vi saranno familiari (vedi alla voce: burocrazia), mi metto in modalità Robocop. In quelle vesti mi riconoscete subito: passo marziale (e rumorosetto anziché no), testa puntata avanti tipo ariete, e la propensione a farvi volare per aria a prescindere dalla vostra età o corporatura, se vi frapponete tra me e il mio obiettivo.

Per esempio, ieri il mio obiettivo era l’ufficio del Comune di Barcellona: nonostante l’ansia derivata da sette mesi di semi-isolamento, andavo lì a dimostrare che vivevo proprio dove dichiaravo di vivere.

Sono arrivata davanti all’ufficio, nella piazza dietro il comune, con la serenità di una condannata all’autodafé. E mi sono detta: “Basta con la modalità Robocop! Sii te stessa, Maria, perché hai bisogno di fingerti qualcuno che non sei? Forza, su!”.

Ed è stato così che:

  • mi sono buttata tipo quarterback sul gel idroalcolico che si trovava accanto a un primo sportello, la cui occupante mi ha osservata come se fossi stata un’attentatrice;
  • mi sono seduta tranquilla al primo divanetto piazzato alla sinistra della portinaia dell’inferno (scusate la melodrammaticità), che a questo punto ha cacciato un accorato: “No, señora!”;
  • ho seguito il dito accusatore che la nostra Minossa puntava non su di me, ma alle mie spalle, e ho realizzato che avevo appena scavalcato una fila di due persone in religiosa attesa, che per giunta mantenevano la dovuta distanza di sicurezza;
  • scusandomi in tutte le lingue possibili (ho registrato solo allora che la tizia mi si era rivolta sicura in spagnolo, fenomeno insolito al comune), ho raggiunto la mia postazione in fondo alla fila;
  • nell’operazione, ho lasciato cadere tre volte la borsa, due volte la cartellina che reggevo, e altre due volte i documenti d’identità che tenevo sopra la cartellina (ho i testimoni).

Cara amica psicologa, ma se una ha un meccanismo di difesa che va avanti da venticinque anni, tu vieni a rompere le semmenzelle (scusate il catalano) proprio il giorno prima della mia visita al comune?

A mia discolpa, signore e signori della corte, dirò che avevo una mascherina ffp2, il cui uso, combinato all’allergia cronica, mi rende più scema del solito, come ho già suggerito qui. Però il mio cervello disagiato continuava a lavorare: perché le impiegate continuavano a parlare in catalano tra loro e in spagnolo a me? Perché ero circondata da persone con gli occhi a mandorla, o con l’accento brasiliano e latino? Oibò, non c’erano catalani in attesa neanche a pagarli!

Arrivato il mio turno, mi sono seduta davanti a un’impiegata gentilissima che mi ha chiesto subito “il contratto di casa e le bollette”. Che contratto? Adesso, vi prego, immaginatevi la scena insieme a me, che la ripercorro come se mi stesse succedendo tutto daccapo.

“Sono la proprietaria” confesso in tono imbarazzato.

“La… proprietaria?” ripete quella.

“Ehm, sì.”

L’impiegata si alza. Si allontana. Si risiede. Si rialza. Si riallontana. Si risiede.

“Ma sei entrata in casa con un contratto…” afferma infine.

“Sono la proprietaria” ormai sembro un disco rotto.

“Sì, ho capito, ma all’inizio avevi un contratto d’affitto, vero?”

Cummare’, no-ne, stavo per replicare con tanto di “e” aperta, tipica del mio paesone d’origine. Poi mi sono detta che sì, il catalano e il napoletano si somigliano, ma non così tanto.

A quel punto, l’impiegata mi ha dichiarato che ok, era stato un errore, mi chiudeva la pratica, quante copie volevo del nuovo documento di residenza? E io capivo. Se fossi stata una straniera che viveva in affitto, avrei dovuto provare che abitavo nello stesso posto di cinque anni fa (in una pagina di italiani a Barcellona mi hanno detto che sono blitz che fanno ogni cinque anni). Siccome sono proprietaria, per i dolci figli dell’estate che lavorano in comune dev’essere ovvio che vivo proprio a casa mia.

Vorrei raccontare loro la storia della prima tizia che voleva affittarmi casa a Barcellona: si chiamava Senena, giuro, aveva una trentina d’anni scarsa e l’appartamento era intestato a lei. Voleva ben 400 euro per una stanza in zona Badal (dunque non centralissima), nel lontano 2008. Non viveva nell’appartamento. Oppure c’è la seconda proprietaria catalana in cui io mi sia imbattuta: voleva 800 euro nel 2009, e il mio ex catalano lo trovava pure un prezzo ragionevole, per un ammezzato in mezzo alla bolgia studentesca del Raval. Questa viveva in Germania, faceva la traduttrice e la ghost writer, e arrotondava affittandosi la casa di famiglia. A proposito, ci sono pure quelle famiglie descritte in una conferenza a cui ho assistito moltissimi anni fa: figli e nipoti di gente che s’era tirata su la villetta in Costa Brava, negli anni ’70 cementificati del tardo franchismo. Pure questi vivevano perlopiù in Germania (meta gettonatissima!) o comunque in tutt’altro posto, ma si incontravano una volta all’anno per il tipico pranzo delle feste comandate. Senza parlare del mio proprietario preferito (pure un bell’uomo!): aveva ereditato il palazzetto intero da suo padre, che riceveva ancora la posta nella mia cassetta delle lettere. Ma il palazzetto era al Poble-Sec e il bel proprietario viveva a Mataró.

Tutta questa gente, se non ha otto cognomi catalani, ne ha almeno cinque o sei.

Ora, il mio cognome è così poco catalano che qui lo storpiano da dodici anni, ma comunque: sicure sicure, signore del comune, che io viva proprio dove dico di vivere solo perché sono proprietaria?

Stavolta gli è andata bene: sì, vivo proprio là.

E sarò pure disagiata, ma che ve lo dico a fare: il mondo là fuori non scherza affatto.

Broccoli lessi
Da casaecucina.it. Come si dice a Napoli: n’aggio scaurate ruoccole, ma tu jesce fore ‘a pignata.

Ssst, ho capito tutto.

L’ho capito alla fine di un pomeriggio in cui mi era sopraggiunto un problema burocratico frequente in tempi di covid, ma avevo dato la mia parola a un’amica, per aiutarla con un suo progetto letterario. A ben vedere, l’amica aveva ricevuto altre informazioni sul suo progetto e non aveva più bisogno di me, o non con urgenza. Allora mi ero trovata a questo bivio: tradire l’amica o tradire me? Lo so, sono un po’ melodrammatica quando mi rimangio gli impegni presi. Ma sul serio, a un certo punto era parso che l’aiuto che avevo promesso fosse ormai superfluo o posticipabile, per quanto l’amica insicura affermasse il contrario, mentre il mio problema, se non era proprio urgentissimo, mi preoccupava comunque un bel po’.

Poi avevo capito che la questione burocratica non si sarebbe risolta in un giorno, ed ero accorsa troppo tardi ad aiutare l’amica: ma quella intanto, come previsto, aveva fatto benissimo anche senza di me e in quel momento non poteva ricevermi. Visto che ero in strada, avevo avuto voglia di chiamare qualcuno per sfogarmi sul pomeriggio buttato, ma tutti i miei amici, man mano che facevo mente locale, si rivelavano troppo impegnati con problemi loro, o irraggiungibili, o inaccessibili in altri modi più creativi. Così alla fine m’ero ritrovata a peregrinare da sola, e con la ffp2 che mi costringe a tenere la bocca sempre aperta (sì, ho ancora l’allergia!).

Mi chiedevo: perché, a sette anni dalla mia crisi globbale totale, mi ritrovo ancora un parco amicizie sul disfunzionale andante? E dire che detesto lo sdoganamento della parola “disfunzionale”! Però insomma, tante persone che conosco e amo sono brillanti, intelligenti e buone come il pane, ma stanno più fuori di un balcone e mi succhiano un sacco di energie, in rapporti in cui mi trovo quasi sempre a dare di più di quanto ricevo. E non dev’essere il do ut des ultra-simmetrico che pretenderebbe qualche conoscenza locale, abituata a dividere fino all’ultimo centesimo anche il conto del caffè. Però, certo, non disdegnerei la possibilità di chiamare qualcuno per parlare un po’, dopo una giornata di merda, senza che l’altra persona sia troppo presa dai suoi problemi (o da sé e basta) per starmi a sentire.

Alla fine mi ha salvata un’allegra famigliola trapiantata a Torino, che in diretta WhatsApp è riuscita a intrattenere mezz’ora la bimba neonata che lottava con la dentizione, e a fare anche da babysitter a me! Poi dice che la tecnologia allontana le persone.

Resta in piedi la domanda: “Perché le persone che frequento si rivelano ancora più esaurite e impegnative del resto dell’umanità, che già di per sé è piuttosto folle?”.

E qui, vi dicevo, ho trovato la risposta.

Vado per punti. Innanzitutto c’è un equivoco di fondo: l’idea che “attiriamo”, soltanto noi nell’universo mondo, le cosiddette persone tossiche. Non è vero, quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio, ma alcune persone le scaricano subito e altre le lasciano entrare.

A questo punto, sorge la domanda: il problema è lasciarle entrare, o lasciare che restino? Adesso, io sono passata dai pesaturi manifesti a quelli in incognito: o meglio, a gente che a occhio e croce avrà pure dei problemi (“E chi non li ha!”), ma ha anche tanti pregi che, almeno all’inizio, sembrano compensare. Che so, l’amico più giovane che ti assume a modello di vita (e già questo la dice lunga…) è effettivamente un po’ confuso, ma parlarci è piacevolissimo. Oppure, il tipo sensibile e simpatico che per un po’ è stato “allo sbando”, come dice il TG, avrà pure diritto a una seconda possibilità!

Mi sento dire spesso che “effetto sorpresa” un par de ciufoli: ho fin dall’inizio tutti gli elementi per valutare se un qualsiasi vincolo che stabilisco sia potenzialmente nocivo o spompante. Sono io che mi ostino a ignorare i segnali. Ma io non credo sia così.

Perché, nel mio passaggio epocale dai disagiati manifesti a quelli in incognito, acquisisco solo in un secondo momento un sacco di informazioni a cui non potevo arrivare: magari il tipo della seconda opportunità ha le allucinazioni, o la nuova amica che vedo ogni tanto soffre di stress post-traumatico in seguito a uno stupro, e non la prende bene se mi fermo a litigare con un coglione che ci fischia dietro in strada… Sono fattori che potevo prevedere? Francamente, la mia più nera immaginazione non arriva a tanto, e informazioni del genere, specie con gli amici anglosassoni, possono giungermi dopo un bel po’ di tempo dall’inizio della frequentazione.

Ed ecco la mia conclusione:

  • il problema non sorge quando lascio entrare nella mia vita questa gente, che magari è bizzarra ma è all’apparenza innocua: se riduco tutto a quello, mi ritrovo anche a sminuire l’alacre lavoro con cui, a costo di peccare di allarmismo, ho lasciato fuori tantissime persone alla prima battuta non gradita;
  • il problema non sorge neanche quando, una volta venuti fuori gli elementi problematici e distruttivi per me, decido che i pregi e l’intesa creata prevalgono, e queste persone possono restare nella mia vita;
  • il problema vero è che, anche quando possiedo elementi che cambiano le carte in tavola, decido che il rapporto deve continuare come prima: come io mi aspettavo che sarebbe stato.

Ed è da quest’ultimo punto che mi è venuta la soluzione: non si tratta né di continuare come prima, né di recidere il vincolo se non voglio. Si tratta di cambiare la relazione: adattarla alle nuove premesse, visto che sono diverse dalle condizioni in cui era iniziato il legame.

Tutto qua. Erano mesi che mi chiedevo come trovare un equilibrio tra il pensare al proprio benessere emotivo (anche liberandosi di presenze inopportune) e l’odiosa tendenza, che mi dicono essere molto attuale, a buttare via un’amicizia o un amore appena si presentino delle difficoltà. E invece ho capito che mi aspetta un lavoro molto meno drastico, e perciò più faticoso: accettare il cambiamento. Quel fenomeno per cui un amore può diventare un’amicizia, un’amicizia un amore, e tutti e due possono diventare, se proprio la cosa è irrecuperabile, un numero bloccato sul cellulare.

Così, col senno di poi mi dico (ma a quanto pare ci voleva una pandemia per farmelo capire) che è meglio sostenere senza nessuna aspettativa, e perfino un po’ a distanza se possibile, il tipo che vuole una seconda opportunità dalla vita, ma non è in grado di rapportarsi ad altre persone: almeno finché non riuscirà a rialzarsi sul serio. Oppure l’amica nuova che vaga stralunata per il mondo va vista ogni tanto e con tutte le precauzioni del caso (mai affidarle l’organizzazione di una cena per dieci!).

Tutto questo dobbiamo adottarlo, va da sé, se per noi vale la pena continuare. Se no vale sempre il consiglio del mio migliore amico: fuje sempe tu.

Come ve lo traduco, per chi legge da fuori Napoli e non mastica l’idioma? Diciamo che è tipo l’urlo lacerante (“Run!”) che ascolterete nel video qui sotto:

Questo post è stato cambiato in corso d’opera, in seguito alla carrambata che leggerete più sotto.

Aggiornamenti! Ricordate la piantina caduta in piedi nel patio di sotto?

La saga continua, ed è fantastica: una miniserie sull’assurdità delle case a Barcellona, o, anche, sui danni della speculazione. Precisiamo che a scrivere qui non è una potenziale okupa, ma una che ha esercitato il suo privilegio di classe per comprarsi casa e affittarne i due terzi, così da avere il tempo di scrivere questo post e pure qualche romanzo. Però insomma, quello a cui assisto da quando vivo nel Gotico mi fa sembrare Meg dei 99 Posse! (Almeno prima che uscisse dal gruppo.)

Dunque non avevo particolari pregiudizi quando, la settimana scorsa, lasciavo l’immondizia fuori al palazzo, e m’imbattevo in un vicino che rientrava giusto in tempo per l’inizio del coprifuoco serale. Bingo! Il tipo si fermava proprio davanti all’appartamento con il patio incriminato. Era un ragazzo sulla ventina, la carnagione suggeriva che avesse un genitore bianco e uno nero: Einrich, s’era presentato con accento francese. Sentire un francese presentarsi con un nome tedesco mi aveva provocato lo stesso effetto di quando leggiamo una parola come “giallo”, ma scritta in arancione. Provateci con più colori accostati.

Einrich doveva aver deciso che ero matta, ma non pericolosa, così mi aveva lasciato entrare in quello che si era rivelato essere un appartamento in condivisione, piuttosto popoloso peraltro: allora perché nessuno mi rispondeva, quando avevo provato a passare nei giorni precedenti? All’anima della cazzimma! Ma non potevo chiarire il concetto di cazzimma al nostro Einrich, anche perché lui intanto mi rendeva edotta su un particolare per me assurdo e imprevedibile: il patio era inaccessibile da tutti i lati.

Cioè, avevo presente il fatto che in realtà quel cortiletto oblungo attraversasse tutta la facciata posteriore dell’edificio, ma fosse diviso in due da una specie di parete? Ebbene, Einrich e gli altri inquilini non avevano nessun accesso a quella parte del patio su cui affacciava il loro appartamento, che si rivelava così del tutto isolata. Anche perché l’inferriata divisoria che intanto Einrich mi mostrava sembrava il cancello di una prigione. Possibile che non nascondesse una porticina, una serratura? Magari, semplicemente, Einrich e i suoi coinquilini non avevano la chiave! Oppure quelle sbarre erano proprio così: assurde e impenetrabili.

Nel buio intravedevo appena la mia piantina, le foglie giusto un po’ più flosce, nell’angolo in cui era atterrata senza che si rovesciasse il vaso. Intravedevo anche una spiegazione all’enigma. Magari il patio, in passato, non aveva avuto quel muro divisorio giusto in mezzo, e ancora oggi apparteneva nella sua interezza all’appartamento di fronte a quello di Einrich: che poi, a dirla tutta, non era un appartamento. Era lo studio privato di una creatrice di gioielli e un designer, che avevano lo stesso cognome e non mi aprivano mai. Ma allora perché dividerlo, rendendone la metà invalicabile? Mentre elucubravo tutti questi pensieri, il povero Einrich andava e veniva con scope e ramazze, che allungava attraverso le sbarre per raggiungere il vasetto: niente, era sempre troppo lontano. A un certo punto aveva appeso pure una gruccia a un mocho, per provare ad agganciare così la mia salvia. Indovinate un po’: alla fine era caduta nel patio pure la gruccia!

“Se riusciamo a recuperare la pianta, te la lasciamo davanti alla porta” mi aveva promesso un Einrich estenuato, dopo quell’ultimo tentativo.

Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto.

In compenso, tre giorni fa, ho sfiorato quasi per abitudine il campanello ultramoderno dei dirimpettai, schiacciando a caso uno dei due pulsanti, e mentre già scendevo rassegnata verso il portone…

“Puerta abierta!”

Pure la vocetta meccanica, tenevano! Sono tornata sui miei passi solo per ritrovarmi davanti un quarantenne altissimo e gioviale, che ridendo si scusava per il fatto di accogliermi senza mascherina. In effetti io, a parte il cespuglio biondo-violaceo che mi lascio crescere in testa da un po’, facevo molto Diabolik: la mascherina nera di Ale-Hop è l’unica che mi faccia respirare a bocca chiusa, nonostante l’allergia.

Quando il tipo mi ha vista ferma sulla soglia, mentre lui era già rientrato, ha capito che: 1) non ero una cliente; 2) dunque, ero una potenziale scocciatrice; 3) nel dubbio, era meglio continuare a essere gentile.

Allora io gli ho spiegato della pianta, lui mi ha detto di bussare di fronte. Io gli ho precisato che era inutile, lui mi ha confessato che non aveva le chiavi della sua parte di patio. E comunque, c’era una rete a maglie fittissime a separarli dal lato in cui si trovava la pianta.

“Mia sorella però ha le chiavi, magari quando viene domani ti faccio contattare.”

Mai più sentiti neanche lui e sua sorella (che, scritto così, sembra un insulto sessista).

Adesso, però, ho capito il mistero e ve lo spiego subit…

No, un momento, fermi tutti. (Rumore di disco rotto.)

Fatemi giurare su quello che volete, ma mentre ultimavo questo post, e vi illustravo la mia soluzione perfetta (“i fratelli gioiellieri sono eredi dell’intero pianerottolo e ne hanno affittato la metà a Einrich, lasciandosi un unico ingresso al patio”), hanno bussato alla porta.

Era la sorella gioielliera, quella delle chiavi. Aveva la pianta.

Mi ha parlato catalano finché non ho aperto la porta, poi mi ha guardata in faccia ed è passata allo spagnolo. Ma quello non è un fenomeno troppo misterioso: il miracolo è stato quando io ho insistito nel chiedere “Come hai fatto?” in catalano, e allora lei, in quella lingua, mi ha spiegato la soluzione.

Avevo sbagliato tutto, la faccenda era ancora più assurda: prima, nell’appartamento di Einrich, c’era un calzolaio. Il patio appartiene a quell’interno, non a quello dei fratelli. La salvatrice della piantina ha le chiavi solo per sicurezza, ché il cortile funge da uscita antincendio (inchesse’, poi, se è chiuso?). Dunque, Einrich che non ha la chiave può anche morire bruciato.

Ricapitolando, è molto semplice:

1) tutto il patio appartiene alla persona che possiede la casa di Einrich,

2) che l’ha diviso in due in modo che i suoi inquilini non vi abbiano accesso, ma gli estranei di fronte sì.

Elementare, vero?

Chi ne esce meglio, credetemi, siete voi, che vi siete risparmiati il mio pippone conclusivo alla Sherlock Holmes: tutto infondato, ovvio. Anche perché, temo, seguiva una parvenza di logica.

La logica, qui, non è di casa.

(La soluzione alternativa, indicatami da un blogger di successo)

Con Paquito. Barbarella, perdonami, che sono agli inizi

Ovviamente:

  • il mio pc aveva problemi di audio;
  • non riuscivo a connettermi alla diretta col telefonino;
  • il mio telefonino non riconosceva di essere in posizione orizzontale sul tripode flessibile che ho comprato per l’occasione (ben tre euro!): così ho stortigliato il tripode finché l’immagine non è sembrata quasi dritta (quasi, eh).

Alla fine, però, la prima presentazione di Una via dritta è andata, grazie a Paquito Catanzaro (che da novello Mastrota ha annunciato un 10% per chi nei prossimi giorni acquista il libro sul sito di Homo Scrivens, aggiungendo il codice “barcellona”). Ovviamente, è stata una presentazione molto più professionale di quelle pezzotte che ho fatto io. Prima di tutto perché Paquito, che è anche attore, mi ha spiegato che con la lampada giusto davanti alla faccia ottenevo un effetto Barbara D’Urso (e allora via a sparaflesciarmi!). E poi perché mi ha fatto piacere parlare di Irene, Marco e Tati adesso che li immagino in tutte le fasi di questo autunno caldo, che la pandemia ha reso flambé in poche occasioni, ma buone. Mi è piaciuta la domanda: “Cosa ti aspetti da questo libro?”. Perché la risposta più sincera che ho dato è stata: di vederlo nella mia libreria, e ricordare che dal brutto periodo che racconta sono uscita creando qualcosa.

È stato bello ricordarlo specie perché, dopo la presentazione, mi aspettava un brindisi per il coinquilino: sapete, quel tipaccio lì solo due obiettivi a breve termine teneva (un lavoro sicuro e un appartamentino tutto suo) e li ha realizzati nel giro di poche settimane! Mi dispiace per la buonanima di mia nonna, ma l’obiettivo che lei ha assegnato a me (semplicemente, il premio Nobel) è ancora lontanuccio.

Il coinquilino non ha voluto saperne del brindisi, perché dopo la cena georgiana che ha offerto a me e al compagno di quarantena voleva farsi un bicchierino di chacha. Però il compagno di quarantena e io non ci siamo pentiti di aver portato la bottiglia di cava, perché la utilizzeremo in un sontuoso risotto anni ’80!

Volevo dirvelo pure se all’apparenza non c’entra niente con la presentazione, perché una delle domande che ho apprezzato di Paquito è stata: “Cosa accomuna i protagonisti?”. Secondo me, è la ricerca di un posto al sole (e scatta subito la sigletta). Ed è quello che proviamo a fare noi: io e le storie che racconto, nonostante l’alienazione e la sensazione di essere più europea che italiana (e più napoletana di tutto il resto); il coinquilino che amava sia la ricerca che l’insegnamento, ma era frustrato dallo sfruttamento selvaggio che si accompagna a queste attività; il compagno di quarantena che, per il suo odio verso gli schermi, ha rinunciato a un lavoro al call center, e se ne andrà un paio di settimane come volontario in una fattoria.

“Una cosa che si fa quando si è più giovani, no?” ha commentato uno di quei tipi che hanno le idee molto chiare su cosa vogliono dalla vita, e la fortuna che si tratti di ciò che vogliono i più.

E invece no. Non ci sono regole fisse su cosa si voglia dalla vita in un certo periodo, e lo dice una che in fondo vuole cose molto simili alla maggioranza delle persone, ma finisce quasi sempre per sentirsi in sintonia con chi vuole altro.

Il coinquilino (che da domani avrà una casetta tutta sua) ha ben chiaro che non spenderà questi soldi per accendersi un mutuo o metter su famiglia, perché ha altre priorità.

Io lo dico sempre: non state a sentire quelli che “Volere è potere” a oltranza. “Non posso”, di fronte ai nostri sogni, può essere una grande verità. Ma la mia esperienza è che è sempre meglio sapere cosa vogliamo, anche se non abbiamo la possibilità di ottenerlo. Così la nostra mente trova scorciatoie, e a volte finiamo per avere qualcosa di simile, o addirittura di più appropriato rispetto al desiderio iniziale, spesso coniato in un momento diverso della nostra vita.

Fidiamoci di noi. Io mi volevo fidare di Irene, Marco e Tati, anche quando non sapevo dove mi avrebbero portato.

Adesso c’è da vedere fin dove sarò capace di portare me.

(Per chi se la fosse persa, ecco la presentazione)

Come non detto: il mio non è surrealismo, ormai so’ numeri.

Per prima cosa, l’altro giorno mi è volata giù una pianta. La intravedete nell’angolo in alto a sinistra di questa foto:

Nessuna descrizione disponibile.
Così vicina, così lontana…

È caduta dal davanzale giovedì scorso, per le raffiche di vento che sembravano voler buttare a terra i palazzi. È caduta in piedi, come se qualcuno l’avesse risollevata, o se una brezza gentile (invece di quell’uragano) l’avesse posata proprio lì, in uno dei due cortili interni del piano ammezzato. Ci tenevo, a quella piantina di salvia: me l’aveva regalata quasi un mese fa la mia ex suocera, quando l’ho conosciuta.

È stato proprio il figlio della mia ex suocera, e attuale coinquilino, a informarmi che su quel piano c’era un appartamento turistico, probabilmente svuotato dalla pandemia. Di fronte c’era lo studio di una coppia, lui gioielliere e lei designer. Ma tanto, di questi tempi, dovevano lavorare da casa.

Sono andata comunque in missione salvataggio col compagno di quarantena, che intanto era sopraggiunto. Lui, però, voleva fare prima una passeggiata. What else? In fondo è inglese, il vento gli fa una pippa. Io invece mi sono sono attrezzata con la mia solita moderazione, e mi sono lanciata alla ricerca dei tre cappotti vegani canadesi che, secondo la ditta che li fabbricava, assicuravano una “protezione media” dal freddo. Li avevo presi in saldi ad agosto e la consegna è stata un’avventura che vi ho già raccontato qui: ma intanto ero contenta di essermi procurata tre capi perfetti, spiritosi, pieni di glamour…

“Perché stai uscendo con la vestaglia?” mi ha chiesto il coinquilino, vedendomi col cappotto prescelto.

Ancora oggi il coinquilino giura che il tessuto a riccioletti simil-lana del cappotto è tale e quale a quello della mia maxi-vestaglia grigia (che poi era sua: gliel’avevo regalata tre anni fa, ma lui non l’ha mai voluta, e così ogni inverno ci giro per casa imbacuccata tipo Rocky pre-incontro).

“Non ti preoccupare, stai benissimo: si vede che è un cappotto speciale” mi ha confortato il compagno di quarantena in ascensore.

E allora che volete, è scattato un bacio a mascherine abbassate. Il bacio era ancora in corso quando si sono aperte le porte dell’ascensore. Abbiamo guardato avanti a noi e, con nostro sommo orrore, non abbiamo trovato il portone del palazzo, ma un tipo alto coi capelli grigi che ci osservava stranito. Chiedendo scusa ci siamo precipitati fuori, ma io continuavo a non vedere l’uscita: davanti a me c’erano solo scale, e alle mie spalle il tizio ci invitava a rientrare nell’ascensore. “Ma no” pensavo, insistendo che saremmo scesi a piedi “l’ascensore sarà stato chiamato mentre scendevamo dal terzo piano”.

Eravamo al quarto piano. L’ascensore era salito, non sceso. Quando siamo arrivati a questa conclusione, il tipo alto coi capelli grigi s’era già spalmato contro un angolo della cabina, con l’aplomb che da un po’ contraddistingue le persone quando devono condividere spazi chiusi.

“I have seen nothing” ha dichiarato sorridendo, e ha schiacciato il sospirato pulsante del piano terra.

“Quel tipo parlava bene inglese, vero?” ho cominciato a insistere con il compagno di quarantena, una volta in strada.

Lui faceva segni strani, non rispondeva.

“Secondo te di dov’è?” incalzavo. “Sembrava altino, per essere uno di qua…”

“Guarda che ci sta camminando proprio dietro!” aveva sussurrato infine il compagno di quarantena.

Ok. Credo che il tipo ci abbia sorpassati più per pietà che per la necessità di scappare via.

Ah, poi durante la passeggiata ho avuto tutto il tempo di ricordare che un soprabito che offra una “protezione media dal freddo”, in Canada, equivale a una roba che ti tiene caldo anche a – 6: infatti al ritorno camminavo con il cappotto buttato all’indietro tipo kimono da spiaggia. Comunque ci abbiamo provato, a recuperare la pianta dal cortile dell’ammezzato. Come previsto, non ci ha risposto nessuno su entrambi i lati del pianerottolo. Il giorno dopo sono andata da sola: stessa storia.

Ora sono qui a casa, che ogni tanto m’affaccio e osservo la piantina di salvia volata via da me. Mi chiedo persino se sia possibile, in qualche modo, innaffiarla da sopra.

Però la pianta sembra stare bene, laggiù. Bella dritta, sfida pioggia e sole, e forse non rimpiange nemmeno il mio davanzale: lo specifico perché una delle scuse più gettonate (e non sempre ironiche) per non diventare vegani è che “anche le piante hanno dei sentimenti”.

Forse allora la piantina è perfino risollevata a stare lì, lontana dal covo di caos e disastri assortiti che è casa mia.

Chissà come dev’essere, la mia vita, vista da laggiù.

Amazon.com: Winged Gargoyle BUNNY in the Foggy Woods: Handmade
Primo piano del boschetto della mia fantasia, disponibile su: https://www.amazon.com/Winged-Gargoyle-BUNNY-Foggy-Woods/dp/B015YBE8AM

Forse pensate che io esageri, quando dico che la mia vita è surreale.

Allora vi spiegherò che ieri stavo in fila da cinque minuti in una cartoleria catalana nel Raval (e già così, credetemi, fa un po’ ridere) e aspettavo che il tizio davanti a me comprasse un gargoyle.

Quando ero entrata io, il ragazzo (capelli lunghi, occhiali con la montatura dorata, pantaloni della tuta targati AC/DC) si era già fatto prelevare la statuetta di pietra nera dagli scaffali pieni di orologi vittoriani, e cappelli alla 4 Non Blondes con occhiali incorporati. In attesa che la cartolaia gli ultimasse il pacchetto regalo, il giovine spiegava in catalano che la sua ragazza adorava le cianfrusaglie neogotiche, e quello era il suo regalo di compleanno.

L’anziana cartolaia mi dava più l’impressione di una che ti consiglia il gargoyle giusto (pur schifando il prodotto) piuttosto che quella di una che attiva computer e mi stampa le bollette della luce, che era il motivo per cui ero lì. Il Comune di Barcellona, infatti, mi aveva appena avvisato per raccomandata che avevo dieci giorni per dimostrare che vivevo proprio dove avevo dichiarato di vivere, cioè a casa mia. Ogni tanto lo fanno.

Ribadisco che, da quando sono entrata io a quando è uscito il tizio (che aveva già scelto il suo cazzo di gargoyle quando ancora mi trovavo fuori alla cartoleria), sono passati cinque minuti d’orologio. La cartolaia ci ha messo tutto quel tempo a fare il pacchetto, piazzandosi bene nella mia hit parade di negozianti locali: adesso la tengo giusto sotto quelli che mi fanno aspettare al bancone mentre parlano al telefono con la Marieta del Mercat, e quelle che sconfiggono il patriarcato dibattendo con la cliente in fila alla cassa prima di me (ogni riferimento è puramente casuale). Grazie agli incidenti che vi sto per raccontare, la signora ha superato pure quelli che mi sbagliano due copie di chiavi su tre, oppure chiudono il negozio un po’ a cazzo di cane, quando dicono loro. Già vi vedo sul piede di guerra a difendere la lentezza e il commercio locale, e voglio pure darvi ragione, ma fate una cosa: contate esattamente cinque minuti d’orologio, e vedete se non sono tanti, per fare un pacchetto.

Per ingannare il tempo, con la maturità di donna adulta che mi contraddistingue ho iniziato a fare le boccacce all’uomo che mi aspettava fuori, e che di lì a poco, esasperato, si sarebbe messo a leggere in piedi davanti al negozio. Sì, era il mio compagno di quarantena, e a dirla tutta mi aveva appena regalato a sua volta un nuovo momento WTF: un’oretta prima era seduto con me a una panchina del porto, tra volanti della polizia che scorrazzavano in cerca di un cagnolino smarrito, e mi aveva spiegato che… avevo presente il lavoro d’ufficio che lui doveva iniziare lunedì? Ovvio che avevo presente: per sostenere il colloquio online, l’imbranato mi aveva colonizzato tre dispositivi elettronici per un’intera giornata, bestemmiando in videoconferenza al livello massimo della sua volgarità (cioè, “Oh, shoot.”). Ebbene, aveva proseguito il compagno di quarantena, il fatto era che alla fine non s’era presentato più a lavorare. S’era perso sia il primo giorno di training, che il secondo: aveva rinunciato, insomma. Perché?, avevo chiesto neanche troppo meravigliata. Perché, mi aveva risposto lui, il giorno prima aveva fatto un incubo. Grazie a quello aveva capito che non poteva. Non sopportava di restare nove ore davanti a uno schermo: detestava gli schermi. Detestava la tecnologia. Voleva andare a lavorare per qualche mese come volontario in una fattoria in cambio di vitto e alloggio, finché non finiva questo lockdown di fatto: così almeno finiva lui di scrivere questo benedetto resoconto sulla sua precedente vita in strada.

Ora, il compagno di quarantena va dicendo questo da un anno, ma intanto che lui si decide a poggiare la penna sul quaderno (figurarsi se ha un computer!) io sono alla quarta stesura del mio resoconto sulla sua vita in strada. Si chiama Sam è tornato nei boschi, è un po’ romanzo e un po’ una cronaca delle peregrinazioni di un senzatetto “per scelta”. Conoscete qualche casa editrice folle che me lo pubblichi?

Vabbè, come non detto.

Tanto, ieri, il massimo che mi toccava stampare erano le cavolo di bollette di casa mia, giusto per dimostrare al comune di Barcellona che sono io a pagarle (un metodo di verifica infallibile, peraltro). Mi vergogno quasi a comunicarvi l’ovvio, ma la stampante della cartolaia s’è inceppata alla fine della prima stampa: dunque, mentre la negoziante strappava via brandelli di carta dalla macchina, ho avuto tutto il tempo di scoprire dai quattro fogli superstiti che la compagnia della luce mi attribuiva ancora l’indirizzo che avevo nove anni fa, proprio nel Raval. Per risalire al mio indirizzo attuale bisognava andare a pagina due della bolletta, e una banalità del genere, al Consolato italiano, mi aveva spostato di ben tre mesi una pratica importante. Il Comune di Barcellona avrebbe mai uguagliato questi livelli di incompetenza?

In compenso, la breve autodichiarazione che allegavo alle bollette della luce, e che era uscita per ultima dalla stampante ormai tornata in sé, presentava due o tre parole attaccate l’una all’altra, come l’iscrizione su un’anfora romana. Ebbene sì: l’unica cartoleria aperta nei pressi dell’Università di Barcellona stampa ancora in doc, invece che in docx. Scusate, in tempi normali vado a stampare in posti in cui non è necessario salvare in pdf una mia dichiarazione sul fatto che vivo davvero a casa mia!

Nell’attesa, almeno, il compagno di quarantena progettava un piano B per sfuggire agli sche(r)mi, che prevedeva un suo ritorno provvisorio in Inghilterra (nota nazione poco digitalizzata). Io, invece, m’ero resa conto di che giorno era. Erano passati esattamente sette anni dalla crisi più nera della mia vita: una roba che mi aveva fatto entrare in abiti che sarebbero stati stretti a Dolce Memole, e svegliare alle sei del mattino per intonare un coro a una voce sola di lamentazioni in assiro-babilonese. Non fraintendetemi: oggi la mia vita è sempre una sit-com, come potete notare, ma rispetto a sette anni fa è il paradiso. Sette anni fa non mi accompagnavo solo a gente folle che potesse auspicare un lockdown in fattoria, ma a gente folle che perdipiù mi disprezzava pure. E magari non dovevo dimostrare la mia esistenza al Comune di Barcellona, ma in compenso provavo a spiegare ai miei amici che, nonostante le apparenze, la mia nuova casa non era popolata da fantasmi (o da gargoyle, se era per questo). Oppure chiarivo al robivecchi pachistano, a cui regalavo le atroci statuine del vecchio proprietario, che i santi non andavano appesi per l’aureola.

Una volta uscita dalla cartoleria, redarguivo pure il mio matto del momento: non tornare al tuo paese, dicevo, che sempre in un bosco finisci, e quelli inglesi sono più freddi delle pinete di qua.

E se il comune decide che non vivo più a casa mia, è la volta buona che in un bosco ci finisco anch’io.

Il boschetto della mia fantasia non sarebbe male, specie adesso che se ne cade di gargoyle in pietra nera.

Nessuna descrizione disponibile.

A volte mi sento assediata dal tempo.

Mi sento come se, delle mille cose che potevo fare e dei mille luoghi in cui potevo essere, delle tante persone che volevo conoscere, mi rimanesse un fazzoletto di vita che sembra ancora spazioso solo perché non se ne vede la fine, tanto è stretto e lungo: ma, se ti ci incammini, scopri che porta a un solo posto.

Questo pensiero è l’unica concessione “angosciata” che ho fatto alla quarantena, che altrimenti mi è parsa tranquilla e in fondo generosa: un’alternativa che avevo alla prospettiva di cadere malata, io che avevo pure la fortuna di non patirci la fame.

Ne parlavo ieri in spiaggia con un’amica: del privilegio di aver usato la quarantena per stabilire le mie priorità, di aver accettato quello che forse non farò mai, di aver accolto con gioia quello che posso fare ancora.

Vivo in un’epoca che è triste per molti e nera per tanti, ed empatizzo coi miei simili, io che a starvi a sentire sembro sempre starmene in disparte o prendervi in giro: osservo con curiosità le piccole cose che mi richiamano l’attenzione anche quando mi spaventano.

Venerdì scorso, per esempio, osservavo una camionetta della polizia in fiamme giusto al centro di Via Laietana, tra scoppi che avevo interpretato subito, forse a torto, come di proiettili ad aria compressa. Davanti a quel fuoco ho avuto paura come mai in dodici anni di vita a Barcellona, a parte quella volta in cui, in una piazza avvolta nel fumo, una ragazza dai capelli neri raccolti sulla nuca aveva provato a fermare i gruppetti di manifestanti in fuga, che rischiavano di scontrarsi tra loro come in uno sketch di Benny Hill. “Inutile correre” la ragazza quasi rideva, tra gli spari e le sirene. “Verranno da tutte le parti. Tanto vale che restiamo qua ad aspettarli.”

Venerdì, invece, io non volevo aspettare proprio nessuno.

Filavo a casa tra i bengala e quegli altri scoppi che non sapevo identificare. Correvo e scattavo le foto sfocate che fanno parte del mio compromesso con la terra in cui sto ora: non ti capisco, ma provo a raccontarti.

Poi avrei postato quelle foto, qualcuno avrebbe commentato che “amo il pericolo”. No, amo le storie. Raccontate con ogni mezzo di comunicazione. Non devono essere originali, anzi: niente mi affascina quanto una storia raccontata da più voci, scritta o diretta da più mani. Mi ricorda quanto sia tutto sfumato, passeggero. Quanto sia meglio così.

Per esempio, c’è una strada, ai confini della città. Da un lato è Barcellona, dall’altro lato non si può, non si deve andare, non nei festivi. È questione di attraversare, di spostarsi qualche numero civico più in là. Il mio coinquilino doveva andare sabato pomeriggio dalla parte sbagliata della strada, da una ragazza, a fare i dolcetti dei morti.

Però venerdì sera, quando era tornato puntuale con l’inizio del coprifuoco, il coinquilino sbraitava con quelli che avevano acceso i fuochi in strada: non erano i suoi, erano soprattutto negazionisti e ultrà del Barça. Non chiedevano sussidi e leggi perché la guerra al virus non diventasse una guerra ai poveri: facevano casino e basta, e mettevano nei guai anche les companyes del coinquilino (qui è diffuso il femminile come plurale generico). In seguito allo sgombero di un centro sociale era stata convocata una manifestazione proprio questo sabato in cui lui, che in fondo aveva già dato partecipando al corteo di lunedì, doveva andare a fare i dolci dei morti. Ma dopo quel venerdì di tafferugli ultrà, la polizia sarebbe andata agguerritissima alla manifestazione dei suoi: il coinquilino doveva sostenerli, e almeno quel sabato doveva rinunciare alla ragazza che viveva dall’altra parte della città, e ai suoi dolcetti.

Il giorno dopo, invece, lui era già con la mascherina poco dopo mangiato: andasse per i dolcetti, che di questi tempi è meglio prendersi tutte le gioie disponibili. Ottima scelta, perché almeno stavolta la potenziale guerriglia era stata una tempesta in un bicchiere. Alla manifestazione ci sarei finita io, solo per constatare che già un’ora prima dell’inizio c’erano quindici camionette e due ambulanze.

Nessuna descrizione disponibile.

Un’ora dopo l’inizio, quando ripassavo di lì al ritorno dalla mia solita dose di vitamina D, al massimo si accendeva qualche fiaccola dopo la consueta lettura dei comunicati, con tanto di invito alla folla a scansarsi durante l’operazione. La guerriglia sarebbe avvenuta più tardi, lontano da me, e non l’avrebbero condotta quei quattromila presenti in piazza (millecinquecento “per la questura”), ma una ventina di facinorosi, che ovviamente sarebbero finiti sui giornali come principale evento della serata.

C’è gente a cui piace raccontare sempre la stessa storia.

Sì, sono stata un genio a scendere di casa con il cellulare scarico. Ma pensavo che la manifestazione di lunedì scorso, convocata da Arran (giovani indepe radicali) contro l’adozione del coprifuoco in Catalogna, si risolvesse in dieci minuti di slogan per l’indipendenza catalana.

Urca se mi sbagliavo. A parte il fatto che la piazza era pienotta (un giornale che disapprovava ha parlato di duecento persone, ma non so da quale momento contassero), c’erano rivendicazioni molto precise, scritte sullo striscione che apriva il corteo… ehi, che corteo? Non era previsto! Oddio, ma si stavano muovendo in direzione dell’auto della Guardia Urbana parcheggiata sul carrer de Jaume I

Vabbè, che ve lo dico a fare: a distanza (ma tanto i manifestanti camminavano per gruppetti, con la mascherina addosso) li ho seguiti anche io. Ci trasferivano dal palazzo della Generalitat de Catalunya al quartiere del Born: che allegria! A me fa un po’ paura quando le manifestazioni si inoltrano in queste stradine del centro, perché le volanti non ci mettono niente a circondarci. Una volta, nel Raval, ci chiusero proprio in un rettangolo di qualche chilometro quadrato: avevamo l’illusione di poterci muovere a nostro piacimento, e dopo un centinaio di metri ecco di nuovo le auto blu.

Comunque le rivendicazioni dello striscione di apertura erano:

  • rinforzare la sanità pubblica e l‘istruzione, ovviamente colpitissime dalla pandemia;
  • basta alle restrizioni punitive e poco efficaci: coi locali chiusi, a cosa serve il coprifuoco alle 22? Peraltro, il toque de queda scatta un’ora prima rispetto alle altre province autonome;
  • basta ai licenziamenti e agli sfratti: nel periodo tra uno stato d’allarme e l’altro, nonostante gli sforzi delle associazioni antisfratto, sono state buttate in strada in più di un senso molte persone. Rimandare l’operazione alla fine dello stato d’allarme non aiuta;
  • sospensione degli affitti: nei casi più vulnerabili, i mutui sono stati bloccati in primavera, ma con gli affitti è più complicato intervenire e spesso manca la volontà politica. Diverse famiglie di classe media si pagano il mutuo affittando la catapecchia ereditata da nonna, e vaglielo a spiegare che l’obiettivo non sono certo loro, ma i fondi speculativi. Come avrete già letto qui, perché ve l’avevo linkato sopra, il sindacato di inquilini chiede la sospensione dell’affitto nel caso di inquilini senza più mezzi per pagare, e di proprietari che abbiano altre entrate. Evidenzia anche il caso di proprietari con più di dieci appartamenti, fenomeno non raro da queste parti.

Mentre seguivo lo striscione, da Napoli, noto focolaio di proteste guidate dalla camorra (seh), mi chiedevano info sulla protesta barcellonese, e allora, a debita distanza, continuavo a scattare foto. Finché, genio che non sono altro, non mi sono accorta che il cellulare, già senza batteria, si stava spegnendo. Magnifico, andavo senza cellulare a una manifestazione che aveva tutta l’aria di dirigersi verso… Sì, eccoci davanti al Parc de la Ciutadella, nel cui perimetro si trova anche il parlamento catalano.

E quindi? Sostavamo davanti a uno degli ingressi laterali: una cancellata molto ampia che affaccia sull’arioso Passeig de Picasso. Alcuni ragazzi armeggiavano con le sbarre del portone, altri manifestanti aspettavano tutt’intorno, incerti sul da farsi. Io osservavo solo i riflesssi blu delle sirene, in fondo al Passeig. Che ora poteva essere? La manifestazione era iniziata alle otto, era passata circa un’oretta e il coprifuoco scattava alle dieci di sera. Che stavamo facendo, lì? Gruppi sparuti di manifestanti sembravano allontanarsi dalla massa di gente in attesa. “Già è finita?” si chiedeva qualcuno di quelli fermi davanti al cancello. “Andiamo all’arco!” esortava uno di quelli che si allontanavano: in effetti, si trattava di continuare a costeggiare il parco e andare dritti, e a cinque minuti di cammino da lì c’era l’Arc de Triomf. In tutto questo, al mio cellulare spento arrivava il consiglio: “Se sei alla manifestazione, rientra, che è sfuggita di mano”. Ma l’avrei scoperto solo una volta a casa. Ho provato a seguire quelli che si allontanavano, sempre più stupita dal fatto che le uniche sirene nei paraggi fossero di un’auto della Guardia Urbana: quelli che controllano il traffico, in pratica.

La sorpresa c’è stata quando ormai ero arrivata quasi all’ingresso principale del parco, e già mi si stagliava davanti, benché in lontananza, l’Arc de Triomf. C’erano solo due camionette, per il momento. Mossos d’esquadra, la polizia catalana. Altre luci si intravedevano ferme al semaforo in fondo alla strada, sul lato destro rispetto all’ingresso del parco. A questo punto, però, mi incuriosiva vedere cosa succedesse all’Arc de Triomf, e mi sono incamminata sul lungo viale che lo precede: il Passeig de Lluís Companys.

La scena che mi si è presentata davanti era surreale: di manifestanti, ovviamente, neanche l’ombra; però, tra ragazze sui pattini che quasi mi investivano e gli irriducibili skaters, terminavano la lezione due o tre gruppi che facevano ginnastica all’aperto. Sempre più maestre di yoga o istruttori di fitness (ma il genere degli organizzatori varia) ricorrono alle app d’incontri (non quelle per rimorchiare!) per organizzare lezioni così, e guadagnarsi da vivere in questi tempi assurdi. Una delle istruttrici di ginnastica spiegava agli alunni sudati che “vabbè, c’è il coprifuoco e ci adeguiamo”, dunque la lezione sarebbe iniziata un po’ prima, la volta successiva. Un paio di atlete di un altro gruppo esibivano sul petto la scritta: “Corsa di mezzanotte”. Certo, sarebbe stato uno spreco stamparsi apposta un’altra canotta: “Corsa delle otto di sera”.

In tutto questo, si diceva, i grandi assenti erano i manifestanti che dovevano riunirsi sotto l’arco, e io non sapevo più che ore fossero. Ma l’Arc de Triomf dista dieci minuti da casa mia ed è la Chinatown catalana, quindi mi sono detta: già che sono qui, ed è tardi per cucinare a casa, scatta la cena da asporto! Sì, penso solo a magna’. Per caso era aperto il mio ristorante preferito? No, o meglio, non proprio: la saracinesca era abbassata quasi del tutto, si intravedeva a stento, da un unico spiraglio, la sala illuminata. Erano dentro per organizzare la chiusura, oppure facevano solo consegne a domicilio? Fuori al locale erano stampati i numeri per telefonare: che paradosso! Se avessi bussato alla saracinesca mi avrebbero forse cacciata,, ma se avessi chiamato mi avrebbero risposto al telefono. Come chiamavo, comunque? Dai, meno male che era aperto pure il cinese “scrauso” che preferisce il mio coinquilino: tanto aveva sia il tofu piccante che i tagliolini in salsa di soia, che è quello che chiedo sempre nel mio ristorante preferito.

Il resto lo immaginerete, se vivete a Barcellona o in un posto con i locali chiusi alla clientela: mi sono fermata davanti al tavolino all’entrata, mi sono versata sulle mani una dose di gel idroalcolico, ho spuntato dal menù le mie due opzioni (volevo evitare di sprecare una fotocopia, ma non sapevo se la cameriera lì in attesa capisse bene lo spagnolo), e ho aspettato lontano dall’entrata, nella strada sempre più buia e deserta. Cavolo, che ore erano? Intanto che attendevo, un cliente cinese sopraggiunto dopo di me chiacchierava con la cameriera, che con me era stata gentile ma concisa: con il connazionale, invece, la ragazza si agitava, rideva sotto la mascherina, faceva battute che io non avrei capito neanche dopo dieci anni a smanettare con Duolingo. Intravedevo le sirene all’altro incrocio, quello sul Passeig de Sant Joan che avrei attraversato di lì a poco con la bustina da asporto. Ormai tutte le volanti che vedevo passare si dirigevano verso Plaça Urquinaona, la gente che incrociavo era sempre più poca e andava di fretta. Che cavolo di ore erano? Dove sono le campane delle chiese, quell’unica volta che ne hai bisogno?

Per un’onda verde di semafori che mi ha fatto da Rubicone, ho deciso di… guadare Plaça Urquinaona: da quelle parti, di solito, o non vola una mosca o succede l’inferno. Per fortuna, stavolta era buona la prima ipotesi. Mentre scendevo su via Laietana per tornarmene a casa, un tizio di passaggio litigava con qualcuno fuori a uno dei due supermercati che restano aperti fino a tardi: non capivo se il malcapitato fosse un gestore o il ragazzo che chiede sempre l’elemosina lì fuori. “Alle dieci c’è il coprifuoco!” insisteva il tizio litigioso, e c’era da chiedersi se il ragazzo dell’elemosina avesse un posto in cui andare.

Fuori all’Hotel Ohla, la cui curiosa facciata segna l’inizio della strada in cui abito, una ragazza alta parlava con un altro passante proprio accanto allo schermo a cristalli liquidi che sponsorizzava ancora il “fantastico rooftop” dell’hotel. La ragazza si è congedata dal suo interlocutore, ha visto me ed è sbottata in catalano: “Quanta polizia, vero?”. Sotto le mascherine non ci capivamo molto, mentre camminavamo a passo svelto, ma le ho spiegato che era in corso una manifestazione. Allora lei, a sorpresa: “Lo so, vengo da là. Ma ho visto tanta di quella polizia che, guarda, parlavo al telefono e mi sono interrotta apposta. Che paura!”.

Io ho ripensato agli elicotteri che in ottobre, in condizoni normali, sembrano ronzarmi nell’orecchio un giorno sì e l’altro pure, e alle transenne che noto da giorni fuori alla vicina sede della polizia, anche se da Telegram non mi arrivavano notizie di manifestazioni in programma. Evidentemente, le forze dell’ordine si aspettavano rivolte improvvise ed estemporanee, dettate dal malcontento per le restrizioni.

“Qui in giro è sempre così” ho rivelato alla ragazza che ormai correva via, forse verso la metro che l’avrebbe portata a un quartiere clar i català.

E in catalano ho pensato: “Dolça filla de l’estiu”. Dolce figlia dell’estate.

Chissà, magari un Jordi R. R. Martí avrebbe finito il suo Joc de Trons prima del suo equivalente americano, con tutto quello che succede da queste parti.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora