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Tortilla de patatas vegana (sin harina de garbanzos)

Ok, ho barato, questa è vegana! Ma mi piaceva la scritta qui nell’angolo…

“Vuoi una patatina?” il tipo della patatineria me lo chiede proprio in catalano.

Quando rifiuto con un mugugno sotto la mascherina, lui caccia a sua volta un verso un po’ stizzito: nessuno si sta fermando, scherza agitando gli stecchini su cui ha impalato l’offerta gastronomica.

Mi dispiace per lui, anche perché la patatina fritta la voglio pure. Quello che non voglio è pagare cinque euro la razione piccola. Se proprio devo gentrificare, lì vicino c’è Teresa Carles che mette il garam masala nel latte di cocco. Io adoro il garam masala, fin da quando il mio ex pakistano del Raval lo comprava a un euro la bustina.

Ma il ragazzo delle patatine, che un anno fa avrebbe avuto la fila a contendersi i suoi toppings il sabato sera, deve starsene lì impalato a cercare povery come me, che conoscono il catalano e non spendono cinque euro neanche se le patatine sono olandesi.

Ora ci sta, che in una zona di forte turismo un locale basasse la sua sopravvivenza proprio sui turisti: d’altronde, una patatineria analoga l’ho vista solo a Barceloneta, sulla strada per la spiaggia più affollata.

Il problema è quando tutta una zona, un quartiere intero basa la sua ricchezza sul presupposto che i turisti ci saranno sempre. E poi succedono imprevisti come una pandemia.

Provavo a spiegare questo tre anni fa ai ragazzi dei collettivi italiani venuti a sbirciare un po’ nella questione catalana, mentre io volevo solo chiudere in un angolo quelli di Napoli e dire come una nonnina: “Stateve accorte!”. Gli amici rimasti a Napoli erano tutti entusiasti per l’esplosione del turismo, l’aria internazionale che si respirava in giro, addirittura D&G che ci degnavano di una sfilata… Quando noi trapiantate a Barcellona dicevamo: “Sì, però…” eravamo prese per cassandre (spesso eravamo proprio donne).

Adesso, proprio a Napoli, il Set fa notare che la specializzazione in un settore solo comporta un piccolo inconveniente: questa presunta economia rifiorita non ci mette che pochi mesi a sfiorire male.

E tu, spacciatore di patatine ottime ma care, ti ritrovi fuori al tuo locale con due esemplari infilzati su altrettanti stecchini: e i pochi passanti le rifiutano pure, magari per paura del contagio.

Come vi dicevo qui, il proprietario del Bar Blau mi raccontava proprio che diversi suoi colleghi in centro non erano riusciti a restare aperti, senza turisti. Il rischio è forte anche per chi riuscirà, prima o poi, a rimettersi in carreggiata: se la clientela abituale vedeva una saracinesca abbassata troppo a lungo, depennava il locale in questione dall’elenco di quelli da frequentare.

Gli unici che restano inossidabili, a quanto vedo, sono i Bar Manolo: quelli in cui, non bevendo di solito né caffè né birra, io neanche metto piede, anche perché da offrire, oltre alla caffeina e agli alcolici, hanno un bell’odore di bravas stracotte, e un bel po’ più unte delle patatine a cinque euro (del sublime odore di fritanga ho già parlato qui). E allora no grazie, evitavo anche quando ancora mangiavo quel lomo che faceva tanto suola di scarpe, e sapeva solo di grasso.

Adesso, mentre lo Starbucks all’angolo non riapre più i battenti (e francamente non mi manca troppo) il Bar Manolo dietro casa mia ha messo addirittura i tavolini fuori, pulendo il suo tratto di strada dallo sterco di piccione. Il suo proprietario mi ha commossa: stavo per buttare un sacchetto dell’organico davvero lillipuziano nel piccolo bidone che avevo trovato a qualche metro dal suo  locale, e quello mi ha fermata. “No, cariño“, e mi ha indicato la strada per il bidone grande, a decine di metri di distanza e con una carreggiata da attraversare in mezzo. Capito? Si teneva caro caro pure il suo bidone! Mai successo con commesse di panificio, o col proprietario piacione di qualche ristorante più “in”, sotto casa. Questo Gollum della monnezza aveva magari tutti i diritti di tenersi il bidone per sé, ma mi ha ricordato un suo collega più anziano di Sagrada Familia, a cui mi permisi di chiedere un’informazione. Ma quello mi rimproverò dal bancone circondato da botti di vino antiche: aspettassi il mio turno, lui doveva prima “servire l’altro cliente” (l’unico), che fu quello gentile che rispose alla mia domanda. In fondo adoro questi anziani esercenti che vivono come se Franco fosse morto cinque minuti fa, e per un curioso incidente la loro città si fosse riempita di gente che parla lingue strane (= diverse dal catalano, o da uno spagnolo molto gutturale). Tanto loro la tortilla la fanno sempre uguale, e se ci trovi dentro una moneta da cinque centesimi (successo davvero a una comitiva scozzese-andalusa in zona Forum) te la tieni per buona fortuna!

La buona fortuna, a quanto pare, la moneta nella tortilla l’ha portata a loro. Perché resistono al di là di quest’economia costruita sul nulla, sulla fuffa delle fiere internazionali e delle case affittate a prezzi gonfiatissimi (qui, rispetto all’Italia delle chiavi in mano, si chiedono davvero se sia meglio comprare o affittare, con tanto di calcolatrici apposite messe a disposizione dalle banche). Alla faccia del professorino partenopeo che l’anno scorso, dopo una settimanella da queste parti, sentenziava che senza turismo Barcellona era fritta, qui sembra resistere soprattutto lo zoccolo duro: quella parte della città le cui impiegate di banca non capivano come io, con i miei affitti in centro, potessi anche solo pensare a un mutuo, rispetto alle migliaia di lavoratori seri che in questi mesi si sono visti licenziare o mettere in cassa integrazione in uno schiocco di dita. Si sa, un contratto a tempo indeterminato è tutta un’altra cosa, anche con condizioni che in pratica legittimano il licenziamento all’americana.

Intanto a fronte della burbuja, cioè della bolla che fa credere a Barcellona di essere una New York mediterranea, resiste e tanto la città dei Bar Manolo, delle case comprate con calma perché “è l’unica opportunità che ho” (sentita da una cinquantenne catalana poco dopo che avevo comprato casa una seconda volta), delle mutande infiammabili vendute a un euro in un mercato che sembrava ristrutturato apposta per sfrattare gli abitanti che rimanevano nel quartiere.

Ma no, i Manolos (anzi i Manel, in catalano) si sono scrollati di dosso i miei sfottò sul fatto che ci possa essere una terza via tra gli scarafaggi e il masala latte (però se è garam masala lo prendo!), e per fortuna sembrano resistere, insieme a chiunque ha avuto l’intelligenza di entrare nel tessuto del quartiere e di lasciarci l’impronta, fosse anche un’impronta unta d’olio.

A questo punto, che volete, faccio il tifo per loro.

(Non mi riferivo a questi Manel, ma li linko lo stesso!)

Video de hombre tocando la guitarra mientras conduce Adoro il chitarrista “Brit” sul Portal de l’Àngel, fuori casa mia.

Lo adoro perché di britannico ha giusto il repertorio, che a dirla tutta è la solita zuppa a beneficio dei rari turisti (rari quest’anno, almeno) che sciamano sul boulevard costeggiato da grandi magazzini, e delle autoctone che per ovvi motivi si sono saltate la collezione primavera-estate di Zara e Mango, e adesso puntano dritte ai saldi.

E allora il nostro one-man show attacca fin dal pomeriggio con David Bowie e i Coldplay, anche se lui sarà al massimo di Hospitalet de Llobregat: ma ha la voce calda, graffiante, lagnosa al punto giusto. Sono i testi a lasciarmi un po’ perplessa. Proprio mentre sto per lanciare anch’io un accorato appello a Major Tom, all’unisono con il Nostro, quello esplode in un fantastico:

This is ground control to Major Tom [e fin qui tutto bene]

You really had it grave [eh?]

And the table wants to know what film you were [ok]

Spesso me ne vado senza scoprire cosa risponda Major Tom in mondovisione a questa sconcertante domanda. Forse il Nostro, però, si supera con i Coldplay, sia in una canzone che per motivi poco piacevoli ho preso a benvolere:

Lights will guide you Rome

and ignite your scones [e d’ora in poi prenderò il tè delle 5 con un bello scone brûlé],

sia in un grande classico:

Nobody said it was easy

No one ever said it would be this fart… [forse lo scone di prima era troppo pesante?].

Sul serio, io non so se augurarmi che capiate l’inglese, o no!

In ogni caso, facevo presente tutto questo per tornare a quel discorso sulla sofferenza come modus vivendi, ma affrontandolo con un piglio più vacanziero: è che ormai, quando passo davanti al Nostro, già so che se mi lascio andare al ritmo della canzonetta di turno avrò una bella delusione, e quindi non canto più. Non so, sospetto che questa, benché in chiave molto meno seria, sia una buona trasposizione del mainagioia way of life: ci abituiamo tanto alle delusioni che quando va bene (nel nostro esempio, quella volta che il tipo azzecca il testo), non sappiamo come prenderla.

Me ne sono accorta entrando per una volta anch’io nell’odiato Zara, dopo il miracoloso avvistamento di un vestito in vetrina che mi piacesse: una volta dentro, nessuna traccia del vestito, ovviamente (vedete? la rassegnazione!), ma ho notato su un manichino un indumento in maglia, color crema, che mi sembrava una gonna. Ma no, mi sono detta, qualcosa deve sempre andare storto in questo magazzino scadente che in Italia passa pure per figo: e infatti la “gonna” in questione si è rivelata un bermuda che manco i mutandoni della mia bisnonna fanno tanto Guerra di Crimea!

Vabbè che, da donna, mi è capitato spesso di sperimentare piccole e grandi delusioni: prendete le rare volte che mi sono cimentata nei balli di coppia. Ben presto mi sono resa conto che non è che ci saremmo alternati, col “cavaliere”, ma avrei dovuto farmi l’intero brano ballando all’indietro, tipo gambero, mentre l’altro decideva se farmi fare la giravolta o no… E fortuna che, al contrario di Ginger, non avevo i tacchi! Allora mi è stato detto che il mio era un problema comune a certi donnoni emancipati (sia letto con spregio), che, sempre come me, si muovevano come tavole di legno: ma non capivamo che “era più difficile imparare a lasciarsi condurre, che a condurre”. Argomento, peraltro, già sentito almeno in un paio di religioni monoteiste e molto paracule… Ora, se proprio devo dedicare tempo e pazienza a fare qualcosa che neanche mi piace, piuttosto mi metto a fare quelle sculture con i fiammiferi che sono taaanto carucce! Visto? Il mainagioia si combatte prendendosi le gioie dove ci sono… E poi, uno dei pochi santi che si sono fatti pestare i piedi da me a ritmo di forró è diventato il mio spacciatore personale di uova di fattoria (quando ancora ne mangiavo) e mi ha fatto aggiudicare addirittura un’occhiata da Viggo Mortensen, anche se per i motivi sbagliati.

Insomma, chiuderei quest’ulteriore puntata sull’abitudine alla sofferenza, o più che altro alla sfiga, con un proverbio banale quanto sopravvalutato: si chiude una porta, si apre un portone.

Quello che avevamo iniziato in un modo, può prendere sul serio pieghe inaspettate. E non sempre sgradite, non ricominciate a gufare!

Ma ne riparleremo ancora.

 

 

 

 

encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ...Facciamo un patto: se mai a qualcuno venisse in testa di ricavare una serie TV da un mio testo, facciamo in modo che la sceneggiatura non surclassi il romanzo. Va bene?

No, perché l’altro ieri ho finito Little Fires Everywhere (tradotto in italiano come Tanti piccoli fuochi) e forse ho fatto un errore a iniziarlo dopo aver guardato due episodi della serie analoga: ho avuto come l’impressione che l’autrice, impeccabile artigiana nell’intreccio e nelle descrizioni, non si aggirasse mai per davvero in quelle stanze suburbane e borghesi che i suoi personaggi abitano con disinvoltura, o non vedono l’ora di lasciare. Almeno in questo romanzo, Celeste Ng mi ricorda una liceale che abbia marinato la scuola, e che a pranzo, invitata dai genitori a raccontare la sua giornata, nello sforzo di non farsi sgamare sfoderi una serie di cliché: mai come quel giorno sono volati brutti voti a destra e a manca, e magari ci sono stati ben due compiti in classe, oltre che un piccolo giallo a merenda (chi ha frugato nella borsa della prof.?). Allo stesso modo, anche se i cliché nel libro sono lì apposta per essere, ehm, bruciati via, la famiglia wasp descritta da Celeste Ng mi sembrava un po’ troppo… familiare per essere credibile: una mamma che potremmo ribattezzare Barbie Giornalista e un papà avvocato, e i figli che rappresentano tutte le categorie possibili da serie per teenager, dal bomber alla ribelle, passando per il nerd e la reginetta della scuola.

Certo, mentre cercavo sul web degli indizi per capire perché il libro mi avesse un po’ delusa, mi era sembrata piuttosto superficiale questa recensione del Guardian, scritta da un uomo che riconduceva l’intera trama alla questione, certo onnipresente nel libro, della maternità, e concludeva che lui, non avendo figli, non s’era affezionato alla storia. Fuochino: il libro è sulle scelte, quelle che cambiano la vita. E sì, i figli tendono a cambiarla assai, soprattutto alle donne: forse la serie approfondisce meglio la questione, ma non è un caso che le decisioni importanti che prendono le donne del libro avvengano prima che queste abbiano figli, o ruotino proprio sull’idea di non averne. Dopo, non resta loro che vivere con le conseguenze delle proprie scelte.

In tutto questo, insomma, stavo per dire: “Ok, grazie, Ms. Celeste Ng, ma non leggerò altri libri scritti da te”, quando mi sono accorta che alla fine dell’ebook l’avevano fatto di nuovo: come una ditta di cosmetici che mi fa scivolare nel pacco il campioncino di una crema, così la casa editrice della signora Ng mi concedeva un “assaggio” di un altro romanzo dell’autrice: quello d’esordio. E meno male che stavolta l’operazione era chiara, perché un regalino simile in un libro di Elizabeth Strout (un racconto buttato lì come se facesse parte della raccolta che avevo acquistato) aveva finito per spoilerarmi un intero romanzo, di cui l’assaggio gratuito era una sorta di sequel! Ma stavolta era diverso. La mia prima reazione nel leggere l’incipit: beata l’autrice! Solo nel mondo editoriale statunitense si può fare un’operazione del genere, in un’industria che tra alti e bassi sa che troverà sempre un pubblico. La seconda sensazione: wow, questa roba sì che mi piace.

E sapete perché? Perché stavolta l’autrice non mi sembrava una turista o un’intrusa nel suo stesso romanzo: le sue stanze le conosceva, non se le stava inventando più di quanto non richiedesse il mestiere di scrivere. Americana di origine cinese, Celeste Ng non descriveva yankee troppo perfetti, ma una famiglia mista e complicata, piena di sfumature e problemi d’identità: madre bionda (si chiama Marilyn!) e padre con gli occhi a mandorla, che insegna storia americana. La figlia che brilla per la sua assenza (a quanto pare, negli USA, se non è coinvolta la polizia non è best seller) è una studentessa modello: un giorno muore e noi lo sappiamo fin dal primo rigo, mentre la famiglia se ne accorge sessanta pagine dopo.

Benissimo, il campioncino omaggio ha funzionato: compro la crem… ehm, il romanzo.

E mi chiedo perché mi stia tanto a cuore tutta questa storia che vi ho raccontato: il libro, la serie, le stanze e l’appartenenza. Sarà che sto provando qualcosa di uguale e contrario alla sensazione di estraneità, e poi familiarità, che ho descritto per le stanze dell’autrice: mi sento un’estranea nelle mie stesse stanze. E la cosa mi piace.

Stamattina ho osservato il sole filtrare, attraverso le veneziane antiche, sul parquet da due soldi che ho trovato in dotazione in casa (una casa che ho voluto a mente fredda, più per calcolo che per reale convinzione) e ho avuto una sensazione simile a quella che mi ha preso tantissimi anni fa, credo prima che nascesse mio fratello: attenta a non urtare contro gli spigoli dei tavoli, mi aggiravo in una mattina di sole per la casa di famiglia, che non era la stessa che avevo occupato nei miei primi due anni di vita. Osservavo la luce sulle mattonelle della cucina, che ai miei occhi dovevano formare una barretta gigante di cioccolato al latte, e mi dicevo con parole infantili che quella era una bella giornata, una bella casa, e una bella vita. C’eravamo trasferiti da un anno o due e, siccome camminavo pochissimo, mi dovevo ancora abituare a quegli spazi. Ero felice? Forse. In quel momento, mi sa di sì.

Adesso osservo il parquet da due soldi della mia casa barcellonese e ricordo che è mio, e anche che oggi, 17 agosto, non dovrei essere qui. Ad agosto, di solito, lascio la casa ai miei e vado a farmi una settimana in una città che mi deluderà, perché non era il momento giusto per visitarla. Adesso sono stata costretta a rimanere – o meglio, ho scelto di non correre rischi: e bene ho fatto, visto che nel mio paesone d’origine richiedono l’autodenuncia all’ASL e due settimane di quarantena per chi arriva dall’estero, e non hanno tutti i torti perché i casi aumentano.

Così mi visito una città, la mia d’adozione, che in questo momento non avrei dovuto  neanche vedere, e non avrebbe dovuto essere così come la vedo. Chi lo dice? L’abitudine. L’angoscia con cui l’anno scorso aprivo il portone del palazzo e rischiavo subito la morte tra monopattini e bici a nolo che sfrecciavano. Oppure ci mettevo cinque minuti a guadagnare l’incrocio con via Laietana, tra turisti che sciamavano senza fretta e furgoncini che approvvigionavano i bar e i negozi della strada. Anche per questo me ne scappavo, d’estate. Adesso, invece, è tutto tranquillo senza che ci sia proprio il deserto.

Sabato pomeriggio sono andata a fare un giro verso il mare, ma mi scocciavo di arrivare fino alla Barceloneta: così mi sono seduta sul viale costellato da panchine e alberi che costeggia il Port Vell di fronte al Museu d’Història de Catalunya. Poi ho iniziato a leggere mentre sorseggiavo un chinotto, che mi consentiva di respirare un po’ a mascherina abbassata (ho scoperto un supermercato tutto italiano vicino al porto): che pace! Come mai non c’ero mai stata prima, lì? Forse perché quel posto, così come lo vedevo, non c’era stato mai. Adesso lo percorrevano solo piccole comitive (due ragazze arabe parlavano tra loro in spagnolo, una portava il velo e l’altra no) o qualche famiglia diretta verso il Passeig de Colom: i bambini saltellavano sul parapetto diviso in grossi blocchi grigi, oppure ci facevano saltare le macchinine. Erano più numerosi i gruppetti di immigrati, marocchini o pakistani, che andavano in direzione opposta, verso… verso dove?

Finito Little Fires Everywhere, ho spento il Kobo e li ho seguiti. Non avendo mai percorso quella strada, non ricordavo neanche che spuntasse sul Mare Magnum! Dio, erano anni che al massimo arrivavo a quel centro commerciale di ritorno dalla mia pizzeria preferita, e giusto per accompagnare mamma quando era in visita. Ora invece, visto da quell’angolo che non avevo mai occupato, quello mi sembrava un posto nuovo. La Rambla del Mar, in compenso, era quella di sempre: quella del primo incontro, frettoloso e deludente, con Barcellona. L’insegnante di catalano mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe, ormai otto anni fa, il componimento in cui spiegavo che la prima volta su quel ponte semovente avevo percorso le tavole di legno con i tacchetti sbagliati, ma aggrappata al braccio giusto: quello di un amico di cui, dopo tanti casini, riesco solo a pensare con mio sommo stupore “Speriamo che stia bene”.

Ecco, questi sono i posti che abito: sono soprattutto nella mia memoria. Ma ogni tanto, in questa strana estate in cui sono turista nella mia vita, e visito stanze che sono mie ma non mi appartengono, ogni tanto li riconosco, questi posti.

Ogni tanto, ma così, per dire, mi sembra perfino che questi posti estranei siano casa mia.

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Eh, Ricky, si invecchia: la vida loca la lascio a te!

Insomma, a sentire il tipo che consegna il Mate Cola, avrei dovuto ringraziarlo per aver fatto il suo lavoro.

No, ma lo capisco: vivo in una strada che più in centro non si può, che per una complicata combinazione di incroci infernali e fasce orarie da ZTL si rivela seconda per irraggiungibilità subito dopo l’Everest, ma senza gli sherpa a fare tutto il lavoro.

In effetti il tipo del Mate Cola era piuttosto improbabile come sherpa, con la mascherina blu e il jeans a tre quarti, ed era stato pure fortunato ad arrivare proprio il giorno dopo la riparazione dell’ascensore! Però niente da fare, per lui ero stata fortunata io.

“Il tuo numero mi risultava inesistente” si lamentava “però mi sono detto: andiamo comunque. Se non la trovo, vorrà dire che mi faccio la passeggiata da quelle parti“.

A parte il fatto che il numero s’è rivelato corretto ed esistentissimo (dove vivo adesso è meglio non risparmiare troppo con le compagnie telefoniche) mi ha colpito quell’accenno alla “passeggiata” che il signore gentile e chiacchierone si sarebbe fatto, se non fossi stata in casa. La mia mente drogata di memoria visiva mi ha restituito, come spesso accade, una sequela di immagini: muratore alla cassa del supermercato vicino alla Biblioteca de Catalunya, dove scrivevo la tesi di dottorato. Nel ricordo, il giovane muratore si lamenta che quella sia una zona guiri, cioè turistica: nessuna speranza di pranzare senza rimetterci un rene (un rene = ai tempi, 8 euro di menù fisso, adesso siamo saliti a 11-12, e lo stipendio del muratore è cambiato in modo meno spettacolare). Poi il fattorino IKEA che mi fa aspettare l’intera giornata nell’appartamento ancora vuoto per poi urlarmi al telefono, due ore dopo avermi annunciato il suo arrivo “tra cinque minuti”: “Lei sa in che zona vive!” (mi spiace, macho man, mi sono fatta restituire i soldi della consegna).

Ma l’immagine più evocativa è stata la faccia dell’ingegnere sardo conosciuto nel tripudio di mondanità che era stata la festa all’hotel che avrebbe poi ospitato il re Felipe con la famiglia: “Cazzo, ma allora fai proprio la vita giovane!”. Questo il commento quando aveva saputo il mio indirizzo. “In realtà ho scelto quella casa lì per potermi stabilire per un po’ e mettere su famiglia, ma la cosa non è andata in porto”. Dopo la mia precisazione, il tizio è ammutolito: troppe informazioni per una festa intorno alla piscina con tanto di dress code (la prima e l’ultima della mia vita). Così, per sdrammatizzare, ho tolto le ballerine atroci che avevo messo per rispettare il dress code e mi sono fatta accompagnare a mettere i piedi in acqua.

Ma sì, “vita giovane” è una possibile descrizione: bar a poca distanza, discoteche o taxi a un tiro di schioppo, senza contare la dddroga (anche se gli spacciatori sulla Rambla con me si sono arresi). Ma fa la vita giovane, chi come me si ritrova in un’idea standard di gioventù che non cercava, né desiderava?

Tutte queste storie gridano “privilegio” a dieci metri di distanza: affittando parte della casa posso dedicarmi alla scrittura e, anche se al mio arrivo detestavo la zona, devo ammettere che sono vicina a posti molto più fighi, specie ora che il turismo mordi e fuggi sta lasciando il posto a una meno invasiva tamarraggine locale (vi dico solo questa: sono tornate di moda le radioline portatili). Le conseguenze di queste e altre scelte sono però che: non ho un lavoro normale, non ho rapporti umani normali e, se provassi ad adottare la prole invece di generarla io, credo che la risposta dei servizi sociali sarebbe quella di chiamare la polizia. Peraltro, quando vivevo ancora a Napoli, in casa scherzavamo spesso sul fatto che, se fossi diventata madre, avrebbero chiamato subito i servizi sociali. Il cerchio si chiude.

La questione è, come immaginerete: cos’è una vita giovane, e cosa una vita adulta.

Perché, sì, discuto spesso e a volte litigo con gente allergica al concetto di settle down, asentarse, sistemarsi, comunque lo chiamiate: anche a me non è mai piaciuto, ma ho la sensazione che adesso faccia figo vivere piuttosto come se fosse l’ultimo giorno, come suggerisce un fortunato consiglio di Jim Morrison, mentre io andrei più per il concetto di truva’ pace, di Eduardo De Filippo. Che non significa fare la mia vita da nonna, che si ricorda che è sabato solo perché vede più gente in strada. Ma farsi un’idea di ciò che si vuole: se coincide con quello che vuole tanta altra gente, forse è meglio così, magari è un po” più facile. Altrimenti oh, va bene uguale!

Ho fatto un sondaggio tra le mie amicizie e non vogliono la luna, oppure vogliono quella e qualcosa di fin troppo normale, che solo una crisi economica ormai calcificata rende impossibile: che so, l’indipendenza catalana e un lavoro d’ufficio, cambiare il mondo e un monolocale non troppo lontano da una metro, sotto i seicento euro (e scatta la battuta: “Allora come lo vorresti cambiare, ‘sto mondo?”).

Insomma, per me vita significa sapere più o meno che si vuole in un lasso di tempo ragionevole (a volte siamo preda di desideri espressi in momenti del tutto diversi della nostra vita), più che doversi per forza dare obiettivi che il vicino di casa possa apprezzare o invidiare.

Niente a che vedere con norme scolpite nella roccia e, soprattutto, con l’idea più idiota e più radicata che leggo in giro quando si parla della vita: bisogna soffrire.

Non è che succeda, non è che sia quasi una conseguenza del nostro stile di vita: ma bisogna, se non soffrire, sperimentare un’eterna insoddisfazione, un misto di ansie, preoccupazioni e sogni frustrati.

Per citare la Treccani: ma anche no.

Ne riparleremo.

Ricapitolando: sabato i No-Vax erano fuori alla Cattedrale, i cantaores di flamenco erano fuori a un vascio, e io ero al TG.

Un sabato qualunque, un sabato catalano.

Soprattutto, c’era il Napoli al Camp Nou, ma giocava a porte chiuse.

Andiamo con ordine. No-Vax fuori alla Cattedrale: immaginatemi attraversare di pomeriggio questa folla di persone senza mascherina, azzeccate tra loro con la colla, che chiedevano a gran voce Libertad. Uh, indipendentisti a babordo, ho pensato lì per lì. Ma no, la piccola folla non esibiva bandiere, e invocare la libertà in spagnolo non è certo una consuetudine indepe. C’erano giusto due cartelli, e lì ho cominciato a capire: uno diceva “la salute è dentro di noi” (… solo che è sbagliata, mi sarebbe venuto da aggiungere con la penna che avevo in borsa) e “vogliono venderci il vaccino“. Quale? A questo stadio (chiedo sul serio) non ci staranno ancora morendo su centinaia di coniglietti?

Mi sono allontanata in fretta per non prendere nessuno a capate in bocca, e sono finita alla Barceloneta. Dio, no, il flamenco no, ho pensato mentre mi inoltravo in un vicolo e riconoscevo i primi, ehm, ululati tipici di quello stile canoro. È che nei quartieri turistici questa musica rischia di diventare una baracconata senza fine: uno spettacolo troppo caro, specie se scopriamo quanto del prezzo del biglietto vada davvero al complesso musicale. Una pantomima improvvisata a uso e consumo di gente di passaggio che, per qualche oscuro motivo, finisce per associarla al reggaeton e al sombrero messicano.

Macché, mi sono dovuta correggere subito: a suonare ci pensavano tre tizi seduti davanti a quello che a Napoli si chiamerebbe un vascio e che qui, più o meno, si pronuncia uguale. Un appartamento al piano terra, insomma. I due seduti ai lati erano più giovani, uno suonava il cajón. Quello al centro era più anziano e rantolava deliziosamente in versi cadenzati, raccontando non so che dramma a beneficio di due ragazze appostate a loro volta davanti al vascio di fronte (un amico che vive a Granada sostiene che i cantaores esperti ricaverebbero poesia anche da un paio di lacci rotti). Mi sono fermata ad ascoltare, sicura che le mie zampe di gallina tradissero il sorrisone che facevo sotto la mascherina di colore azzurro (ci torneremo). Poi ho cacciato tra i denti un pudico, pacato “olé”: si fa come in Italia, solo che la “l” è un po’ più gutturale, e la “e” finale, almeno in Catalogna, mi suona quasi come una schwa.

Bello vedere gente che si riunisca a cantare flamenco così, perché le gira, ed è bello non dover ribadire che il flamenco non è tipico di queste altitudini, che è roba di giù: spiegatelo all’immigrazione andalusa, e al popolo gitano che l’ha ballato a lungo in queste strade che sono terribilmente vicine al Somorrostro di Carme Amaya.

Ma dicevo della mascherina azzurra: sembrava fatto apposta, ma le mascherine me le hanno sempre passate inquilino e coinquilino. Tutte azzurre. E indossando una delle più fluo, quella mattina ero finita fuori al Camp Nou, a straparlare del Napoli a beneficio di un giornalista del TG2, in compagnia del proprietario del Bar Blau (letteralmente, il Bar Azzurro): Diego parlava davvero di calcio, io invece ricordavo il trofeo Gamper di nove anni fa, e il meraviglioso gol di Cavani che ci aveva fatti volare dalle sedie, pochi secondi prima che lo annullassero.

Allora avevo le idee confuse sulla mia identità: tifavo pure un po’ Barça (ma mi è passata) e mi stavo per prendere il D di catalano, ai tempi il certificato di livello più alto se non ti occupavi di Filologia. Adesso mi sto scordando qualsiasi lingua io abbia mai parlato, soprattutto il catalano (ma solo perché sono asociale) e ho capito finalmente cosa sono: panpolide, che suona come un piatto di tapas e invece è tipo apolide, ma in versione hipster. Alessandro Barbero sostiene qui che la Catalogna carolingia fosse già più europea del resto della penisola iberica. Da qualche altra parte ho letto invece che buona parte del Sud Italia avrebbe più cose in comune con il resto del Mediterraneo che con il Nord.  Sono subcontinenti a parte? Boh, comunque bene così. Io mi sento tutte queste terre nelle vene, nei ricordi, e anche nelle zampe di gallina di cui sopra, che mi sono fatta sorridendo “troppo” (secondo un vicino pakistano del Raval) in tutti i miei spostamenti, tra Inghilterra e Sicilia. E mi piace così.

In televisione hanno tagliato la stragrande maggioranza delle minchiate che ho detto, in quello che potrebbe essere l’unico caso recente di donna messa a tacere perché davvero non capiva niente dell’argomento in questione: il calcio. Che volete. Prima di queste giocatrici, che ci hanno tolto gli schiaffi da faccia, ho trovato spesso divertente come le donne delle mie zone fossero in qualche modo escluse da una parte importante della propria cultura: tifose anche più sfrenate degli uomini, senza mai la possibilità di diventare “come Maradona” (oggi “come Messi”, se proprio ci tengono!) e a volte senza aver  mai dato un calcio al Super Santos. Con l’amico che mi aveva messo in contatto col giornalista del TG, e che era con noi al Camp Nou a registrare l’intervista, ci divertivamo della nostra incapacità di riconoscere i tre giocatori su cinque dei manifesti che sovrastavano gli ingressi: “però due sono boni”, commentava l’amico, che ha una bellissima bambina col compagno. Oh, a una certa si può scegliere cosa assimilare della propria cultura e cosa no.

Al ritorno in motorino con Diego del Blau, che andava piano perché avvertiva la mia presa angosciata alle sue spalle, riflettevamo sui locali che non aprivano più, messi in ginocchio dalla quarantena o troppo specializzati in turismo per sopravvivere a “incidenti di percorso” come una pandemia. Diego, che a quanto ho capito vive in un appartamentino al di sopra del suo bar, è stato bravo e lungimirante a diventare un abitante in più della zona: quello che parla catalano, propone piatti del giorno italo-catalani, e organizza in prima persona la festa del quartiere. Non è un obbligo fare così, e io, ribadisco, sono la prima asociale. Ma quella sera stessa, proprio nel Blau, mentre il Napoli portava a casa almeno un gol, Alessandro del Napoli Fan Club di Barcellona spiegava allo stesso giornalista che avevo incontrato quella mattina che a Barcellona e dintorni c’era un’incredibile presenza di gente di Napoli, e negozi napoletani. Aiuterebbe un sacco diventare una realtà del quartiere invece di un’enclave, di un negozio che vende pizzette lievitate male o arancini surgelati, e il giorno dopo magari ha già ceduto l’attività, come fanno sul serio alcuni sensali della comunità italiana.

Certo, questo non salva dalla bancarotta. Però aiuta assai, o almeno così mi sono detta sabato sera in un Bar Blau che era finanche affollato, nei limiti consentiti dalle misure di sicurezza.

E gli Squallor, subito messi su da Diego a partita finita, erano là a confermarmi che quella di mischiarci tra noi è proprio la strada giusta.

 

Qui il secondo servizio:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4f62ad24-fafa-4634-a676-1ce558730d65.html?fbclid=IwAR0MfyZefjWBWEe4HvUgBJUzUDJIs8W8wujERUXOZ2grXaUi5GNxXuFCPy0

Qui, scusate, momento mandolino:

 

 

 

 

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La vita è un carcadè (mod. con VSCO)

Ho comprato delle verdure dalla parrucchiera cinese, per poterla pagare un po’ di più.

Verdure liofilizzate intendo, in una bustina da sciogliere in acqua bollente (e la mia imbonitrice cinese mi ha fatto vedere gli ideogrammi che indicavano l’acqua bollente). Servono a fare colazione e “avere una pelle come la sua” (quella della parrucchiera, dico, e se mai dovessi arrivare a cinquantacinque anni non mi dispiacerebbe proprio, avere l’incarnato così).

Devo anche capire perché io, in quanto donna, per tagliarmi i capelli paghi automaticamente di più di un tizio che magari ha la capa a samurai, come la chiamo io, con la chioma più fluente della mia. Mettessero un sovrapprezzo sulla lunghezza e non sul genere, magari. Qualcuno già lo fa.

In ogni caso, la parrucchiera cinese si prende l’esatta metà della mitica hair stylist ‘mericana, per fare comunque un ottimo lavoro e a soli dieci minuti da casa mia, senza necessità di prendere appuntamento come avviene per la collega del Far West californiano: certo, la stilista cinese non avrà un pc come la ‘mericana, da cui cercare su Google Images l’attrice a cui vorrei rassomigliare almeno nel taglio (campa cavallo!), ma “fa questo lavoro da venticinque anni”, come dichiara orgogliosa, e si vede. All’inizio della pandemia, quando si credeva che gli untori venissero dalla Cina, ogni volta che le veniva da tossire la poveretta correva sul retro del negozio. Poi la sua saracinesca restò abbassata all’improvviso, intorno al 12 marzo: comunque, lo stesso giorno di tutti gli altri locali cinesi in zona. Fu lì che capii che i miei, che erano in visita, avrebbero sudato sette camicie per ritornare in Italia.

Temevo che a non ritornare al lavoro sarebbe stata proprio lei, la parrucchiera cinese: e invece eccola lì tre mesi dopo, con le sue chiacchiere sulla figlia che studia all’università di Barcellona. Sono molti anni di sacrifici, signora mia.

In ogni caso, la signora è tra le poche persone che non sembrano preoccuparsi troppo di come andranno le cose. All’inizio della crisi ho dovuto tradurre in catalano,  a beneficio di un nuovo arrivato napoletano che non ci capiva niente, il messaggio con cui l’azienda lo spediva in cassa integrazione.

Più internazionale per antonomasia, la mia vecchia agenzia interinale per insegnanti ha mandato al suo personale una mail in due lingue: faremo tagli, preparatevi.

C’è questa sospensione generale da recessione, qui, che si riflette forse nell’aggressività che circola tra disoccupati presenti e/o futuri. Allora è rissa sfiorata tra il quarantenne locale che va a correre con i compagni d’azienda e l’immigrato africano stanziato al Parc de la Ciutadella (“La gente litiga per le scemenze” mi spiega serafico un collega di quest’ultimo). Ma è aumentata anche l’eterna tensione che percepisco in certe zone del quartiere di Sant Pere: parchetti dove, domenica scorsa, un papà catalano e una mamma latina insultavano la ciclista che sfrecciava troppo vicina ai loro figli (lei per tutta risposta aveva accelerato, mandando baci volanti ai due aggressori verbali). In questi campetti o spazi per giostrine, alcuni ragazzi di seconda generazione fanno gruppo, si squadrano tra capannelli, e a volte… “Non andate da quella parte” ci annunciava ieri un marocchino seduto tranquillo a una panchina individuale “si stanno picchiando”. Nel mio amato Raval vabbè, ci sono i narcopisos, quindi le risse fanno parte del passaggio.

Episodi isolati, magari, ma forse è vero che c’è un’elettricità nell’aria.

Le attese uccidono: specie se sono attese di una sentenza (sul nostro lavoro, sulla nostra vita) che non pronunceremo noi, e che non possiamo cambiare. Non nell’immediato.

Qualcosa si muove anche negli annunci di case in affitto: tra gli speculatori, c’è chi sta in modalità “prendi i soldi e scappa”, e tenta il colpaccio aumentando i prezzi invece di diminuirli (oppure la cifra è esagerata proprio perché si è già pronti a trattare). C’è invece l’amica che ancora non spiccica una parola di spagnolo e si è precipitata ad affittarsi un buco che all’improvviso vale meno di 1000 euro, rimanendo poi senza soldi per comprarsi i mobili (“Devo ancora restituirti la sedia!”): nel suo palazzo di loculi per turisti riconvertiti in tutta fretta sono tutti nelle stesse condizioni. Poi l’amica trasecola quando le spiego che gli appartamenti turistici del Poble-Sec si stanno riconvertendo in abitazioni per soggiorni a medio termine: prezzi “affabili” e contratti di massimo undici mesi, hai visto mai che si risolve il pasticcio e si possa lucrare come prima. “Solo novecento euro per due stanze?” l’amica quando lo sente fa gli occhi a cuoricino: al che mi devo chiedere quanto stia spendendo lei per quest’imperdibile offerta senza mobili per cui, tra l’agenzia immobiliare strozzina e una caparra ai limiti dell’illegalità, ha dovuto prendere in ostaggio la mia sedia, o avrebbe mangiato per terra.

Ah, ma se la può tenere, la sedia: io passo le mie giornate sul letto. Ho preso due vassoi IKEA di quelli per la colazione. Su uno sistemo il pc, che sto lavorando a tre manoscritti da sistemare, mentre sull’altro, quando davvero non me ne terrà di alzarmi, piazzerò una di quelle colazioni che, tra una sorsata di carcadè fatto in casa e un assaggino di cuzzetiello, mi durano tutta la giornata (e salutatemi la prova costume).

Qua aspettiamo. L’estate c’è, c’è il sole, e la possibilità di un mare da viversi senza mascherina. Ma cos’altro c’è all’orizzonte, oltre la linea di ombrelloni fittati da chiringuitos privati sulla spiaggia pubblica?

Mi sa che lo scopriremo insieme, gente. Mi ripeterò, ma solo insieme si combina qualcosa di buono.

Tipo resistere.

 

 

 

El pequeño comercio afronta la campaña navideña con 11.000 ...

Da elindependiente.com

Insomma, mi pare di capire che giocherà il Napoli a Barcellona!

Scherzo, e sono tutto tranne che snob sulla squadra che mi ha portato a fare caroselli negli anni ’80 fuori dal mio orario di nanna: è che, dalla mia Grossa Crisi ai pensieri da quarantena, la passione per il calcio mi è andata scemando assai.

Ho avuto invece una visione che manco Rose in Titanic: la Rose novantenne, dico. Passando fuori uno dei tanti locali che non hanno più riaperto, attraverso la vetrata piena di polvere ho intravisto quei tavolini fighetti concentrati tutti sul bordo della sala, in modo che ci fosse spazio per ballare. Allora mi sono ricordata il casino che c’era l’anno scorso, quando in un tentativo di darmi ‘na botta de vita (mondana) ero finita a sentire un concerto presentato ambiziosamente come di bossanova. Circondata da donne brasiliane di ogni età e taglia (solo il colore generale era sul pallidino andante), m’ero vista esplodere intorno una samba collettiva che mi aveva intimidito pure nel rumorino minimalista che facevo col piede destro, sperando di andare almeno a tempo.

Intorno al bancone ora deserto e sgombero, un biondino spagnolo svelava alla mia nuova amica sudafricana, ma nata in Polonia, quale fosse davvero la sua nazionalità (lui lo sapeva meglio di lei!), e fiumi di birra consolavano delle danze mancate tutta la gente biondiccia affetta da SCN: Sindrome del Culo Nordico, termine coniato sul serio da un amico che sosteneva di non poter muovere i fianchi per via della sua nazionalità.

Per fortuna, il bar de tapas vicino a quel deserto sembra in ottima forma.

È in liquidazione, con sconti “fino al 70%”, il negozio fighetto i cui vestiti mangiavo con gli occhi ogni volta che ci passavo, scoraggiata poi dai prezzi a tre cifre (e la prima non sempre era 1). Vado a fare l’avvoltoiA?

È che, con buona pace degli accademici della crusca (o accade-machi? ah ah ah), sto declinando al femminile anche termini come “Megafona”: chiamo così la simpaticissima signora che, dall’attico a sinistra della mia finestra, lancia urla belluine e si scompiscia con tre comari in un orario che non supera mai le sette e un quarto di mattina.

Era col pensiero a quella sveglia obbligatoria, e tutt’altro che desiderata, che venerdì notte sollecitavo ancora il mio coinquilino a girare un piccolo video di presentazione di Una via dritta, visto che lui aveva giocato un ruolo chiave nella stesura del romanzo. Ma, quando gliel’avevo accennato per la prima volta nel tardo pomeriggio, non c’eravamo capiti sullo svolgimento della presentazione. Lui pensava a “una chiacchierata informale”, da registrare (senza video) solo per poterla poi stendere per iscritto. Con quell’equivoco in corso, c’eravamo sparati prima una cena georgiana, in un ristorante che sembra godere di ottima salute nonostante i prezzi: tanto ha una folta clientela russa e un cameriere che all’improvviso comincia a ballare, con tanto di copricapo peloso! Al ritorno, il coinquilino tergiversava ancora, ignaro di ciò che lo aspettava, e si era insospettito solo quando mi aveva visto cercare la palette per gli occhi, ravviare i capelli asfaltati dall’afa… Quando ha capito, era troppo tardi. Il primo tentativo di registrazione è andato a vuoto per difficoltà tecniche (ho il cellulare dei Puffi, che volete?) e al secondo era fritto il coinquilino. O magari bollito, data la temperatura.

Allora, visto che ormai quel po’ di trucco era messo, e avevo sudato un’ora in più del previsto nel vestito decente (figuratevi gli altri!), mi sono ricordata delle tante donne che in un momento difficile hanno dovuto prendere decisioni in fretta, e tra tutte, scienziate o autrici o donne politiche, ho scelto di invocare… Reese Witherspoon! O meglio, la sua mamma che, con un accento della Louisiana, la esortava: “Se vuoi che si faccia qualcosa, tesoro, fallo tu stessa!”.

Il risultato è questo e, anche se i margini di miglioramento sono infiniti, francamente pensavo peggio.

 

In qualche momento del lontano 1983, mia madre mi faceva assaggiare la mia prima pastina.

Ben trentasette anni dopo, in un’operazione cui mia madre reagirebbe con un minuto di silenzio e un sorriso rassegnato, ho realizzato una delle schifezze del secolo: la pasta alla frutta! Attenzione, però: gli spaghetti che ho condito con una salsa fredda di nettarine non erano neanche di grano. Erano fatti con farina di legumi.

E no, non c’entra la mia filosofia alimentare falzza. Vedete, io sono quella che con un termine tecnico si potrebbe considerare la schifezza dei vegani: per chi fosse bilingue, la scumma. Detesto la frutta, non mangio insalata, e provate a mettermi davanti una di quelle Buddha Bowl, ovvero dieci euro di erbette schiaffate in una scodella senza mischiare: provateci e, come diceva una mia illustre compaesana, ve faccio chiagnere senza mazzate.

Però inso’, potevo mai mangiare solo schifezze? Allora mi sono ricordata: 1) dell’amico chef che mi consigliava la maionese alla mela verde (nella versione vegetale, la mela è ottima da usare al posto dell’uovo!); 2) di quella volta che con la famigliola andammo a mangiare in un prestigioso hotel casertano, e ci vedemmo presentare un conto stratosferico per delle pennette alla mela (mi sa che questa se la ricorda pure mio padre…). Dunque, ho preso la più classica delle componenti della mia vita, il mio matrimonio eterno e incondizionato con la pastasciutta, e l’ho decostruita giuuusto un pochetto. Mangerò più spesso roba del genere, così come mi faccio “il pesto” (un saluto per chi mi segue da Genova!) sostituendo il basilico con rucola, spinaci e perfino cetrioli, sempre che l’ex compagno di quarantena non ci aggiunga più la cannella: questo è troppo anche per me.

Non vi ho ancora dato il voltastomaco? Complimenti! È che sono così stanca della “procedura corretta”, del modo corretto di fare le cose, che sono sul punto di fare una follia: provare la pizza stile newyorchese (aprite il link solo lontano dai pasti)! In fondo, una volta che avrò lasciato sulla soglia del ristorante il mio concetto di pizza, cosa ci sarà di male ad avere opzioni vegane al di là della marinara? Ssst, non dite niente, vi prego: sto provando a convincermene io per prima!

È che tutta ‘sta correttezza mi ha stufato sia nelle scemenze, che nelle questioni importanti: mi stufano le crociate antiasterisco per la grammatica italiana, condotte da gente che magari scrive pultroppo, propio e qual’è. Mi stufa che si difenda l‘italianità solo quando si tratta di unirsi contro chi approda adesso, oppure di non considerare connazionale chi lo è da sempre. Dico io, se si arriva a intralciare pure una robetta minima come lo jus culturae

E non vi preoccupate, che mi stufa pure l’idea di politicamente corretto: ma solo perché è uno spauracchio usato da gente della mia età che a vent’anni si credeva kattivissima e kontrokorrente perché diceva ricchione e handicappato, e adesso teme “di essere fraintesa” (leggi: “di essere capita benissimo”). Mi dispiace, raga’, è che non faceva ridere neanche allora: ho provato pure a dirvelo più volte, ma confesso che alla fine non mi andava di morire vergine ed eremita (peccato). E se cominciamo da adesso a metterci sulla difensiva perché stiamo invecchiando, date un po’ un’occhiata alla galassia boomer e desiderate di non finire così.

Lo so, mi potreste far notare che oggi va di moda “rompere” le regole e divorziare dalla correttezza ufficiale, in un tripudio poliamoroso di derive pop: ma avete notato che questo si verifica solo quando non fa male, quando non cambia davvero le cose?

Ieri, nella Barceloneta dei pochi, sparuti turisti, una ragazza francese abbinava all’afro e agli occhiali da sole una mascherina indipendentista, e il telo del Barça, ma io non avevo occhi che per un milanese seduto a un tavolino all’aperto, che teneva banco tra amici in visita. Argomento: Barcellona. Se io, da napoletana, ho la sensazione di vivere in una sorta di Milano col mare, il milanese mi rendeva pan per focaccia spiegando: “Barcellona è come Napoli, ma una Napoli diversa…”. E abbassando la voce si portava l’indice sotto l’occhio destro, in quel gesto che Jerry Calà avrebbe accompagnato con un “Ocio!”.

Mi sono rifiutata di ascoltare oltre, poi ho deciso che il ragazzo fosse in fondo intelligente. Dunque, avrà proseguito nell’unico modo possibile: “Barcellona è come Napoli, solo che qui ti scippano tre volte tanto”.

Corretto!

 

(Va da sé che, per la salsetta alle pesche, ho usato latte di cocco.)

Amazon.com: L'hora violeta (Catalan Edition) eBook: Roig ...

Prima ho visto il pane. Giallorosso, basso e schiacciato: una coca. La coca de Sant Jordi, esposta nella vetrina di un brutto panificio: di quelli che non si concedono variazioni sul tema di ciò che potrebbe vendere di più, in un determinato giorno.

Poi ho intravisto le bancarelle fuori alla cartoleria fighetta.

Dio, ieri era Sant Jordi e sono uscita di casa in allegria.

Ovvio che non era davvero Sant Jordi, che San Giorgio si festeggia ancora in aprile: ma, per ovvi motivi, avevano posticipato la festa di tre mesi. In ogni caso lo so, l’ansia da bancarelle affollate e ambulanti di rose non me la prescrive il dottore. Sarà che il mio primo Sant Jordi lo passai immersa in un elaborato trasloco che prevedeva un paio di attraversamenti della Rambla… Avevo poi imparato ad amare la festa del libro, il San Valentino di qua: a bancarelle smontate, ridevo perfino un po’ delle famiglie catalane che attraversavano terrorizzate la Rambla del Raval, tra hippie di ritorno e passanti in kaffetano, alla ricerca della maledetta metro Paral·lel!

Ieri invece toccava fare il mio dovere: sono andata alla vicina libreria delle donne, specializzata in autrici. È un posto bellissimo, con una caratteristica che non cambia mai: la cassiera di turno è troppo occupata a sconfiggere il patriarcato per ricordarsi anche di farti pagare i tuoi libri. In fondo, le donne hanno meno accesso al capitale economico, no? Cioè, la commessa può anche cercarti il prezzo su quella specie di Atari vintage, mentre chiacchiera con una cliente che ha già pagato, ma ci metterà comunque quel paio di minuti a dirti quanto le devi: a rivelartelo, più che altro, perché ‘sta cosa di mettere il cartellino del prezzo ai libri è sopravvalutata.

Risultato: pago venti euro per Montserrat Roig. L’hora violeta: l’ora “viola” in cui le sue protagoniste trasformano i loro fallimenti con gli uomini in un momento di risveglio, di libertà. Bene così, le librerie hanno bisogno di sostegno e la copertina è stupenda, come lo è Montse Roig. Non capisco perché non approdi in Italia, terra che, quando si ricorda di leggere, apprezza le autrici francesi tutte introspezione e niente trama: al massimo qualche rimembranza di glorie passate e traumi giovanili, perché “la vita è una trama sufficiente”.

Eppure stavolta ha vinto lei, Montse: questo Sant Jordi è coinciso davvero con Il tempo delle ciliegie. Un suo… discendente (ma è morta prestissimo) mi mandava cartoline scritte con una grafia un po’ infantile, in frasi disposte a forma di chiocciola: “Se ti va, quando torno…”. Aveva una casa, a Barcellona: una villa proprio, come il ragazzetto che per un po’ mi aveva fatto da amigo con derechos aveva, grazie al padre facoltoso, non so più quante opere di Dalí. È una borghesia catalana che ho sempre, solo sfiorato (a parte l’amigo con derechos!), in un periodo della mia vita in cui finivo per uscire con vicini immigrati e musicisti terroni (o figli di).

Ma Montse Roig valeva tanto oro quanto pesava. Le devo tanto: la mia Pepita di Una via dritta si è ritrovata nella stessa carica sulla Rambla di sua maestà Natàlia Miralpeix: la protagonista di varie opere di Roig, nonché uno dei personaggi dal cognome più sconcertante per una lettrice napoletana (provate a dividerlo un po’). È stato bello scoprire poi che il romanzo appena acquistato si apriva proprio con una lettera di Natàlia all’autrice, quando ho aperto il libro al Parc de la Ciutadella: sullo sfondo, la lite tra un immigrato strafatto e un quarantenne locale in tenuta da jogging (“Sono quelli come te, che…”). E i compagni di entrambi a separare, parlare fitto e bassa voce, cercare di “far ragionare” l’amico: un rito internazionale, perlopiù maschile, che ci dovrebbe rendere meno razzisti e più consapevoli dell’umana idiozia.

Per contrasto ho ripensato ancora alla fila di donne alla cassa della libreria, ai loro capelli bianchi o al caschetto di prammatica che subentra con la mezza età: si conoscevano per nome, forse frequentavano gli stessi collettivi femministi. Avevano le stesse pretese di eleganza un po’ ironica che ho provato a convogliare nelle mise di Mariona (la figlia della Pepita di cui sopra). Confesso che in loro presenza provavo una soggezione di straniera che non è mai entrata “nei giri” (ma quando mai l’ho fatto, e dove?). Allora, mettendomi sulla difensiva, ho finito per pensare: “Maro’, saranno tutte terf!”.

Pregiudizi a parte (ma gli ambienti quelli sono) va bene anche così: il “dovete essere compatte” mi fa tanto raccomandazione dei professori al liceo. Perché mai avremmo dovuto unirci tra studenti, se c’era chi passava il compito e chi faceva assenze strategiche inguaiando gli altri? Non si tratta neanche dell’ognun per sé, ma quest’idea di unirsi a tutti i costi, anche a costo di diventare stronzi uguale, stronze uguale, mi sembra una sciocchezza volta a un fine sbagliato: quello di prevalere, invece di far prevalere la causa in cui si crede.

Ma ho riflettuto abbastanza, per questo Sant Jordi estivo. Speriamo che il prossimo tocchi festeggiarlo prima della raccolta delle ciliegie: tanto, ansia a parte, è già di per sé una delizia.

L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Norma Falconi, persone in piedi e spazio all'aperto

Dalla pagina Facebook di Sindihogar

Quando me lo metto, io, il vestitino simil-seta con motivi indiani? Quel pomeriggio che mi viene il ticchio di passare alla manifestazione Papeles para todas!

Era tardi, ci ho trovato poca gente: latina, africana e asiatica, stufa di dover lottare per un documento legale che permetta di restare a Barcellona senza subire i soprusi di una burocrazia confusionaria, dei datori di lavoro, delle forze dell’ordine. Per la verità, le due guardie urbane in mascherina presenti sul posto se ne stavano in disparte come me mentre gli ultimi rimasti ripiegavano striscioni, si facevano foto, ballavano in modo sublime qualcosa che identificherei come Bangla, ma chissà.

Certo, la mani era finita e, a quanto vedevo, ci si stava un po’ rilassando con la questione distanze di sicurezza: è che a dirla tutta ci sembra un po’ una presa in giro, sudare goccioloni in una mascherina a mezzo metro da un tavolino occupato da turisti americani che mangiano e bevono…

In casa si fanno premonizioni funeste sul sistema che escogiteranno per lasciare a casa noi non turisti (che quindi non consumiamo granché) e permettere alle nuove orde di cacciatori di sangria di proseguire indisturbate la fiesta. Insomma, in quest’immagine distopica ci diamo il cambio: maggio e giugno erano state una dolce stagione in cui i turisti non si vedevano, e i bambini si erano messi a fare il bagno nella fontana della Plaça Reial, davanti a genitori che brindavano tra loro col vermut portato da casa.

Adesso, magari, i bambini finiranno di nuovo dentro e ricominceranno le grida dei genitori per farli uscire ecc. ecc. in un cerchio senza fine degno di Dark.

Rispetto a marzo sappiamo cosa ci aspetta, e sappiamo (lo sapevamo già) che non era detto che arginasse la situazione: continuiamo a chiederci perché si debba far ricadere sulla popolazione la “responsabilità” di una nuova diffusione del virus quando, dico tra il serio e il faceto, mezzo Stato spagnolo ha perso il lavoro e l’altra metà è in cassa integrazione, e questo virus, a osservare i tavolini all’aperto, sembra contagiare solo chi non consuma.

So che stiamo cercando una difficile quadratura del cerchio tra salute ed economia, ma le manifestanti di ieri erano colf che per sopravvivere alla primavera hanno dovuto fare cassa comune e vendere borsette e bamboline: si sono ritrovate senza né clienti né sussidi statali, visto che per lo stato non esistono (e vorrebbero esistere, ma la strada è tortuosa ai limiti del surreale…).

Allora che si fa? I miei amici partono: vacanze catalane in case affittate a conoscenti, senza sapere quando potranno tornare. Oppure si arrischiano ad andare in Italia, con la Vueling che è tornata a cancellare voli tre settimane prima. Nel caso ventilato di cordone sanitario intorno a Barcellona, l’ex compagno di quarantena mi prospetta scenari che vanno dal rifugiarsi da un’amica a Huesca al farsela a piedi fino alla Francia.

Insomma, qui siamo in una situazione strana: ci prepariamo, non sappiamo ancora a cosa o lo sappiamo benissimo. Ed è più un godersi, in mascherina e a distanza, e con le mani spellate di disinfettante, gli ultimi momenti di sole, di mare, di libertà, un chi vuol esser lieto sia.

Ma lo capisco benissimo.

Quando non c’è nessuna certezza, né del domani né del dopodomani, ciascuno reagisce a modo suo.

 

 

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