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Lo scenario che ho trovato dietro la lavatrice

Ci sono due modi di raccontare questa storiella, ma io scelgo il terzo che non c’è: il mix tra lo “Sticazzi” e il “Miracolo! Miracolo!” (che poi, come insegna Lello Arena, c’è miracolo e miracolo).

Era il mio ultimo pomeriggio a Marsiglia, e, anche se i cosmetici me li produco da me, per una volta mi ero concessa di comprare un correttore e due rossetti in una catena più affidabile di altre.

Immaginatemi davanti allo specchio del bagno, i capelli sciolti perché ho perso di nuovo la pinza (non mi ero portata elastici!), mentre mi accorgo che prima del mio volo mi dovrei procurare un nuovo sacchetto per i liquidi: quello verdolino per congelare gli alimenti, che per di più esibisce tronfio la scritta “IKEA“, è troppo piccolo per contenere anche i nuovi acquisti. Sono un po’ preoccupata: vicino casa non ho visto bazar che vendano queste cose, e non voglio passare il mio ultimo giorno lì a cercarne uno. Però non voglio neanche litigare con qualche addetta ai controlli dal forte accento marsigliese.

Un minuto dopo aver pensato tutto questo, riesco a far cadere il cellulare dietro la lavatrice incassata in un angolo del bagno, e sormontata da una mensola: ovviamente, il triplo salto carpiato lo mette in una posizione che neanche David Gnomo potrebbe raggiungere.

Non mi resta che spostare la macchina infernale, abbastanza da potermi infilare tra il tubo di scarico e la parete.

Nell’operazione recupero: tre chili di fuliggine, un elastico per capelli, un calzino nero, e un sacchetto trasparente per liquidi di quelli che si usano negli aeroporti.

Per fortuna recupero anche il cellulare, e poi ingaggio la lotta furiosa con la lavatrice per rimetterla al suo posto, pregando gli dei che ho bestemmiato trenta secondi prima perché non mi facciano rigare il finto parquet, o bye bye caparra.

Ma voi, che siete più svegli – e meno sudati – di me, avete notato qualcosa, vero?

Ebbene sì. All’improvviso, ho il mio sacchetto per i liquidi. Trasparente e non verdolino, e abbastanza capiente per i nuovi acquisti. Una buona lavata e posso usare sia quello che l’elastico, alla faccia della pinza. Ok, a casa mi mancherebbe un calzino uguale a quello recuperato, ma su quello decido di soprassedere.

Come dicevo sopra, questa storia si può raccontare in due modi. Un amico guru direbbe: “Hai fatto una richiesta all’Universo, e l’Universo ti ha dato quello che ti serviva, nel più imprevedibile dei modi”.

Un’amica scienziata gli risponderebbe: “Wow, un sacchetto per liquidi finito dietro una lavatrice, in un appartamento turistico! Che ci faceva, lì? Cose da pazzi!”.

Io ho deciso di dirmi che, intanto, adesso ho il mio sacchetto. E la parte più importante della storia non è la “miracolosità” del ritrovamento, ma il fatto che lo stavo completamente ignorando.

Troppo intenta a bestemmiare, sudare e maledire il mio cellulare, non mi stavo neanche accorgendo che la soluzione a un mio piccolo problema era lì, a portata di mano.

Secondo Watzlawick, le coincidenze non esistono che nella nostra testa. Secondo me, banalmente, se ci aiutano avanti tutta.

Non rimpiango di essermi aperta all’irrazionale, in un periodo in cui ne avevo bisogno. Credo ancora che noi umani dovremmo dargli il giusto spazio, invece di lasciarlo alla chiesa, alla pubblicità e ai rettiliani.

Però la cosa più magica che possiamo fare resta quella che ci ha portati fin qui: saper guardare.

Che sia un oggetto impolverato dietro la lavatrice, o qualcosa d’infinitamente più vitale.

Questa “magia” non ce la toglie nessuno.

Se ci ricordiamo di applicarla, l’Universo si può riposare un po’ anche lui, dopo 13 miliardi di anni di onorata attività.

Poi ci lamentiamo dell’età pensionabile.

A Marsiglia scatti foto indisturbata :)*

Dai, scambiamocele come le figurine Panini!

Le mie mi sono venute in mente ieri, mentre pensavo che Marsiglia, a parte un vecchietto col bastone, due hipster e un tizio che mi ha invitata a salire in macchina, si è rivelata più tranquilla di Parigi, dove sono stata fermata di continuo e inseguita cinque volte: in quattro casi dalle stesse persone, e in uno da una sorta di baby-gang, che si è appostata fuori al supermercato in cui mi ero rifugiata, mentre il mio “spasimante” mi tampinava tra gli scaffali**.

Per questo e altri casi, ecco la mia top 5 dei metodi per lasciarmi dietro questi inqualificabili!

5. Prenderli a male parole. Questo metodo sottile si basa sul principio per cui, in certi casi, “non fare niente” è peggio di esporsi a un possibile pericolo. Da tentare soprattutto se ci inseguono e ci sono altre persone in giro. L’inconveniente: non sappiamo come l’altro reagirà, e l’empowerment è buono e caro finché non dà per scontato che abbiamo voglia di litigare ogni giorno. Il consiglio: in caso d’inseguimento, una buona alternativa “muta” è aspettare che altri passanti ci si accostino, per poi fermarci di botto, con sguardo di riprovazione. L’altro, improvvisamente guardato da tutti i presenti, proseguirà per la sua strada. Se non lo fa, seguiremo noi quella degli altri passanti.

4. “I don’t hablo tu idioma”. Questa dovete dirla di fretta, e filare via prima che il rattuso capisca cosa gli state raccontando. L’inconveniente: “Do you speak English?”. Il consiglio: a questo punto passate al napoletano, anche due parole basteranno.

3. Fingere di bussare al primo campanello. Questa l’ho fatta quando proprio mi sono detta “Vi ho voluti bene”. Tipo in paese, quando temevo rapine, o a Trapani, con un tizio che, dopo avermi detto qualcosa d’incomprensibile, mi ha seguita per tutta una salita deserta e arroventata dal sole. Quando mi ha visto fingere di bussare alla prima casa, se l’è filata. L’inconveniente: spero che gli occupanti della casa non abbiano avuto fastidi, ma oh, da quel viaggio volevo tornarci. Il consiglio: giratevi di 3/4 per vedere se funziona e, se non è così, bussate davvero.

2. Evitare il contatto visivo. No, non è il “testa alta e occhi bassi”, e non lo amo come stratagemma, perché sono più per l’occhiataccia che li fa ironizzare: “Oooh, attenti che morde!”. Però confesso che mi ha aiutato in casi tipo: intera spianata di giovani uomini che, se non dicevano niente a ogni donna che passava, facevano “la figura dei ricchioni”. L’inconveniente: potrebbero seguirvi offesi perché non li avete nemmeno guardati, ma a questo punto ricorrerei allo stratagemma 4. Il consiglio: mostratevi intente a osservare strade e panorami. Ma date l’aria di sapere benissimo dove andare!

1. Sfanculare con dolcezza. E adesso rileggetelo immaginandovi cuoricini sparsi e orsacchiotti pucciosi. È un misto della 2 e della 4, con in più due parole appena sussurrate: tipo quella cosa che biascicate al posto di “condoglianze”, e i parenti del morto vi ringraziano lo stesso. L’idea è guardarlo un secondo, fare un sorriso rapido e dire qualcosa d’incomprensibile che suggerisca che: a) dovete andare con urgenza da qualche parte; b) in ogni caso, non parlavate la sua lingua; c) e comunque non c’era trippa per gatti. L’inconveniente: tutto questo è ridicolo, lo so. Se lo pensate anche voi, utilizzate pure il numero 5, con gli accorgimenti del caso. Il consiglio: se però andate di fretta, non c’è niente di meglio.

Il principio è: per loro siete uno specchio. Io stessa, per una sorta di scommessa “se vado io da quello che mi piace vai anche tu dalla tua”, ho abbordato in un locale: in quel caso era più che evidente che fossimo lì per divertirci e, magari, conoscere gente interessata a noi. Ma per pensare di potervi fermare con parole esplicite in strada, territorio in cui tra uomini ci si scusa anche solo per chiedere l’ora, devono credere di aver le idee molto chiare su quanto siate disponibili (a volte bastano le caviglie scoperte). O su quanto gli metterete i bastoni tra le ruote, facendoli sentire, in caso di successo, dei veri sciupafemmine.

La numero 1 non smentisce apertamente le loro ipotesi, ma vi permette di andarvene in fretta per la vostra strada.

Perché, come si diceva sopra, a volte vogliamo solo far valere il nostro diritto di andare dove vogliamo, senza che nessuno ci rompa.

In attesa che si verifichi anche la seconda condizione, buona estate! Viaggiate tanto in barba a chi vi vuole in casa “perché fuori è pericoloso”.

E imparate il napoletano!

(Una grande che sfotte un classico)

 

*Foto scattata seduta sul molo del porto vecchio, un anno dopo aver tentato invano di fare altrettanto, indisturbata, sui canali del XIX arrondissement di Parigi. Mi è riuscito solo una volta, ma la colonnetta a cui ero appoggiata puzzava di piscio.

** Peraltro, l’unico dalla pelle nera era un evidente squilibrato, il che mi porta a pensare che forse, nel curioso galateo del latin-lover europeo, non tutti hanno il “diritto” di stalkerare e passare per “uno che chiede soltanto, è che voi donne del sud d’Europa non siete aperte come quelle del Nord”. Se la pensate così e capite lo spagnolo, guardatevi questa conferenza sul mito della svedese e il latin-lover iberico. E continuo a non capire come faccia, chi si mobilita contro il razzismo, a non farlo anche contro il sessismo (scusate la parolaccia).

L'immagine può contenere: cielo, oceano, spazio all'aperto, acqua e natura Che ci crediate o no, sto scrivendo un libro, un po’ “memorie” e un po’ self-help (!), sul periodo in cui pubblicavo post come questo.

La frase del titolo era il tormentone dell’epoca, segnata ahimè da eventi che con il merito avevano poco a che fare. Peccato, perché purtroppo crediamo che la constatazione di cui sopra basti e avanzi a risparmiarci grane, anche quando, appunto, non c’entra niente con quello che sta succedendo.

Non “merito” di certo una tempesta mattutina che ritardi tutti gli aerei di Barcellona, ma tanto si è verificata lo stesso: vallo spiegare alla mia testolina appoggiata per un’ora, in attesa, al sedile di un aereo già chiuso.

Però la frase, devo dire, accomuna quell’epoca assurda cui accennavo a queste mie vacanze surreali, fatte d’imprevisti, d’improvvisi cambi di programma, e della sensazione sgradevole di non essere sempre ben accetta, ovunque vada.

La differenza è una e fondamentale: ai tempi della mia crisi, quel grido era l’unica, insufficiente difesa tra me e il mondo, e adesso è la mia unica guida.

Cioè, ora non mi accontento di gridarlo ai quattro venti, sperando che la semplice constatazione che “non me lo meriti” risolva la questione. Adesso me lo tengo per me, perlopiù in silenzio, come una certezza. E con quello affronto ogni imprevisto e ne traggo le conseguenze.

Forse prima un po’ credevo di meritarmele, le cose brutte che mi accadevano. E ora so che non è vero.

Vi consiglio di giungere alla stessa, preziosa conclusione: guiderà anche voi tra le folate di vento di quest’estate di sole e pioggia, e pensieri spettinati.

(Questo è per Giggino Di Maio da Napoli, con un abbraccio circolare a razzisti e no vax.)

 

Cocktail verde con ombrellino: Midori sour, a base di liquore al melone

Da winedharma.com

Non “se”: il punto è “perché”, sono felice.

Grazie al ca’, direte voi: è agosto, e perfino la tua alunna più secchiona è attaccata come una cozza a uno scoglio o a un ventilatore.

Ok, ma per essere felici non basta NON fare qualcosa (tipo lavorare per due soldi). Anche se in effetti aiuta scrollarsi di dosso i progetti iniziati in modo leggero, e finiti tipo a ristrutturare la Grande Muraglia.

Vi do un indizio: si tratta di FARE, qualcosa.

No, ancora non ho comprato quella reggia sul mare con amaca in terrazzo, e Kim Rossi Stuart ignora sempre la mia esistenza (a meno che non ricordi con fastidio la quattordicenne che s’infilò dietro le quinte di un suo spettacolo…).

Per fortuna, però, sono diverse le cose che ci rendono felici, e una o due sono a portata di mano.

Oggi ho le prove che farne una ogni giorno cambia la vita, in meglio.

Perché sto scrivendo ogni giorno: mi costruisco da me i mondi che voglio abitare. Oppure metto su mondi orribili e ci mando ad abitare altri, che m’invento di sana pianta. La cazzimma dà le sue soddisfazioni.

Poi chiudo il quaderno o il foglio Word, e guardo un po’ in faccia il mondo mio: vi assicuro, ci guadagna. Di sicuro ci guadagna anche il bar dove vado a prendermi bibite sovrapprezzo intanto che scrivo tutta ‘sta roba! Ma sono soldi ben spesi: è una reazione a catena.

Infatti torno a casa più contenta, e più paziente verso mio padre, che quindi evita di chiedermi per la quinta volta come si dica “momento” in spagnolo (spoiler: si dice uguale). Allora mamma, non sentendoci litigare, sopporta meglio il caldo di questi giorni. Così non si mette a cacciare le farfalle che hanno trasformato la mia cucina in un luogo d’appuntamenti, e circolano in lussuriosi rombi a due teste che sfuggono ai nostri tentativi di fare da buoncostume.

Inso’, se anche uno solo di noi fa quello che ama, stanno tutti meglio, farfalle arrapate comprese: come suggerisce nonno Watzlawick, se introduci un elemento nuovo, l’intera situazione cambia.

Adesso tocca a voi.

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Se rubo questi voglio l’assoluzione

La notizia è che Ángel Boza, membro della notoria Manada, ha provato a rubare degli occhiali da sole al Corte Inglés, e poi è scappato in auto, rischiando d’investire due vigilantes. La notizia si commenterebbe da sola, ma vorrei tradurre l’eccellente brano che ha postato Paula Marín, psicologa, sulla sua pagina Facebook:

“Credo proprio che esporre degli occhiali lì, come se niente fosse, sia un invito al furto.
Che cazzo, se non vogliono che nessuno se li prenda senza pagare, non li lasciassero sotto gli occhi di tutti, no?

Inoltre, qualcuno gli ha detto di non rubarli??? Qualcuno gliel’ha detto? Gli hanno detto chiaramente di NO? E allora??? Come volete che lui sappia, che non vogliono che li rubi???

E quelli della sicurezza, bisogna conoscere anche la versione di Boza, che non si può parlare per parlare. Adesso siamo diventati tutti giuristi?!

Lo sappiamo tutti, che ci sono denunce false, e magari quello che volevano era rovinare la vita a questo povero ragazzo, dicendo che ha provato ad investirli, però OCCHIO! Magari si erano piazzati lì in mezzo proprio perché volevano essere investiti, è anche vero che alla gente piacciono, queste cose, e poi si sono pentiti, hai visto mai li riprendessero le telecamere, e poi ovvio, per come vanno le cose oggigiorno, sicuro che hanno denunciato per farsi un po’ di soldi.

E questa storia di guidare senza patente, parliamoci chiaro, chi non ha fatto questo tipo di cose, qualche volta? Se fosse una donna sicuramente non direste niente, vi accanite contro di lui perché è un uomo.

E la presunzione d’innocenza, dove la mettiamo?

E dagli con la corsa dei tori a Pamplona, che questa è un’altra questione e non c’entra niente!

Conosco un tipo che è stato denunciato da un vigilante per tentato investimento ed è finito in galera, senza prove né niente. Ed è un bravissimo ragazzo e sono convinta che non ha fatto nulla!

Feminazi, siete solo delle feminazi”.

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Se qualcuno ruba un fiore per te… Chiama la polizia!

Si potrebbe chiamare anche “perché mi sento spesso a disagio nei gruppi di soli uomini”.

Non fingerò che succeda solo in Italia, o dovrei dimenticare il compleanno pieno di maestri uruguaiani del sarcasmo che elargivano perle tipo “La tua datrice di lavoro è nervosa? Scopatela!”. Tra esilaranti osservazioni su come suonasse in spagnolo “sfogliatelle” (follar è scopare), e il classico “Sei più bella senza gli occhi fissi sul cellulare”, aspettavo che si facesse un’ora decente per squagliarmela, e intanto cercavo il meno peggio con cui conversare. Che poi era uno che aveva partecipato al mio stesso concorso letterario, scoperta che lo aveva portato all’ovvia conclusione: “Allora andiamo di là, no?” (in italiano, che fa ridere di più). In effetti era un bel sollievo, scoprire che almeno uno, lì in mezzo, sapesse scrivere. Ma la mia gratitudine verso la vita finiva lì.

D’altronde, nei miei primi mesi a Barcellona, avevo ascoltato un tizio spagnolo che raccontava un avvincente dopocena con turiste come una visita a un bordello con buffet libero, con tanto di appelli via SMS agli improvvidi amici rimasti a casa: “Vieni che si tromba!”. All’intramontabile domanda “Perché a voi italiane è così difficile scoparvi?”, m’era venuto da rispondere: “Nel tuo caso sarà perché a squallore siamo a posto, non ci serve niente”.

Non avrei certo ripiegato sull’uscita “di sole donne” che una ragazza messicana mi proponeva, per scapparcene dalla palude di francesi ubriachi in cui ci eravamo ficcate: mettiamoci tutte in tiro, suggeriva lei, e sediamoci al bancone di un bar. Di bei ragazzi ne troveremo a decine, verranno a offrirci da bere. Era finita che io avevo detto adieu ai francesi, e lei si era sposata il più ubriaco.

È per questo che, nonostante ne intuisca la sostanziale utilità (dopotutto studio il GENDER!11!1!), i gruppi dello stesso sesso li lascerei a occasioni speciali, e collettivi appositi.

Però c’è da dire una cosa: nella provincia denuclearizzata a Nord di Napoli mi capitava spesso di essere l’unica donna, nei gruppi che frequentavo: “Io glielo dico, ai ragazzi: una sola donna hanno, nel giornale, e dev’essere così?” (poi il tipo mi chiese se mi ero offesa). Così come? Senza zizze, suppongo. Un altro compagno mi chiedeva proprio, all’uscita dal bagno: “E le tette?!”. Ma con faccia allarmata, come se le avessi dimenticate sulla tavoletta del cesso. Ovviamente lui aveva il fisico dei crocchè di Di Matteo, e io, nonostante questa grave malformazione del busto, a qualcuno piacevo: infatti si rifiutavano di farmi una foto abbracciata ad amici meno stronzi, per non “mancare di rispetto” all’interessato. Sto parlando degli anni 2000, eh, non dei ’50.

E non potevo neanche prendermela troppo, spiegava l’unico che interessasse a me (e che ovviamente nun me se filava): di questi simpatici umoristi, uno aveva perso i genitori, un altro non aveva lavoro, un altro ancora veniva da “un contesto difficile”…

Era un contesto da piccola città a pochi chilometri dal mio paesone, che per certi versi era addirittura più moderno di quella roba lì. Roba che prima di andarci a fare una pizza guardavano il mio migliore amico e ingiungevano: “Prendi la macchina”. Al che precisavo: “Siamo venuti con la mia”. E allora: “Ma guida lui, vero?”.

Il mio status di “donna che accettava di stare con uomini” mi precludeva scappatoie che le altre, amiche e fidanzate di chi le lasciava a casa per uscire con noialtri, potevano giocarsi: una comprensibile indignazione verso determinati energumeni, e un certo diritto a richiamare all’ordine l’amato bene, che spariva per concedere alla fortunata un po’ di tempo “da soli”. Io ero orgogliosa, lo ammetto, di “tener testa” a questi senza essere considerata una bambolina di porcellana (d’altronde, s’è detto, non ne avevo le sembianze incantevoli). Ma tra i vari svantaggi c’era quello di “dover stare al gioco”.

Per esempio, dovevo ridere molto. Se a una festa terrona con tanto di paste dicevo “Uh, mi piacciono i cannoli!”, mi si rispondeva “Ah, davvero?”, e dovevo fare un sorrisetto con aria superiore, come mi aveva insegnato mamma. Se facevano doppi sensi che sarebbero stati scontati alle elementari, l’idea era “rispondere con ironia”, o “metterli a posto”.

Poi sono venuta a vivere qui, che non è il paradiso, ma la gente scende in piazza in migliaia se violentano una in gruppo, e l’8 marzo è festa grande (in senso lato), anche senza spogliarellisti più interessati al buttafuori che al pubblico urlante (che si prende il suo giorno di Carnevale, prima di tornare a “farsi desiderare”). E allora ho capito una volta per tutte che ridere, in fondo, non è necessario.

Quando m’insultano, mi sminuiscono, mi trattano come un essere umano di serie B in nome delle tette non possiederei, o della figa che non “elargirei” come se piovesse, o del semplice fatto che non sappiano loro come trattare una donna da non mettere su un piedistallo… Quando mi capita tutto questo, non ho nessuna voglia di ridere.

E non è che “non so stare al gioco”, “non mi faccio una risata”, o “mi prendo troppo sul serio”.

È perché loro non fanno ridere. Perché possono anche smettere di restare in attesa che li chiamino da Made in Sud: perfino lì, li metterebbero a pulire i cessi.

Pazienza se il simpaticone di turno ha perso entrambi i genitori, gli animali domestici e il cincillà da passeggio in un brutto incidente, o viene dalla stessa famiglia della Piccola Fiammiferaia.

Questo sarcasmo triste che vedo in giro, specie in Italia, è troppo diffuso e scontato per diventare ironia, per cambiare cose, per smuovere altro dall’ego represso di chi lo utilizza. Rispediamolo pure al mittente senza paura di non saper “stare al gioco”.

È che noi, semplicemente, giochiamo con altre regole. Fondate addirittura sul rispetto, e sulla vaga idea che questi Lenny Bruce de Capalbio devono cercare altri mezzi per risalire dall’abisso squallido in cui si ritrovano.

Quando tutto viene meno, possono sempre farsi una risata.

 

 

 

 

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Un angelo caduto in volo

Nelle puntate precedenti, la vostra eroina era sul punto di comprare un appartamento che già aveva scartato in precedenza, ma che intanto si era popolato di mobili finti e di simpatici gingilli decorativi, messi lì con successo a dare un’idea di casa.

Alla fine non ha funzionato: nonostante la fuffa, il prezzo era ancora esagerato rispetto a quanto vendessero, e non sono rincoglionita fino a questo punto. Ma l’operazione mi ha ricordato quanto, nelle decisioni che contano davvero, la ragione non sia l’unico fattore, anzi. Peccato che questa semplice realtà ce la facciamo rubare da chi non vuole esattamente il nostro bene.

Un esempio? Sappiamo che, specie per gli oggetti di lusso, la pubblicità non ci vende cose, ma stili di vita: per esempio, adesso pare che Victoria’s Secret sia in crisi, e ripenso a quanto prendevamo sul serio, qualche anno fa, quegli angeli che sfilavano in mutande (che sarebbe l’immagine ironica per eccellenza). Però, quando il re è nudo (ok, in questo caso lo è la regina), ci accorgiamo di quanto sia importante la paccottiglia di frasi a effetto e musica ispiratrice che l’ha messo su quel trono.

Potremmo smontare tutti i gombloddi del mondo con ragionate decostruzioni, coadiuvate da statistiche, ma accanto a quello dovremmo metterci, credo, un messaggio positivo, senza lesinare: pensiamo a quelli che da duemila anni pretendono di controllare i nostri corpi in cambio del paradiso!

È grazie al concetto bomberista di “campione” e “condottiero”, che un calciatore come Ronaldo si trasforma in un’intera azienda, il che dovrebbe giustificare il suo acquisto ai lavoratori in difficoltà. E, a proposito di aziende, penso anche a quelli che, più che ragionare senza retorica né vendette postume sull’operato di Marchionne, lo trasformano in una sorta di icona alla Steve Jobs: il “figlio di maresciallo” che s’è fatto da solo. O capitano, mio capitano.

Per questo dico, l’irrazionalità può diventare un’alleata. Parla a una parte di noi che proietta cose, immagina un futuro e, secondo qualche scienziato ci ha aiutati a sopravvivere, nel bene e nel male, fin qua.

Quindi, prima di sperare di salvare l’Italia rispondendo coi ragionamenti a chi vende patriottismo e purezza della razza, pensiamo a quanto abbia fatto bene al matrimonio LGBT+ il messaggio #lovewins.

E cominciamo a crederci anche noi.

Sarebbe una mossa intelligente.

 

Risultati immagini per smokey eyes fail Sondaggio: chi si è accorto che venerdì non ho pubblicato nulla?

Lo so, lo so, voi avete una vita.

Comunque è stato perché mi hanno ingannata. Peggio ancora, mi sono lasciata ingannare.

In preda ai miei deliranti progetti immobiliari, ho visto la stessa casa due volte, senza riconoscerla. La prima volta l’ho scartata subito, la seconda ho pensato di comprarla.

Che è successo, tra la prima e la seconda visita?

Lo stesso che, secondo qualche hater (scatta l’allerta linguaggio cool), succede alle youtuber “prima” e “dopo” il tutorial per gli smokey eyes: mi volevano vendere un’immagine che non c’è. Infatti credo che, in gergo immobiliarista, si chiami proprio “operazione di maquillage”.

O almeno così l’ha definita l’agente immobiliare che, la prima volta, mi ha mostrato quella centralissima accozzaglia di luoghi comuni su come sia fatto un appartamento qui: ripostigli senza finestre messi lì a rimpicciolire il salone; metri utili di terrazzo trasformati in… lavatoio (ma una lavatrice in cucina, no?); sgabuzzino superfluo per attrezzi in disuso. C’era anche il mio spreco di spazio preferito: quell’anfratto mangiacamere che si chiama vestidor. Il “guardaroba” ce l’hanno anche i miei, ma la loro è una stanza vera, perdio.

Insomma, la prima volta ho visto tutto questo, ho sentito il prezzo e me la sono data a gambe. Il tizio mi ha telefonato il pomeriggio stesso: “Se lo scarti, faccio l’operazione di maquillage e scatto le foto”. “¡Adelante!” ho risposto, anche se era svedese.

E la seconda volta? Beh, prima di tutto le avevo beccate online, queste foto ritoccate a dovere: il fotografo dell’agenzia ci sa fare. Inoltre, stavolta ero arrivata in metro e non a piedi, e sono una che non si orienta per trovare il suo bagno. Infine, ormai sfioravo i quaranta appartamenti visitati, e questo qui era stato letteralmente il secondo. Il prezzo era anche “sceso”, tipo quei portafogli in saldi “a soli 59.99”, e se non mi dai il centesimo di resto m’incateno alla cassa.

Quello che era cambiato davvero, però, era l’idea, dell’appartamento.

La distribuzione delle stanze, ad esempio: rispetto al vuoto cosmico di prima, c’erano pochi mobili IKEA e qualche letto, roba dozzinale che però mi “suggeriva” un arredamento futuro.

La morena che stavolta sostituiva lo svedese era stata onesta fin dall’inizio: era tutto falso, i letti, se toccati, si rivelavano sacchi pieni di roba morbida, con sopra un lenzuolo.

Ma ormai avevo già prenotato quella che credevo essere la seconda visita, da effettuare col povero architetto che ancora non mi ha buttata giù da qualche attico senza ascensore. E che, armato di metro laser (lo voglio!), mi ha ricordato che il gioco non valeva la candela. Per allora, però, ripassando le foto avevo già riconosciuto la cucina, che era rimasta “senza trucco”: era troppo brutta, l’avevo già vista da qualche parte! Il resto l’ha fatto la riesumazione di antichi messaggi WhatsApp, che le ricerche di dottorato a qualcosa mi sono servite.

Come ho potuto cascarci? Attenti, perché sto per ricavare una lezione di filosofia da un mio evidente scimunimento: la seconda volta, con tutta l’ipocrisia dell’operazione, mi avevano venduto un’immagine. Mi avevano mostrato come un vecchio appartamento sarebbe potuto diventare casa. Ci avevo visto proprio me, lì dentro, ad abitare quelle stanze, a portarci i miei affetti, ad arrabbiarmici, a uscirci sbattendo la porta, per poi ritornare poco dopo.

Ecco cosa fa questo tipo di “maquillage” alle case, alle youtuber e alla gente.

Per questo deve diventare il nostro migliore alleato.

Perché quello che chiamiamo ipocrisia a volte è solo proiezione, un’immagine positiva di ciò che potrebbe essere. E funziona con tutto.

Perfino con la politica.

Ne riparleremo.

(Uno smokey eyes ddde classe)

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Ho scritto a Repubblica. C’era questa poesia di Junqueras, e allora ho scritto. Oh, l’ha postata Repubblica, e allora ho scritto a loro. A Concita De Gregorio, che un po’ catalana ci è, e infatti parlava di Catalogna dopo che in pochi, ormai, se la filano. Specie adesso che c’è Sánchez che risolve tutto con una mano sola…

Oriol Junqueras. Su di lui si sprecavano aneddoti, prima del referendum. Su quella volta che si era messo a piangere pensando alla Catalogna unita, e sul numero di salsicce che, giurava qualche collega d’università, fosse in grado di mangiarsi a una scampagnata.

Dopo la sua incarcerazione per aver votato sì all’indipendenza, è diventato quello che doveva ricevere un presepe a Natale, ma gliel’hanno scassato e ci hanno scritto sopra “Viva España“.

Povero il paese che ha bisogno di eroi. E un paese che risolve con la repressione i suoi problemi politici mi sembra due volte povero.

Ho scritto per questo: vengo da qualche mese in più di tensioni, rispetto a chi vive in Italia, e volevo dire che è inutile trincerarsi e insultarsi mentre qualcuno divide e comanda. Dopo l’ottobre che ho passato, il giugno trascorso in Italia non mi ha rinfrancato. Immagino che anche voi, o almeno tanti di voi, vi confrontiate una volta al giorno con qualcuno che dica “affondiamo i barconi”. Oppure, più sottilmente, respinga i migranti “per il loro bene”.

Beh, anche Sánchez aveva commissariato la Catalogna “per il suo bene” (capolavoro!). E io, una società schierata in due fazioni che si schifano l’ho prima studiata, con le mie ricerche fallite sulla Grande Guerra, e poi vissuta, per fortuna in scala minore, a Barcellona e a Napoli.

Anche a Barcellona mi è stata appioppata una fazione (sarei “unionista” e “podemita”, io che non amo Pablo Iglesias e non ho mai avuto la sensazione di vivere in Spagna).

Non schierarsi, comunque, è quasi impossibile. Pure le pacifiste della Grande Guerra erano spesso “schierate”, cioè trovavano alcuni paesi più democratici di altri. Ma rifiutavano una logica binaria che trasformava i loro uomini in carne da cannone.

Allora, ho scritto a Repubblica perché dopo un ottobre a litigare, e un giugno a litigare, forse è il caso di ascoltare un’amica su Facebook:

Non voglio fare l’errore di amplificare e dare spazio a ciò che è negativo e divisivo. È esattamente ciò che si aspetta chi vuole creare il caos. Un commento indignato in più non cambierà la situazione. Voglio provare a parlare con toni diversi e a dare voce a quelle storie che possono ispirare me e gli altri ad essere persone migliori.

Qua a Barcellona, alcuni dei problemi sociali sono la disoccupazione, il carovita gonfiato dalla gentrificazione (che da noi, dopo Venezia, attacca Napoli e Torino), i tagli alla spesa pubblica, la criminalità organizzata… Le soluzioni ci sono. Poche, ma ci sono.

E in Italia?

Cominciamo a trovarle.

Se ci ispirano pure, tanto meglio.

 

 

Ok, queste sono IKEA, ma è per dire

Dite a mia madre che ha fatto una gran cosa.

No, perché io ero troppo occupata a insistere che non ce n’era bisogno. A pensarci bene, ero troppo occupata e basta. E pensavo davvero che non ce ne fosse bisogno.

In fondo, quand’è che uso più camera mia in paese? Alle feste comandate, e a qualche improvvisata estiva. Un po’ poco, insistevo, per far montare le tende anche lì.

I vicini mi hanno sopportata in tutte le salse: ginnasta accanita, adolescente ai primi baci. Non ho mai capito cosa si vedesse attraverso i fori della persiana, e ormai non me lo chiedo più.

Così, quando sono andata a riporre il computer in camera – sloggiata da uno di quei tecnici di paese in costante ritardo, con il “don” davanti a indicarne l’età – avevo anche dimenticato che, per la prima volta in trent’anni, ci avrei trovato le tende.

Mi ha investita un velo di frescura: onde di lino immacolato, d’aspetto antico. Intendiamoci, le tende erano come appena acquistate, solo che erano fatte troppo bene per esserlo davvero.

Infatti, mi ha spiegato la committente di quel capolavoro, erano “le tende di nonna”.

Che per inciso ha lasciato questo mondo da quattro anni, e casa sua, sotto la nostra, mi pare un po’ un museo. La mia nuova vena immobiliarista mi spinge anzi a fare l’agente cinica, che sussurra che “con una parete divisoria e un po’ di lavori vengono su due quartini fantastici!”.

Lo scherzo viene accolto con rassegnate proteste, come una specie di sacrilegio verso un luogo che significa ricordi, anche ora che è spogliato dei suoi antichi abitanti e lasciato in balia delle cose: l’angolino ammaccato nel vecchio frigo che diventava un pesce, se il lampadario era acceso e inclinavo la testa nel modo giusto; io che in corridoio saltavo solo sulle mattonelle a fiori, e all’altezza del salone mi meravigliavo per un’improvvisa violazione di tanta simmetria. Ora capisco che qualche incidente domestico aveva giubilato un tratto di pavimentazione, sostituita poi con delle piastrelle disadorne. I misteri dell’infanzia hanno soluzioni facili.

Mi scopro a percorrere quelle antiche rotte anche adesso che approdo tra le stanze vuote solo per dare un’occhiata alla biblioteca del nonno, o assicurarmi che, nella cameretta di uno zio che ormai ha figli maggiorenni, ci sia l’acqua per il mio ragazzo in visita da Barcellona, se al piano di sopra siamo al completo.

M’intristisce sempre quella casa vuota, concepita per le famiglie numerose di un tempo, quasi come m’intristiva camera mia abbandonata ai suoi cimeli, a qualche regalo improbabile dimenticato su uno scaffale, ai libri ancora da leggere di cui non voglio ripassare la dedica.

È da un po’, però, che ho capito che il rimedio è uno solo: creare presente.

Parlo sul serio. Vedere cosa succede ora, quali amici rispondono all’appello, quali vestiti del liceo mi vanno ancora (più di quanti crediate!), e addirittura cosa c’è di nuovo, cosa si può cucinare ancora con gli avanzi delle mie vite precedenti, messi a bollire nell’acqua passata.

E quelle tende che neanche riconoscevo, così pulite ed esposte a un sole nuovo, me l’hanno ricordato.

Mi hanno ricordato che i miei ormai hanno una loro vita nella mia nuova città, che visitano spesso, e che io stessa, quando visito loro, ho nuovi posti in cui andare. E posti vecchi da evitare, se il locale che mi serviva la Ceres senza chiedermi la carta d’identità diventa una gendarmeria che mi sloggia dal tavolo per un commensale in ritardo!

Creare presente, ragazzi, è il miglior modo di disporre dei ricordi.

Ho amici sopravvissuti alle partenze, e ai ritorni (che si sopravvive pure a quelli), alle inevitabili delusioni tra amici, e altri che sembrano non avercela fatta, e che magari mi ritroverò davanti quando meno me l’aspetto.

Come queste tende che neanche ricordavo, restituite a nuova vita, e a nuovi, spero freschi, misteri.

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