Immagine correlata Indiano lui, tunisina lei.

Ci compro i legumi e il riso che mi semplificheranno i prossimi giorni senza carta di credito. È la seconda volta che entro nel loro negozio di alimentari, mi considerano una cliente fissa.

“Che paese?” mi chiede lui.

Bello capirsi tra gente che non sa parlare la stessa lingua.

“Italia”.

Ci pensa, come un bambino interrogato in geografia. Poi s’illumina.

“Ah! Sonia Gandhi! La conosce? È italiana!”.

Bisogna vedere se Sonia Gandhi sia d’accordo, a questo punto.

E non saprei come dire al mio ex pakistano che gli “odiati” indiani fanno il suo stesso e identico gesto con le mani, una sorta di OK convinto, per dire: “È proprio la meglio femmina del pianeta!”.

La moglie fa di più: mi ringrazia nell’italiano che ha imparato seguendo Antonella Clerici ne La prova del cuoco. E poi:

“Conosce Sofia Loren? In Tunisia è famosissima. Aveva pure una casa, nel paese. Oh, Sofia…”.

E fa anche lei un suo gesto, come per dire: “Divina”.

“Sì, ho presente” sorrido.

Non sono le uniche cose curiose, che mi sono capitate in una settimana a Parigi. C’è il tipo arabo che mi ha chiesto informazioni in inglese, per poi cacciare un perfetto accento palermitano e dire: “Io sono di Sicilia“.

C’è la signora che mi ha gridato addosso perché sbocconcellavo una baguette per strada.

Mi accorgo inoltre che i soldi li do in modo strano, seguendo i complicati calcoli matematici dei numeri francesi. Se mi dicono 70 centesimi (soixante-dix), ma ho una moneta da 50 e un’altra da 20, vado in crisi.

Poi ho scoperto che “Belle et naturelle” sarebbe un complimento, nell’intenzione dei provoloni da strada che non mi ritengano “magnifique”, “ravissante” o semplicemente “jolie”. In mancanza d’altro, posso contare tipo scalpi indiani il numero dei “la” dedicatimi in “Oh la la la la la la”. Un giorno spiegherò meglio perché mi aspettassi qualcosa di più, dal paese di Simone de Beauvoir.

Poi ho notato due cose: non me ne frega niente, stavolta, di Montmartre, Quartiere Latino ecc. Li ho visti e rivisti. Voglio vivere il bel quartiere in cui sto come vivrei Barcellona, ma fuori contesto. Per vedere quanto di me sia determinato dai mobili che mi circondano, le abitudini, le ore fisse a cui uscire e rientrare.

Quante cose mi definiscono solo per la routine che ho organizzato intorno alla mia vita di sempre?

Facciamo insieme quest’esercizio: scopriamolo.

Scopriamo se si può vivere fuori dalla nostra zona di conforto, e farlo pienamente, invece che spaventati, preoccupati, aggrappati al nostro mondo di sempre come se fosse l’unico possibile.

Quando passerete dal kebabbaro sotto da me, non ve la prendete se lui passerà subito all’inglese, ascoltando la vostra pronuncia di “pain”. Tanto “moutarde” lo capirà, vi metterà quella sulle patatine, al posto della maionese.

Io alla commessa che mi chiede scusa per un qualcosa che non capisco risponderò comunque: “C’est pas grave”.

E, nove su dieci, avrò anche ragione.

(Continua)

Risultati immagini per woman wallet Un turista americano vuole aiutarmi con la valigia. L’Aerobus è appena partito da Plaça Espanya, prima tappa del viaggio che mi porterà a Parigi. Gli rispondo:

“No, thanks, they’ve just stolen my wallet”.

Mi hanno appena fregato il portafogli, con dentro i documenti per partire, e sono impassibile.

Cioè, non proprio.

È che annaspando nella borsa per riporvi il resto del biglietto appena comprato, ho capito subito che il portafogli fosse andato. Troppo voluminoso per non spiccare immediatamente tra le mie cianfrusaglie da partenza. Puntellando con il piede la valigiona che ero lì lì per stipare con le altre, do un’occhiata da lontano sul banchetto accanto all’autista.

Poi mi chiedo un istante se non sia stato il poveraccio seduto di fronte a me.

Infine capisco.

E mi verrebbe da ridere, se non fossi troppo occupata a urlare:

“Per favore, si fermi!”.

Le due spintarelle sul predellino, mentre ero in fila per il biglietto. Mi ero girata alla seconda, la zip della borsa lasciata aperta nel breve istante tra il prelievo dei 5,90 (pure le monete, avevo cercato) e un colpetto di assestamento alla valigia grande. Signora anziana, corpulenta, vestito azzurro maculato, sembrava avere difficoltà nel salire. Da brava bambina educata mi ero fatta da parte.

“Prego, dopo di lei”.

Aveva ricambiato il mio sorriso, vagamente lusingata. Come se nessuno le avesse mai dato la precedenza in vita sua.

Poi mi aveva invitato in uno spagnolo stentato a entrare per prima.

Senza seguirmi, inutile aggiungere ora.

Il mio portafogli in effetti era proprio un bel reperto da rubare: l’avevo rivestito col primo, patetico tentativo di fodera a costine fatta a uncinetto. Avevo pure sbagliato le misure, aggiunto all’ultimo momento un’appendice con le costine che andavano in un altro verso. Chissà se la ladra non stia già ridendo di me.

Anche perché non ha molto altro da fare. Il suo bottino è stato di soli 40 euro.

Va detto che l’autista ferma subito, con un compassionevole “Joooder”. Ma ancora una volta le sorti della mattinata cambiano sul predellino.

“Vacci, all’aeroporto” bisbiglia in tempo il passeggero in prima fila. “Sporgi denuncia al commissariato lì, ti danno un documento da mostrare al check-in e passi lo stesso”.

“Ma se non funziona non ho i soldi per tornare!”.

“Ma se ti ho dato 15 euro di resto!” ricorda l’autista, che magari mi aveva anche maledetto per l’esborso. E piano piano la memoria torna anche a me. La bustina col grosso dei soldi, ben nascosta nel bagaglio a mano, è intatta. Più che prudenza, era stata paura della commissione carissima che mi avrebbe inflitto la mia banca, per prelevare a Parigi.

In piedi con la valigia accanto al volante, ragiono meccanicamente. Bloccare la carta, subito. L’operatrice giusta la trovo al terzo tentativo, dopo due numeri sbagliati. Il servizio clienti di BBVA sembra avere problemi seri, ragazzi. Questa infatti, gridando al di sopra del rombo del motore, mi chiede: “Blocco anche il conto?”. Sono perplessa.

“Così nessuno va in banca a prelevare col suo documento spagnolo”, spiega.

Ah, già, nel portafogli c’era anche il Nie. Accetto riluttante proprio mentre la navetta ferma davanti all’aeroporto. Mi sono appena condannata a un mese a Parigi con un budget di 15 euro al giorno (l’ammontare dei soldi in borsa).

“A ver si hay suerte” mi saluta l’autista.

Non penso più, corro. Trovo il Commissariato. Spiego. A due poliziotte diverse, in spagnolo e in catalano. Nell’eternità che dura la trascrizione del mio verbale (ma perché ci vuole tanto?) mi organizzo: messaggio mio fratello al lavoro perché mi anticipi il versamento per la stanza, dopo la consegna delle chiavi; messaggio il mio ragazzo, in partenza anche lui, anticipandogli che al ritorno dovrà spedirmi delle cose con un corriere; messaggio l’amico avvocato che mi dovrebbe seguire la contesa con la vicina di sopra, il cui pavimento sta cadendo nel mio bagno; rassicuro l’inquilino, che ignaro di tutto vuole solo sapere quando tornerà a farsi la doccia, e lo avverto che potrebbe ricevere “entro quattro giorni lavorativi” una carta di credito per me. È subito solidale, nonostante la settimana senza docciarsi.

Ho di nuovo il tempo di pensare, e va bene. Perché sto bene. Mi hanno rassicurata subito, le poliziotte: col documento che ti facciamo riesci a partire. I soldi ce li ho e basteranno. I documenti si rifanno. Che mi manca?

Che mi mancava, più che altro.

Un motivo reale per partire. Ero assorbita da questo crollo in bagno, dall’irresponsabilità della vicina di sopra, dalle condizioni in cui devono vivere i suoi inquilini immigrati.

Adesso, invece, riuscire a partire è l’unica cosa che conta. Questo, strano a dirsi, è un passo avanti: ricordare quali sono le mie priorità.

Con quelle in mente mi metto in coda al check-in e ai controlli, sostenendo gli sguardi arrabbiati di chi scambia la mia confusione per un tentativo di saltare la fila. La gente si crede incredibilmente furba, nel sospettare che gli altri la vogliano fregare.

Io no, forse è stato questo a causarmi quest’inconveniente stupido.

Ma mi dispiace, la lezione è “Stai più attenta”, non “Smetti di fidarti”.

Perché nel casino che mi aspettava all’arrivo (pesca i soldi dalla bustina per l’RER, prendi la metro con le valigie, chiedi in francese la chiave nel bar dove te l’hanno lasciata, fatti i restanti 20 minuti a piedi…), in questo percorso a ostacoli che prima del fattaccio mi terrorizzava, mi aiutano in tanti.

“Voulez-vous que je vous aide, mademoiselle?”.

Uno mi porta la valigia per due rampe di scale. Un altro me la fa salire sulla metro, senza offendersi per la mia mano ferma sul manico accanto alla sua. Anche prima del furto, una ragazza con lo zaino mi aveva fatto affrontare senza colpo della strega le scale in salita della metro Espanya.

Senza un motivo, senza chiedermi soldi o il mio numero, senza guadagnarci nient’altro che gracias, thanks, merci.

La gente a volte non è affidabile, a volte sì.

E la mia vacanza è appena iniziata.

(Continua)

Risultati immagini per diddle invito Circola il post di una moglie arrabbiata perché suo marito sia stato invitato a una festa senza di lei.

Ai tempi della mia adolescenza, nelle feste tra amici si usava molto il “+1”: se invitavi qualcuno a una festa, dovevi includere anche la sua “dolce metà”. O tutto il pacchetto o niente. Erano una cosa sola. Sopra la busta dell’invito campeggiavano questi due segni aritmetici che, in qualche occasione, diventavano te.

“Questa saresti tu” mi spiegò infatti il mio primo ragazzo, mostrandomeli in occasione della prima festa insieme.

Non vi dico, coi diciottesimi al liceo, il casino per organizzare i regali. In classe mia si era stabilito che i +1 non sborsassero nessuna quota (davano la loro cinquemila lire all’amato bene, che pensava a sganciare i diecimila delle grandi occasioni). Magari, però, se t’invitava qualcuno di un’altra classe, scoprivi che per quei fighetti dalle mani bucate dovevate pagare entrambi…

Immaginatevi cosa succedeva per gli inviti in pizzeria, considerando che noi terroni siamo soliti offrire a tutta la comitiva!

Una volta, però, niente +1. Me lo ricordo ancora. Era proprio un compleanno in pizzeria, di uno che, come si suol dire, era più amico mio che del mio tipo. Che ci rimase molto male. Per lui, andare ovunque fossi io era un diritto, per il semplice fatto che lui senza di me non volesse andare da nessuna parte.

“Io senza tuo padre non volevo uscire proprio” ammetteva anche mia madre, non giovando molto alla causa.

Insomma, ero la strega che a 16 anni, 17, 18, pretendeva di fare cose da sola.

Aveva ragione, il mio ragazzo, sull’invito in pizzeria? No. Il +1 è cortesia, è consuetudine, mai obbligo. A non rispettarlo si mancava forse di delicatezza, ma si aveva tutto il diritto di non voler pagare due pizze, invece di una sola.

In fondo era malato il sistema alla base di queste questioni d’etichetta: considerarti una sola carne con la persona che ti accompagnava in quel momento.

Quando infatti, intorno ai 20, rinunciai a sta storia del “fidanzato” ufficiale, misi in crisi la mia comitiva: come dovevano considerare eventuali “amici” a cui mi accompagnassi? Nel dubbio, fecero quello che avevano sempre fatto: considerarmi un tutt’uno con loro. Invitarmi insieme a loro. E i ragazzi che mi piacevano mi stavano alla larga, non solo per indifferenza alle mie (in)discutibili grazie. Credo fosse apparso anche un +1, su qualche invito.

Perché vi racconto tutto questo pippone? Perché le regole di umana convivenza sono così complicate che forse, per stabilire chi faccia torto a chi, servono più fattori.

Succede in tutto: in amore come al volante (concedi la precedenza a un’auto che venga da destra, ma in controsenso?), passando per gli affitti a Barcellona (puoi rivendicare i cinque giorni di tempo previsti per pagare, se sei in subaffitto?).

Quando il sistema di fondo si basa su premesse sbagliate (possesso, controllo, arroganza, ingordigia… paura, insomma) stai entrando in un campo minato in cui “fare la cosa giusta” non è così semplice.

Forse uno dei fattori da considerare, in questo guazzabuglio, è l’onestà. Facciamo quello che ci pare, ma mettendolo in chiaro fin dall’inizio. E andiamo pure da soli ai compleanni, anche se il nostro appiccicoso partner non lo farebbe.

Lo so, non sempre capiranno. Avranno grandi difficoltà.

Ma non volevamo fare la rivoluzione?

No, volevamo solo “trovare pace”.

Embe’, per quella certe battaglie ci vogliono.

Risultati immagini per una noche fuera de control cartel Camminavo verso plaça Espanya, in grave ritardo sulla mia passeggiatina serale, quando mi ha colpito un dettaglio del cartellone cinematografico che ultimamente mi nasconde la vista di chi aspetta l’autobus sul Paral·lel.

Stavolta a interessarmi non erano né Scarlett Johansson né le comprimarie alle prese con un improbabile addio al nubilato, ma il nome della regista e sceneggiatrice: Lucia Aniello.

E niente, ho pensato che, per vedere una Lucia Aniello su un manifesto di Hollywood ne sono passati, di piroscafi sull’Atlantico.

Perché per me, napoletana di ceto medio che a sua volta non si chiama proprio Jennifer, Lucia Aniello è un nome “con le mani”. Lo diceva ai primi del ‘900 il filosofo Eugeni d’Ors, a proposito di una Teresa che veniva, per lui, a rappresentare tutta la “razza” catalana. Invece una Lucia Aniello, nei pregiudizi delle parti mie, potrebbe evocare una mamma a tempo pieno in grado d’indovinare i tempi di cottura della pasta ammescata nei fagioli.

E mai m’immaginerei di vederla su un manifesto di Hollywood.

Per tre motivi:

  1. è donna;
  2. è terrona;
  3. non chiamandosi Martina o Valentina o Simonetta, nomi in voga ultimamente dopo secoli di Mariegrazie e Immacolate, possiamo sospettare che sia “di umili origini”.

Perché una Lucia così finisca a Hollywood, questa matassa informe di pregiudizi che mi fa schifo pure scodellarvi si deve disfare e tornare a imbrogliare, si deve mescolare con altri grovigli di popoli e culture e deve sopravvivere pure a quelli, ai nuovi pregiudizi, ai nuovi immaginari.

Emigrare è anche questo: spostare immaginari, cambiarli di forma, rielaborarli. Reinventarsi.

Restare? Restare è combattere, secondo qualcuno. Contro i pregiudizi di classe, di genere, di etnia. Magari con l’aiuto di chi se n’è andato, ora che andarsene non significa farlo per sempre.

In attesa che una Lucia Aniello, donna e terrona come me, e pure povera, finisca dalle periferie ai manifesti di Ollivùd.

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Da https://www.youtube.com/watch?v=tokRybYT4Dg

Una volta condividevo un caotico appartamento ai confini del Raval. Pur di lasciarlo avevo bloccato un’intera casetta a due stanze, cedutami da un amico che andava sei mesi negli USA.

Ma le politiche dell’appartamento che volevo lasciare erano particolarmente cazzimmose: l’unico modo di recuperare la caparra era di trovarmi io un sostituto per la camera. Vi ho già detto che era un quinto piano senza ascensore?

Per fortuna, la satanica detentrice del contratto d’affitto risolse le sue contese con la padrona di casa autosfrattandosi, insieme a tutti noi. Non ci crederete, ma ero contenta!

Anzi, avevo talmente aspettato quel momento da arrivare a immaginarmi una vita fantastica fuori da lì. Ma al primo pranzo a casa nuova, osservando il salottino senza luce sul cui divano si era addormentato un compagno di università, mi ero resa conto che no, non avevo trovato il Graal della felicità. Per varie ragioni: 1) le questioni momentaneamente “cancellate” dalla priorità dell’appartamento ritornavano a bussare urgenti; 2) avevo solo sei mesi per cercarmi una casa nuova; 3) nello spazio di una notte, il discretissimo e timido coinquilino ereditato dal vecchio piso, aveva già installato in casa una fidanzata brontolona, e decisa a farci taaanta compagnia.

Allora mi sono ricordata dell’ovvio che ci sfugge sempre di mente: il compito più difficile dei sogni è sopravvivere a se stessi.

Insomma, una volta che il “sogno” si è avverato, ci tocca viverlo.

Superare la parte d’immaginazione, che prevedeva che fosse tutto rose e fiori se solo avessimo raggiunto l’obiettivo, per farla diventare vita reale, quotidianità, qualcosa che richieda manutenzione o una certa routine, come quasi tutte le attività umane.

Pensate a chi sogna di lasciare l’Italia per Barcellona, viene qui e si ritrova alle prese coi documenti da ottenere, il lavoro da cercarsi, le stanze dai prezzi assurdi…

Pensate a chi passa dallo sfogliare margherite sospirando il nome dell’amato bene a doverci davvero dividere il bagno e le bollette della luce. E, a giudicare dallo stress di tanti amici diventati genitori, sarebbe importante che la croce e delizia di mettere al mondo una nuova vita diventasse consapevolezza, informazione, e capacità di perdonarsi.

Questo lato prosaico non rovina la poesia. A patto che lo mettiamo in conto. A patto che invece di inseguire aspettative impossibili ci fermiamo un attimo, consideriamo lucidamente i pro e i contro e ci diciamo: “Voglio provarci lo stesso?”.

Se la risposta è sì, avanti tutta.

 

La Mangrana

Foto di Ricard Cugat, su elPeriódico (trovate il link nell’articolo).

 

Non aspettatevi di trovarli nelle guide, e sì, sono piuttosto lontani da Mr. G. (tranne uno in zona Parc Güell). Ma cercate di capirmi: le leggi del gusto sono così diverse, quando si va dall’artistico al personale! E questi sono i punti di Barcellona in cui mi sono sentita davvero bene, senza che vi succedesse niente di speciale (ma forse le cose speciali “si fanno” davvero nelle passeggiate solitarie). Non copiatemeli, piuttosto trovatene di vostri e descrivetemeli!

  1. La Satalia! Ormai i miei mi sfottono selvaggiamente, per questo, ma adoroadoroadoro il quartiere al di sopra di casa mia, inerpicato su Montjuïc, fatto di casette (spesso moderniste) a due piani, con tanto di nani da giardino. La comunità è così piccola che la festa di quartiere viene annunciata da un foglio A4, contenente l’invito a portarsi dietro la cena! A ben vedere, Font de la Guatlla, dall’altro lato del monte, è ancora più suggestivo, con le sue case modello cascina e le villette a schiera con l’anno di costruzione dipinto sulla facciata (in genere, primo ‘900). Ma che ci volete fare, adoro queste scalinate logore e infestate dall’erba, e i gatti che sciamano intorno ai Giardini del Grec, indecisi se darti confidenza. E poi sul confine c’è quest’albero di fichi di cui non trovo mai il coraggio di fregarmi una foglia per cuocerci il riso, come fanno i greci con le foglie di vite.
  2. Il vascio! No, sentite, poco più giù, vicino alla pizzeria L’Antica Napoli (che già di suo…), avanzando verso le casette vecchie della stradina, c’è un piano terra abitato e pieno di vasetti, piantine, e immancabili sedie lasciate fuori nelle sere d’estate. Ed è subito appucundria.
  3. Una cosa del genere, un po’ più fighetta, si trova dalle parti del Parc Güell. Quando torno dalla Miranda (andateci e godetevi la vista!) invece di scendere di nuovo per le scale mobili della Baixada de la Glòria mi perdo sempre apposta tra le stradine in salita, scoprendo spiazzi di panchine e aiuole, e fantastiche casette, anche qui a due piani. Non chiedetevi quanto costino, godetevi il panorama anche qua, negli angoli in cui vi assale all’improvviso. Quello è di tutti.
  4. E al mare no? Certo! Adesso vi sorprenderò: questo non è solo un posto, ma è anche un momento. Sì, proprio a Barceloneta. Sì proprio verso l’Hotel Vela, in zona hic sunt leones. Che sia per voi un viaggio come di quegli eroi delle leggende, il ragazzotto irlandese alle prese con gli zombie (adesso avrebbe sbagliato strada, i pub con la Guinness sono dal lato opposto), o la fanciulla russa che per compiacere la Baba Jagá deve deve superare orribili prove (tipo attraversare tutto il Passeig Maritim tra italiani in Ray-Ban e colletto alzato). Giunti alla fine della bolgia infernale, nel momento in cui il sole diventa tramonto e acqua rosa, se il destino è benevolo troverete: acqua quasi limpida, i quattro gatti che siano ancora lì a quell’ora, e uno specchio iridescente in cui bagnarvi anche senza costume (non lo diciamo a nessuno).
  5. Vabbe’, dai, parliamo di mare serio. Io vado alla Mar Bella, spiaggia con opzione nudista e reti di pallavolo poco affollate. E al ritorno mi perdo apposta per cercare la Rambla del Poblenou. Fatelo anche voi! Troverete casette bianche a un piano solo, ristorantini con rudimentali lucine messe su tavoli di legno e, alla catalanissima festa del barrio, chicche incongruenti come un altoparlante che spara Peter Pan, cantata dal fidanzato della “vrenzola” Juani, quella di Bigas Luna. Uhm, forse questo non dovevo dirvelo.
  6. Mi sorprende sempre pensare che io, nel mio Raval, non abbia luoghi “dell’anima”. Per me il Raval è fatto di interni. Ma uno che voglio celebrare è quello della Biblioteca de Catalunya. Specie ora che, magari per i motivi sbagliati (leggi “ripetuti sgomberi”) non viene nessuno a importunarvi, se vi sedete sui portici al lato della fontana arabeggiante (ma che fine hanno fatto le panchine?). L’adiacente Jardí mi è sempre sembrato inutilmente caro, ma considerate che sono tirchia, e che al prezzo di un’acqua minerale potreste godervi il patio fantastico che si sono presi adesso. Attenzione alla fila!
  7. Ci sto provando, va bene? Voglio fare il mio omaggio al Gotico. E devo ammettere che uno dei primi angoli a Barcellona me l’ha fatto scoprire un catalano di quelli che vivono in culo ai lupi, e si chiedono come faccia chiunque a non fare altrettanto. Ma il Cafè d’estiu, per essere il patio di un museo, è fantastico, e il tè alla menta è buono. Lì vicino potete andare a toccare la tartaruga della Casa de l’Ardiaca, che fa molto più angolino del semisconosciuto Tempio di Augusto. Non parlate alla bestiola, che il prof. che mi ci ha accompagnato voleva sparire quando l’ho fatto io!
  8. Già che ci sono, faccio pace con la mia prima casa a Barcellona,  che consideravo elegante ma insulsa. Da Passeig de Sant Joan arrivavo a questo vicoletto curioso, dal nome poetico: carrer dels Petons, via dei baci. Così antico che, per il suo nome, abbiamo l’imbarazzo della scelta tra due leggende: un documentato Joan Pontons, vissuto nel XVII secolo, che si sarebbe “meritato” l’eponimia del barrio (spero non come il vicino spacciatore del mio vecchio palazzo, conosciuto soprattutto perché ci viveva lui!); una più aleatoria storia di forche poste nelle vicinanze, coi condannati che, attraversando questa stradina che li separava dall’esecuzione, avevano l’ultima occasione per separarsi dai loro cari. Fatto sta che è troppo carino, dai! Come il quartiere “catalaníssim” della Ribera, di cui per me segnava idealmente l’inizio.
  9. Il mio rapporto col Parc de la Ciutadella è sereno ma non esaltante. Tuttavia ci sono tre cose, che mi piacciono tanto: il gazebo, quando ci ballano lo swing; la chiesetta dalle parti del Parlament (e un parlamento in un parco mi pare una gran bella cosa!); il monumento del tutto ignorato ai “volontari” catalani delle due guerre mondiali. Come spiego qui, ho letto le loro lettere di pitocchi arruolati quasi sempre a forza (altro che volontari!), e sono contenta che qualcuno se li ricordi.
  10. Uff, per finire che vi devo dire: c’è qualcosa, intorno all’Estació de Sants, che mi ha sempre parlato di speranza e fiducia. Sarà che sono stati i primissimi luoghi che ho vissuto, quando ancora cercavo casa. Ma m’incantano sempre, dalla passeggiatina tra giardini condominiali che porta dal Casinet d’Hostafrancs al Parc de l’Espanya Industrial, passando per la schiera di ristoranti ormai turistici tra cui cerco senza fallo l’ottimo palestinese. Se fate attenzione, camminando davanti a voi tra stazione di treni e di autobus, in direzione del parco, scoprite un angolino di un vicoletto bianchissimo. C’è una pergola sopra dei tavolini all’aperto. La sapete trovare? Fatemi sapere come si mangia, lì, e vengo a brindare con voi!

Risultati immagini per write a letter Sì, l’ho letto, l’articolo in cui si dice che io non sono Millennial, ma un’altra cosa. Per sopraggiunti limiti d’età e per aver conosciuto il mondo prima di Internet.

A dire la verità, io mi sentivo solo fortunata.

Non tanto per le prime rughe e qualche svogliata battaglia persa in partenza con la forza di gravità (che per fortuna con me ha poco da attaccare, le piace vincere facile?).

Ma per aver potuto sperimentare le due cose, i due mondi. Per aver avuto accesso a Internet ai 18 compiuti, e aver imparato in fretta, senza però aver conosciuto solo quello.

Non lo dico per fare “gnegnè”, e de che?

Lo ricordo solo per dire la mia, che è: ragazzi, va bene così.

L’avrò già raccontato, ma a quindici anni aspettavo le lettere di un ragazzetto, un “amico del mare”, che viveva letteralmente dall’altra parte d’Italia. Sì, le lettere.

Per fortuna non mi si filava di striscio, quindi non è che fossi angosciata dalla distanza che separasse chissà che grande amore. Aspettavo placida quelle due-tre settimane che ci metteva la lettera ad arrivare. Quant’era lunga l’Italia prima di Internet. Ma tanto speravo in un felice epilogo al prossimo incontro estivo.

Ovviamente sarebbe andato una chiavica anche quello, ma allora non potevo saperlo.

Tornata dalle interrogazioni di Latino e Greco, controllavo la cassetta della posta. Quando era vuota, non c’era altro da fare che chiedere a nonna, al piano di sopra, già sapendo che probabilmente non aveva controllato (anche perché ormai ci pensavo io!). Quando era piena, avevo imparato a infilare la mano nella cassetta in modo da estrarne il contenuto senza dover usare la chiavetta arrugginita da prelevare in casa, beccandomi una sgridata per il piatto (quasi sempre pasta al sugo) che si freddava.

Spesso erano bollette e corrispondenze varie. Ogni tanto, invece, riconoscevo la grafia panciuta del mio corrispondente e centellinavo il contenuto della busta, che il giorno dopo, in caso di frasi più gentili delle altre, avrei portato in classe per un “parere esperto” delle compagne.

Dopo avervi raccontato tutto questo non mi crederete, forse, se ammetto che questa facilità di comunicazioni di oggi mi piace quanto e più di quell’attesa.

Ma che vi devo dire: sono stata contenta di poter fare gli auguri in tempo reale al mio antico corrispondente, quando gli è nato il primo figlio.

Innanzitutto, senza Facebook non ci saremmo mai ritrovati, e Nuovo cinema Paradiso sarà molto romantico sullo schermo, ma una chiavica da vivere, secondo me. A meno che non abbiamo bisogno di melodramma per ravvivare una vita che troviamo noiosa.

Io per fortuna provo a vivere nella pienezza anche senza quello, e, come già per ricordi più recenti, sono proprio contenta di aver trasformato un’illusione/delusione adolescenziale in un divertente scambio di aneddoti calcistici (tifiamo per squadre rivali e minacciavo di mandare al pupo una tutina con su scritto: “Dopo 9 mesi di silenzio stampa, finalmente pozzo gridare FOZZA NAPOLI!”).

Quindi va bene così. Andava bene l’attesa, va bene sapere.

Non credo di pensarlo solo perché li ho sperimentati entrambi da giovanissima, al contrario dei Buongiornissimo che tuonano contro la tecnologia alienante (di cui però sono utilizzatori compulsivi).

Ma è proprio che sforzarsi di ricavare il meglio da qualsiasi situazione non è mai un esercizio ozioso, per quanto ingenuo possa sembrare.

#Provare #per #credere.

 

azzurritàIl bello di stare a Barcellona è che le mie vite ritornano.

Di solito lo fanno ogni estate, ma non sempre aspettano l’aumento del biglietto, o il Primavera Sound, per incrociare le mie faccende di adesso e chiedermi dov’eravamo rimasti. Più che altro, dov’ero rimasta io.

Mi avevano lasciata entusiasta nel Raval, e adesso faccio loro da guida nel “nuovo” quartiere. Mi ricordavano litofaga (cioè, “magnavo pure le pietre”) e mi sorprendono a rimpinzarmi di verdurine. Dopo aver sbalordito con questi dettagli gli amici che popolavano le mie vite passate (giacché sono loro, ovviamente, a ritornare per un po’, le vite passate mica lo fanno), li lascio ai loro treni, o ai biglietti d’aereo da stampare, e me ne torno al mio presente. Senza rimpianti.

O quasi.

Perché a volte ritornano vite che abbiamo bistrattato, trascurato, lasciato andare.

Non che la cosa conti più: anche noi, col tempo, diventiamo aneddoti nelle vite altrui. Com’è giusto che sia.

Ma quando ci prendiamo un caffè, con queste vite abbandonate insieme alla terra in cui siamo nati, o perse per strada in un momento difficile, a volte siamo presi dall’impossibile impulso di tornare indietro. Di cambiare le cose, di applicare a ritroso la placidità che intanto, magari, abbiamo strappato centimetro a centimetro alla nostra antica incapacità di vivere.

Ovviamente non possiamo. Possiamo andarci vicini. Con la compassione, col perdono reciproco e, soprattutto, con la voglia di fare bene qui e ora.

Ma questo posso dire: c’è chi merita il nostro rimorso.

E la peggior vendetta della vita, presente e passata, è trasformarlo in rimpianto.

Immagine correlata Avete presente quando andiamo noi da loro, e agli Arrivi dell’aeroporto provano a chiamarci sia sulla scheda italiana che su quella spagnola? Poi l’italiana la togliamo di mezzo, ed eccoli a spendere una fortuna in sms, tipo “siamofuoritiaspettiamo”.

Insomma, quando vengono a trovarci i nostri premurosi e pazienti genitori abbiamo il dovere morale di risparmiargli tutta una serie di orrori da vita all’estero a cui noi, magari, siamo abituati. Per cui, ecco le cose da fare preventivamente:

  • scendere a patti con gli scarafaggi perché non si materializzino in 5 proprio mentre si alza papà per una pipì notturna (per certi residenti a Ciutat Vella);
  • scendere a patti col barista perché non sommerga il caffè con otto litri di latte (per chi vive lontano da un bar italiano);
  • scendere a patti con gli occupanti di turno dell’appartamento turistico accanto perché non mettano Despacito all’una di notte;
  • scendere a patti con eventuali coinquilini perché non improvvisino un festino alle due di notte, o almeno non si fidanzino proprio adesso.

Tranquilli, loro non capiranno mai come facciate a preferire una metropoli mediterranea al caro paesello in cui, a fine anno scolastico, tutti venivano a vedere i vostri voti esposti a scuola prima di quelli dei figli.

Magari capiranno Barcellona solo quando avranno modo di dire: “Ah, che bello, è pulita e tranquilla!”. Riuscirete nell’intento?

Vi butto lì una serie d’itinerari da sperimentare, nella speranza che a loro non facciano troppo male i piedi!

  • Le basi. Prima vi cavate il dente e meglio è. Il pellegrinaggio Gaudí (che li trasformerà in esperti di Modernismo), il Museo Picasso, la Fondazione Miró con annessa passeggiatina a Montjuïc , li faranno sentire personcine di una certa cultura. Così potranno andare a cuor leggero a farsi fare il 10% di sconto per gli stranieri al Corte Inglés. Sì, la Rambla è lì vicino. Sì, percorrendola tutta arrivate al Port Vell. Sì, attraversando tutto il Moll de la Fusta (che magari vedrete aprirsi per lasciar passare qualche barca) approdate al Mare Magnum. Che sì, se non ha i saldi ha qualche promozione che non sfuggirà all’occhio dei vostri ospiti. Coraggio, ci siamo passati tutti e siamo ancora qui a raccontarlo! E poi Santa Maria del Mar, se facciamo una puntatina anche al Fossar, è fantastica.
  • L’itinerario “locale”. Una volta mio padre, a passeggio in solitaria, chiese a un ragazzo nei pressi del mercato di Hostafrancs “cosa si mangiasse per spuntino da quelle parti”. Tornò a casa felicissimo col seguente carico: pizza ed empanada gallega. Tipico? Sì, dai. Come può esserlo il flamenco: per niente, se consideriamo che sia nato in Andalusia, oppure un pochino sì, se non dimentichiamo i concertini non turistici e le jam della nutrita comunità andalusa presente in città. Quindi cosa significa fare la “ruta local”? Be’, dipende dal quartiere e dalla zona. Anni fa mia madre, dopo giorni passati a subire la cucina locale del Raval (cioè, araba e pakistana!) si è sentita proprio bene all’Antic Forn, a mangiare canelons e pesce al forno. Da quando vivo nel Poble-Sec, invece, si è innamorata di una trattoria sotto casa frequentata da muratori. Posticini del genere esistono anche nel vostro barrio, ne sono sicura!
  • Mare, profumo di mare. Per me il giusto mezzo tra mangiare paella industriale a Barceloneta (che però ha angolini deliziosi e ristoranti degni) e andarsene in treno a Tossa de Mar o alla catalanissima Caldetes, è portarli al Poblenou. Fategli strabuzzare gli occhi davanti alla spiaggia “con opzione nudista” della Mar Bella. Se v’implorassero in ginocchio di andarsene da lì… Pronti! Avete una pinetina per famiglie alle spalle della spiaggia, e una bella rambla ancora non impossibilmente turistica (ci sta arrivando), per passeggiare e prendersi una rinfrescante orxata. Avventurandovi un po’ nei vicoletti lì intorno trovate ancora ristorantini tipci. Se poi non disdegnano di camminare, li trascinerei a Ca la Nuri Platja, poco dopo le torri di Vila Olimpica.
  • Nostalgia d’Italia. Dopo tre giorni a mangiare insalata di antipasto e riso in bianco di contorno, potrebbe arrivare la fatidica domanda: “Senti, ma una pizza/spaghettata/bistecca ai ferri dove possiamo farcela?”. E voi, pronti, chiedete: “Volete un ristorante-pizzeria, una trattoria o addirittura una pizza a portafoglio?”. Ma le opzioni sono tante, ormai. Magari spenderanno il doppio per mangiare lo stesso che a casa, ma 9 su 10 saranno contenti. Mistero della fede!
  • Come en casa. No, non c’è un errore di battitura, è proprio “mangia in casa” in spagnolo. Ma voi lo sapevate già, vero? Lo sa anche vostra madre, mi sa, che per una volta lascerete seduta sul divano mentre vi dedicherete a preparare un bel pranzetto. Che vogliate dare loro un assaggio semplice di cucina spagnola, anche estiva, o un’esibizione nella vostra cucina nativa, le materie prime ci sono tutte, ormai, trovate le migliori marche di pasta in supermercati notissimi alla comunità italiana. Poi, per una bella pizza, ci sono posti in cui (oltre a prendere da asporto roba da ristorante) potete comprare la pasta da stendere senza mattarello. Sì, dite pure che l’avete fatta voi. Vi crederanno.
  • Fuori porta! Dai, la gitarella ci può scappare! A me senza dover andare troppo lontano piace Sant Pol de Mar, con tanto di passeggiata sul lungomare per chi non vuole mettersi in costume, e paella sulla spiaggia. Sitges, invece, ha il vantaggio di unire il mare al paesello carino e a qualche locale ancora tipico (dai, spero proprio non siano un problema, eventuali addii al celibato di ragazzi gay!). Se volete un posto in cui, a sentire i miei amici, le nonne catalane portano i nipotini a fare il bagno, vedete la già menzionata Caldetes.

Insomma, l’unico rischio è che, con un piede già sull’aerobus, i vostri genitori vi dicano che torneranno prestissimo. Mi raccomando, se vi portano provviste tenetemi presente!

 

Risultati immagini per fallen toast on the side of butter  Come la volta che chiamai uno che mi piaceva, lo raggiunsi in auto e passammo una fantastica notte a… parlare. Avevo vent’anni. Anni dopo, davanti a una birra, lui mi confessò ridendo che quella sera pensava di provarci. Poi avevo scherzato sul fatto che avessi il ciclo, e allora era giunto alla conclusione che volessi solo essergli amica. Era stato l’inizio di una grande amicizia, ma lasciamo sta’.

Oppure la volta che incontrai Viggo Mortensen ed ero in tutona inguardabile, con una busta della spesa in mano. Sembravo la cugina trasandata del Mago Oronzo. Era stato l’inizio di una serie di tormentoni coi miei alunni d’italiano, con me che uso il mio idolo per spiegare il periodo ipotetico (“Se Viggo e io fossimo gli ultimi rimasti sulla terra, il genere umano si estinguerebbe”).

Per la cronaca, la busta conteneva una confezione di uova di pollaio, che allora insieme a latte e formaggi costituivano le uniche proteine animali che consumassi. Di lì a poco, però, mi resi conto che a farne senza il mio pancino stava meglio e, come mi avevano predetto un’ostetrica al CAP e la mia erborista, il ciclo di cui sopra ne avrebbe guadagnato. No, non mi gridate “Vade retro, Seitan“, che vi ci faccio un ragù pippiato 6 ore e vi costringo a mangiarlo.

Fatto sta che sto bene e posso dedicarmi con meno male ‘e panza, mo’ ci vuole, alla mia attività preferita: scrivere. Romanzi e racconti, eh.

Mi sarebbe piaciuto anche essere sceneggiatrice, ma fino a qualche giorno fa ero convinta che avrei fatto prima a pubblicare un romanzo che a vedere gente recitare un mio copione di qualsiasi tipo. Recita di terza elementare a parte, ovviamente.

E invece.

Ancora una volta la vita mi dà il contrario di quello che mi aspettassi, nel modo più assurdo, e lasciandomi lo spazio per farmi una bella risata.

Da un mio commento sulla pagina dei Jackal è nato lo spot che potete vedere qua sotto.

Ovviamente, è la pubblicità di un formaggio.

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