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Salsa romesco. Da tierra.it .

No, paiella e sangria a Plaça Reial proprio no!

Ok, all’inizio ci caschiamo proprio tutti (ehm…), ma se i primi tempi non avete una cucina a disposizione e non volete farvi un fegato così di pinchos, elaborate un piano B (tanto più che il più turistico dei menù, ultimamente, sotto i 10 euro non tanto va).

Allora per non ritrovarvi alla fatidica “cita previa” del Nie con l’apparato digerente che grida aiuto in catalano, mi permetto di suggerirvi una serie di proposte low cost per mangiare relativamente sano (ok, per non avvelenarvi) e allo stesso tempo affrontare i km che vi toccheranno per consegnare curriculum.

Cominciamo!

  1. A scrocc’. Ok, questa opzione la scarterei ma in tanti la seguono, quindi riferisco. C’è un tempio sikh in c. Hospital 97. Chi si presenta per pregare viene rifocillato con tè e un dolcetto, e una palla di acqua e farina con tutto un valore simbolico. Sotto il Ramadan, invece, la comunità musulmana di Barcellona organizza spesso degli iftar (cene post-digiuno) collettivi, che potrete rintracciare su Internet. Tutti benvenuti, sono molto ospitali e cucinano, mo’ ci vuole, da Dio. Anche alla Festa della Luna Nuova in Casa del Tibet c’è un piccolo buffet dopo l’oretta abbondante di mantra. Capirete che questi sono più che altro eventi sporadici per conoscere culture e religioni presenti a Barcellona. Vipregovipregoviprego, la mancanza di rispetto e l’umorismo d’accatto lasciateli a questa qui.
  2. Per pochini pochini soldini. Scusate la citazione di Concetta Mobili, ogni tanto le radici chiamano. Di ristoranti “sozzi ma economici” ce ne sono a bizzeffe, Romesco è pure vicino alla Rambla e potete vedere cosa combinano nella cucina “esposta” agli sguardi. Ma come miglior rapporto qualità prezzo raccomando sempre la cucina di Xandri, casereccia e buonissima! Tre portate, con dolce e acqua o vino inclusi (ricordate però che per “postre” si può intendere anche un frutto), consumate nello stesso “vascio” in cui vivono i proprietari. Frequentatissimo dai muratori, che com’è noto sono le migliori guide gastronomiche!
  3. Ma tu vulive ‘a pizza? Prova questa! Mentre scrivo ci trovi marinara a 4,50, margherita e a portafoglio a 5. Ed è ottima! (Per dirlo io, che so’ ‘na cacaca’…)
  4. Esotico a chi? Breve rassegna innamorata dei ristoranti più economici (senza avvelenare) di cucina non europea. a) L’equivalente cinese di Xandri, in c. Nàpols 97, è fantastico: famigliola che vive in un soppalco dello stesso ristorante in cui lavora, marito in cucina e moglie in sala. Perfino vostra madre rischia di gradire le tagliatelle cinesi fatte a mano! Se pagate più di 7 euro un piatto con una bibita, vuol dire che avete scialato. b) A proposito di 7 euro, fino a qualche anno fa era questo il prezzo del menù del Tempio Hare Krishna vicino alle summenzionate paellas surgelate di Plaça Reial. Non so se funzioni tutto come una volta, ma io proverei a bussare, prima di buttarmi su quelle! E sì, colleghi veg, qui potete mangiare quasi tutto anche voi (ma continuate a leggere, ho buone notizie!). c) Cous cous fresco ogni venerdì in c. Hospital all’angolo con Riera Baixa (quello col nome solo in arabo). 7,50 a piatto e mangiate in due! Menzione speciale anche per il maghrebino di fronte alla chiesa di Sant Pau, che pure lo fa “a livello”. Non tornerete mai più al precotto Barilla. Non sono fan della Paloma Blanca, ma durante il Ramadan provate il menù apposito a 7 euro circa. d) Chiudo questa sezione con due pakistani ultraeconomici: Bismillah su c. Joaquin Costa, e il girarrosto/take away su c. Riera Alta, nei pressi di Tecnocasa. In entrambi riso ottimo e abbondante, anche in versione vegana, sui 2 euro! Magari nel secondo, se chiedete “dove potete sedervi un attimo a mangiare”, vi lasciano il retrobottega, ma chi lo sa. Per inciso: di fronte, angolo con Bisbe Laguarda, ci sarebbe il take away del mio ex, con dell’ottimo pane naan anche condito e il miglior palak paneer (spinaci e formaggio fresco) di Barcellona. Ma forse è meglio che non facciate il mio nome.
  5. Alimentatevi di cultura! Ok, le mense universitarie non sono esattamente la prima scelta per mangiare sano, ma in giorni speciali hanno piatti a 2,50 e il menù, se vi attenete a quello, viaggia anche sotto i 7 euro. Inoltre sono spesso rifornite di forni a microonde in cui potreste scaldare dei piatti pronti comprati ai banchi del mercato (Sant Antoni e Santa Caterina sono più economici della Boqueria), in negozi specializzati o al massimo, se di buona marca, al supermercato.
  6. Solo insalata? Ma manco per il ca’: vegetariani e vegani, benvenuti nella prima città dichiaratamente vegan friendly d’Europa! Per festeggiare davvero a prezzi popolari, correte alla mensile Fiera vegana (raccomandata anche agli onnivori, specie lasagne e piatti vari dell’italiano Horno del Silenzio), e tenete presenti i ristoranti che fanno menù vegetariano con opzione vegana anche per 8 euro. C’è perfino un cinese totalmente vegetariano, o vegano su richiesta. Sotto i dieci euro, oltre al tempio di cui sopra, potete anche mangiarvi un buon ramen. E la cucina locale? Tranquilli, ogni giorno c’è una novità, anche fuori Barcellona, ma a portata di metro. E a proposito di novità…
  7. Sapete che c’è di nuovo? A mali estremi, estremi rimedi! a) Andate in uno dei numerosi forni a legna che facciano pane vero, più caro di quelli precotti di catene e minimarket, ma ne vale la pena. b) Comprate qualcosa di facile da maneggiare senza coltello (o, per le forme tonde, ve lo fate tagliare). c) Passate in uno dei mercati di cui sopra, o un negozio di frutta a km 0, o altri negozi “de barrio”. Comprate il vostro companatico preferito. d) Andate in un parco o in spiaggia. e) Godetevi uno spuntino rapido tra l’erba o con vista sul mare… E poi di corsa a distribuire curriculum! Lo farete con un sorriso invitante, qualche avanzo per la cena, e il portafogli felice.

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John Lewis Christmas Advert 2013

La “canzone a mia insaputa” è un fenomeno meraviglioso che attraversa tante storie d’amore, reali o immaginate.

Si verifica quando attribuiamo all’amato bene una certa melodia che lui (o lei) magari schiferà a morte, ma che intanto ce lo ricorda. Perché? Perché la passavano nel bar quella volta che ci ha fatto un cenno con la mano più lento del solito (“è amore”). Oppure la davano alla radio quando ci ha offerto quel passaggio così generoso e “interessato” (poco importa che ci avesse trovati nel mezzo di una rissa, in un vicolo cieco, verso mezzanotte). Fatto sta che oh, quella è la “nostra canzone”, e se l’altro ne ignora pressocché l’esistenza (a meno che non sia Despacito), è un problema suo.

Peraltro qualche volta la canzone a insaputa si trasforma davvero in ricordo condiviso! È successo a me quando il mio ragazzo, in un soggiorno di studio all’estero, si è messo a sentire Staje maje ccà dei 24 grana e, forse per ragioni linguistiche, l’ha attribuita indelebilmente al mio ricordo. Detto fra noi, io la canzone la schifavo pure un po’, perché non capivo bene il ritornello! Adesso la ascolto con orecchie nuove.

Ma il fenomeno più becero e salutare, con le canzoni, è forse il “riciclo canoro”: quando un motivo che ci faceva pensare all’ex viene “riciclato” per un nuovo amore. Orrore! Oscenità!

Beh, un momento. Se dobbiamo credere a The School of Life (e non è necessario), quello che ci fa coltivare i bei ricordi non è tanto la persona con cui stavamo, ma la sensazione che provavamo in quel momento. In tal caso può essere solo qualcosa di bello, no?, che la persona che amiamo ora ci faccia provare lo stesso senso di benessere che credevamo non sarebbe tornato più.

Ancora non siete convinti? Ok! Allora vi racconto una storia personale.

Nella più nera delle mie crisi sentimentali (ed è una bella gara), mi aggiravo da sola per una grande casa tetra, in cui mi ero scoperta “mollata a mia insaputa” (questo sì) al terzo giorno di trasloco. In quei mesi deliranti presi ad ascoltare una canzone del mio periodo a Manchester, che di per sé non mi ricordava nulla in particolare, ma che parlava di un luogo che “solo noi conoscessimo”. Perché credevo che l’avessimo raggiunto, nella nostra storia sgangherata, un piccolo posto solo per noi. E speravo che gliene venisse la nostalgia e prima o poi lo ritrovassi lì, ad aspettarmi.

Ovviamente lui non sentiva una ceppa di nostalgia, perché se ne stava beato con un’altra, e probabilmente la canzone gli avrebbe pure fatto schifo.

Qualche anno dopo, in un momento di difficoltà ben diverso dal precedente (crisi “strutturale” in una relazione stabile e serena), mi ero ritrovata ad ascoltare la canzone in una versione diversa, che avevo sempre considerato un po’ stucchevole. Invece stavolta, come per magia, aveva senso. E, condividendone l’ascolto “a distanza” con l’altro chiuso in camera a studiare, ci eravamo scoperti a desiderare la riconciliazione che poi è avvenuta.

Il ricordo di un sentimento arido e unilaterale, mai condiviso, ha così preso vita, è tornato nella mia esistenza per essere motivo di gioia.

Ed è quello che dovremmo fare con tutto, accettando di morire e risorgere ogni tanto, di rinnovare sentimenti vecchi, salutare sentimenti nuovi, accogliere senza troppe riserve quello che di volta in volta ci si presenta davanti nel percorso disordinato che facciamo per vivere.

I sentimenti sono più saggi di noi, sanno quando ci fanno male e se ne stanno lì in attesa, pazienti, che li lasciamo liberi di tornare a renderci felici.

Sta a noi scegliere, accettare questo ciclo come una melodia che è sempre la stessa, sempre diversa.

Sempre nostra.

Risultati immagini per lizzie borden chronicles Ieri, per intrattenermi mentre mi fotodepilavo (lo so, che bella immagine), ho visto la prima puntata di The Lizzie Borden Chronicles, con Christina Ricci, e non sapevo bene cosa pensarne. Mi sembrava interessante, dinamico, ma in un certo senso troppo “teso”: non era tanto la trama, ma qualcosa nella regia, nell’affastellarsi di azioni e scene di ogni tipo nei primissimi minuti, mi metteva un po’ a disagio.

Ho aspettato di finire la puntata per consultare il giudizio di Rotten Tomatoes, che normalmente mi trova in totale disaccordo nei suoi 100/100, ma sulle vie di mezzo per me ci azzecca. Risultato: serie bocciata dalla critica, promossa a stento dal pubblico.

Tra i commenti più frequenti dei critici: “Non si capisce cosa voglia essere”.

Tutto, vuole essere, mi sono detta. Era questo, il problema. L’ansia di piacere a tutti, a tutti i costi.

Allora ho ricordato la lezione di un prof. del mio corso di master, che paragonava certi prodotti artistici di oggi ai ristoranti che fanno cucina fusion: sfruttare la tendenza moderna a mescolare sapori (che di per sé non disapprovo) per attirare il più vasto pubblico possibile. Ti piace il sushi, ma il tuo ragazzo preferisce il guacamole? Ve li mettiamo nello stesso piatto! Per il conto alla cassa, grazie.

Non so voi, ma la mia impressione su tanti di questi ristoranti è che copino male tutte le cucine, per darne un assaggio simultaneo ma mediocre.

Così accade per le serie televisive, e così accade per noi.

Le prime, quando si lasciano prendere dall’ansia di piacere a tutti i costi per fare ascolti, finiscono spesso per fallire come un ristorante.

Noi scendiamo a mille compromessi per piacere a tutti, e non solo non ci riusciremo, ma perderemo anche quel tot di spontaneità che ci dia la speranza di piacere ai più.

Lizzie Borden è esistita davvero. Trasformarla in un personaggio da operetta col vizietto di uccidere è più di quanto abbiano fatto le filastrocche dedicate a lei in vita.

A quanto pare, però, non ha pagato.

 

 

https://flic.kr/p/wtjmX9 | Metro Vallcarca, Barcelona - Josep Ramon

Di Josep Ramon

C’è questa fermata di metro a Barcellona, con cui ho avuto per anni un rapporto particolare.

Lontanuccia dal centro, ma vicina ad altre attrazioni turistiche, ha sempre unito lo stile sonnacchioso dei quartieri residenziali catalani al caos delle orde di turisti. Che però qui si disperdono. Sparuti sulle scale mobili che ne facilitano l’arrampicata, si fanno fotografare sorridenti in cima ai muretti con su scritto “Tourist go home“. Detto fra noi, in questo quartiere non sempre mi sono sentita al sicuro, o mi ci sono sentita molto meno che nel Raval. Non per la possibilità di uno scippo, che quello mi è successo sotto casa nel tranquillissimo Montjuïc, ma perché tra tante scritte contro i blanquitos temevo che i miei capelli schiariti dalla camomilla potessero attirarmi sguardi obliqui (per fortuna non pervenuti).

E poi, vabbe’, c’è stato quello che c’è stato.

ll lungo anno di tragitti di metro che mi sembravano sempre molto lunghi, per visitare una casa in particolare, di cui nessuno sapeva o doveva sapere niente. Un anno passato a svegliarmi tanto più presto di chi mi ronfava accanto, al suono di auto che per il mio Raval non passavano, e a chiedermi se lasciare o meno, giacché ritornavo sempre, lo spazzolino, magari mimetizzato tra gli altri in bagno. Alla fine, con un’intuizione insolita per i tempi, lo rimisi in borsa esattamente l’ultima mattina che passai in quella casa.

Dopo fu davvero difficile, per me, tornare a quella fermata, uscire dalla parte giusta e dedicarmi a pubbliche relazioni con gente che non sempre doveva sapermi esperta, nel mio piccolo, della zona. Una ragazza lo notò, la prima volta che ebbi il coraggio di ritornare per una festa primaverile: “Sei a disagio, vero?”.

In quell’occasione scoprii che il bar all’angolo di quella strada piena di auto, la mattina, faceva lo shakerato alla nocciola. Tanti mesi a combattere con l’insonnia e lo spazzolino, e non me n’ero neanche accorta.

Mi sono accorta l’altro giorno, invece, che questa fermata della metro adesso la percorro in fretta, spensierata (o pensando ad altro) e contenta. Perché è molto bello, fuori, mi accorgo finalmente. Ci sono murales, strade vecchie, una sorta di antico magazzino riabilitato che mi piacerebbe vedere aperto, prima o poi.

Ma tanto non mi ci soffermo troppo, perché ho altro da fare: raggiungo i miei nuovi posti, col passo veloce di chi si prepara a una bella scalata. E di chi è già in ritardo. E al ritorno mi perdo in strade che non percorrevo da tempo, col naso in su ad ammirare i balconcini antichi.

Insomma, tutto il melodrammone pucciniano che mi ha tenuta prima sospesa e poi lontana, è sparito, nel nulla. Come se non ci fosse mai stato.

È per questo, che vi scrivo. Perché, in questo presente che fa dell’ansia una medaglia al valore, e dell’amore un’eterna montagna russa (come a distoglierci ad arte dalla sua parte di fatica), so quanto sia facile affezionarsi a certi drammi.

So quanto sia forte la tentazione di non passare mai per un quartiere, una città, a volte perfino uno stato, perché lì ci viveva una persona che una volta ci ha respinti, o che abbiamo adorato il tempo giusto per non stancarcene. So quanto sia facile, per quanto sia facile il dolore, affezionarsi al ricordo orribile di chi si è ormai dileguato, piuttosto che vedersi ogni giorno con qualcuno, accettare la fine del brivido, la possibile noia, la responsabilità di vederci così come siamo.

È come se il melodramma, l’ansia, la friendzone e tutti questi surrogati di una vita sbagliabile, ci facessero propendere per una vita sbagliata. Di bassa manutenzione, piena di monumenti funebri dedicati a quello che avrebbe potuto essere.

Come la mia fermata della metro.

Che da quando ci passo senza neanche accorgermi mi ha regalato molte più cose.

Perché il problema è quello: cosa si fa, una volta che si accetta di vivere sul serio? Di amare qualcuno che ce lo voglia, il nostro spazzolino in bagno? Di mettere da parte la cosiddetta ansia e deciderci a sbagliare per mano nostra?

Si osserva il paesaggio.

E si scopre che era sempre stato lì, per chi avesse avuto il coraggio di alzare la testa.

 

Risultati immagini per renato pozzetto taac Attenzione: ho scritto “sopravvivere”, mica trovarla pure, la stanza!

So’ traumi, davvero.

Premettiamo che a Barcellona, nella maggioranza dei casi, affittare una stanza significa farlo in nero: chi ha il contratto d’affitto, magari con il beneplacito del padrone di casa, si trova coinquilini per arrivare alla cifra pattuita. Non tutte le situazioni, per fortuna, sono irregolari. Per esempio, a volte i proprietari affittano singole stanze con contratti regolari, che non è necessario registrare. Se per motivi vari avete bisogno di una ricevuta, dunque, fatelo presente fin dall’inizio.

Per il resto, ecco una serie di suggerimenti che, da veterana, vorrei condividere.

  1. Cercate direttamente sul posto. Ragazzi, è importantissimo. Si può cominciare una prima ricerca dall’Italia su siti come idealista, fotocasa, habitaclia, e pisocompartido, che è dedicato a chi cerca e offre stanza. Ma facciamolo soprattutto per informarci su prezzi e aree, o per controllare la qualità dei collegamenti. Quanto a prenotare già dall’Italia, mai anticipare soldi per qualcosa che non si è ancora visto dal vivo, a meno che non siamo in una botte di ferro, tipo: a) la stanza ci è stata segnalata dall’università/dall’azienda per cui lavoreremo; b) abbiamo un amico che possa controllare in loco. Le truffe sono tantissime e sempre meglio congegnate, quindi resistete! Anche se vi scrive il ragazzo momentaneamente a Londra che vi manda foto della stanza e copia del contratto. Anche se il padre irlandese in cerca d’inquilini per l’appartamento del figlio vi indica siti come TripAdvisor, AirBnb et alii, per effettuare il pagamento della caparra. Fatevi spedire una cartolina dall’ “Irlanda“, magari, ma NON spedite niente voi.
  2. Garanzie! È la dura legge del gol: cercano in tanti, quindi tra voi che siete appena arrivati e qualcuno già con Nie e busta paga, indovinate chi scelgono. Inoltre, coi prezzacci richiesti per una “doppia uso singola” [sic], le coppie o gli animali al seguito hanno vita difficile. Facendo bene attenzione al punto 5, potreste accontentarvi per il momento di qualcosa di modesto o lontano dalla zona che v’interessa: trovandovi voi una persona che vi sostituisca, potete lasciare facilmente una stanza deludente, di solito con piena restituzione della caparra. E a Barcellona i sostituti, credete a me che ho accolto in casa 10 candidati in un giorno, si trovano presto.
  3. Meglio una settimana in più in ostello che la stanza sbagliata. Conosco la sensazione di panico, ma a “scapparcene” dall’ostello per la prima stamberga rischiamo di perdere ancora più soldi in una stanza troppo cara, oltre alla salute. È successo a me il primo mese! No, è importante conoscere chi altro dividerà la casa con noi, e soprattutto chiarire “come funziona” l’appartamento: spazi comuni, bollette, utilizzo degli elettrodomestici. Se la coinquilina dà lezioni di musica dalle 16 alle 21, o il titolare del contratto d’affitto passa i pomeriggi in soggiorno a vedere Telecinco fumando, di fatto siamo confinati in camera anche se ci hanno affittato il ripostiglio! Quanto a riscaldamenti ed elettricità, a volte i coinquilini, o i proprietari che offrono l’appartamento spese incluse, impongono limitazioni assurde sulla lavatrice e addirittura sull’accensione delle luci. Un’amica se n’è scappata di casa perché in inverno, senza termosifoni, non le lasciavano tenere la stufa accesa!
  4. Proprietario o agenzia? Magari ci fosse tutta sta scelta (specie per chi cerca solo una stanza)! A volte le agenzie si spacciano per proprietari, negli annunci online (in tal caso, per favore, segnalate!). Ai proprietari di Barcellona non costa niente rivolgersi a un’agenzia, l’onere è tutto per gli inquilini e le commissioni sono salate. Se trovate un proprietario, però, potreste aver avuto fortuna: alcuni vivono lontano da Barcellona e preferiscono mantenere bassi i prezzi dei loro immobili, piuttosto che doversi cercare gente nuova ogni tot mesi. Anche per le agenzie, la mia personale sensazione è che alcune siano più orientate a una clientela “locale”, e meno propense a sparare prezzacci come quelle che lavorano di più con investitori stranieri e turisti.
  5. Non fatevi fregare! C’è gente che affitta stanze a 600 euro con la scusa che siano “vicine alla Rambla” (e magari sono al Poble-Sec). Magari a sapervi appena arrivati, quei furboni dei potenziali coinquilini penseranno bene di farsi la cresta sul vostro affitto. Eh, no, cari! Andate a visitare le case con Google Maps alla mano, e una conoscenza del prezzo medio in quella zona, aiutandovi anche coi calcoli sugli appartamenti interi offerti dai giornali, e, soprattutto, dai siti di annunci.
  6. Caparra de che? Innanzitutto, ci sono finti sensali che si prendono 400 euro di “commissione” (oltre alla caparra) per installarvi in casa loro! Se qualcuno è così gentile da volerci trovare casa, chiediamo(ci) subito quanto vuole. Sulla caparra vera e propria, io non andrei oltre i due mesi d’anticipo (che già sono assurdi), e chiarirei bene i termini di restituzione: ad esempio, se con un congruo avviso me ne vado prima di quanto stabilito, mi verrà restituita tutta la somma? In un appartamento che occupavo, la titolare del contratto d’affitto pretendeva che le caparre venissero scambiate unicamente tra il coinquilino che se ne andava e quello che gli subentrasse. Così lei se ne lavava le mani e aveva sempre qualcuno a occuparle le stanze. Ovviamente, quello che mi lasciava camera sua non mi disse niente.
  7. Chiedete al panettiere! Chiamo così una tecnica che a volte funziona e a volte no, comunque da provare. Individuiamo una zona che ci piace e chiediamo a chiunque se sanno di stanze disponibili: bar, minimarket… E panettieri! Non dico d’importunare i passanti, che già sono vessati da un turismo mal gestito, ma se un vecchietto al parco attacca bottone io chiederei anche a lui! So di una ragazza che ha trovato casa in zona Plaça Espanya grazie alle indicazioni di un barista.
  8. Fate rete! È davvero importante. Vedrete che, dopo qualche tempo di permanenza, troverete sempre più spesso stanza (e lavoro) con il passaparola. Conoscere gente sul posto, meglio se stanziale, è importante anche per questo. A questo proposito, non chiudetevi subito in circoli d’italiani: quanta più gente conoscete e di diversi ambiti, meglio sarà.

Concludo con un saluto a chi, magari ancora in Italia, trovi “improvvisati” consigli come “chiedete al panettiere”. Vorrei solo ricordare che Barcellona è un posto in cui i “mezzi ufficiali” (agenzie e sensali semiautorizzati) arrivano a chiedere prezzi assurdi nella totale legalità con la scusa del “quartiere trendy”, o dei “lavori recenti” (leggi “mano di pittura”). A fronte di tutto questo, un panettiere è per sempre.

Uno speculatore no.

Risultati immagini per ariel brushing her hair with a fork In un post di qualche tempo fa vi spiegavo come distruggervi la casa e la dieta in poche mosse, con la scusa di essere in ritardo.

Adesso vi racconto come rovino il mio aspetto giusto un istante prima di uscire! Quando ho solo cinque secondi per scendere, intendo. Se no il lavoro di distruzione sarebbe più meticoloso.

Siete consapevoli, ovviamente, che sia tutto un gioco? Che andate benissimo così? E allora possiamo cominciare!

  1. Usciamo come stiamo in casa! Senza complessi. Voglio dire: ho incontrato Viggo Mortensen mentre ero in tuta e bustona di uova al seguito… Ok, specifichiamo: in casa preferisco indossare qualcosa che mi piaccia, sempre che sia anche comodo! Mi cambia proprio l’umore, rispetto al mettermi cose spaiate e a brandelli. Che so, pantajazz neri d’inverno e vestitino smesso d’estate: se con questa roba devo uscirci all’improvviso (e lo faccio) non mi trovano meno scippata del solito.
  2. Il trucco c’è? Non so se avete presente il no-makeup makeup: portatelo alle estreme conseguenze e otterrete ME! Ormai uso solo la mia crema al caffè, resa semieterna dal conservante, e poi vado di… ditate: una di correttore ottenuto mescolando vecchie tonalità con aloe vera e ossido di zinco, e due dell’ombretto che uso anche come rossetto ed eventualmente phard (cliccate qui per una ricetta più professionale). Va bene anche un qualsiasi ombretto in crema, eh! Magari preceduto da un velo di cipria lì dove lo volete applicare.
  3. Chi ha detto capelli? Sentite, io per i tagli elaborati vado sempre da una professionista, ma quando la festa è proprio tra un’ora e le mie doppie punte sono diventate i rami della Foresta Incantata, uso il CreaClip. Ah, e fino a cinque minuti prima dello shampoo (ma meglio anticiparsi), faccio una passata di dita imbevute in acqua e olio di cocco. Da aprile a ottobre vietato il phon, lo uso solo per farmi la piega. Se ho almeno un’ora di tempo e li voglio un po’ mossi, li fisso bagnati nella classica “cofana”, con un asciugamani.
  4. Strega chiama colore! La strega sono io, quando coi capelli scippati di cui sopra mi accorgo che non ho roba pulita che sia anche assortita cromaticamente. Come faccio? Una sola parola: sciarpette! Che posso usare in due modi: a) Intorno al collo! (Ma va’). Nel senso che metto su il più noioso dei completi (‘nu jeans e ‘na maglietta, oppure tinta unita) e ci schiaffo sopra un foulard policromo; b) Intorno alla borsa! Le mie sciarpette colorate, anche autoprodotte, annodate ai manici della borsa me la rendono abbinabile pure nelle situazioni disperate. E se siete proprio folli come me…
  5. Fatevi la borsa! I miei sandali estivi sono un caso disperato da abbinare: rosa shocking, puffo transgenico… Ebbene, ho investito 5 euro in fettuccia per farmi una borsa così, facilissima e abbinata alle scarpe estive che uso più spesso. Da afferrare un istante prima di uscire senza pensare ai colori. A farla ci ho messo giusto tre sere davanti a Netflix, e solo perché intanto mangiavo pure! Se poi avete una spilla da balia, ci applicate di volta in volta un fiorellino abbinato agli altri sandali impossibili che avete, e state a posto tutta l’estate.

Ok, ve la dico tutta: io senza vergogna uso, sia sulla borsa che sui capelli, uno dei miei fermagli strategici. Essenzialmente sono policromi, per esempio ho dei fiori di legno con un colore per petalo. Che diamine, almeno un petalo si abbinerà al resto!

Ci vediamo al Red Carpet, allora! E se vi chiedono chi vi ha conciato per le feste, fate pure il mio nome. Sperando che non mi vengano a menare sotto casa.

 

Risultati immagini per rose bud Giovedì scorso sono andata a un incontro per ricordare Katia, regista e attrice italiana che viveva a Barcellona ed è venuta a mancare all’improvviso, lasciando tantissima gente costernata e incredula, ma con la voglia di ricordarla ridendo. Sì, perché nel corso dell’affollato pomeriggio sono state rievocate la sua ostinata passione per l’uvetta nelle verdure, o le sviste come quella di non togliere il cartellino del prezzo all’abito da sposa di una cugina, o l’indifferenza al mondo del calcio che la portava magari a fissare gli spettacoli il giorno di Napoli-Juve

Sapete come vanno queste cose: tra una risata e l’altra ci si asciugava la lacrima o la si lasciava lì, a piacere, in attesa che cominciasse il piccolo video commemorativo dei ragazzi della Compagnia teatrale.

Io conoscevo poco Katia, abbastanza da apprezzarne energia e dedizione. L’ho rivista nel volto del fratello che, in particolare, ha fatto un discorso timido e conciso, che difficilmente dimenticherò. Ringraziando gli astanti per il sostegno ricevuto nei difficili giorni passati a Barcellona, ha detto più o meno così:

“Come vedete sono più avanti negli anni, eppure sono qui io a ricordare mia sorella, e non viceversa. È una cosa che va contro natura. Ma il tavolo dove avvengono queste negoziazioni nessuno sa dove sia, e non ho avuto occasione di parteciparvi e dire la mia”.

Ecco, il tavolo dei negoziati per trattare chi viene e chi va, e quando, e come. Che bella immagine. Sembrava presa dal libro di Queneau che il fratello di Katia stringeva in mano senza mai aprirlo, consegnatogli da una cugina (quella dell’abito da sposa) che vi aveva letto un brano prima di dover scappare in aeroporto.

Non servivano libri per quelle poche parole che mi hanno “risolto” una riflessione ben più astratta, frullatami in testa un pomeriggio che tornavo a casa pensando al terribile mestiere di mio padre (curare bambini leucemici), e mi si era parato davanti un ragazzino minuscolo, cicciotto, pieno di salute, la corsetta resa barcollante dal piacere di giocare.

Forse, avevo pensato allora, dovremmo farlo al contrario. Invece di pretendere di mettere tutto il tempo possibile tra noi e il ritorno al nulla, forse dovremmo ricordarci di quanta strada abbiamo fatto dall’essere nulla a essere noi. Di quanto ci sia voluto perché fossimo lì a respirare, camminare, riflettere su quello che stiamo facendo, e capire che, letteralmente, già è tanto che lo stiamo facendo.

Se ci riesce di continuare per cent’anni, tanto di guadagnato. Ma il tavolo dei negoziati in cui possiamo pretenderlo non ha un indirizzo rintracciabile su Google. Quello che possiamo fare è usare questo regalo strano, spesso sgradito, che ci troviamo tra le mani, e ricavarne il meglio che possiamo. Provare a farlo.

E riuscirci.

Per quanto sta in noi.

Katia ci ha potuto provare per poco tempo, e non per sua scelta. Ma avreste dovuto vedere quanta gente ci fosse a spiegare quanto avesse lasciato dietro, quanta energia, quanta ispirazione.

Mi sa che ci è riuscita, no?

Risultati immagini per bored cat E che du’ palle! Quante volte me lo sono detta, in periodi meno ameni di questo?

Credo sia una sensazione comune, specie nei momenti in cui ci sembra che tutto quello che stiamo facendo si riduca alla parola manutenzione.

Stiamo evitando alla casa di cadere a pezzi, alla relazione d’infrangersi contro la monotonia, al lavoro di essere un’esperienza del tutto sgradevole.

E allora ci chiediamo: ma che cavolo facevo, prima? Quando mi andava tutto male e non avevo né un lavoro, né una relazione, né una casa decente di cui parlare?

Beh, hai detto niente. Ci andava tutto male.

Il #mainagioia è il migliore dei passatempi, il più epico.

E non scherzo. Nell’anno abbondante post-crisi che ho trascorso solo a rimettermi in forze, a “fare progressi”, riscoprire la vita, non mi sono annoiata un momento.

Avevo quest’epica tanto cara ai nostri giorni, quella del passo dopo passo, verso la vittoria, che ultimamente accompagna sia la fondazione di una ONG che il primo giorno di dieta.

Quindi i periodi schifosi ci risparmiano un problema importante: quello di fare i conti con la realtà. O almeno col suo lato meno epico: le inevitabili minutaglie.

La realtà, nei periodi neri, ce la possiamo solo immaginare durante la “convalescenza”, passeggiando in un parco che comincia a odorare di primavera, chiedendoci se tornerà mai quello lì nella nostra vita, oppure dove saremo da lì a un anno… Tutte domande che non includono quisquilie come il piatto doccia da lavare, o i primi, solitari venerdì sera in una città di sconosciuti.

La manutenzione è una delle necessità umane, la meno sponsorizzata nelle grandi manovre della felicità.

Quindi ho smesso di chiedermi perché tutta sta noia non mi toccasse uno, due, tre anni fa.

E ho imparato a godermi i periodi di bonaccia, in attesa del brivido delle novità future.

Sempre meglio che la risoluzione di sbagliare sempre e comunque, solo per evitare il fastidio di rimettere insieme i cocci.

 

Risultati immagini per mary poppin cleaning up In spagnolo e in catalano si dice “andare di culo” (“voy de culo”, “vaig de cul”) espressione emblematica di come ci sentiamo quando dovremmo stare già da cinque minuti nel posto in cui ci aspettano, o tra un minuto busseranno alla porta e casa nostra sembra quella post-tornado di Dorothy.

Non so voi ma, nonostante i miei amici siano abituati al mio proverbiale caos, quando tutto ciò mi succede entro in una pericolosa fase di apnea, di conseguenza non ragiono e, dulcis in fundo, scopro che le mie mani hanno perso ogni prensilità.

Ecco un assaggio di quello che un’imbranata come me, dunque, mette in atto per scongiurare disastri in corner.

  1. Prima di tutto… I movimenti giusti! Una volta ho ascoltato due persone in stazione parlare di un’amica che “non è che sia veloce, fa solo i movimenti giusti”. Mi si è aperto un mondo, l’ho preso come gioco: intanto che vado in cucina a prendermi la maionese, perché non mi porto dietro la tazzina vuota e la lavo pure? E già che ci sono, mentre passo in corridoio non posso fare una puntatina in credenza a prendere un asciugamani pulito per il bagno? Preso bene e in maniera non ossessiva diventa una sfida divertente, un’ottimizzazione di tempo e movimenti che mi permette di dedicare energie a quello che m’interessa davvero. E non avete idea di quanti minuti si risparmino!
  2. Metto il couscous nella vaporiera! No, davvero, avete cucinato meno del previsto? Avete veramente 15 minuti per mangiare? In vaporiera il couscous cuoce praticamente all’istante! Non fraintendetemi, di solito per prepararlo ci metto le tre ore della mamma del mio vecchio panettiere, ma quando il tempo stringe, signora Rashida, pensate a cosa chiamate pizza voi e lasciatemi sta’.
  3. Legumi secchi? Sì, anch’io mi scordo di metterli a bagno! Ok, se manca comunque qualche ora al pranzo li verso in acqua fredda, li porto a ebollizione per circa cinque minuti e poi spengo la fiamma, lasciandoli così almeno tre ore. Attenzione: cottura non ottimale, ma se il vostro pranzo dipendeva da quello, se po’ fa’.
  4. Buonanotte al secchio! A furia di cucinare per gli amici ci resta solo mezz’ora per rassettare? Prendiamo i secchi puliti e le bacinelle per i panni, riempiamoli di tutte le cianfrusaglie che non ci serviranno per la serata e dimentichiamoli per una notte in una stanza in cui entreremo solo noi. Di buono c’è anche che avremo tutta sta roba accumulata nello stesso posto, quando finalmente ci decideremo a metterla in ordine!
  5. Cocktail di candeggina! Siccome la mia incapacità cronica con le faccende domestiche sfiora la leggenda, mi sono sentita molto furba quando ho capito che a diluire acqua e candeggina direttamente in uno spruzzino risparmiavo tempo e soldi. Ideale per far sparire quelle macchie gialle in bagno e cucina che sembrano impronte aliene.
  6. Lavo il bagno con la doccia! Questo si può ribattezzare “metodo S.“, iniziale della coinquilina che mi ha inflitto questo sistema: questa folle saliva sulla vasca armata della manopola della doccia e irrorava l’intero bagno, mentre io nelle vicinanze raccoglievo l’acqua che cadeva. Ovviamente lo userei solo per le emergenze. Inoltre, spruzzando prima il composto di cui al punto 5, ci permette di restarcene almeno per qualche giorno lontani da scope e strofinacci.

A presto con un elenco di cose che faccio quando ho dieci nanosecondi per prepararmi a uscire.

Oh, se volete ritorno ai post seri!

Ah, mi pareva.

Risultati immagini per vignette ciniche sull'amore No, ragazzi, grazie della fiducia! Mi spiace che adesso, nel seguito a questo post, pensiate davvero che scriva qualcosa di ragionevole e sensato. Io mi limiterei a riprendere il discorso sull’amore in crisi, sui motivi facilmente confessabili (un trasferimento, un cambiamento di vita) e su quello più difficile da ammettere (non siamo più presi come all’inizio). La soluzione più facile? Si diceva, dare per buono il motivo confessabile, colpevolizzare chi dei due lo abbia generato e filare via alla ricerca del vero ammmore, il cui ideale immacolato, con questo escamotage, rimane intatto.

La mia soluzione forse vi deluderà, ma è allo stesso tempo la più semplice e la più difficile: affrontare la parte inconfessabile! Sì, ammettere che anche il più “indistruttibile” degli amori si possa distruggere col tempo.

Sento di aver vinto in una sola frase diversi premi G. A. C., quindi lasciatemi specificare: bisogna valutare in tutta onestà se il nostro amore non giustifica più gli sforzi per coltivarlo. Scusate il linguaggio materialista, ma credo che quasi tutti coloro che siano andati oltre i tre mesi di adorazione reciproca (e in case separate) sappiano che tali sforzi sono tanti. Solo dopo questo lavoro di sincerità potremo capire se il problema confessabile non sia, in realtà, un alibi.

Appurato che non lo sia, che l’altra persona ci ami ma voglia davvero trasferirsi, lasciare tutto per rinchiudersi in monastero in Nepal, farsi asportare i genitali piuttosto che figliare, allora sì che si tratta di decidere.

Non dico per forza scegliere, come si sceglie in un aut aut, tipo “o resti/ci riproduciamo/torni ateo o ci lasciamo”, ma almeno decidere. Avere il coraggio di dirci:

  1. “Tu vorresti affrontare un rapporto a distanza, o è meglio lasciarci?”. (“Sì/No/Forse”).
  2. “Piuttosto che avere figli mi castro. Ti va bene o preferisci cercare qualcuno che ne voglia?”. (“Sì/No/Forse”).
  3. Nam myōhō renge kyō” (e qui si potrebbe rispondere con “Afammocc’ “, noto mantra napoletano).

Decidere! Dio mio, che brutta parola.

Non è più facile dirci che, se i suoi progetti sono cambiati nel tempo, vuol dire che non ci amava abbastanza da continuare quelli iniziati con noi? In altre parole, non è meglio perdere un amore, piuttosto che perdere l‘amore?

Peccato che non sia possibile perdere qualcosa che, così come ce l’immaginiamo, non è mai esistito.

Non fraintendetemi: esiste l’amore.

Ma l’amore eterno che si alimenta da solo e non conosce crisi, soprattutto quello che sopravvive senza problemi alla nostra paura di decidere, mi sa che non è mai esistito.

Se esiste, si nasconde così bene che non vale la pena cercarlo. Perché lui non cerca noi.

E come avrebbe detto nostra nonna: “Chi ti vuole, ti cerca”.

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