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‘O sapevate? La CUP canta l’inno col pugno alzato. Da: https://www.thetimes.co.uk/article/eu-rebuffs-catalan-leaders-as-they-are-accused-of-rebellion-2pqjg3s2c

“Comunque vada, ho perso io”: questo spiegavo ieri a chi mi chiedeva lumi sulla questione catalana.

Intanto toccavo con mano l’approssimazione italiana nel riferire della situazione, con un picco importante: un tizio che da Mannoni tesseva le lodi di Inés Arrimadas di Ciutadans. La stessa che nel suo intervento il giorno della “finta dichiarazione” ha cacciato un cuore con tre bandierine (catalana, spagnola ed europea), e ha dichiarato che il suo, di cuore, fosse abbastanza grande da contenerle tutte e tre. Non si sa invece come stia messo il suo cervello, e quello dell’altro frontman Albert Rivera, se saranno mai abbastanza grandi da superare il loro inesorabile qualunquismo o, in spagnolo, cuñadismo.

Ma era ovvio che i voti di chi era stufo di indipendentismo andassero a lei: in Catalogna o sei pro o sei contro l’indipendenza, i miei Comuns non se li caca nessuno. Ultimamente nemmeno io, da quando l’alleato Pablo Iglesias se n’è uscito che l’indipendentismo ha risvegliato il fascismo in Catalogna (dunque se l’è cercata?).

Insomma, avevo chiaro che, chiunque vincesse, perdevo io. Perché non sono indipendentista, non sono cuñada, e vorrei vendere casa.

E casa mia dietro la Rambla in questo momento non la vuole nessuno, perché se la fanno tutti addosso per la situazione politica.

Almeno l’Universo, direbbe l’amico yogi del post precedente, mi ha accontentato nel desiderio non fomentare la speculazione: gli avvoltoi stanno cercando nuovi lidi da spolpare. Ma mi pare che la gentrificazione abbia ricevuto una battuta d’arresto per i motivi sbagliati.

Di una cosa sono sicura: la Catalogna non è a mia disposizione. Questo almeno ce l’ho più chiaro di tanti italiani che sono venuti a Barcellona con soldi da investire, e che ora sono solo indignati per i guadagni che starebbero perdendo. Come se il posto che hanno scambiato per la gallina dalle uova d’oro dovesse perdere la sua storia, i suoi problemi sociali, le sue lotte più o meno condivisibili perché ehi, adesso c’è il loro baretto col Kimbo macinato fresco (magari, in genere è Lavazza). Come si permette questa gente fanatica dal “dialetto” incomprensibile di avere una vita al di fuori di quello?

Io so da un po’ che il mondo non mi gira intorno, e attendo serena di scoprire quando e come venderò una casa che, dimezzandomi le spese, mi ha permesso di scrivere otto romanzi in quattro anni: anche se non me li dovessero mai pubblicare, tutto quello che volevo fare era scriverli. Ma questa casa ormai mi porta solo crolli improvvisi, liti condominiali, e meno soldi dell’affitto che pago.

So che è già un lusso e un privilegio avere una casa da vendere, mentre c’è gente che si vede proporre l’indipendenza come panacea per sfratti e disoccupazione, e per gli eterni problemi che abbiamo noi migranti di ogni classe sociale coi documenti (tanto noi non abbiamo diritto al voto).

Comunque vada ho perso io. Ho vinto solo un biglietto per scoprire sulla mia pelle, molto più protetta di altre, come andrà a finire questa storia, e intanto mi saltano fuori nuove lezioni d’italiano.

Comunque vada l’italiano a Barcellona continueranno a impararlo (anche perché l’Italia possiede diverse aziende spagnole, ci avete fatto caso?). E continueranno a imparare le altre lingue, e gli stranieri saranno sempre benvenuti, o non meno graditi che altrove (l’Italia, per esempio).

Questa è una cosa che, nella foga di paragonare questa telenovela con le realtà che conosciamo, non ci entrerà mai in testa.

(Una gloria catalana)

Dalla pagina Facebook di Supermercat del Món, https://www.facebook.com/BHGSupermercatDelMon/

Oggi, a tre giorni dalle elezioni catalane (e dalla mia partenza per Natale), ho letto il post su Facebook di un amico che fa yoga. Ve lo traduco qui sotto, metteteci voi il suono del gong tibetano:

Solo quando smetti di avere bisogno, si presentano le opportunità. Quando smetti di cercare, trovi.

A me non convince del tutto l’ultima frase: sarà che, nonostante gli anni passati a maltrattarlo, il caro buon nesso causa-effetto fatica ad abbandonarmi. Temo quindi che in qualche caso, smettendo di cercare, perdiamo quella minima possibilità di trovare che avessimo!

D’altro canto capita spesso che, se non ci sbattiamo troppo a cercare qualcosa, magari mettiamo insieme la calma per ottenerlo: che so, quando dimentico un nome o un indirizzo è inutile che mi scervelli. Meglio continuare con le mie cose, e magari un particolare inaspettato mi farà ritornare la memoria.

Oppure, se ho perso le chiavi, non serve buttar giù venti metri di paradiso a chi cojo cojo: se mi calmo un attimo ho più possibilità di ritrovarle proprio sotto la borsa che ho sbattuto con malagrazia sul tavolino all’ingresso.

Ma la soluzione “magica” proposta dal mio amico mi ha ricordato un gioco di prestigio che avviene da un po’ nel mio portafogli: spariscono interi biglietti da venti euro, prima che capisca dove siano finiti! No, non sono i ladri della metro di Barcellona: con loro come minimo mi sparisce l’intero portafogli (Mago Silvan, scansati).

Sarà che ho fatto spesso la spesa al ritorno dalle mie lezioni mattutine a Sant Cugat, quando sono quasi a digiuno, perché sono l’unica donna al mondo che soffre il mal di treno. Quindi al ritorno in città ho una fame da lupo, e si sa, la gente affamata fa pessimi acquisti. Allora arrivo a comprare perfino gli esosi crackers ai tre cereali del pako del Parlament. Una volta (una sola, però) ho gettato alle ortiche il fai-da-te e mi sono scoperta a caccia di polpettine precotte: ancora non si capisce come possa il seitan, che è glutine puro, costare quanto un quarto di bue! Invece, a fare la spesa con la panza piena avrei comprato solo sale, riso, legumi secchi e fedelini De Cecco (oh, ognuno ha le sue necessità!). Insomma, con cinque euro me la sarei cavata, fedelini compresi.

Alla luce della mia spesa fallimentare, ipotizzo che tre euro di colazione al veggie dietro Plaça Universitat me ne fanno risparmiare dieci di spesa inutile!

Insomma, devo un rooïbos all’amico che mi ha fornito un ottimo promemoria, per il momento in cui mi trovo: una fase di transizione, in una città in transizione, in una provincia autonoma (per qualcuno, aspirante stato) in transizione.

Allora, tra tanti desideri e aspirazioni frustrate, trovare quello che mi serve davvero è un casino. È una tortura. È una sfida.

Come diceva uno, mo’ me lo segno.

E forse ottanta centesimi per le gomme mi avanzano.

https://www.youtube.com/watch?v=t_3CCfEZu-I

 

 

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Da https://www.express.co.uk/news/uk/758128/Beer-price-UK-pubs-goes-up-6p-pint

Attenzione: la seguente riflessione è così “volemose bene” da risultare quasi natalizia.

Sono passati cinque anni da quando una me più giovane, e infinitamente più melodrammatica, scriveva questo post: parlava di un amico che, nel corso di un’innocua uscita pomeridiana, mi annunciava all’improvviso che il giorno dopo sarebbe partito “per sempre”.

Ok, anche se non vi sciroppate il blog da tutto ‘sto tempo avrete capito che l’amico in questione non mi dispiaceva affatto, nonostante la timidezza e le… barriere linguistiche: diciamo che, se avesse voluto la separazione della sua terra per motivi linguistici, io gliel’avrei appoggiata.

Quell’antico addio “a tradimento” era quindi entrato a far parte della struggente narrativa dei miei primi anni a Barcellona, e delle illusioni (diciamo anche delle “pippe mentali”) che mi facevo allora.

Fino a ieri sera.

Perché secondo voi chi c’era al pub quiz domenicale, seduto a un tavolo di amici comuni? Esatto, lui! Io lo dico sempre, che ci ho i lettori intelligenti.

Quasi non lo riconoscevo, col nuovo taglio, così come lui quasi non riconosceva il pezzo di donna che intanto sono diventata (e solo una delle due affermazioni precedenti è falsa!).

Giocavamo in squadre diverse e nessuno di noi due ha vinto il quiz, anche se il mio gruppo si è aggiudicato a pari merito il premio per l’haiku più creativo (una scatola di biscotti non proprio a prova di vegano).

Ma ho rinunciato al mio progetto di rientrare presto per fare due chiacchiere col redivivo, e constatare che, dopo svariate puntate di Outlander, riesco a capire quasi tutto quello che dice. Forse ci vediamo in settimana per una birra con gli altri, o forse no. In ogni caso sono rientrata contenta anche senza aver vinto il jackpot (impresa quasi impossibile, con quel nerd del mio ragazzo in Italia!).

Tutto questo per dire: era molto più “ad effetto” il finale di cinque anni fa. I poeti romantici suoi conterranei avrebbero sorriso da lassù, se quello di allora fosse stato l’ultimo abbraccio, seguito da un mio crollo sulle scale di casa che Eleonora Duse in confronto è la protagonista di The Lady (erano pure cinque piani senza ascensore…).

Ma sapete che vi dico? Che mi è piaciuto molto di più così.

È stato bello non credere ai miei occhi, cacciare un urletto di svariati decibel e fare due chiacchiere da vecchi amici davanti a una birra (lui) e a un… ginger ale, visto che la mia resistenza all’alcool non è cambiata, intanto.

Insomma, mi è venuto da pensare nientepopodimeno che alla differenza tra vita e illusione.

Solo per concludere, insieme a Calvino, che “se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo”.

Nel dubbio, adesso so quale scegliere.

Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.

 

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Tema

L’espressione della tua cultura che ti rimuoveresti chirurgicamente dal cervello

Svolgimento:

“Pare brutto”.

Ah, devo anche “motivare la mia risposta”? E che c’è da spiegare? È la quintessenza dell’ipocrisia: non è che sia brutto, è che pare, brutto. E questo basta a complicarci la vita.

Lo vediamo soprattutto col sopraggiungere del Natale. Pare brutto non mandare gli auguri a chi detestiamo, pare brutto non fingerci entusiasti di un regalo che ci fa schifo… Pare brutto mostrare un’onesta indifferenza verso chi vorremmo spedire su Marte senza l’ausilio del Galaxy Express.

Devo dire che Barcellona è stata una bella scuola di “sana” strafottenza, poiché mi ha insegnato a distinguere l’ipocrisia dalla “bona crianza”, la buona educazione. Così, se mi accompagnate a casa, state certi che vi invito a salire solo se mi fa piacere davvero. E non vi chiederò più “favorite” anche per mettermi una cicca in bocca. Il giorno dopo la discussione della mia tesi di dottorato, che tra una cosa e l’altra mi ha tenuta impegnata fino a mezzanotte, ho evitato di riprendere il treno solo per andare a salutare cinque minuti la mia prof. catalana, che peraltro si recava a Capodichino accompagnata da un collega. “Sei diventata stronza!” ha commentato un’amica del paese. “Finalmente!” le ho risposto.

Eppure qui in terra iberica esiste una cosa del genere: il “qué dirán”. Cosa diranno, gli altri? Come ci giudicheranno? Mi sembra comunque meno ipocrita del pare brutto, perché con questa frase stiamo esplicitamente dichiarando che quello che ci interessa è il giudizio altrui.

Ecco, io vorrei fare un mix tra le due espressioni e portare avanti un progetto molto ambizioso: prescindere da entrambe in maniera duratura. Come?

Propongo di dare una risposta sincera alla domanda retorica: “Ma alla fine, chemmenefooo’?”.

“Che ce ne fotte”, quindi?

Be’, da dove cominciamo.

  • Può piacerci il fatto di sentirci ancora parte di una comunità, e di una che da bambini era tutto il nostro mondo.
  • Se abbiamo la sensazione diffusa di star sbagliando tutto nella vita, non disdegniamo l’approvazione di chi, secondo infondate ma suggestive leggende metropolitane, esisterebbe solo per volerci bene.
  • Infine, non è male sentirci parte di un clan, anche a distanza, se ci troviamo in una condizione che renda particolarmente precaria la nostra identità, come ad esempio: vivere all’estero, essere uomini e non avere un lavoro, essere donne e non avere un figlio, e tutto ciò che la nostra società ci impone come una priorità per il nostro genere e la classe sociale.

Quindi, poche storie. Riconosciamo il fascino dell’approvazione altrui, se vogliamo prescindervi.

O non ce ne libereremo mai.

Anche perché, non so se avete notato, riscuotiamo più approvazione quando abbiamo smesso di preoccuparcene.

O almeno così succede con la gente che non ci “pare brutto” frequentare.

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Quando avevo l’età di Julien (gli occhiali pre-hipster sono finti!)

Il mercoledì era il mio giorno preferito, ma adesso lo schifo.

Il principio di “accumulare tutti gli impegni in una sola giornata” mi si è ritorto contro alla grande.

D’altronde l’imprevisto è il mio mestiere, visto che noi insegnanti d’italiano all’estero rientriamo nella categoria dei monitores, che è la stessa degli istruttori di palestra e di sci: ho pure provato a chiamare “collega” la scultorea istruttrice della mia ex palestra, ma non l’ha presa benissimo.

Insomma, tra corsi annullati e proposte di lavoro telefoniche, me ne andavo bella bella per carrer Ferran, con lavagnetta dei cinesi al seguito per illustrarci i misteri dell’articolo determinativo, quando ho incrociato un ragazzo armato di volantini.

Se siete venuti almeno una volta a Barcellona avrete visto questi giovani virgulti freschi d’aereo, che per accomodare i loro vent’anni in cinque metri quadri di ripostiglio nel Gotico fanno anche questo, tanto hanno pure i chupitos gratis.

Sono quasi sempre stranieri: i coetanei del posto qualcosa di meglio rimediano, e poi non sempre parlano quattro-cinque lingue. In compenso questi “volantinari” potrebbero parlare uno spagnolo approssimativo, ma vicino alla Rambla chi se ne accorge!

Questo qui almeno non aveva la tenuta da spiaggia di certi colleghi anglosassoni a novembre, il che lo camuffava abbastanza bene tra i passanti. Solo che, proprio mentre lo evitavo per passare, all’ultimissimo momento mi ha fermata.

“A me! A me che sono la catalanità in persona!” ho pensato con un sorriso, guardandomi la trapuntina grigia presa in saldi e le antiche Calzedonia nere che cominciavano a stingere. Cosa avevo sbagliato? Era per gli occhi truccati? I capelli senza frangetta?

A scanso d’equivoci, ho sventolato la bustona con la lavagna cinese, come a dire: “Guarda che vado a lavorare, non sono una turista”. Ma lui imperterrito mi ha chiesto qué tal.

Due ricordi sono affiorati nella mia mente: la sera dell’ultimo esame di catalano, quando il mio orgoglio si era infranto contro il menù mostratomi da un cameriere che mi chiedeva con finto accento inglese: “Paella? Sangría?”; la sera di Napoli-Verona in cui il barista dello Sports Bar mi aveva chiesto se fossi irlandese.

Stavolta ho dunque gettato la spugna e spiegato al ragazzo che andavo di fretta.

Quello non si è dato per vinto e mi ha chiesto di dove fossi. Gliel’ho spiegato. Lui? Francese.

“Mi chiamo Julián” ha dichiarato, con tanto di jota alla madrilena.

E qui mi ha fatto veramente pena. Perché una delle prime cose che perdiamo partendo è il nostro nome. Cosa c’è in un nome? Beh, quello che credevamo di essere fino a quel momento, fino a un minuto prima di diventare “l’italiana” o “il francese”.

Ci ho scritto pure un romanzo, che nessuno ha pubblicato. Ma in effetti faceva un po’ schifo, quasi quanto i mercoledì.

Allora ho deciso di fare un piccolo omaggio al ragazzo. Prima di filar via gli ho detto:

Julien“.

Con la “u” più a culo di gallina che mi venisse.

È rimasto contento, ma non avevo tempo per un patetico scambio di battute nel mio francese: ho incassato il suo bonne soirée e sono tornata ai miei articoli determinativi.

Però, ve lo confesso, per un secondo ho pensato di prendergli il volantino.

Allora avrei regalato lavagna e libro di testo al vagabondo seduto a terra con cinque bicchieri davanti (“cibo”, “fumo”,”LSD”…) e sarei entrata nel bar di Julien a intascare il mio chupito gratis.

Ci sarei entrata come se dall’ultima volta fosse passato un week-end, e non un decennio o giù di lì. Mi sarei messa a scherzare col francesino al bancone, anche se stavolta avrei tenuto bene a mente che mi avrebbe ceduta volentieri al suo amico, se ne avesse trovata un’altra “mejor”. Così come mi sarei guardata bene, stavolta, dallo spiegare al bellissimo barman di Liverpool che ho vissuto due anni a Manchester.

Avrei bevuto dimenticando di dover andare il giorno dopo in biblioteca, specie adesso che la biblioteca è diventata la scuola di lingue, la lezione a Sant Cugat, il colloquio occasionale per entrare nell’ennesimo gruppo di ricerca rimasto senza fondi.

Avrei bevuto alla salute di tutti e avrei dedicato l’ultimo chupito a Julien, che magari a fine serata sarebbe entrato a brindare con me.

Poi sarei tornata a casa col singhiozzo, mi sarei sentita male e mi sarei chiesta che cavolo stessi facendo con la mia vita.

Va detto che è una domanda a risposta multipla, eh, ciascuno trovasse la sua dove meglio crede: in fondo a un chupito di tequila (prima il sale, poi tracanni, poi il limone), o in quel vecchio progetto démodé del tetto sulla testa e del marmocchio da finanziare fino all’università. Tra le due opzioni ci sono anche tante vie di mezzo. Io è da un po’ che ho trovato la mia.

Così, anche questo mercoledì ho sollevato un po’ meglio la borsa che mi scivolava dalla trapuntina, ho stretto forte la busta che cadeva sotto il peso della lavagna cinese, e sono corsa ad ammazzare il resto del mercoledì.

Il mio vecchio mondo lo lascio a Julien.

https://www.youtube.com/watch?v=ECqJP8O6ZoA

 

Risultati immagini per funny memory loss Sto perdendo la memoria.

Dimentico quello che avevo detto fino a qualche istante prima, e non compio più le prodezze che mi erano valse la diffidenza e i tentativi di corruzione degli amici (che cercavano di comprare il mio silenzio su oscuri episodi di vent’anni prima).

E vabbe’, mi direte, l’età avanza e puoi campare senza.

Sarei anche d’accordo se non fosse per un problema: io “sono” la mia memoria. Sono “quella che ricordava tutto”. O così credevo fino a poco tempo fa.

Spesso, in epoche precoci della nostra vita, di tutte le nostre capacità cogliamo una sola caratteristica (bellezza, intelligenza, generosità) e lasciamo che “diventi” noi.

Se fossi stata una modella, tanto per buttarla sulla fantascienza, mi avrebbe mandato in crisi la prima ruga. Non bisogna essere Naomi Campbell, e nemmeno un’indossatrice, e a ben vedere nemmeno donna, per rimanerci un po’ male quando la sgamiamo guardandoci allo specchio. Però, se un volto giovane e liscio era la cosa che più apprezzavamo di noi, la prendiamo ancora peggio di altri.

Perché finiamo per identificarci con la storia di noi che ci raccontiamo.

Che succede se perdiamo la caratteristica che ci definisce?

Be’, si esce dal copione che ci siamo scritti da soli e “si recita a soggetto”!

Non tutto il male viene per nuocere: quando le condizioni che ci definivano non si verificano più, approfittiamone per confessarci di essere molto di più, di quelle. Di non essere solo un bel volto o una memoria lucida, o un grande lavoratore prossimo alla pensione, o una madre che si ritrova con i figli ormai fuori casa e “non ha più niente da fare”.

Sostituiamo un sistema di pensiero con un altro, ma stavolta ampliamo gli orizzonti: per esempio, cosa sono io, rispetto alla ragazzina che ricordava quale giacca indossasse il suo primo amico quando lo ha conosciuto?

Piuttosto che pensare a cosa NON siamo più, soffermiamoci su cosa siamo ORA.

La cosa più assurda di tutta la vicenda, sapete qual è? Che dobbiamo liberarci di chi crediamo di essere, per scoprire chi siamo.

Fare i conti con la realtà è un vizio sottovalutato.

https://www.youtube.com/watch?v=78Ruh0ewBVo

Risultati immagini per intuition funny Ciao, sto ancora cercando di salvare capra e cavoli delle massicce dosi d’irrazionalità che mi sono permessa negli ultimi anni.

Sarà che sabato, a un mercatino di beneficenza, ho preso uno di quei libri di self-help che ho messo da parte di nuovo per leggere romanzi. Tanto era offerta a piacere.

Sarà che, per la gioia di Gennaro d’Auria, uso i tarocchi in classe per ripassare i tempi verbali (passato prossimo, stare + gerundio e futuro semplice), e ogni tanto indovino cosette facilmente prevedibili: ho un alunno che mi evita.

Sarà che guardavo un po’ a distanza le foto su Facebook del prof. di un’amica, e le ho chiesto all’improvviso: “Qui era al matrimonio della sorella?”. “Sì, c’è scritto sotto! Come hai fatto a indovinare?!”. Elementare, Watson: elegante, ma non abbastanza da essere lo sposo. Vent’anni di meno, quanti doveva averne una napoletana di mezza età al momento del matrimonio.

Insomma, l’intuizione sempre per il cervello passa, è ovvio. La questione è che segue percorsi più immediati rispetto a quelli che percorriamo per ragionare nel senso comune del termine.

Non è così irragionevole neanche ricordare un amico proprio mentre mi chiama, se entrambi abbiamo pensato a una ricorrenza, o visto qualcosa (specie ora, coi Social Network) che abbiamo associato all’altro. Delle migliaia di pensieri che abbiamo in un giorno, saprà il nostro cervello quali ci sia più utile collegare. E questo, a mio parere, è più magico di Maga Rowena. È come ai tempi antichi, quando andavamo a consultare un oracolo e una sacerdotessa sotto acidi ci diceva parole più oscure di un testo in inglese di Tiziano Ferro. L’interpretazione che davamo era la più “conveniente” per noi.

Una delle coincidenze più gustose che mi siano successe è stata in metro, in una bella giornata di novembre. Ero entrata in vagone pensando, tra le altre cose, a un amico che ripartiva per l’Italia con moglie e figlia, al desiderio di fargli una festa d’addio. Ebbene, me lo sono ritrovata nella stessa carrozza, a qualche porta di distanza. Ne ho riconosciuto la voce, parlava al cellulare.

Magari in un altro momento non me ne sarei neanche accorta, solo che avevo appena pensato a lui ed ero più “sensibile” alla sua voce.

Fatto sta che l’ho invitato con l’inganno a una banale uscita tra amici, che si è poi rivelata una festa a sorpresa per lui e famiglia.

Comunque arriviamo alle nostre “magie” quotidiane, la cosa più importante è farne buon uso.

https://www.youtube.com/watch?v=rb9BlK4amQc

Risultati immagini per ossigeno Ho mandato a monte la riunione di condominio.

Si vedevano solo per parlare di un soffitto crollato. Il mio. Ho già detto che sono venuti due furgoncini di pompieri a puntellare le travi?

Eppure è saltata la riunione, perché non sapevo si tenesse. Mi era arrivata la mail, in uno di questi giorni in cui non so se, tra l’indipendenza mancata e un pestaggio della Policía Nacional, mi torna a casa il “coinquilino”: l’avevo presa per una comunicazione di routine, l’ennesimo preventivo del tecnico, e cestinata. Assente io, i miei vicini non avevano niente di cui discutere.

Ma non posso lamentarmi, sapete perché?

Perché intanto mi ha contattato Tina. Che vive a Pavia in una casa non sua, fa lavoretti da niente per mantenere due figli e, se le muoiono i padroni di casa, finisce in mezzo a una via. Perché mi ha scritto? Per la solita richiesta: “Mi puoi aiutare a trovare lavoro a Barcellona? Non ne posso più di questa vita”.

Essere scambiata per San Gennaro (o meglio, per la Madonna di Montserrat) è divertente quando mi succede col ventenne indeciso tra Barcellona e Berlino: quello vuole vitto e alloggio e un lavoro ben remunerato, magari senza sapere un’acca di spagnolo. Qualcuno particolarmente attraente mi ha dato a intendere che sarebbe stato disposto a immolarsi, chiedendomi un appuntamento “per parlare”. È un mondo difficile.

Il discorso cambia se a contattarmi è Marika, che deve trasferirsi con due bimbe mentre il marito non le potrà raggiungere subito. O Angela, napoletana “emigrante” che si è vista il negozio devastato dal terremoto, uno degli ultimi che hanno martoriato il centro Italia: “è stanca di essere un peso per i figli”, e a cinquant’anni passati cerca col marito un posto da cameriera, senza parlare nient’altro che l’italiano. O il siciliano di cinquantasei anni, “ma come vedete sono giovanile”, che in un post sulla pagina che modero si dichiara disposto a fare qualsiasi cosa pur di trasferirsi, e dalle foto capisci che è per mantenere una moglie un po’ più giovane e un bimbo avuto sulla quarantina inoltrata.

Solo che adesso non posso aiutare nessuno, neanche con quel poco di consigli e contatti che possiedo, se sto così rincoglionita da scambiare la convocazione di una riunione per un preventivo di lavori. Se dimentico per la prima volta in cinque anni di pubblicare sul blog nei giorni previsti, cosa che non ho omesso di fare neanche prima di un funerale. Se mi scervello sul soffitto crollato e il coinquilino spericolato e il Primer Ministro idiota e il re inqualificabile, e il President che lasciamo sta’, come se fossero questioni che io possa controllare.

E invece tutto ciò che sono in grado di gestire è la mia calma, e quelle due cose che posso fare per Tina, Marika, Angela, il signore giovanile.

Ma è come le istruzioni di sicurezza in aereo: mai mettere la mascherina dell’ossigeno agli altri prima di averla infilata noi.

Se no, oltre a finire male, non possiamo aiutare nessuno.

 

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Mirabile riassunto de La parlata Igniorante

Ok, settembre è famoso per i buoni propositi gettati alle ortiche. Forse però il problema non è la qualità dei progetti, ma come li portiamo avanti: se non troviamo un minuto per caricare la lavatrice, figuratevi quanto spesso andremo in palestra con l’abbonamento annuale!

Pensiamoci: il rientro perché è traumatico? Secondo me, perché abbiamo perso la nostra routine, come ci succede in vacanza. Solo che al ritorno, al contrario di quanto accade in vacanza, ci sentiamo estranei in casa nostra. Con i pro e i contro della situazione.

E qui casca l’asino! (Ma no, porello). Invece di ristabilire le abitudini di sempre, dovremmo approfittare del nostro estraniamento per crearne di nuove, prima che la convenienza ceda il passo alla pigrizia.

E invece ecco cosa ho riscontrato in questi giorni di riadattamento alla quotidianità:

  1. Ci risiamo! Butto tempo come se me ne avanzasse. Vi inquadro la situazione: ieri, dalle 10 alle 12, mi sono occupata unicamente di un lavoro di revisione del testo, al PC, senza accesso ai social. Missione compiuta, e il tempo, come succede spesso quando si lavora, non passava mai. Dalle 12 in poi ho fatto tre cose diverse: preparare una lezione con l’aiuto di Google, smorzare un dibattito nella pagina che modero, rispondere a un WhatsApp. Come niente, si sono fatte le 12.59. Non è stata tanto la pluralità di attività, quanto la dispersività dei social. Che non demonizzerò mai perché li trovo una grande risorsa, ma che purtroppo non sono facili da gestire come altre cose. Semplicemente, nel computo ci sono stati almeno 29 minuti di troppo che avrei potuto spendere diversamente: dopo mangiato, quando sono dovuta uscire a lavorare, mi sono accorta di non avere tempo per la cyclette.
  2. In gabbia da soli. Non so voi, ma io appena tornata a casa dalle vacanze sperimento una sensazione un po’ megalomane: quella di avere a disposizione tutto lo spazio possibile. Di guardare la città come se fosse tutta per me, ripercorrerne le strade fingendo di non conoscere il mio indirizzo, come se potessi ricostruirmi la mia vita dalla sera alla mattina. Però, dopo la prima settimana torno a ingabbiarmi da sola negli spazi di sempre, secondo i tempi di sempre. Anche quando vengono meno le motivazioni logiche dietro questa routine.

Insomma, che fare? Approfittare della situazione! Per esempio:

  • Il mio ragazzo è a un convegno? Potrei approfittarne per fare cose che l’organizzazione del tempo insieme rende più rare.
  • I corsi ancora non sono iniziati a pieno regime? C’è un negozietto che potrebbe avere saldi interessanti, anche se a dieci fermate di metro.
  • Mi è venuto meno un appuntamento della giornata? Potrei sperimentare quel baretto che serve una bevanda che mi piace.

Le cose che facciamo in automatico, le abbiamo cominciate così perché avevano un senso. Col tempo i meccanismi quotidiani assumono vita propria anche quando perdono la loro utilità.

È il momento di ristabilire un nesso tra le cose che facciamo e il loro reale proposito. Il nostro.

Il mio è stare bene, senza grattugiare troppo le gonadi al prossimo.

Spero che il vostro sia altrettanto piacevole.

 

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