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Image result for sandwichez dinar de primera Ok, vi ho detto tutto del gruppo di scrittura della domenica: prima gli esercizi “psicologici”, poi il tentativo di truffa

Adesso non mi resta che raccontarvi una cosa che non c’entra niente: la vetrata sullo sfondo del bar che ci accoglie.

È come uno schermo gigante che dà su un angolo di strada, la stessa del mio cinema preferito. Il panorama domenicale – passanti ancora sbronzi, tre bidoni, la maglia leopardata di una prostituta cinese – è interrotto solo da un cartello rivolto alla clientela, che raffigura un pasto frugale – almeno per me! – e qualche bibita: qui, che mangiano pochetto, sarebbe un pranzo – pure un po’ caro – e infatti la scritta recita “Dinar de primera”, pranzo di prima classe, o di prima qualità, se preferite.

Un’altra componente del bar sono i borseggiatori, ma quello è dappertutto. Quasi chiunque entri in un bar del centro di Barcellona e ne esca quasi subito, magari trascinandosi dietro un giornale mezzo aperto, può giubilarsi il vostro cellulare o portafogli senza che ve ne accorgiate.

Immaginatevi, quindi, che mentre scriviamo sparsi tra i tavoli del bar vengano tre persone, due ragazze e un ragazzo, a chiedere l’elemosina, prima che la barista li mandi via.

“Attenzione, sono borseggiatori!” grida dal suo tavolo il più antipatico del gruppo di scrittura.

Come vi dicevo, il rischio c’è. Ma dare per scontato che tre giovani gitani siano borseggiatori mi fa chiedere cosa succederebbe se fossi io a dichiarare la mia città di origine, e avvicinarmi ai tavoli per un’informazione, magari senza il vestito Skunkfunk di seconda mano a darmi un’aria hipster.

“Magari non lo sono” mi limito a ribattere.

Il tipo viene punito dal fato, quando tutto il gruppo si raccoglie intorno al tavolo sovrastato dalla già menzionata scritta “Pranzo di prima classe”, e parte il giro di confronti su quanto scritto stavolta.

Quando tocca a lui, autoproclamatosi maestro di cerimonie in assenza dell’organizzatrice, alle sue spalle appare un uomo che spinge un carrello pieno di… rifiuti. Di questo parlo un po’ nel romanzo sul referendum catalano che leggerete numerosi (vero?) l’anno prossimo: robivecchi locali, di solito di origine gitana o straniera, a caccia di cianfrusaglie nell’immondizia, da riparare e/o rivendere. Il loro forte è el día de los trastos, cioè il giorno, che varia di quartiere in quartiere, in cui si buttano i mobili vecchi.

Facendo di necessità virtù, il nuovo arrivato si mette a frugare in un grande bidone dell’indifferenziato, proprio mentre il tizio arrogante, al di qua della vetrata, ci racconta delle sue prodezze: ha una pagina dedicata ai viaggi (il robivecchi fa leva sulle braccia e ficca la testa nel bidone), si occupa molto di tour “zaino in spalla” (l’atleta estrae dal bidone una scatola di cereali, e la usa per lasciare sollevato il coperchio), e si specializza soprattutto in offerte di viaggio, biglietti e quant’altro.

A questo punto, l’uomo alle sue spalle viene inghiottito dal bidone.

Le mie compagne di scrittura cominciano diligenti le domande al tipo del sito di viaggi, mentre io guardo ipnotizzata il tuffatore, fuori, che riemerge a metà busto dal bidone con: un paio di scarpe décollété in perfetto stato, e una camicia un po’ sgualcita di crêpe beige.

Quando, per fingere di stare attenta, comincio a chiedere a gran voce il link di questo sito di viaggi (pieno di consigli, immagino, per guardarsi dai borseggiatori!), l’atleta della domenica schizza fuori dal bidone, e mi rendo conto conto di due particolari insieme: è un uomo di una certa età, brizzolato ma dal fisico temprato da “tuffi” come quello; ha trovato una bellissima tovaglia di cotone a fiori, che adesso piega con la stessa grazia di mia zia Fortunatina, buonanima, che invano ha provato a iniziarmi a quell’arte paziente.

Dalla mia parte del vetro, gli astanti lasciano sospeso il discorso del tipo dei viaggi per squagliarsela uno a uno, congelati dall’aria condizionata.

Rimango per ultima – anche perché un ben più gentile compagno australiano voleva dritte per pubblicare, proprio da me! – ma presa dalla conversazione non penso a scattarvi la foto della vetrata per il post.

Se l’ho scritto, non è stato per proporre il salto nel bidone come disciplina olimpica, ma per sottolineare una cosa: checché dicano i giornali dell’emergenza criminalità a Barcellona, a quanto pare solo presunta, non sono soltanto i cellulari a sparire.

Quello di cui si sta facendo man bassa è la possibilità della gente con poche risorse economiche di mantenere un tenore di vita al di sopra della mera sopravvivenza, anche per l’aumento a dismisura degli affitti a fronte di stipendi che in dieci anni, scusatemi, non sono cambiati poi tanto.

Quindi, capisco che i giornali non avessero molto da pubblicare durante l’estate – nonostante lo stupore di accaniti lettori, quando parlo dell’epopea del Nie – e anch’io rimpiango i due cellulari e il portafogli spariti in due anni, con buona pace dell’amico che ha subito otto furti: però terrei anche in conto il furto enorme di tempo e risorse che presuppone spendere la metà di quello che guadagni nel buco in cui vivi. Specie se si tratta di un ripostiglio svuotato delle sue cianfrusaglie, e riciclato come stanza a trecento, trecentocinquanta più spese, ovviamente “senza finestra” (nota particolarità locale).

Chissà se le cianfrusaglie che conteneva questa stanza “di prima classe” vengono abbandonate in un bidone, in attesa del nostro amico tuffatore.

(Ok, lui ahimè non è di Barcellona, ma la cover è della “barcellonese d’adozione” Shakira, e poi lo amo).

 

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La protagonista indiretta di tutta la faccenda

No, non del karma, ma di Karma, la mascotte filiforme dei video nella metro di Barcellona, che allungando le braccia snodate dà lezioni di educazione civica ai passeggeri. Il concetto gioca con la pronuncia identica, in catalano, della parola “karma” e del nome “Carme” (Carmela), e il messaggio è: comportati bene – anche in metro – e la vita ti premierà.

Ne parlavamo ieri, domenica, nel confronto finale del gruppo di scrittura, e la nuova venuta ci ascoltava perplessa.

Noi, per la verità, eravamo perplessi da lei. Si era presentata troppo presto per le due ore di scrittura silenziosa, e troppo tardi per l’ormai noto angolo dell’esercizio (aveva pure tentato di accaparrarsi il nostro guru, per “parlargli un momento”, ma quello le aveva chiesto di aspettare la fine della dettatura e mi aveva lanciato uno sguardo sorpreso).

Arrivato il suo turno di confrontarsi sulle due ore di scrittura, la signora dal portamento elegante e dal sorriso gentile, le rughe addolcite da una cascata di capelli tinti di biondo, aveva spiegato con accento misterioso che parlare in inglese non era il suo forte, e che non aveva capito bene la finalità del gruppo: era lì solo per chiederci se conoscessimo “an editor“, per il suo romanzo.

Al che io, fidandomi incauta dei suoi… false friends, mi ero offerta di fornirle un contatto.

Ricostruisco a beneficio vostro quello che è successo dopo.

Visto che stentiamo a capirci, e lei ha problemi di vista col cellulare, acconsento a seguirla nel bar più vicino – i tavolini all’aperto della snobissima Fábrica Moritz – per verificare bene cosa cerchi in realtà: un editore, con la “e” alla fine. E dire che la confusione tra editor e publisher (editore, appunto) era segnalata perfino nel manualetto d’istruzioni per la mia tesi di laurea! La signora a sua discolpa può dire di essere iraniana, di parlare un francese perfetto e di scrivere in ottimo spagnolo, tant’è vero che il suo mini-manoscritto, parte del lavoro finale della sua scuola d’arte, è stato distribuito in molte copie su richiesta della commissione. E si dice grata dell’incontro “miracoloso” con me: l’universo – o in questo caso, si diceva, il karma – le porta sempre cose incredibili!

Io non provo a contraddirla, anche se da un po’ riabbraccio un approccio scettico verso la sincronicità junghiana: le coincidenze sono davvero tali, ma se il cervello le nota, magari, è perché gli possono essere utili. Piuttosto mi permetto di dirle che, più di quel suo grazioso libercolo di undici pagine, mi sembra interessante la sua autobiografia, che pure ha scritto, di donna fuggita sia da Khomeini che, soprattutto, da un marito indesiderato: le consiglio quindi di contattare comunque l’editor che conosco, specificando che lavora per una casa editrice che non nomino anche a voi, ma che sarebbe l’equivalente spagnola della Mondadori.

A quel nome s’inchina perfino il karma, o Karma, o chi per loro, perché il nostro vicino di tavolo – un incrocio tra Sick Boy e Billy Idol, con davanti uno sciampagnino frizzante – ci interrompe. Il nome che ci offre non suona affatto familiare alle nostre orecchie straniere, così deve spiegarsi meglio: è un cadetto della famiglia che controlla la casa editrice. È come se fosse un figlio minore di Paolo Berlusconi, tanto per capirci. La mia accompagnatrice è ancora più sorpresa dei doni dell’universo.

Per la verità, il tipo ci ha prese per aspiranti venditrici di libri porta a porta, o qualcosa del genere, e vuole segnalarci che quel tipo d’impiego è un mezzo imbroglio – infatti ce lo descrive come una sorta di schema piramidale. Quando preciso che no, si parlava di manoscritti, l’altro s’informa sul nome del contatto che ho con la casa editrice: ah, sì, la conosce, una tipa molto in gamba, una vera scopritrice di talenti. Buon per me allora, aggiunge: se il mio libro “funziona”, la pubblicazione è certa! E io lì a precisare che ho incontrato quella persona in altri ambienti: magari pubblicassero me, gli squali di “casa” sua!

Ma il tipo non vuole sentire ragioni e, intanto che distribuisce tabacco e cartine a dei passanti che gliene chiedono, parla a manetta: per lui sono solo affari, i manoscritti manco se li fila, gli interessa solo quanto possa guadagnarci. Parla così tanto che dimentica anche di bere, e a un certo punto ci fa notare che gli è sparito il calice mezzo pieno che aveva davanti: io penso a uno dei numerosi passanti, mentre il cameriere sembra ricordare che gliel’ha sottratto un collega, e gliene porta un altro. Intanto il “derubato” fornisce dettagli curiosi sul processo di selezione dei manoscritti: storie di commissioni nazionali ed estere, percentuali di guadagno… La signora è scioccata, io so che le case editrici so’ così e quindi, dopo un’oretta di conversazione surreale, me ne vado per fatti miei: sono divertita dalle circostanze ma non mi piace parlare con quel tipo, e ho già spiegato tutto quello che dovevo alla mia nuova amica, che invece rimane lì a chiacchierare.

Qualche ora dopo, mando un messaggio veloce all’aspirante scrittrice per assicurarmi che vada tutto bene, senza lanciarmi in osservazioni sullo sconosciuto per timore che sia ancora in sua compagnia: mi arriva in risposta un pippone dalla sintassi precaria, in cui lei mi annuncia che il giovane rampollo le presenterà mezzo mondo. Ok, rispondo, buon per lei: in quel momento l’ipotesi più probabile per me è che il tipo sia reduce da una sbronza o da un surplus di acidi, e che si dimenticherà di lei al momento stesso di lasciare il bar. Certo, se lui le ha dato il suo numero tentar non nuoce, dico alla signora quando mi chiama per scusarsi del messaggio (scopro che l’ha scritto per scherzo il ragazzo stesso): lei, al contrario di me, ha apprezzato la conversazione, dunque non vedo troppe controindicazioni se si presenta a un eventuale appuntamento in pieno giorno, e accompagnata, e dopo aver verificato che il luogo in questione sia davvero una sede della casa editrice. In fondo, la sua storia è molto più “vendibile” delle mie. Rifiuto però l’ipotesi di andare con lei.

Attenzione, perché i problemi arrivano adesso.

Io, nel bar più fighetto di Sant Antoni, posso incontrare anche Jason Momoa sbronzo che si vanta di essere Khal Drogo (ah ah ah). Posso perfino – e qui altro che karma, vado a piedi a Pompei – ottenere il suo numero, nella speranza che, chiamandolo, si ricordi di me.

Fin lì non è del tutto implausibile, ed è pure un buon aneddoto. Il problema sorge se dopo è Jason stesso a chiamarmi, anzi, a martellarmi senza ritegno.

In effetti, mentre mi appresto finalmente a cenare – in tutto quel casino non ho neanche pranzato – mi arriva un WhatsApp della signora che mi informa che il tizio l’ha contattata di nuovo, con messaggi insistenti: le sta chiedendo in tono sempre più aggressivo di dargli il mio numero.

A questo punto divento Super Saiyan, e faccio azzeccare gli spaghetti mentre, al telefono, cerco di convincere la mia gentile interlocutrice che: stando così le cose il tizio può essere un truffatore, o uno stalker; nella migliore delle ipotesi è chi dice di essere, ma ha evidenti problemi di varia natura, e non è comunque attendibile; siccome afferma di conoscere la mia amica editor, meglio chiedere riscontri a lei. In ogni caso, insisto, le conviene restare in contatto con uno zotico che quasi la minaccia? Per fortuna lei, che scrive per hobby e come la sottoscritta non vuole mica pubblicare “a qualunque costo”, si dichiara d’accordo con me.

Questa storia al momento finisce qui: l’amica editor è in vacanza, e quando la gente di qua va in vacanza butta più o meno il cellulare nel cesso. Non so se la signora abbia bloccato il numero del tipo o abbia almeno disattivato le notifiche, come le consigliavo.

Lungi da me penetrare i misteri del karma, o di Karma, ma continuo a sospettare che certe coincidenze abbiano spiegazioni molto chiare: a parte l’insondabilità dell’animo umano, questa è una città complicata, ve lo dico spesso.

E come tante città complicate, attira ogni tipo di disagio: da quello “acido” del milionario che si degna di conversare con due sconosciute al bar, ai mezzucci a cui ricorre un tipo che si vede aumentare l’affitto a dismisura mentre, magari, vive sul serio di lavoretti. Che possono essere precari quanto quello da cui, all’inizio della conversazione, il nostro “facoltoso amico” cercava di metterci in guardia: un impiego che sembrava conoscere benissimo, e magari ti consente l’accesso a informazioni reali su una casa editrice di cui puoi addirittura arrivare a fingerti erede.

Beh, almeno ringrazio per quel consiglio lì.

E ringrazio l’universo – o “la ciorta”, preferisco – per non aver bisogno né di soldi, né del numero di una sconosciuta, né di diversioni per sopravvivere a una vita da “bella e dannata”.

Insomma, a conti fatti, non so come mi comporto io col karma, ma almeno lui (o lei) si comporta bene con me.

 

(Aggiornamento: l’amica editor mi conferma via mail che non ha mai sentito parlare di questo individuo…)

Image result for desert island L’altra volta spiegavo che un esercizio del gruppo di scrittura mi aveva cambiato la vita.

Lo facciamo insieme? E dai!

Prendete un problema che vi sta assillando da un po’. (Non barate: uno solo!)

Immaginate di avere tutte le risorse possibili, cioè di essere Dio coi soldi di Amancio Ortega, e scrivete tutte tutte le soluzioni che vi possano venire in mente, anche le più dispendiose, o strampalate, o decisamente impossibili.

Fatto? E sbrigatevi, avete quattro minuti! Ok, adesso, della bella lista che avete, scremate le idee, ma da una prospettiva possibilista: cioè, questa parte l’ho capita poco (tra breve scoprirete il perché), ma si tratta di prendere la lista e analizzarla dal punto di vista di chi ha risorse e possibilità, ma non proprio quelle dei due personaggi di cui sopra. Ok, avete scremato un po’ le opzioni?

Adesso demolitele! Cioè analizzate le proposte ancora in piedi come se foste Brontolo dei Sette Nani, o il Leopardi “pessimista cosmico” che ci vendevano a scuola. Finito?

In teoria, da una gamma enorme di soluzioni, vi sono rimaste giusto le più solide e fattibili. Grandioso, eh?

Ebbene, io quest’esercizio l’ho sbagliato: l’ho fatto al contrario. Ho invertito la parte possibilista con quella scettica, e non ci stavo capendo più niente. Di buono c’è che mi è servita lo stesso.

La prima parte, soprattutto, è stata esilarante, proprio perché avevo già scandagliato da tempo le opzioni “logiche” per essere madre, una volta rimasta single a 38 anni. Così, nella nuova veste “onnipotente”, non mi restava che tirar fuori ipotesi tipo:

  • Partenogenesi (sì, arrivo tardi, anche se non è detta l’ultima parola!).
  • Andare su un’isola deserta dove la priorità sia sopravvivere a base di noci di cocco, e radici dal curioso colore giallo fluo.
  • Diventare la zia del barrio come certe pakistane del Raval, e offrire babysitteraggio (gratis) a quaranta bambini alla volta: così mi passa la voglia.
  • Pubblicare un best-seller (ci sto lavorando!) su quanto la società ci faccia pressione fin da piccole perché ci identifichiamo come madri, e farmi tanti di quei soldi da avere la stessa via privilegiata all’adozione di Madonna.

Il commento del prof. a tutto questo è stato serafico: “A volte devi pensare a qualcosa di stupido, per pensare a qualcosa d’intelligente”.

E comunque alla fine è andata bene lo stesso, perché sono giunta alla seguente conclusione: potrei dedicarmi alla ricerca di una vita così completa e soddisfacente, che mi permetta di essere felice anche se i progetti a cui tengo non si dovessero realizzare. Una vita così sarebbe un gioiello in sé.

“E ci voleva ‘sta scemenza per grafomani?”, chiederete. A me sì, vabbuo’?

E poi l’esercizio è valido per tante cose! Prendete la tizia che a quanto pare ha ricevuto un pugno dal suo capo di movimento: o meglio, prendete i commenti all’episodio. Un tizio su Facebook sosteneva che non si trattava per forza di violenza di genere, ma di una litigata “tra amici”, e visto che i rapporti umani sono fatti prima di tutto “di persone” bisognava capire cosa effettivamente si fossero detti i due contendenti. Tutto questo mi fa pensare che in Italia più che altrove (ed è una bella gara!) ci perdiamo un dettaglio: non siamo “tutti uguali”, o “prima di tutto persone”, come amano scrivere tanti. Ed è pericoloso formulare giudizi a partire da un mondo perfetto, invece che farlo dal mondo che abbiamo.

Forse è un effetto collaterale di aver fatto passare tutti i diritti civili attraverso un discorso marxista del tipo “una volta risolta la lotta di classe si risolvono anche i problemi di donne, minoranze etniche ecc.” (e il fatto che l’omosessualità sia stata a lungo un “ecc.” pure la dice lunga). Fatto sta che mio padre settantenne e un certo ventiquattrenne dei movimenti torinesi hanno la stessa idea del “piropo callejero“, cioè dei fischi e dei commenti alle donne in strada: episodi di “maleducazione”. Forse perché sono situazioni che ai due personaggi in questione non limitano la mobilità e la percezione di sicurezza, e non lo faranno mai nella vita.

Per colmare il gap, ho proposto almeno a mio padre di guardare la terza stagione di Dear White People (allerta spoiler!): nel secondo episodio, un’alunna dalla pelle di latte porta all’aitante professore nero un muffin, dolcetto dal nome molto simile al suo, e specifica che è “bello caldo”, che lui ha la “giusta prestanza” per consumarlo, e che può fare “quello che vuole” dell’offerta. E le battute alla Pierino lasciano il tempo che trovano, perché non si tratta di farti la tua alunna, è la tua alunna a credersi “in diritto” di farsi te.

Io dieci anni fa sfottevo l’amico gay che non voleva entrare da Nennella ai Quartieri, timoroso del classico “applauso a ‘stu ricchione!” proposto spesso nella trattoria. Sì, ogni tanto sfottevano pure le donne: ma se per me il leggendario Ciro poteva dirmi quello che voleva, non avevo il diritto d’imporre la mia posizione privilegiata di eterosessuale ad altri.

E cosa c’entra con tutto questo il mio supergioco, vi chiederete. Beh, lo sto applicando a questo problema della cecità ai privilegi e sono alla prima parte, quella “onnipotente”. Mi aiutare a escludere ipotesi?

“Per risolvere la cecità ai rapporti di potere in Italia si può:

  • Diventare tutti Platinette, ma nera e senza soldi.
  • Trasferire il papa in un posto non meglio identificato in Lapponia.
  • Trasferire il fan club di Salvini sulla zattera della Medusa, e vedere come se la cavano con i banchi di sabbia al largo della Mauritania.
  • Renderci conto che la società in cui viviamo non ci rende individui neutrali, che i privilegi che abbiamo o non abbiamo sono influenzati da genere, classe e provenienza geografica.
  • Affondare l’Italia e farci un Acquapark“.

Ancora devo decidere qual è l’ipotesi più assurda, ma ricordate cosa dice il guru degli esercizi: a volte bisogna pensare a qualcosa di stupido, per uscircene con un’idea intelligente.

A giudicare da quanto leggo sui social, a ‘sto giro potrebbero pure darci il Nobel.

Tornando a casa, ieri sera, mi sono accorta di due cose terribili:

  • la mia compagnia telefonica stava affrontando il più spaventoso guasto degli ultimi anni, quindi niente Wifi;
  • nel negozio sozzoso da asporto si erano dimenticati di darmi le patatine.

Indovinate quale scoperta mi ha fatto disperare di più.

Ho scritto in fretta a una neo-arrivata che vive accanto al locale, e conosce la ragazza, italiana come lei, che ci deve servire in venti alla volta in una zona affollatissima.

“Mi scoccio di tornare indietro” le ho annunciato “mangiati tu le mie patatine!”.

Ho scoperto che la mia interlocutrice era già sul posto.

Reduce di colloqui di lavoro di massa, in cui eliminano candidati con giochetti psicologici, la “vicina” aveva portato alla malcapitata cameriera un po’ di pasta appena fatta.

Le “decostruttrici” autoctone della monogamia approverebbero: basta con ‘sto trincerarsi in coppie escludenti, che si reggono su narrative leziose (su Tinder qualcuno scrive: “M’impegno a non rivelare in giro come ci siamo conosciuti!”). L’importante è la vicina che quando stai male ti porta un brodo caldo.

In questo caso, trattavasi di “pronto soccorso pasta”, in una situazione che avevo lasciato critica (la fila al bancone prometteva di arrivare fino a fuori).

Seguendo il tutto con la connessione del telefonino, ammiravo la foto delle patatine che la cameriera aveva già elargito alla sua vicina: e non perché le offrivo io, ma perché gliele aveva regalate sua sponte, insieme a una mini-insalata servita nella coppetta per la maionese d’asporto (altrimenti sarebbero stati sei euri sei, graciaaas!).

So che anche lei, l’indomita reginetta delle patatine fatte al momento, ha i suoi grattacapi con amici in ospedale, cuccioli rimasti senza umano, e qualche conoscenza con problemi di documenti a cui è stato passato il numero del sindacato che avevo consigliato io, per altri fatti.

Insomma, intanto che sulla pagina della compagnia telefonica minacciavano vendette creative, me ne stavo sulla poltrona-letto che non usavo mai a godermi uno scambio a distanza di modi di dire (“Fanne salute!” scrivevo dell’insalatina, citando la buonanima di mia zia, e mi si rispondeva “Omo de panza, omo de sostanza!”).

Le due mi hanno invitato a raggiungerle, ma ero stanca e mi divertivo già così. Tanto la prossima volta, a mo’ di compensazione per la svista, mi aspetta doppia razione di patatine!

Vi starete chiedendo da un po’ che ve ne frega a voi di tutto questo. Beh, era per dirvi una serie di cose che richiederebbero (in qualche caso hanno richiesto) un post ciascuna.

La prima è che Barcellona è una città tosta. Chi ci viene in vacanza non se ne accorge, ma metti tanta gente in un posto in cui la documentazione per lavorare non è affatto chiara, e l’economia non è poi così florida, con brutte conseguenze sul rapporto stipendi/affitti.

Poi, da capitalista speculatrice gentrificatrice e… mi sono scordata gli altri insulti, un giorno vi spiegherò quant’è complicato affittare a donne, a meno che non siano un’informatica scandinava che si sta girando l’Europa perché non ha bisogno di un ufficio per lavorare. Se latine, le aspiranti inquiline possono avere due telefoni “per risparmiare”, e vai a capire a quale devi mandare le foto dell’appartamento; se “di origine latina”, nel senso proprio di paese cattolico apostolico romano, a volte chiedono di dilazionare l’affitto, o di pagare dopo il cinque del mese, e non sempre capiscono perché un monolocale non ha lo stesso prezzo di un ripostiglio senza finestra riciclato a stanza. Spesso fanno ‘sti lavori di attenzione al cliente da 1200 al mese se va bene (cioè, quanto costa un appartamento di due stanze non proprio periferico), e devi vedere se non le licenziano in uno schiocco di dita il mese prossimo. Chissenefrega di quei pidocchi dei clienti italiani!

Va da sé che, dopo aver partecipato a questa bella iniziativa di Afrofémina, non mi avventuro nemmeno a pensare come dev’essere se hai una tonalità di pelle diversa dalla maggioranza, e non sei cittadina UE, o tutti danno per scontato che tu non lo sia.

Quindi tra compagne di sventura ci si aiuta: ci si porta un piatto di pasta, si fa passare sottobanco una razione di patatine, magari ci si passa a vicenda il pacchetto dell’App che ti consente di prenderti la roba che i locali, a fine giornata, butterebbero.

Sì, le teoriche del poliamore sarebbero fiere di questa solidarietà che a un certo punto si deve costruire, e se si libera un posto da te in ufficio mi fai sapere, e se leva le tende il coinquilino sozzo, con due fidanzate che ignorano la reciproca esistenza, vieni tu.

Sono tutte dinamiche che ho apprezzato e sperimentato, ma che, dopo undici anni qui, osservo un po’ da lontano: un po’ con le mani nei capelli per il caos che combattono, e un po’ (tanto), con ammirazione.

“Dai, vieni anche tu!” mi avevano offerto, gentilmente, le due vicine.

La connessione è tornata verso mezzanotte, e a quel punto avevo già spento il computer.

La prossima volta però ci vado.

(Una canzone che mandavano nel locale, prima che uscissi senza patatine).

“Quando smetteranno d’insozzare le strade di questa città?”.

Questo il messaggio di un tipo su una pagina francofona di Barcellona. La foto che accompagnava il post inquadrava due manteros, gli ambulanti africani che vendono oggetti vari su lenzuola che poi richiudono in fretta, all’arrivo della polizia. Le donne sono meno numerose e spesso fanno treccine, specie alle turiste: l’appropriazione culturale passa in secondo piano. A volte gli uomini aspettano la clientela con in mano già le corde che, con uno strattone, trasformeranno la “bancarella” in veri e propri sacchi giganti, da caricarsi in spalla nella fuga. Il loro sindacato ha fomentato una piccola impresa, Topmanta: una bella iniziativa di cui apprenderete i particolari nel video sotto: ho scritto per un’intervista, ma non mi hanno risposto.

Specie sulla strada della Barceloneta, i manteros occupano uno spazio notevole, e dal vicinato si lamentano, signora mia: ma la questione, finora, si è sempre discussa in termini di minaccia al commercio locale, e soprattutto di spazi pubblici da riprendersi.

L’altra sera in Italia, in nome degli spazi pubblici, degli studenti hanno interrotto Capossela per qualche minuto, per richiedere alla Lega di non riservare una piazza cittadina solo a chi avesse dai trenta ai cinquanta euro per un concerto: un’operazione che potete benissimo non condividere, ma che per un giornalista quarantenne di Rolling Stone è diventata il capriccio di una generazione che pretende “musica gratis” (i disturbatori non hanno mai preteso che il gruppo non venisse pagato, leggete il comunicato).

Ecco, magari questo ci insegna due cose: ad approfondire certe versioni piccate di episodi tridimensionali; a non prendercela con le persone sbagliate, che sia per i vent’anni che non torneranno più, o per il piccolo particolare che oggi puoi essere ilegal solo perché non sei nato nel posto giusto.

Ma niente, questo francese che come me è arrivato con la carta d’identità europea era esasperato dalla plebaglia che si frapponeva tra lui e la spiaggia, che gli “insozzava” il percorso.

Per fortuna gliene hanno cantate: ho contato ventuno commenti, perlopiù di connazionali che gli facevano notare che si lamentava del soverchio. Io sono intervenuta solo quando ho letto uno che scriveva che i manteros “almeno” lavorano, “non come i pakistani che vendono droga”.

Ora i pakistani, la stragrande maggioranza, si spaccano il culo come ‘sto tizio per fortuna non farà mai, a stipendi che questo tizio, con ragione, rifiuterebbe sdegnato. Solo che loro, per non essere cacciati a pedate, devono dimostrare a tutti i costi di avere un impiego, e c’è chi ne approfitta. Lì dunque ho fatto notare che io non chiamavo razzisti “i francesi” in generale, solo perché qualcuno di loro la pensava come l’autore della foto: per un’italiana all’estero, di questi tempi, è anche dura dare del razzista al prossimo…

Poi ho fatto quello che già vi dicevo qui: invece di sbattersi, segnalare il post.

Perché sprecare parole quando si è di fronte a una palese ingiustizia? La frase non intavolava un comprensibile dibattito su spazi pubblici e licenze di vendita, ma dimostrava disprezzo puro, e un razzismo neanche tanto velato.

Il tempo di andare a prendere un bicchiere d’acqua, e ho scoperto che i moderatori avevano cancellato la discussione.

Semplice. Non perdiamo tempo, non amareggiamoci.

Ricordiamoci di ciò che è giusto, e agiamo di conseguenza.

Magari si trattasse sempre e solo di un click.

 

 

 

 

 

Related image In certi giri che frequento ogni tanto, più “pane e puparuole” di quelli soliti, mi sono imbattuta spesso in un tipo carino, pieno di allegria, e buon conversatore finché non gli ho detto in cosa consistesse il mio dottorato, e cosa fosse il GENDER!11!1!

A quel punto ho scoperto grazie a lui che le femministe sono una banda di matte piene di odio, traduco testualmente, che non hanno idea di ciò che dicono.

Siccome il discorso proseguiva su toni simili via messaggio, ho fatto l’unica cosa possibile: ho risposto “Ok”, e ho mandato una faccina sorridente.

È da tempo che ho imparato a scegliere bene le mie battaglie.

Soprattutto, ho scoperto che raccogliere la spazzatura emotiva altrui non beneficia nessuno, e sporca tutti.

La regola vale soprattutto sui social: capisco la rabbia e lo stress, ma si scrive “Disattiva le notifiche” e si legge “Strada per il Paradiso”.

Quando il problema non sono i commenti ma i post, di solito segnalo e amen. E se si tratta di giuste cause, mi chiedo cosa si possa fare di concreto invece che accapigliarsi.

Ieri da ignorante in diritto internazionale chiedevo su questa pagina se nel caso di Carola Rackete potessimo fare qualcosa “dal basso”: a quanto pare a stare in difetto è l’Italia, e non la Capitana. Anche se i soldi che ti spillano in giro per convalidarti il titolo di Dottorato Europeo mi hanno insegnato che ogni stato fa il cazzo che gli pare, in barba alle norme comuni.

Però, in casi più urgenti dal punto di vista della sopravvivenza, si può sperare nell’attenzione che colpevolmente manca al resto.

Intanto che aspettavo pareri autorevoli, una tizia aveva avuto il tempo di commentare cose tipo: “Perché non li ha portati in Olanda, fanno quello che vogliono in casa nostra, non capisco come ragionate…”. Invidio quelli, admin compresi, che si sono presi la briga di risponderle nel merito. Io ho dichiarato che avevamo una cosa in comune, cioè il “Non capisco come ragionate”, e che continuavo ad aspettare “il parere di un esperto”. Che finalmente ha battuto un colpo:

Un ricorso Cedu da parte di gruppi di “cittadini” o associazioni sarebbe molto probabilmente dichiarato inammissibile; il sistema della Convenzione Edu e della Corte Edu prevede la possibilità del ricorso individuale di un soggetto (uno o più soggetti) che sia vittima di una violazione di un diritto protetto dalla Convenzione. Bisogna quindi essere vittima diretta, indiretta, potenziale o futura affinché il ricorso possa essere preso in esame. Discorso diverso merita invece il Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra che ammette la segnalazione da parte anche di NGO che abbiano conoscenza diretta dei fatti (e non solo in base a quanto riportato dai mass media)…

Adesso ci tocca capire che farcene di tutto questo.

Avete qualche idea? Soprattutto, conoscete gente addetta ai lavori che ne abbia?

Perché vedete, io ho dovuto aspettare vent’anni di studi, lauree master dottorati e articoli scientifici, per scoprire da un parere esperto che ero solo una pazza piena d’odio.

 

 

Event Cover Photo

Da internations.org

Anche alla festa di ieri è venuto l’ubriacone.

Si presenta sempre a questo genere di eventi, organizzati da un’associazione sul terrazzo di un hotel, e una ragazza appena iscritta ci ha passato un brutto quarto d’ora. Quando è toccato a me, l’ubriacone andava distribuendo degli stuzzichini che aveva rubato alla cameriera.

“Dai, adesso è vuoto” gli ho sottratto con delicatezza il vassoio dopo avergli consegnato l’ultimo stuzzicadenti. “Dallo a me, che vado a posarlo”. E ho fatto cenno alla neoiscritta di accompagnarmi, se voleva svignarsela a sua volta.

“Wow, sei stata veloce ed efficace! Mi hai insegnato come ci si comporta in questi casi!” si è complimentata con un pizzico di amarezza: era avvilita per non aver trovato subito lei una via d’uscita. “Io mi limito ad arrabbiarmi” ha aggiunto infatti.

L’ho rassicurata dicendole che la sua reazione, che ho adottato tempo fa a Parigi, era anche meglio della mia “diplomatica”, e le ho sciorinato il curriculum di scappatoie che ho dovuto inventare con uomini molesti, quando ancora vivevo in Italia: dal fingere di bussare a un citofono al continuare a studiare imperterrita, su una panchina della stazione, col braccio di uno sconosciuto sulla spalla.

La ragazza, allora, mi ha raccontato le allucinanti esperienze che ha avuto con italiani, compreso uno che l’aveva prima fissata a lungo in modo imbarazzante, e poi trattata con maleducazione quando era stata lei a rompere il ghiaccio. Un altro la stava per schiaffeggiare perché lei aveva rifiutato le sue avances. “Ma che problema hanno?” mi ha chiesto, curiosa.

Le ho mostrato i cartelloni dedicati al Pride, stile “Più gay = più patata per noi”, e i commenti divertiti di amici più o meno quarantenni, che sdrammatizzavano. Le ho spiegato che incominciamo da poco ad aprire la mente, al di fuori dei soliti circoli, e questo è quello che ci tocca nella prossima decade, con tanto di inviti a “essere comprensive invece di lapidare” (fatti da chi si aspetta una medaglia anche solo per non mettere mani sul culo).

A beneficio di chi si chiede “E allora alle donne non possiamo dire più niente?” (qui un interessante prontuario in merito) voglio raccontare un altro aneddoto sulla serata di ieri, perché la più grande sorpresa non è stata l’ubriacone.

È stata il tizio che mi aveva fermata per strada.

Che due mesi fa era qui “di passaggio”, e invece a sorpresa era ieri alla festa.

Quando questo qui mi aveva fermata per strada, una sera d’inizio aprile, non mi ero offesa né niente: non mi stava trattando come una che credeva di poter chiamare “Bbbeibe” su due piedi, quando magari avrebbe impiegato venti “Excuse me” e trentacinque “Sorry” solo per chiedere l’ora a un uomo. Era stato franco: aspettava un amico e mi aveva vista, mi aveva trovata carina e si era chiesto se fossi disposta a fare due chiacchiere, o prendere un caffè con lui. Preferiva gli incontri in carne e ossa a Tinder, e devo dire che con me sfondava una porta aperta. Era anche divertente, così gli avevo sottoposto il test che faccio in questi casi: gli avevo dato il mio nome completo, pronunciato due volte in italiano senza nessun “aiutino”, e gli avevo detto: “Trovami su Facebook”.

Non mi aveva trovata. L’aneddoto sarebbe rimasto incastonato nelle memorie di questa primavera bizzarra, se non fosse stato per l’incontro di ieri sera, e la scoperta: “l’intrepido” era di una timidezza incredibile.

“Come ha fatto a fermarti per strada uno che manco stacca gli occhi da terra?” si è chiesta la neoiscritta, messa a parte della situazione.

Be’, adesso ho un’informazione in più, che forse c’entra e forse no. L’amico che era con lui, un assiduo di queste feste, fa il counsellor specializzato in questioni amorose. Conosco poco questo genere di trattamento, ma mi pare di capire che preveda esercizi ad hoc, del tipo, che so: “Vai in giro e invita la prima che ti capita a prendere un caffè”.

Coincidenze?

Boh. Forse è vero che del resto del mondo non sapremo mai abbastanza.

 

La colonna sonora della festa – brano non proprio “estivo”, ma c’era vento…

Dal Twitter di Lola con la venia @DolorsBoatella

Visto che va tanto di moda, adesso faccio un po’ di benaltrismo anch’io.

La cosa più negativa che mi è successa in questi giorni (che tutto sommato sono scivolati via niente male) è stata la sensazione d’impotenza simile a quella che mi comunicava, sulla pagina di Gad Lerner, una signora spagnola che vive da trent’anni in Italia, e non ha potuto fare il suo contro l’avanzata di Salvini: pure io, con Vox, ho avuto un bel gridare “no pasarán“, ma chi votava erano gli altri, che gridavano con accento migliore del mio.

È una questione europea, non dico di no: chi è residente e paga le tasse ecc., al massimo vota alle amministrative. Ma perché dover richiedere la cittadinanza – il che in qualche caso, non quello italiano, significa anche dover scegliere – se in un posto abbiamo passato un terzo o la metà della nostra vita, e a volte ci è capitato perfino di mettere al mondo cittadini di quel paese? Già, in effetti a volte dobbiamo pure giustificarci con quelli del paese d’origine (di solito i fasci) perché lì votiamo ancora alle politiche (e quasi mai votiamo come vorrebbero i fasci).

Qua si consolano perché non è andata così male, e vabbuo’, io di certo non rimpiangerò quelli che… il buonsenso, nuova grande foglia di fico del razzismo e di tutti gli “ismi” che non mi piacciono (perché no, gli ismi non sono tutti uguali, come sostengono i malati di qualunquismo).

A questo punto, peggio di tutto il bordello che è successo prima non può andare.

Visto? Mi sono scocciata di mangiare pane e veleno e, col tempo, sto imparando anche a “scegliermi le battaglie”. A volte mi contattano, che so, da un gruppo WhatsApp per chiedermi chi sia quel membro che vomita rabbia a ogni intervento, e mi rendo conto di capire subito di chi si tratta, ma di non sapere nient’altro: quando lo leggo disattivo le notifiche.

Oppure ho perso amicizie problematiche per incidenti stupidi, e mi piacerebbe reagire come le nuove conoscenze che mi dicono: “Ua’, hai capito che affare? Te ne sei liberata gratis!”. Ma mi accontento di seguire il mio protocollo sugli “sregolati col tempo degli altri“, e di godermi nuovi rapporti orizzontali, in cui tutti sono in grado di dare e ricevere (o non fingono altrimenti).

Il brutto dei momenti di serenità è che non tanto ce ne accorgiamo, i problemi si notano sempre un po’ di più. Prima o poi, però, dovremmo fermarci un momento e accorgerci che, per una volta, stiamo respirando aria pura: quella che circola quando ci ingegniamo a fare, circostanze permettendo, quello che sentiamo davvero nostro.

Aria così circola perfino se vivete a un passo dal traffico di Via Laietana!

Stavolta ci ho le prove.

 

 

 

 

 

Image result for factfulness dieci ragioni Sant Jordi, esci da questo corpo! Che detto così suona pure blasfemo, ma a quanto pare San Giorgio non è mai esistito, anche se la Chiesa è troppo intelligente per depennarlo dai calendari.

Fatto sta che mi sono fatta intortare dall’imminente Sant Jordi, ormai famosa festa catalana del libro e della rosa (che vi chiavo in faccia, uscite i libri!), e ho comprato Factfulness, del defunto Hans Rosling. Ok, siccome temevo fosse ‘na strunzata l’ho cercato sul Kobo nell’edizione più economica, dopo che l’ho visto esposto da Fnac. Ma non sono nuova a queste poracciate.

Non sono nuova neanche alla notizia, che l’autore espone in modo convincente, che molte delle idee più nere su come va il mondo sono basate su dati vecchi, risalenti agli anni ’60. Rosling e famiglia hanno ricevuto critiche sacrosante sulla loro visione zuzzurellona del cambiamento climatico, e della crescita della popolazione mondiale: d’altronde un libro raccomandato da Bill Gates difficilmente sarebbe stato del tutto nelle mie corde. A me irritano messaggi tipo: “Dai, siccome muoiono di fame meno bambini di quanti ci aspettiamo, le cose non vanno poi così male!”. E, se è vero che nel mondo c’è più gente capace di permettersi una vita degna, non accoglierei la cosa con un entusiastico: “Meglio! Più docce e automobili da vendere, per i paesi più ricchi!”.

Però è importantissima la questione dei dati falsati, perché, come saprete se avete la pazienza di seguire questo blog, ho scoperto che molti dei problemi della mia vita (e, sospetto, di quelle altrui) sono legati alla mancanza d’informazioni. Mi piacerebbe ad esempio che si approfondisse la questione di altri dati, che come riporta anche la BBC sono basati addirittura su analisi settecentesche: quelli sulla fertilità femminile. Perché una cosa è dire l’ovvio, cioè che una è più fertile a venticinque che a trentasette, e un’altra è generare una pressione sociale enorme stile “ora o mai più”, su dati raccolti quando le donne morivano a sessant’anni, se gli andava proprio bene.

No, ci tengo a precisare tutto questo per una questione meno esistenziale del mondo che cade a pezzi, o dei condizionamenti sulle donne: le mie tasse! Vi ricordate la mia angoscia (ma diciamo anche terrore) su certi, ehm, conticini imprevisti per casa nuova? Erano tali proprio per mancanza d’informazioni, mie e altrui. Io magari mi sono fidata troppo di quelle altrui, sottovalutando la mia capacità di fare da sola: così mi sono sentita un genio quando una breve ricerca su Google ha dimezzato in poche mosse la cifra che temevo.

Poi è successo l’impensabile: ieri una telefonata mi ha informato che, nel mio caso particolare (dunque non erano dati generici che avrei trovato in giro), l’importo da versare è assolutamente nelle mie possibilità. Lo era stato fin dall’inizio. Avrei potuto appurarlo prima? Difficile rispondere, forse sì.

Resto con due conferme: la conoscenza è potere, come ci dimostra anche la questione INPS; i soldi fanno ancora girare il mondo (come ci dimostra sempre la questione INPS).

Perché appunto, Factfulness è ancora in grado di considerare la longevità della popolazione come “un’opportunità per il libero mercato” nella stessa società in cui una questione finanziaria che si risolve da sola può cambiarmi la mia vita più delle mie vicende sentimentali, o lavorative.

Ecco, se c’è qualcosa su cui dobbiamo impegnarci, invece di diventare figli dei fiori da spot Coca Cola, è questa: l’asse di questo mondo un po’ meglio nutrito girasse su fattori più accessibili, e meno ridicoli, della dichiarazione dei redditi.

Io la butto lì.

 

 

 

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, spazio all'aperto

Dal Facebook del Sindicat de Llogaters

Confesso che l’ho pensato prima di vedere come mi hanno ridotto le lenzuola, ma sì, ieri mi mancavano perfino i francesi.

Se ne sono andati due ore prima che rinnovassimo il contratto d’affitto, peraltro già scaduto, quindi non potevo avanzare niente quanto a preavviso: allora ho dovuto ammettere che, nonostante i tampax nel motorino del bagno (che mi sono costati un intero mese del loro pigione), nonostante l’odore di pipì canina che spesso invadeva il corridoio, mi ero abituata anche a questa coppia di ventenni che non deve aver mai fatto una lavatrice in vita sua prima di scoprire la mia lavadora (e che mi ha lasciato pure le tovaglie belle fradicie nei cassettoni).

Tutto ciò mi ha ricordato una cosa: la parte di noi che non è acqua, è memoria. Intesa nel senso di ripetizione: gesti e pensieri rinnovati ogni giorno finché non diventano “noi”, o l’idea che ci siamo fatti di come siamo.

E allora spieghiamo al mondo che siamo “allegri e solari” finché non diventiamo tali (e quindi insopportabili). O magari diciamo “ti amo” alla stessa persona, finché non decidiamo che è proprio così. E a furia di salutare lo stesso vicino ogni giorno, finiamo per affezionarci anche a quello. Non sempre funziona, eh, ma tante volte…

Io per esempio (*indossa occhiali hipster*) passo da uno storytelling all’altro, tutti ugualmente strappalacrime: prima ero “quella che ha cambiato vita dopo la crisi“, ora sono “quella che ha fatto un bordello per avere dei risparmi e figliare, e non è riuscita in nessuna delle due cose”. Alla fine sono storie edificanti, perché scatta il momento rivincita, quello in cui cambio casa e lavoro, e mi cerco compagnie meno “confuse” prima di entrare in una nuova crisi.

Invece stavolta mi sono proprio rotta e torno all’idea di cui sopra: siamo i gesti che ripetiamo ogni giorno. E ripetendone pochi e azzeccati aiuterò la mia “paziente” ideale: me stessa.

Funziona, ci ho le prove. Per esempio, nel giorno internazionale per il diritto alla casa, ho visto tanti napoletani ripetersi che le cose possono cambiare, e che il fatalismo è una profezia che si auto-avvera per quanto faccia figo predicarlo davanti a un caffè “amaro come la vita”. I loro colleghi a Barcellona, che per i casi della vita si trovano a ripeterselo da più tempo e si sono riuniti in sindacato, esibivano contenti quest’elenco diviso per: nome dell’inquilina (di uomini in difficoltà estreme ce ne sono solo due, coincidenze?), richieste dei proprietari, successi del sindacato in due anni d’attività (a parte quel primo round con la Goldman Sachs).

Magnolia, affitto aumentato di 150 euro: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni senza aumento.

Jessica, affitto aumentato del 42%: abbiamo ottenuto un aumento del 18%.

Lluisa, 400 euro d’aumento e richiesta di rescissione del contratto: abbiamo ottenuto un aumento di 125 euro e il ritiro della denuncia.

Clemente, non volevano rinnovargli il contratto: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni con aumento minimo.

Mari Carmen, processo di sfratto: abbiamo ottenuto l’alloggio in un appartamento d’emergenza.

Diego, non volevano rinnovare: abbiamo ottenuto due anni di proroga.

Marta, volevano raddoppiare l’aumento dopo che la legge ha previsto il cambiamento del contratto da tre a cinque anni: abbiamo ottenuto il ritorno all’aumento iniziale (50 euro).

Gocce nel mare? Chiediamolo a Magnolia, Jessica, Lluïsa, Clemente, Mari Carmen, Diego, Marta.

E poi ripetiamocelo pure, che qualcosa ogni tanto cambia.

(Ma je nun m’arrenno, ce voglio pruva’.)

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