Situazione 1. “Vuoi dire che la gente è idiota?” il collega mi guarda con un misto di sorpresa e compassione. Ovvio, rispondo. Siamo in ufficio, a Barcellona, non ricordo neanche più l’argomento della conversazione. So per certo che lui conclude:
“Sta’ attenta, perché chi crede che la gente sia idiota dimostra di essere idiota lui”.
Sono passati molti anni e ci ho pensato tanto, e per quanto sia dura devo giungere all’irrimediabile conclusione: sono idiota io.
Situazione 2. In quest’articolo su Repubblica, una famiglia italiana racconta di quando ha accolto l’invito ad “accoglierli in casa sua”, decidendo di ospitare un profugo. Loro erano entusiasti, il tipo invece era schivo e preso dal suo lavoro (ovvero, il mio coinquilino ideale!). La famiglia ammette che, quante più aspettative ti fai, peggiore risulta l’esperienza. Toh, come per tutto.
Situazione 3. Alla fine è successo: questa fantastica associazione che distribuisce oltre 200 pasti a sera fuori l’Estació del Nord di Barcellona ridurrà i giorni di volontariato, per tensioni con gli assistiti. Se ricordo bene, c’entravano qualcosa questi ragazzi che sniffano colla. In ogni caso, ricordo che una volontaria, in un’associazione simile, aveva smesso di collaborare dichiarandosi scontenta perché “Nessuno le diceva grazie”.
Questi tre episodi, per me, hanno un minimo comune denominatore: il sacrosanto diritto a essere idioti. Aggressivi mai, eh, solidarietà con l’associazione. Idioti sì. O anche solo timidi, o egoisti. Credo sia giusto rivendicarlo, in tempi in cui qualche benintenzionato chiede “Hai mai abbracciato uno zingaro?”. Perché qua non si tratta di andare in giro ad abbracciare le persone, ma di riconoscere i loro diritti anche se sono perfette sconosciute, e non ci faranno sentire eroi per il solo fatto di “trattarle bene”, che dovrebbe essere la norma.
Questo vale per tutti, che siano rifugiati, senzatetto o fan dei Vanzina , della cui cinematografia ricordo con piacere (a parte le improvvisazioni del Dogui che brillava di suo comunque) solo Massimo Boldi, in tenuta simil-bavarese, che dichiara: “Sembro Ludwig von Pirlen!”. Ahahah. Oh, ve l’ho detto, che sono idiota.
E ci ho passato un compleanno, con l’associazione del punto 3: ero maldestra nel tagliare la mia torta, e una tipa si era lamentata in modo poco gentile della sua razione. Allora gliel’avevo sostituita con fare piuttosto brusco, scatenando l’eterno dibattito col mio ragazzo: se uno mi tratta male può essere un senzatetto o il sultano dei Brunei, ma ‘o faccio chiagnere senza mazzate (cit. Mariarca). Per lui il senzatetto ha più di un’attenuante, rispetto al sopracitato sultano.
Per me invece abbiamo tutti una grande attenuante: se “idioti” non vi piace, dirò con Benni che siamo Comici, spaventati guerrieri. Che non si tratta di idealizzare la gente, o verrà sempre qualcuno a dirci che veniamo dalla montagna del sapone, ma di riconoscerle lo stesso nostro diritto a essere umana, fragile, o perfino idiota, se occorre.
È come mi ricordavo: ci prendiamo per il culo da soli.
Non è una cosa delle parti nostre, o gli autori di libri in spagnolo su “come non prendersi per il culo da soli” farebbero la fame (il che non sarebbe sempre un male, ma tant’è).
Ma la zia che vuole per forza offrirmi una pizza a Napoli, in realtà cerca una scusa altruista per uscire dalla routine di paese.
L’amico che non vuole figli “perché poi si ritroverebbero un padre come lui”, più che altro non li vuole e basta.
Il vicino di aperitivo che non vuole migranti “perché poi vivrebbero in condizioni disumane”, non vuole i neri per strada.
Non dico che non ci sia, quest’ambiguo fondo di altruismo (almeno nelle intenzioni dell’interessato) che porta a fare queste affermazioni. Dico solo che dovremmo allenarci a capire quale sia il motivo principale delle nostre azioni. Che vantaggio ci ricaviamo, a fare o non fare certe cose?
Perché non c’è scusa migliore del “lo faccio per te”. Tinge di nobiltà e sacrificio un desiderio personale, o nasconde una paura.
Paura di essere una cattiva persona, se per una volta ti magni una pizza invece di “sacrificarti per gli altri”.
Paura di essere emarginato come egoista se manifesti il tuo legittimo diritto a non riprodurti.
Paura dei neri, e basta.
Prima veniamo a contatto con queste paure e meglio è.
Io d’estate vivevo per “il soffio di vento” che mi svoltava la giornata. Vivevo nell’afa tutto il giorno, schifando ventilatori e condizionatori. Lo facevo “per l’ambiente”.
In realtà mi ero creata un mondo in cui il mio massimo piacere era il sollievo, perché avevo paura che alla gioia non potessi arrivarci.
Lo facevo nelle relazioni: quando vivi delle briciole dell’attenzione altrui, ti sembrano sempre deliziose.
Lo facevo all’università: quando veniva fuori un lavoro che non fosse “per la gloria”, non credevo a tanta generosità.
E lo facevo, appunto, col vento: mi condannavo a un’afa perenne, e poi la brezza improvvisa mi dava una felicità speciale.
Perché il sollievo, come accade con gli amori tossici, ha un suo sapore unico e irripetibile.
Ma quando ti abitui a quell’altro sapore, quello della gioia costante, non cambi più.
Ora rifuggo ancora dai condizionatori, che trovo inutili e dannosi, e anche un po’ sessisti, in ufficio. Non disdegno il ventilatore ogni tanto, e ho fatto pace col mare. Ma, soprattutto, cerco il vento. Lo inseguo negli angoli della casa, non aspetto che sia lui a venire da me.
E se voglio una pizza a Napoli, dico: “Voglio una pizza a Napoli”.
Se non voglio figli, dico: “Non voglio figli”.
Se qualcuno mi dice che non vuole neri per strada, provo a chiedergli: “Perché?”.
Questa domanda è l’unica, vaga possibilità di convincere l’altra persona che il problema non sono i neri.
Ebbene sì, per i 70 anni di mio padre (li compie il 4 luglio) gli ho regalato una bella intervista a tradimento, con la scusa di fargli due domande sui vaccini. Ne sa qualcosa, visto che è un pediatra oncoematologo con tre specializzazioni, che non si rassegna al recente pensionamento. Lo so, ci afferriamo su ogni argomento riguardante quella che con lui chiamo Santa Madre Scienza, e un’intervista a tradimento è poco etica. Considerate però che il mio praticantato, mai riconosciuto né retribuito, è stato fatto presso uno che sospendeva le trasmissioni tv per “andare ad aggiustare l’antenna sul Vesuvio” (= andare a trovare l’amante). Quindi, come direbbe il buon James Senese: “Dicite ‘o Matino che ve manna ‘n’ ata giurnalista”. Questa è l’intervista al mio papà.
1. Mi ripeti quella storia dei primi vaccini? Raccontavi che uno poteva rimanerci secco, ma meglio una morte possibile che una sicura…
No, Mari’, non entriamo nelle piccole miserie della medicina [eccollà, n. d. R.]. Veniamo ai successi: decreto 73, legge 119 del 31 luglio 2017 [mi dice date e numeri, li azzecca]. Tetano, pertosse, haemophilus influenzae B, epatite B, e poi i quattro cavalieri dell’Apocalisse: morbillo, rosolia, parotite e varicella. La mancata esecuzione di questi vaccini impedisce l’iscrizione ad asilo e materna. Per le fasce d’età più grandi, espone a una multa da 100 a 500. [Intanto mamma chiede se oggi si festeggia la Madonna della Grazia, le rispondiamo di sì. Telefona a una parente.] Sono esonerati coloro che hanno già contratto queste malattie, o potrebbero essere sensibili alle controindicazioni.
2. A proposito di controindicazioni… Alcuni genitori della mia età pensano proprio che ‘ste malattie le hanno avute, e al massimo sono rimasti qualche giorno a letto! Perché dovrebbero vaccinare i figli?
[Con la telefonata in sottofondo.] Le controindicazioni dei vaccini sono molto poche, e molto poco importanti rispetto ai vantaggi. Purtroppo anche l’Italia ha partecipato al grosso dibattito sul rapporto tra vaccino e insorgenza di malattie neuropsichiche gravi, come sindrome di Down o autismo. Diciamo subito che il medico inglese che ha iniziato tutto questo è stato radiato dall’ordine dei medici, e l’attrice americana (non ricordo quale) che ha dichiarato che suo figlio era diventato autistico per i vaccini, è stata richiamata dalla Food & Drug Administration (FDA): la ritenevano responsabile delle patologie derivate da vaccini non effettuati. La signora, col timore di dover spendere qualche milione di dollari, si è subito premunita dicendo alla prima occasione pubblica: “Guardate, io però non sono un medico, sono una mamma…”. [Credo sia Jenny McCarthy, sto approfondendo, n. d. R.]
3. Appunto! Metti che sono una mamma (te piacerebbe!), leggo tante cose contraddittorie su Google e dico vabbe’, nel dubbio la malattia l’ho avuta anch’io, è innocua…
Non lo è. Il morbillo nella sua storia registra un decesso ogni 100.000 bambini, e 3-4 encefaliti, con danni neurologici irreversibili. Con il vaccino non sono descritti casi del genere.
4. Ah, ‘ste cose bisogna saperle! Sai, certi tuoi colleghi non sono gentilissimi, con chi presenta obiezioni…
Il problema vero che fa da sfondo a tutto questo è l’interesse delle case che producono il vaccino. Qui bisogna dirsi le cose come stanno: nei paesi di medicina pubblica di antica tradizione, nelle grandi democrazie del Nord, insomma, è lo Stato che si incarica della questione, quindi non c’è spazio per intrallazzi. Va detto che ci sono anche dei vaccini che non sono obbligatori, ma consigliabili: antimeningococco B e C, antipneumococco, e, in preferenza per le bambine, il papilloma.
5. Ua’, non ne parliamo, in Spagna è un’epidemia, che ha un po’ preoccupato alcuni di noi italiani a Barcellona! Quali sono le conseguenze?
Possibili? Purtroppo, il cancro. Ho visto personalmente due cuneizzazioni.[Mi spiega cosa siano mentre mamma mi offre altro latte. Rifiuto.]
6. Quindi, se alla movida fossimo arrivati vaccinati, non avremmo dovuto temere regalini dalla Montse, o… dal Ricard? [Nome di fantasia. Ehm.]
Proprio così [mantenendo un aplomb professionale], dovevate vaccinarvi. Solo che poi non avreste dovuto fare figli per un po’.
7. Appost’ ! Per unire i due argomenti, all’Università di Manchester sponsorizzavano tantissimo il vaccino gratuito contro la meningite, e quando ho provveduto l’infermiera mi ha offerto pure i preservativi che stava mettendo a posto prima che entrassi! ‘Ste infermerie paradisiache, in Italia no? [Va detto che le tasse universitarie in UK sono salatissime…]
Magari ci fossero! Ma, tornando al nostro paese, hanno l’obbligatorietà del vaccino i minori migranti non accompagnati.
8. Qui ti volevo! ‘Sta storia dei migranti e delle malattie?
È semplice. Il migrante ha la scabbia? Viene in Italia, in poco tempo guarisce [traduco dal napoletano, e comunque la scabbia era di moda all’università britannica di cui sopra]! Allo stesso modo, non ha mangiato in vita sua e ha la tubercolosi? Viene in Italia, incomincia ad abbuffarsi e gli passa anche la tubercolosi! [Gli squilla il telefono, comincia a parlare di vaccini con una mamma…]
9. Ultima domanda: secondo te ‘sti medici che chiamano somari i genitori preoccupati, aiutano?
Ci vuole il colloquio, con le persone. La democrazia per i popoli, e il colloquio per le persone.
10. Ecco, a proposito: la scienza è democratica?
No. Una persona che parla con uno come Burioni, che fa questo mestiere da 30 anni, ha due strade. Una è dirgli: “Uno che fa questo da 42 anni [tipo lui, n. d. R.] mi ha riferito questo”. In questo modo è legittimo anche contraddirlo. Se invece gli dice: “Io penso…”, allora sì, che la scienza non è democratica. Stesso discorso per il ministro che si esprime sulle vaccinazioni. Se avesse avuto qualche dritta medica, l’avrebbe detto! Invece viene e dice: “So’ troppi”. Ma chi si’?!
Questa frase non la traduco! Grazie, e auguri!
Con la speranza di litigarci per almeno altri 70 anni.
Tipo la dichiarazione dei redditi, seduta su una panchina in Via Luca Giordano.
Oppure il Lascia o raddoppia a distanza per vendere casa.
Oppure leggevo un brano del mio racconto contenuto in questa raccolta: il piglio allegro della presentazione mi aveva fatto escludere il passaggio, un po’ didascalico, che voleva provare al pubblico che noi vegani non siamo il diavolo. Ma sembra che oggi, ancor più del seitan preconfezionato a peso d’oro, vanno di moda i pregiudizi.
Soprattutto, giravo per Piazza Garibaldi, tra i baretti che una volta vendevano marenne unte, e che ora sono pizzerie fresche di restyling, in cui qualche cameriere nero “come il carbon” s’industria a parlare l’inglese che i colleghi autoctoni non tanto masticano.
In una traversina del Corso Umberto, tra icone sacre del XIX secolo, i negozianti pakistani chiudevano le saracinesche tra i pochi turisti e gli autoctoni che rincasavano: avevo trovato il posto in cui avrei potuto essere di qualsiasi posto, l’unico che ormai senta davvero mio.
Resta l’impressione che il problema non sia solo di etnia, ma di classe: in Italia non vogliono i poveri. Forse si sarebbero levati meno offendicula se l’autore del brano di cui sopra avesse dichiarato che ad abitare in quel palazzo ci sarebbe venuto “l’ambasciatore del Senegal“. Stessa cosa del mio antico proprietario, a Forcella (…), che aveva schifato un vietnamita perché “non voleva cinesi”, per poi andarci d’amore e d’accordo quando aveva visto che era uno studente fuorisede come tanti. Il pregiudizio è che tutti gli stranieri non nordici siano migranti, e che tutti i migranti siano poveri. E i poveri, si sa, sono anche brutti, sporchi e cattivi. Metti che sputano a terra e fermano le ragazze più di tanti miei compaesani. Metti che l’odore dei loro cibi invade le scale più del ragù, e, se non ti piace respirare quello un’intera domenica, si vede che era carne c’ ‘a pummarola.
W i poveri, dunque, e se stranieri meglio ancora: ci permettono di passare sottogamba le evasioni fiscali, la caccia alle raccomandazioni, e la paura che nostro figlio non trovi mai lavoro. E non perché c’è uno straniero a rubarglielo, che nostro figlio “non ha studiato per tanti anni per andare a raccogliere pomodori”; ma perché chi concentra tutta l’attenzione su quanto siano brutti, sporchi e pericolosi gli stranieri non è in grado di dargliene uno.
Alla luce di tutte queste osservazioni, è la prima volta che mi sento davvero straniera anch’io.
La carrambata del mese è che mia madre ha mandato in pensione Fabrizia Ramondino.
Se non sapete chi è, non preoccupatevi: è il mondo, che è sbagliato. L’Italia, più che altro. Più la leggo e più mi chiedo: come si può ignorare una scrittrice del genere? Si può, si può. E mia madre, ex impiegata del Provveditorato agli Studi di Napoli, ha incontrato al posto mio questa donna gracile, dalle lunghe gonne estrose e dai modi perfetti, o così mi racconta.
Intanto che spiegava tutto questo, io leggevo quest’affermazione dell’autrice su una nonna tenace, che in napoletano poteva cantare, ma non parlare coi bambini:
Ora se l’uso del dialetto come arte poteva essere tollerato in famiglia, non era tollerato invece che con noi ragazzi lo adoperasse, e ogniqualvolta un «mo’» rapido e sfacciato ci usciva di bocca, la nonna veniva rimproverata.
Non succede solo a Napoli, eh. Un amico della provincia di Ravenna mi ha confessato asciutto che, da lui, ai bambini si cerca di parlare italiano, perché così troveranno più facilmente lavoro. Semplice.
Anche i bambini che giocano in strada, qui in paese, quasi non parlano più napoletano.
Prima di tutto perché in strada non ci giocano più: in genere sono di passaggio, al seguito di mamme – sempre le mamme – fermatesi a chiacchierare. O non valicano la soglia di un cortile ben chiuso.
Quelli che sento parlano un italiano perfetto: ok, hanno le “e” paesane molto aperte, ma questo gliel’avrà già spiegato il cugino milanese (da che pulpito!) che, detto tra noi, parla con più accento di loro.
Non che ci sia niente di male, eh. Io avevo una cugina veneta che non sapeva di esserlo: aveva sei anni quando divertitissimi le chiedevamo, con mio fratello, “perché parlava così”. Rispondeva ridendo: “Non lo so”.
Aveva sempre parlato così. Nessuno le aveva detto “Parla bene”, nel senso di “Parla italiano”. Lei parlava già bene, il suo accento mica era brutto.
Mi avevano spiegato che il mio lo fosse, o potesse risultarlo, e l’avevano fatto nel modo più efficace: lodandomi per il fatto che “non ce l’avessi”. Per questo, quando da ragazzina sconfinavo dalla mia regione, ero sempre attenta alla mia pronuncia. In qualche modo credevo che tutti – il benzinaio dell’Autogrill, la cameriera della trattoria toscana – parlassero sempre meglio di me, per il fatto di essere nati altrove.
Finché un animatore del Nord, in un villaggio turistico – avevo ormai 17 anni – , mi chiese tipo: “Com’è il nome?”. E pensai: che modo impreciso di chiedermi come mi chiami. Sicuro che questi parlano meglio di me? E capii che c’era molto di leggenda, e pure qualcos’altro che, dieci anni dopo, una laurea in Storia mi avrebbe chiarito una volta per tutte.
Adesso vivo in un posto che esalta non solo le lingue regionali, ma anche le varietà diverse di pronuncia. A Barcellona si accarezzano sotto il palato la “g” di “dugues” (“dues” in catalano standard, con la “e” neutra), come un’adorabile intrusa che è più di casa di qualsiasi altra regola stabilita nei libri. E dicono “quranta”, invece che “quaranta”, senza troppi complessi.
Da fuori, per dispetto, li chiamano “camacos“, scritto in vari modi, da “Che bello!”, tormentone dei cittadini quando vanno in gita. O, ancora peggio, “pixapins”, per l’abitudine non proprio civica – ma si fa di necessità virtù – di espletare le proprie funzioni corporali sotto gli alberi.
Sono giochi linguistici che mi divertono, vezzi che vorrei aver avuto il privilegio, se non l’onore, di godermi anch’io.
Magari avrei voluto che i miei vent’anni fossero stati sereni come i trenta, questo sì. Ma sto dormendo da due giorni di fronte alla mia antica facoltà, e tutto quello che riesco a pensare è: “Cosa posso prendermi, oggi, da Napoli?”.
Va detto che la città è generosa, a parte gli “smoothies” a 3.50 per un bicchiere pieno a metà.
Nella mia facoltà ho trovato questa scritta che percorre le pareti di quella che per me, una volta, era solo l’anticamera della biblioteca: “Ognuno di noi deve dare qualcosa, in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto”.
La vita, tipo. Per garantire il consenso a qualche politico senza scrupoli, e regalare una sensazione illusoria di sicurezza a chi pensa che i problemi arrivino dal mare.
Peccato che invece vengono da stanze chiuse, spesso molto vicine, in cui chi ha molti soldi decide come fare per mantenerli, costi quel che costi.
E chi non ne ha abbastanza da “stare quieto” cerca capri espiatori alla sua portata. Storia vecchia. Ho letto su Facebook:
“Sono calabrese, ero disoccupato e ho provato a raccogliere arance, ma uno mi ha detto che lavoro, in quel frutteto, non ce n’era. Era tunisino”.
Una volta spiegai a un collega catalano che i ricercatori italiani in Catalogna erano tanti perché, nelle nostre università, non c’era lavoro. “Be’, neanche qui ce n’è!” aveva sbottato lui, non troppo scherzoso. Temeva gli rubassi il posto. Sapete com’è finita? Quel posto non l’ha avuto nessuno dei due. È stato eliminato per mancanza di fondi.
“Il sindaco di Napoli si sta solo facendo pubblicità, marciando su un fatto di cronaca”.
Un amico mi dice che è dal secondo mandato che il sindaco di Napoli sembra fare pochi gesti plateali, e molti cambiamenti di facciata. Non so se sia vero, spero di no. So che, pubblicità o meno, un bambino nato in Catalogna ora è anche napoletano, e che intanto l’offerta di accogliere la nave c’è.
Certo, vorrei che tutto ciò fosse “normale amministrazione”.
L’indepe di casa è rimasto, appunto, a casa. Io, in un Armageddon di sportelli non funzionanti, ho lottato prima con un terminale automatico, e poi con un giovanotto piantonato da due russe in lacrime, che volevano essere spedite a Mosca. Il mio incredibile 1E, assegnato “last-minute”, è diventato 1A per la distrazione di una passeggera: dunque, primo finestrino a sinistra, in categoria lusso.
Ma il “trova l’intruso”, per le hostess, è stato fin troppo facile: ero l’unica sotto i 60 anni, avevo un vestito a margherite slabbrato dai lavaggi e due sporte della spesa, di cui una conteneva il Lenovo.
Insomma, la sensazione di non appartenenza che mi prende quando torno “a casa” è cominciata, comicamente, in aereo: ormai è un gioco, per me, scoprire cosa c’entro col posto a cui torno, e cosa proprio ci separa per sempre.
Come la villa antica che contemplavo ammirata al ritorno dai pomeriggi con le amiche: è diventata un Bed & Breakfast! A un quarto d’ora di treno da Napoli: mi hanno fregato l’idea, maledetti.
I pettegolezzi, invece, non cambiano mai: chi si è lasciato con chi, e chi (di solito donne) sta con qualcuno che “dovrebbe lasciare”. Mi fa ridere sempre un po’, quest’ultima idea di dire a una con chi deve stare, perché non funziona e fa sentire ancora più sola la tizia in questione. Che magari lo sa benissimo, che non dovrebbe starci, ma lo vuole fare per motivi assortiti, che c’entrano con l’amore e con… Whitney Houston (sì, proprio lei), che chiede a Kevin Costner se non ha mai fatto qualcosa che non avesse nessun senso, tranne “dentro di te, nel tuo stomaco”.
Se non è caponata, è amore romantico, ed entrambi vanno presi a piccole dosi: ma ormai il secondo l’abbiamo respirato con l’aria fin da piccole, ed è difficile capire perché non va.
Allora, quando un’amica sta con uno che la considera un’alternativa in 3D a youporn, o una minaccia alle sue convinzioni, parto con lei da quell’idea balzana per cui, se l’altro la disprezza, in fondo in fondo ha ragione. Finché una parte di lei lo penserà davvero, sarà difficile tracciare limiti.
E la forza che la può cacciare da quest’impiccio è come la presa per caricare il cellulare, in ufficio: da qualche parte esiste.
Nel romanzo Robinson, di Vicenç Pagès Jordà, uno sfigato asociale di mezza età decide di seguire il consiglio di un capo sioux e passare una settimana al mese lontano dalla sua routine quotidiana, solo e senza mezzi di sostentamento. Meta prescelta: la casa dei suoi ignari vicini, appena partiti per le vacanze.
Ho fatto qualcosa del genere (solitudine e mezzi a parte), andando a Torino per il Salone del Libro. Ufficialmente era per un concorso, che non ho vinto, ma era anche per farmi i fatti degli amici che avrei trovato lì. E pure un po’ i miei, perché, viste da lontano, le subdole manovre per darmi più alla scrittura che alla ricerca di “mezzi di sostentamento” si sono risolte mentre ingollavo la terza focaccina all’olio dal buffet dell’albergo (per la gioia della cameriera).
Ecco le altre cose che ricorderò del viaggio:
il turista con gli occhi a mandorla che in aeroporto a Barcellona, proprio mentre m’interrogavo sulla sua nazionalità, ha fatto un inchino alla tipa che lo perquisiva;
i lunghi istanti in cui, uscendo dall’aeroporto di Torino, mi sono detta: “Ehi, capisco la lingua locale!”.
la macchinetta in metro che, all’improvviso, mi ha scritto in tedesco “biglietti esauriti” – e la salvatrice che mi ha fatto passare col biglietto suo;
l’attesa, col libro da firmare, di una scrittrice che ho conosciuto ventenne in stazione, una ragazza con le scarpe sportive sotto la gonna, e la constatazione improvvisa che, tredici anni dopo, quell’accostamento curioso l’avevo fatto io;
la foto che mi hanno scattato mentre, seduta, leggevo lo stesso libro esposto sulla tavola imbandita che lo “offriva” al pubblico (il mio racconto era nella sezione contorni, ma io cominciavo dall’antipasto);
lo stoicismo dell’amica che nonostante gli impegni mi ha fatto scoprire che esiste la ribollita vegetale (anche se sono partita senza provarla), e col marito mi ha fatto riprovare gli angioletti salati di Starita;
il mio aereo che precipitava.
In realtà faceva l’esatto contrario: riprendeva quota proprio mentre saremmo dovuti atterrare a Barcellona. Ma una cosa così fa paura lo stesso, specie nella brezzolina che spesso allieta il mare catalano. La pista d’atterraggio era occupata, e ammazzavamo l’attesa con virate non proprio rassicuranti. Allora ho capito la cosa più importante.
Che no, non è “tutte le cose si equivalgono perché basta ‘a salute”: vivere alla giornata a tutti i costi resta un’idea discutibile. Però a volte sacrifichiamo un presente niente male alla paura di un futuro nero. Da lì sopra sapevo che, se fossi mai atterrata, avrei continuato a cercare svolte economiche e tempo per scrivere. Ma sapevo anche che non sarebbe servito a niente, se avessi perso il punto della situazione, che secondo i miei calcoli è: esserci sul serio, finché ci sono.
Poi niente, siamo atterrati e sono tornata a fare la fila per la navetta, con la borsa ben stretta a me.
Ma tanto, stavolta, il portafogli era coperto dai libri.
Vabbe’, almeno questo si sapeva in anticipo, no? Si è passati dal cercare la scheda elettorale a cercare il passaporto, come scriveva qualcuno.
Ma la mia frase preferita è stata quella di Lorenzo, su Facebook:
Quindi il prossimo parlamento sarà diviso tra chi sparerebbe agli immigrati in Italia, chi gli sparerebbe mentre sono in mare, e chi invece li vuole rinchiudere nei lager fuori dall’Italia. Apposto così.
Ho spento la Maratona Mentana in streaming su un fascista che si lamentava perché non aveva avuto risonanza mediatica, intanto che gli Hipster Democratici sfottevano Viola Carofalo perché non reggeva il vino quanto loro l’ape (la cosa inquietante era che, da presunta ubriaca, era molto più sensata dei commenti “sobri”).
Qualche ora prima, una “talpa” mi informava che uno dei miei colloqui di lavoro per tornare un po’ in Italia era destinato a priori al fallimento, perché già avevano una nomination vincente (per riagganciarmi alla notte degli Oscar: a proposito, figo, il #nomakeupmovement!).
Che vi devo dire: io a votare ci ho provato, è stato un pastrocchio da esportazione degno dell’epilogo toccato alle schede una volta in Italia.
Non mi resta che tornare all’8 marzo a Barcellona: grande! Come vedete dalla foto, qua in Catalogna ci si è anticipati già da domenica, con castells femministi come questo alla Festa di Sant Medir. Si prevede anche un discreto successo dello sciopero generale, quelle che non aderiscono non sempre sentono il bisogno di manifestare un’excusatio non petita rompendo le ovaie a quelle che lo fanno (a parte le solite note).
Tra l’altro, qui, le feste si celebrano come piace a noi, con virgole e distinguo che pure io fatico a seguire: quest’anno accusano di transfobia il classico triangolo fatto con le dita (che l’anno scorso mi aveva divertito, al massimo lo avevo visto in gloriosi documentari in bianco e nero), e la stessa festa di Sant Medir è stata criticata per il maltrattamento dei cavalli, per cui mi associo: più castelleres e meno cavalls!
Insomma vi prego, per l’ennesima volta: facciamo ponti. Anche perché noi che viviamo all’estero abbiamo due o tre cose da dire sulla tiritera “Manchi da troppo in Italia, non capisci che problema sono diventati gli immigrati”.
Innanzitutto, noi in Italia ci torniamo, mentre interlocutori di questo tipo non vengono da noi, non più di un fine settimana. Poi viviamo proprio in posti in cui l’immigrazione è più alta che in Italia, e noi ne siamo parte (basta con immigrati vs expat!): sappiamo quindi che ce la si può fare, nei quartieri multietnici in cui viviamo, dove capisci che è una questione di povertà e non di origine geografica.
Anche Super Mentana chiedeva alle comunità musulmane di “schierarsi contro il terrorismo“: prossimamente su questi schermi, anche le comunità italiane chiederanno scusa per la mafia (no, era uno scherzo: non vedo perché dovremmo se non siamo affiliati, discorso diverso per colpe storiche che il nostro paese non riconosce).
Quindi smettiamola di partire da un problema concreto (i nuovi flussi migratori) per arrivare a conclusioni assurde (ci vogliono massacrare tutti) con epiloghi tragici (massacriamoli prima noi).
Ok, lo confesso: ieri è stata una giornata complessa e innaffiata di limoncello, quindi non ho le idee lucidissime.
Però mi è successo lo stesso che in quella puntata di Black Mirror col sensore che ti ritrasmette i ricordi: solo che nel mio caso è bastata una telecamera.
Ero alla premiazione di un concorso letterario all’aeroporto di Capodichino, e dal posto comodissimo che avevo trovato non vedevo la faccia del ben noto presidente della giuria. Mi giungeva smorzata la sua voce che faceva un po’ Pino Daniele, e che a un certo punto mi era sembrata dire:
“Il racconto che ha vinto non è mica bello, ma è quello che meglio rispondeva agli scopi del concorso”.
“Ua’, a questo punto non voglio essere la vincitrice!” ho sibilato all’amico seduto al mio fianco.
Immaginerete cosa sia successo subito dopo.
A dirla tutta tutta, non avevo capito nemmeno di aver vinto: pensavo fosse tipo Miss Italia, che annunciassero prima il terzo posto. Con impeccabile aplomb mi ero avvicinata alla giuria, decisa a vedere che succedesse e agire di conseguenza. Allora mi era piombata in mano una carta d’imbarco gigante con il posto 26B, che è il tipico asiento trasero esposto a ogni perturbazione che mi assegna la Vueling.
Già che ero lì, ho chiesto al giudice indicazioni per migliorare la scrittura, e lui ha esordito con: “Ti taglio le mani!”. Promettente premessa per una bella scoperta: ero “colpevole” di scelte stilistiche suggeritemi da amici più esperti, e adottate a malincuore. Vatte a fida’ d’ ‘a gente!
Svariate ore e diversi bicchieri di limoncello dopo, ero ancora convinta di aver vinto “nonostante il mio racconto non fosse manco ‘a chiaveca”, parafrasando. Quando i potenti mezzi della tecnologia (il mio Lenovo collegato al sito di Capodichino) mi hanno riproposto il discorso del giudice, ho scoperto di non averci capito una ceppa.
Il che mi porta a pensare: quante volte non abbiamo capito una ceppa e coviamo rancore per tanto tempo? O ci resta una brutta impressione di qualcuno che in realtà era del tutto innocente.
Ho scoperto molti anni dopo che un’amica non intervenuta a una mia festa aveva subito un brutto incidente proprio quel giorno, e non me ne aveva parlato per delicatezza.
Così come è uno spasso pensare di aver fatto colpo su qualcuno per bellezza o simpatia, e scoprire che invece quella persona sta sparlando di noi.
Suppongo che l’indicazione generale sia sempre quella: inutile sprecare tempo ed energie in ricordi che non siano belli o almeno utili. Anche perché quello che capiamo noi è una parte infinitesimale di ciò che accade.
A proposito: io ancora non sto capendo cosa accada in Italia. Ma che davero uno spara per strada a persone immigrate e non è razzismo ma “il gesto di un folle”? Allora non lo fate solo col femminicidio! (Scusate il termine, eh).
Quindi mi permetto di saltare di palo in frasca (lo so, che novità) e tradurre dal catalano le conclusioni di quest’articolo, scritto da un maceratese che non ci sta a vedere la propria città utilizzata come sinonimo di una tentata strage fascista. Manifestate anche per me!
Chi davvero sta esprimendo una forte condanna dell’accaduto è l’antifascismo cittadino, con a capo il centro sociale autogestito della città, il Sisma. All’indomani dei fatti, domenica 4, ha avuto luogo una flash-mob antirazzista spontanea senza sigle politiche. Il Sisma sta lanciando anche un appello a una manifestazione nazionale a Macerata per il prossimo sabato 10 febbraio. Nel comunicato del centro sociale sull’accaduto, si evidenziano la definizione del gesto di Traini come “terrorismo fascista” e le prove della continuità ideologica rispetto al discorso politico incentrato sulla “sicurezza”, che il Sisma indica come predominante in Italia. Ovviamente troviamo l’invito a tutte le forze antifasciste del paese a partecipare alla manifestazione del 10.