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Non avevo mai visto la porta del ristorante libanese.

Non chiusa, ecco.

Ha gli intarsi che formano una spirale un po’ appuntita, a spigoli diciamo: un motivo che t’immagineresti di trovare in Libano, specie se non ci sei mai andata. Da qualche parte Edward Said ha sorriso al posto mio: io avevo la mascherina.

Ho fatto da poco la prima uscita in trentadue giorni: li ho contati sotto la doccia, prima di andare dal dentista. Doveva “scannerizzarmi” i denti per la parte finale del trattamento, o avrei tenuto in bocca fino a fine quarantena questa plastica ad alto rischio carie, resa opaca dai cinnamon latte che mi prepara al mattino il compagno di quarantena (anche se poi la cannella me la devo mettere io).

In giro c’era più gente di quanta credessi, già esperta di cose che io conoscevo solo in teoria: come mantenersi a distanza, come parlare sotto il tessuto poroso che mi stava facendo sudare sotto un ostinato – e raro – sole d’aprile. Allora benedicevo gli stivali comodi ripescati da sotto il letto, che volavano sicuri sul marciapiede costeggiato da occasionali volanti, e maledicevo la borsa che avevo dovuto scovare su una mensola, per fortuna corredata di chiavi e carta d’identità. Perché mai portiamo le borse? Premono sulla spalla! Anche uscire in giacchetta e giubbino non era stata una buona idea, che il mondo da marzo era pur sempre andato avanti: le stagioni, almeno, se ne fregano delle pandemie.

Pensando a tutto questo, costeggiavo bar dove avevo visto gente e fatto cose, e perfino un hotel fighetto in cui avevo provato a imbucarmi in un’intera estate di aperitivi annoiati. Fuori a un negozio campeggiava un cartello colorato, con sopra la domanda: “Ora che sapete che siamo tutti interconnessi, come vi sentite? Lasciate un commento qui sotto”. E giù pagine di quaderno con frasi fitte fitte, appese a un filo lasciato lì apposta dalle commesse che, adesso, chissà come faranno.

Io sentivo quello che sempre si prova – e Said, forse, sorriderebbe anche qui – quando una categoria qualsiasi sente il bisogno di imporsi con la forza, e magari ripetersi che fa la cosa giusta perché lo dice anche una divinità a caso: l’impressione di essere in minoranza.

La gente c’era, ma i gabbiani erano di più: tra gli alberi di città più frondosi di sempre, i palazzi erano troppi e troppo massicci, o almeno questo avrebbe pensato un extraterreste dall’alto, nello scorgere una città con così pochi abitanti.

Guarda, avrebbe notato ET, c’è anche una scema che si ferma ai semafori, proprio a tutti: ma dove vive di solito, su un balcone?

Al ritorno ho scoperto che accanto alla cassetta delle lettere – finalmente aperta per scoprire che c’era posta per gli inquilini – era affisso un foglio con su scritto: “Se puoi aiutare o hai bisogno d’aiuto, scrivi qua il tuo nome e il tuo numero”. Era diviso in due colonne di colore diverso: credo rossa per chi potesse aiutare e blu per chi avesse bisogno, ma non fatemi scendere di nuovo a controllare. Comunque il foglio era vuoto, e allora ho riempito io lo spazio in alto a sinistra. Quell’unico scarabocchio a penna tra caratteri bicolore mi ha trasmesso un’idea di solitudine.

Quando l’ho riferito al compagno di quarantena, lui era sceso dal tetto del palazzo per farmi gli scones, e io avevo già messo in dispensa il risultato della capatina veloce al Coaliment, prima di rientrare: penne rigate, fusilli e rigatoni Garofalo, alla faccia delle schifopaste con gli stessi colori sulla confezione che da un po’ mi portava lui. Era stato complicato raccogliere il resto con i guanti.

“Non ho mai visto il foglio di cui parli!” mi ha garantito il pasticciere per un giorno, che come gli inquilini dall’altra parte del corridoio aveva cercato invano iniziative del genere. In effetti all’inizio di tutto avevo proposto di mettere un cartello noi, all’entrata.

Ho grattato via un po’ di glitter, planato sulla guancia dello chef a ricordarmi che mi ero truccata.

“Il cartello era in catalano” gli ho sorriso, dispettosa. “Vedete che succede, a non impararlo?”.

Ho ricordato un altro manifesto sulla via del ritorno, fuori a una banca: con la “sola” busta paga si poteva ottenere un qualche servizio che, prima di tutto questo, era importante. Qualcuno ci aveva scarabocchiato sotto con un pennarello nero, che faceva a pugni con lo sfondo azzurro scelto per infondere serenità: “EN ESPAÑOL”, ordinava il vandalo – anzi, data la circostanza, il visigoto.

Allora mi sono ricordata perché in questi trentadue giorni non ho rimpianto troppo la vita fuori.

Invece, quando avevo cominciato ad avanzare nel sole, sentendomi aprile addosso nella sua volubile primavera, mi ero ricordata perché poi, in circostanze normali, uscivo sempre: alla fine ne vale la pena, anche così. Accetterei pure un altro scambio d’insulti in extremis, napoletano-spagnolo, con l’ubriacone che sorprendendomi con la busta del Coaliment ci teneva a spiegarmi quanto io fossi “mmm”, nei pantacollant neri che ormai stringevano un po’. Andrebbe bene pure resistere ancora alla tentazione di togliere una piuma dai capelli del ragazzo al semaforo, visto che dovevo mantenermici a un metro di distanza.

In casa sto bene, leggo e scrivo, e quando il pasticciere per un giorno mi ha confessato di non aver mai avuto una sua nonna Lina, che sferruzzasse per lui, ho riesumato i ferri da qualche parte e fatto una sciarpa di mezzi tempi: vedi foto.

Intanto, quando potevo, uscivo sempre.

Però sento ancora odore di scones.

Sarò breve perché ieri il compagno di quarantena si è deciso a voler guardare Casa Howard dopo il telelavoro: ma lui finiva alle undici di sera, e il film durava due ore e venti.

Prima, però, avevo rovesciato il .

E meglio così! Con le mie pantofole di pelo rosa (eh, lo so) avevo assestato un calcio felpato alla tazza che, per forza di cose, avevo poggiato sul parquet davanti a quello che è diventato il mio studio privato: il mini-balconcino per stendere i panni, su cui getto un pareo da mare e due cuscini e mi metto a leggere Elizabeth Strout. Ero stata così assorta nella lettura di Olive, again che s’erano fatte le otto passate, e già mentre scorrevo le pagine sul Kobo avevo osservato il livello ancora inquietante di quel tè non Brit-approved, perché era con cannella e anice e soprattutto tanto zucchero (l’Impero colpisce ancora!). Sarei riuscita a dormire, io che vado in tilt con un Pocket Coffee? È che la giornata s’era svolta in ritardo, come ogni Pasqua che si rispetti, anche se nelle circostanze che sappiamo. In effetti, lo svolgimento faceva invidia a qualsiasi Filini tour:

  • 10.15: esercizio in guruvisione, con Zoom che s’era accaparrato il microfono anche dopo la videoconferenza;
  • 11.15 preparazione pranzo pasquale (spavette cu’ ‘e pellecchie) + manfrina WhatsApp “io-vi-sento-voi-mi-sentite” con genitori e fratello (ma il microfono, dicevamo, era ancora in ostaggio di Zoom);
  • 11.30 diretta Skype col gruppo di scrittura della libreria italiana, che non si arrende (e per poter parlare, con la sobrietà e il senso della misura che mi contraddistingue, ho disinstallato la chiavica di Zoom e riavviato il cellulare).

Quest’ultima attività è stata un trip esagerato, in senso letterale perché eravamo in tenuta da “vacanza alle Canarie“, votate come meta virtuale per l’ultima lezione: come se non bastasse, eravamo muniti di regali da condividere, nel mio caso un cestino da picnic con crema solare e dell’apprezzatissimo rum, lasciato in casa, credo, da mio padre. Abbiamo finito tardissimo, alle 15, quando il compagno di quarantena aveva già digerito del riso duro come una pietra che s’era preparato da solo, e dunque, mezz’ora dopo, osservava con diffidenza i miei spaghetti al pomodorino (ricetta che ai non italiani, di solito, sembra “troppo semplice” rispetto a quella ventina d’ingredienti che schiaffano loro nella pasta).

Insomma, ‘sta tazza di tè me l’ero riuscita a preparare verso le sette di sera!

Quando ho rovesciato la metà che pure ne rimaneva, dunque, non ho bestemmiato in mondovisione proprio la domenica di Pasqua: ho pensato sul serio “meno male”. E mi sono tornati in mente quei proverbi della nonna, che aveva passato la sua ultima Pasqua in diretta con me su Skype, facendomi pentire, poi, di non essere partita a salutarla. Adesso che per cause di forza maggiore m’ero risparmiata l’atrocità dell’agnello e il casino delle visite, mi dicevo al posto di nonna che “Non tutto il male viene per nuocere”, e “Se chiude ‘na porta, s’arape ‘nu purtone”.

A volte ce la raccontiamo per consolarci, che sia per una banale tazza di tè rovesciato o per cose serie come un lavoro perso, una storia finita: non ci rendiamo conto che, più spesso di quanto non crediamo, è davvero meglio così! Che quel lavoro l’avevamo accettato per inerzia, e per inerzia andava avanti la relazione, e comunque la voglia di tè alle sette di sera anche no, se come me non dormite bene dal 1986. E sì, avremmo dovuto trovare la forza o la lungimiranza di non metterci noi in quella situazione, o di sottrarcene prima possibile: ma oh, per una volta che ci viene la manna dal cielo sotto forma di inconveniente inaspettato, cavoli, ma ben venga!

La solita raccomandazione di ricavare il buono da tutte le situazioni è meno scontata quando c’è davvero qualcosa da ricavare.

Per esempio, vedete quanto è imprevedibile, questa nostra esistenza? Ho passato una delle Pasque più strane della mia vita (manco la più strana, che credete?) a fare considerazioni filosofiche su una tazza di tè.

E non l’avevo neanche corretto con il rum che avevo portato quel pomeriggio stesso, in spiaggia, alle Canarie.

(La colonna sonora del picnic in spiaggia.)

E una vera caccia era quella che avveniva durante il carnevale per le sfarzose vie della cristianissima Roma del Seicento: il malcapitato ebreo che per una qualsiasi ragione si aggirava in quei giorni per le strade, veniva preso, inseguito, massacrato a colpi di pietra o di bastone.

Dall’alto dello step, su cui ciondolo leggendo Maria Attanasio, osservo l’ebreo di casa (per origine e non per credo) che si stacca dal computer aziendale su cui fa il telelavoro, e siede col tablet sul divano.

Gli sorrido, si chiede che mi prenda.

Mi prende che, se fossimo nati nella Roma del Seicento, rispetto a lui avrei avuto un privilegio: quello di essere battezzata. Donna, ma battezzata. Come ce la giochiamo ai punti, donna battezzata contro uomo ebreo? Boh, magari dipende dal mestiere di papà. Si chiama intersezionalità.

Certo non mi sarei sentita in colpa per un vantaggio conferito da un fonte battesimale, in cui mi fossi imbattuta quando neanche parlavo. Così non mi aspetterei che si sentisse in colpa lui per una circostanza che nel suo caso, per forza di cose, avrebbe preceduto la circoncisione: possedere, appunto, un pene da circoncidere! Ma questo, lo so per esperienza, non ci trova d’accordo.

Lui crede nel “siamo tutti persone”, e nella bella storia di Varoufakis presidente (in realtà, portavoce) dell’associazione di studenti neri alla London School of Echonomics. Pure se era bianco come il mio ipotetico culetto, sospeso su un fonte battesimale romano del ‘600. (E pure se, come specifica Varoufakis stesso nel link che avrete certo visitato, la definizione di “black” in quel contesto era più complessa di quello che crediamo.)

You Can Check Your Privilege At The Door - Funny Journal: Amazon ... Ogni volta che discutiamo di privilegio, prima o poi affiora il concetto di colpa: tante persone non sanno pensare all’uno senza l’altra. Questa giornalista, ad esempio, sembra convinta che Michela Murgia, nel dire che gli uomini hanno un privilegio per il solo fatto di nascere tali, li stia accusando di avercelo, come se lo esercitassero tutti. Mi dispiace e mi mortifica scoprire che in Italia, nel recente 2018, il dibattito fosse ancora fermo al “Not all men“.

Io mi sento forse in colpa, di essere bianca? No, ci sono nata, non ho scelto io la quantità di melanina che mi avrebbe peraltro impedito per sempre di abbronzarmi, ma mi avrebbe regalato una vivace tonalità lampone alla prima spedizione sotto il sole di giugno.

Il mio privilegio lo spiegava una sindacalista latina che, nel corso della proiezione di questo documentario, precisava quante più probabilità di lei avesse una donna europea bianca, di classe media, di trovare un lavoro, o almeno di non essere trattata con ostilità o condiscendenza. Il fatto che le cose non siano facili neanche per noialtre color latticino – motivazione addotta, mutatis mutandis, anche da certi uomini precari e in crisi del nostro tempo – non toglie che sia ancora più difficile per altre categorie: a meno che proprio ci rassegniamo a non guardare al di là del nostro naso. Ecco, questa sì che sarebbe una colpa: esercitare coscientemente il nostro privilegio. Che va usato piuttosto, come suggeriva sempre la sindacalista, per impegnarci in una causa comune (quella di una società più giusta per tutti i suoi membri) in cui non tutte le persone coinvolte hanno la stessa visibilità.

Attenzione: questo non significa diventare una versione moderna del nostro ministro greco preferito, e farsi portavoce, in un contesto del tutto mutato, di persone che quel determinato privilegio non ce l’hanno. Mettermi nei loro panni è un buon esercizio empatico, ma la libertà (dai pregiudizi, dalle discriminazioni…) non si è mai ottenuta a botta di concessioni da parte di chi già ne ha un pezzetto. Non sono neanche sicura di condividere l’ottimismo di Toni Morrison, quando invitava i suoi studenti a dare potere ad altra gente (il famoso, ambiguo “empowerment”), e ho da sempre delle riserve anche sull’ammirevole operazione di autrici come Assia Djebar e la stessa Maria Attanasio della citazione iniziale, convinte di poter “dar voce” pure a donne del passato.

Ma di una cosa sono certa: questa storia della colpa ci confonde e ci separa, perché, scusate, è indice d’insicurezza. Mi sembrano insicuri gli uomini che, dopo la confusione iniziale di apprendere quanti vantaggi, anche nella miseria, possa conferire un pene rispetto al non avercelo, fanno la voce grossa contro la messaggera di turno in insulti assortiti.

Vabbe’, ragazzi, anche io trovavo insopportabile la prima puntata di Dear White People: guardavo la protagonista Sam, che mi sta ancora profondamente sul culo (#teamCoco), mentre mi spiegava come il blackface ancora tollerato dalla Rai non fosse accettabile, e pensavo “Ma va’”. Poi ho finalmente capito che ehi, megalomania canaglia, non ce l’aveva proprio con me! Di certo, non ce l’aveva con la parte di me che ha scelto il femminismo e l’intersezionalità e sa che con quello ha fatto solo la metà del suo dovere.

Non è difficile.

Privilegio: ce l’abbiamo per ciò che siamo (genere, origine, classe sociale).

Colpa: ce l’abbiamo per ciò che facciamo.

Il primo va messo da parte; la seconda, se la sentiamo per qualcosa che siamo, e non qualcosa che abbiamo fatto, buone notizie: non ha fondamento. Non posso sentirmi in colpa per essere bianca, ma dovrei se facessi un’osservazione razzista.

Buona autocoscienza a tutt*, a tuttu, a tu… Insomma, stateve buon’!

 

Impasto per la pizza fatta in casa

Il sito originale è indicato nella foto (oggi WordPress non mi lascia inserire il link della pagina!).

Il Gattopardo. S’è comprato Il Gattopardo.

Il libro, dico. Gli è bastato che gli traducessi in inglese la mitologica frase di Tancredi, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, che è esattamente ciò che il mio compagno di quarantena non vuole succeda al mondo, dopo tutto questo. Per lui non c’è pericolo, per me sì.

Quello che per me non cambia, al momento, è il mio dubbio sulla scrittura. Sdraiata tra due cuscini sul mio balcone lillipuziano, mentre scopro che nel patio di sotto c’è addirittuta un baldacchino – artigianale, ma baldacchino – sto alternando la lettura di due autrici bravissime, e diverse tra loro: Elizabeth Strout e Maria Attanasio.

La prima mi parla direttamente ai nervi scoperti, agli ormoni premestruali che danzano al posto delle gambe confinate nelle pantofole rosa, sempre troppo pelose (le pantofole, dico).

La seconda l’ammiro come un gioiello prezioso, uno che, a interrogarlo, mi accorgo stupita che parla la mia lingua: vale a dire, la prima che ho imparato.

Cosa succede, infatti, quando diventi una che in italiano ci scrive per caso? Una che corteggia la Francia come il Principe Salina “corteggia la morte”, ma che da quasi vent’anni è all’Inghilterra che guarda, e ancor di più agli Stati Uniti. A quei libri che negli ambienti in cui sono cresciuta sono considerati l’unica cosa che si salva di quel paese (sempre che siano scritti da uomini, e di sinistra, o almeno ubriaconi).

Cos’è che cerco di comunicare, in quello che scrivo? Se lo chiedeva, dicevamo, questa editor, che alla lunga si è rivelata più utile di quanto credessi. Nelle mie parole inseguo un ritmo, un movimento: un’azione che definisca il personaggio più dell’inflazionata credenza, a cui non so abituarmi, che la vera parte di noi stessi si manifesta quando siamo sotto pressione. Ne siamo proprio sicuri?

E poi il linguaggio, si diceva: il mio “italiano per caso” potrebbe sapere di quella minestra sciapa che da vent’anni a questa parte abbiamo imparato a chiamare globalizzazione, e che si alimenta di merci e non di persone: delle stesse canzoni sentite dappertutto, degli stessi cibi venduti a prezzi sempre più convenienti, in riproduzioni più scialbe, o più facili da imporre dell’originale.

È questo l’italiano che uso? Quello sporcato da altre lingue e pieno di dubbi, che più di un editor si sente in dovere di addomesticare? Su WhatsApp ho scritto “massa di farina”, invece di “impasto”, perché pensavo a masa e amasar, o perché m’era venuto in mente il significato originale del termine? Finisce che la mia diventa una lingua scarna, che va per sottrazione: descrizioni rese in due frasi, intere saghe familiari accennate in un gesto.

Le autrici italiane cresciute amando le francofone (Yourcenar, Duras, Ernaux) le assaggio come facevo con certi biscotti arabi con tanto miele, nati secoli prima degli additivi, che parlano di storia, di periodi in cui un po’ di zucchero sul pane era una festa. Sono deliziose, ma il loro sapore mi è estraneo.

Preferisco gli additivi globalizzati, allora? Giammai.

Al momento, insieme a tanti e tante che hanno lasciato l’Italia per altri lidi, faccio come la protagonista del manoscritto che mi assilla da un po’: strapazzata da domande spietate, a volte inopportune, spesso doverose, m’improvviso cuoca in tempi di crisi, e cerco d’impastare in una sola ricetta tutte le parti di me.

Ma non riesco mai a trovare le dosi esatte.

Archivo:Parietaria officinalis 2.jpg - Wikipedia, la enciclopedia ...

Parietaria Officinalis. La colpevole di tutto, da Wikipedia

In tempi di perdita degli odori, mi è venuto il super olfatto.

Annuso da sotto la doccia la sigaretta che il mio compagno di quarantena si è acceso in cucina, al di là del corridoio. Non vi dico che shock l’aroma del sale, chiuso in un barattolo di cetriolini che sa ancora di aceto, o gli asciugamani appesi ancora umidi. Mio padre mi dice che ci sta, come sintomo da rinite allergica: con una complicata spiegazione via WhatsApp, che comprendeva pure degli assi cartesiani, mi ha assicurato che c’è un’alterazione dell’olfatto, che magari si accentua prima di sparire del tutto. D’altronde domani “compio” tre settimane senza uscire neanche sul pianerottolo, e l’unico pezzo di casa esposto all’aria aperta è il balcone, che, indovinate un po’, dà sull’unico cortile del centro di Barcellona che sia pieno di piante di ogni genere: anche quelle, mi pare di capire, che mi regalavano primavere zeppe di starnuti al Poble-Sec.

Sì, lo so, lamentarsi di ‘sta roba, di ‘sti tempi, è privilegio al quadrato. Ve lo raccontavo solo perché ora sento puzza di tutto: pure di uscita pretestuosa, quando l’uomo che si mangia qualsiasi cosa gli metta davanti ha un improvviso bisogno di frutta fresca; di cecità collettiva, quando torna con l’annuncio che la farina Gallo (bleah) è introvabile, invece la mia fancy pasta (cit. dell’inquilino scozzese) te la buttano dietro! Dico io, invece di saccheggiarti dieci pacchi alla volta per pizze discutibili, prendi una confezione sola di penne Garof… ok, mi arrendo.

La puzza che non so identificare è quella che sento da ieri, dall’arrivo di una mail che attendevo da tempo: la scheda editoriale di un manoscritto che cerco di sistemare da un annetto, e che in effetti, per citare un editor di cui mi fido, è un po’ un papocchio. Per questo non ho aspettato che l’occupatissimo editor in questione trovasse il tempo di formularmi un giudizio chiaro, e ho commissionato una lettura professionale, tramite un’associazione navigata.

Qui il dubbio è necessario: il risultato della lettura mi puzza perché non prendo bene le critiche (vero), o perché qualcosa non mi quadra sul serio?

Il romanzo nasce da una reminiscenza del mio primo anno a Barcellona: nell’appartamento scelto troppo in fretta dopo una settimana di ansia in ostello – un sentimento familiare a chi espatria, ma che a quanto pare non so comunicare a chi resta – chiamavano in continuazione al telefono fisso per ordinare tapas da asporto. Il nostro numero compariva per sbaglio su una guida turistica, perché differiva di una cifra sola da quello di un ristorante del Gotico. Allora ci ho costruito una storia tutta nuova, cambiando personaggi, mischiando esperienze di vita, cercando di mettere la parte autobiografica al servizio della storia che volevo raccontare: il cui proposito però, secondo l’autrice della scheda, non risulta molto chiaro.

In effetti, alcune critiche mi sembrano pertinenti anche perché le ho già ricevute: fa troppo serie televisiva (orrore!), le descrizioni sono carenti, il passato dei protagonisti non è illustrato per filo e per segno. Questo lo so, lo accetto, lo ignoro. E me ne assumo le responsabilità. Come lettrice salto senza accorgermene le descrizioni (nel senso che mi distraggo), e spesso sbadiglio con certi flashback. Come autrice (o “autore“, come mi si chiamava nella scheda) non m’interessa tanto mostrare ambienti, né illustrare per filo e per segno i traumi pregressi della protagonista. Voglio concentrarmi su quello che lei fa qui e ora, in una dimensione in cui gli oggetti, alla cui presenza posso al massimo accennare, esistono solo se lei li tocca. E sarà perché vivo in un crocevia di vite in fuga continua (o ci vivevo fino a poco fa!), ma credo, da tempo, che la dovuta attenzione al passato come spiegazione del presente ci faccia perdere di vista il fattore René Ferretti: spesso facciamo le cose a cazzo di cane, e a cazzo di cane ci succedono.

Altre critiche mi sono davvero utili, e rivelatrici: se i punti della trama che consideravo fondamentali sono trattati come “irrilevanti” (viene definita tale una certa conferenza sul GENDER!11!, e vabbe’, de gustibus), se gli anticlimax che mi sembravano divertenti sono considerati inspiegabili, allora si vede che devo spiegare meglio, essere più graduale, capire come dosare informazione e aspettativa.

La parte che mi puzza, però, è tutto il resto. Intendiamoci, non ci sono errori madornali, ma alcuni riferimenti alla trama mi lasciano perplessa: passi che un pranzo in facoltà sia scambiato per la festa post-triennale (magari mi sono espressa male io), ma… mi si chiede dove abiti un personaggio minore, e lo specifico seppure a trama avanzata, benché aggiunga poco alla storia; mi si chiede come possa una persona fuori corso partire per l’Erasmus, e spiego che nell’anno in questione, per via delle poche richieste, erano indulgenti sul curriculum; mi si rimprovera di non specificare l’estrazione sociale della protagonista, e sarò un’ingenua io, ma mi sembra chiaro che la figlia di un professore di matematica in un paesino sulle montagne, difficilmente viene da una famiglia di minatori, e se lo fa ha cambiato status per ammissione generale…

Insomma, il dubbio ce l’ho: la validità dei consigli che leggo mi sembra minata dal sospetto che la lettura sia stata precipitosa. Certo, è stata fatta in un momento terribile della nostra storia, e non ho nessun’informazione su quanto della cifra che ho versato vada alla lavoratrice. Purtroppo, però, non riesco a concludere che il mio sia solo un “non saper accettare le critiche”, se mi chiedo quanto, a questo punto, abbia investito bene i miei soldi.

Curioso che, mutatis mutandis, dalla stessa entità (ma si trattava di un’altra persona) mi sentii dire una volta che un’altra protagonista – quella del libro che avrei pubblicato questo mese, e che ora ovviamente slitta – poteva occuparsi di “roba superficiale” come l’indipendentismo catalano solo perché era un’Erasmus. No comment sul parere politico, che peraltro non avevo richiesto, ma la povera Irene era già laureata, lavorava part-time in bodas.net, e conviveva col fidanzato in una topaia che però le costava 700 al mese: va da sé che tutta ‘sta spensieratezza Erasmus non ce la vedevo, e non mancavo di specificarlo nel testo. La stessa persona, però, mi aveva dato un suggerimento fondamentale per cambiare l’incipit, e su quello aveva ragione da vendere.

Vabbe’, intanto sento odore di sfida: sparaflesciare le intenzioni dei miei personaggi in modo che siano chiare anche, mettiamo, a chi possa leggere piuttosto en passant. Su quello, so che ho tanto da imparare.

Peraltro, non sarà questo il caso, ma le persone che più mi hanno influenzato sono quelle che mi hanno insegnato cosa non devo fare.

Non vi dico, poi, il bene che mi hanno fatto coloro che mi hanno mostrato, per filo e per segno, come non voglio essere.

 

 

 

 

 

Ariel si pettina con una forchetta | Film disney, La sirenetta Capirete che il momento più mondano della mia nuova vita è la videoconferenza in guruvisione per l’esercizio della settimana.

Ieri, le compagne e il guru parlavano di quello che per Miss Italia è la pace nel mondo, e che per un branco di anglofoni che possono lavorare da casa è “scegliere come reagire di fronte alle circostanze“.

Una delle più giovani in collegamento ha evidenziato che, tra le opportunità offerte dalla quarantena, c’era Disney + che approdava in Europa, in caso qualcuno non se ne fosse accorto dalla pubblicità martellante: lei aveva riscoperto l’esistenza di personaggi dalla valenza psicologica non scontata, ma che spesso erano trascurati a favore di bambini cresciuti nella giungla, o sirene filoterrestri (che, a dirla tutta, neanche vinceranno il Premio Sanità Mentale 2020).

Nell’entusiasmo generale di rivedere Ariel che sguazza pettinandosi con una forchetta, o Belle che cazzeggia per il villaggio, io pensavo che grazie a quel canale esisteva una nuova categoria di personaggi che pure si aggiravano, non so se cantando o meno, per il centro di Barcellona: il personale del call center. Tra loro c’era, indovinate un po’, il mio compagno di quarantena, prima che tornasse quel pomeriggio stesso armato di computer aziendale e cavo da cinque metri: entrambi erano necessari a collegarsi al router di casa e rispondere a nuove, entusiaste clienti come le mie compagne di scrittura.

Fino a ieri, dunque, chattava ancora dall’ufficio: doveva iniziare a lavorare da casa una settimana fa, ma non riuscivano a collegarlo al sistema, e comunque il suo training era finito da poco, e comunque ancora non era partito l’ordine dal manager…

Insomma, al lavoro non c’era tanta gente, ma c’era, e in molti erano italiani, che a quanto pare non avevano provato ad approfittare dell’ultima nave della Grimaldi Lines, come i venti lasciati a terra (e bersagliati via Facebook dalla nuova polizia dei balconi). Saranno rimasti anche perché, come ricorda il suddito britannico qua, se solo avessero aspettato una settimana di più a mandare il curriculum, si sarebbero ritrovati in immense difficoltà a trovare lavoro, ora che mezzo Stato spagnolo viene messo in cassa integrazione, e per evitare licenziamenti di massa deve intervenire il Governo.

Quindi, mentre ieri sentivo discettare online di tigri parlanti e streghe del mare, mi ricordavo con irritazione crescente che le opportunità di alcuni erano un lavoro per altri, oltre che un rischio di contagio per la sottoscritta. E stiamo parlando di operatori che in un’azienda meglio organizzata avrebbero lavorato da casa una settimana fa, non di colf rimaste senza mangiare, o di badanti costrette invece a lavorare, col ricatto di una denuncia.

Ma il mondo, si sa, è complicato: il Brit di casa ci andava volentieri, al lavoro, anche se vi era costretto. Certa gente, si diceva, ha proprio bisogno di lasciare la casa per un po’. Leggo che, in Italia, i genitori di figli autistici chiedono a gran voce un certificato per uscire (idea che caldeggio da giorni per altre categorie) e intanto si arrangiano esibendo al polso dei nastrini blu, per non ricevere insulti da chi accetta la proibizione dell’ora d’aria. Chi si preoccupa degli strascichi psichici che avrà la pandemia  si chiede se non sarebbe il caso di rendere sicure poche, sporadiche uscite, invece di stigmatizzare una pratica che salva la nostra igiene mentale.

Io che ne so. Io, si diceva, ho il privilegio di star bene a casa, tra buone letture e scritture mediocri (ma miglioro), senza dovermi preoccupare del piatto a tavola. Volendo potrei concentrarmi anch’io sulle nevrosi della Sirenetta.

Ma, pandemia o no, questo mondo “fuori dal mar” che sognava Ariel si rivela così surreale, che una forchetta usata come spazzola per i capelli diventa il male minore.

Speriamo di non noverarla tra gli strascichi della reclusione!

https://www.youtube.com/watch?v=HL5d4QcAbPo

Ok, non col piumone, ma la sua felpa è uguale!

Giuro che, quando ho visto il quaderno, mi sono quasi commossa.

L’aveva trovato alla tabaccheria dove compra le sigarette, già che si allungava verso il Veritas: il Coaliment di fronte alla nostra strada ha perfino la farina e il riso, ormai rari quanto l’araba fenice, ma è – era – un negozio per turisti, di qualità varia e prezzi maggiorati.

Va anche detto che, ieri, la sola lista della spesa sembrava un’improbabile battaglia navale Italia-Inghilterra, da disputarsi su qualche scogliera artificiale della Barceloneta, che rivedremo chissà quando: se andava al Coaliment, la pasta lunga doveva essere solo Barilla, e solo capellini, tra i pochi formati che tollero di quella marca… “Se non è Barilla, desisti”.

Lui scrutava la mia grafia sul retro della tovaglietta Sandwichez scovata tra le sue cianfrusaglie, visto che non ero disposta a cedere neanche un pezzetto di carta.

“E la trovo, questa marca al Veritas?” mi aveva chiesto infine.

“No! Al Veritas puoi prendere la pasta lunga che vuoi, magari non proprio quella che costa tre euro… però la qualità è superiore“.

“Ma sempre capellini? E poi che significa ‘passata di pomodoro’? Cos’è un pomodoro?”.

Gli stavo per fare un disegnino: se mi avessero detto che un giorno avrei difeso l’acquisto della Barilla, mi sarei messa a piangere. Ma le alternative al Coaliment sono la Gallo e poco altro, chi vive da queste parti sa e capisce. Avessi un po’ di semola di grano duro, altro che farina introvabile!

È finita che è tornato con le bavette Barilla, il latte d’avena e non di soia (ma la marca era Yosoy, che ne sapeva?), e i pomodori da pa amb tomàquet, ma lì è colpa mia: do per scontato che tutti li prendano di default del tipo che serve a fare le pellecchie. Poi, però, c’era il quaderno.

Io i racconti preferisco scriverli su carta. Se il racconto deve vincere per knock out, voglio pestare i quadretti con le mie penne a punta retrattile, finché le parole non fanno quello che dico io.

Sto facendo il classico errore di produrre cattiva letteratura su qualcosa che sta succedendo in questo preciso momento: roba che la gente non vuole leggere per anni, neanche se sfornata da grandi penne (non quelle lisce, dico in senso metaforico). Se Primo Levi non trovava un editore con il bel popò che gli era successo, figuriamoci io, che devo solo starmene a casa e ho il privilegio di starci pure bene, intenta come sono a leggere, scrivere e far di conto… o meglio, farmi due conti.

Non voglio cadere nell’errore di magnificare la vita che ho lasciato, ricordo che c’erano cose che volevo correggere ed ero in una fase di cambiamento. Certo che rimpiango l’uscita del pomeriggio, dopo la mattinata passata a scrivere, ma non al punto di magnificare il mio percorso ozioso tra Fnac e Cafè Costa, in cerca di un bar in cui prendere appunti su quanto avrei scritto il giorno dopo. Sono anche meno concentrata sulle ultime bozze del libro che doveva uscire ad aprile, e ora chissà.

Non importa. Ho ritrovato qualcosa che spesso si dimentica, quando si ha il privilegio di trasformare la propria passione in attività quotidiana: il perché. Come mai ci muove proprio quella passione? Quale piacere ci regalava prima dell’ansia, metti caso, di spostare quella virgola risolutiva? O prima dei dubbi su quanto le descrizioni – di cui non mi è mai fregata una ceppa neanche come lettrice – convinceranno l’editor, l’amica scrittrice, e tutto quello stuolo di gente che si può risentire se accosto due parole che iniziano uguale.

Anche questa può essere una distorsione di quanto accadesse prima: quando sarà tutto finito potrebbe tornare la mia ansia da prestazione, anzi, da descrizione. Ma se la realtà è diventata quest’alternarsi continuo di giornate, cos’è che ci definisce davvero? Forse, quello che nonostante tutto riusciamo ad amare, in tutte le sue rappresentazioni.

Fosse anche un quaderno dalla copertina verde transgenico, che a giudicare dalle dimensioni non mi basterà a scrivere la metà dei racconti che ho in mente.

Di buono c’era che si abbinava alla felpa di chi me l’aveva scovato: allora ho deciso che in tabaccheria l’aveva servito una commessa, annoiata come tante dipendenti che non possono permettersi di essere spaventate e basta. La ragazza aveva visto come gli stesse bene quel cappuccio verde ancora odoroso di lavanderia a gettoni, alzato sui riccioli rossi che si riprendono il loro spazio, e gli aveva scelto proprio quella copertina lì.

E invece, ho saputo poi, alla cassa c’era un tizio di mezza età, che gli ha sbattuto sul bancone il primo quaderno che ha trovato sullo scaffale.

Almeno mi sono ricordata perché mi piace inventare storie.

 

Un po’ ve l’ho raccontata, la storia del mio sofà.

Però ci ho ripensato all’incontro di scrittura terapeutica, che come immaginerete sta proseguendo online, a partire da… ieri mattina.

Una mattina speciale, tra l’altro: un biglietto aereo datato 22 dicembre mi obbliga a ricordare che col mio compagno di quarantena festeggiamo… tre mesi, e non di quarantena. Lui ha onorato la ricorrenza spezzandosi con la forchetta i capellini nel piatto (vi giuro, se le ambulanze non servissero a ben altro…) e non cogliendo uno scherzo molto partenopeo sul fatto che, in caso mi contagiasse, gli apparirei in sogno per dargli tutti numeri sbagliati di una cifra. “Allora non mi resterebbe che correggerli per difetto!” ha concluso con aplomb, che è una parola che usa sul serio. Incredibile, vero? Quando in tre mesi si bruciano tappe che manco nei fitanzamenti in casa (e più in casa di così…), o in convivenze meno improvvisate: addirittura il fatidico “Non andiamo più da nessuna parte”, che le circostanze attuali rendono non un rimprovero, ma un’ovvia constatazione.

A dirla tutta, questa storia qui è cominciata proprio perché un divano ancora non ce l’avevo: ci si arrangiava su una poltrona senza braccioli, che potevo condividere solo in compagnia di ospiti con cui avevo confidenza, o con cui ne volevo avere. Con quello là, albionico per giunta, non si poteva stare ancora troppo vicini, così dal mio angolino ero stata sul punto di cadere: lui mi aveva afferrata per il braccio all’ultimo istante, ed era scattato un momento che definirei da Via col vento, se non fosse che lo schizzinoso odia l’accento americano.

E il sofà che c’entra, in tutto questo? Un momento, ci arrivo. L’esercizio di ieri, nel gruppo di scrittura, prevedeva di completare delle frasi sulle nostre emozioni (“Mi sento felice quando…”, “Mi sento ignorata quando…”) e trovare similitudini tra i pensieri così espressi: ne avevo concluso, come altri, che quasi tutte le situazioni per cui provavo rabbia o tristezza erano dovute a decisioni altrui, di cui avevo pagato le conseguenze. Le anglosassoni in videoconferenza avevano ripiegato sul loro mantra, piuttosto attuale peraltro: “A volte non possiamo decidere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come reagire“.

Io però avevo l’asso nella manica, cioè il divano che ha rimpiazzato nell’ultimo mese la poltrona “galeotta”, e che, senza volerlo, mi ha insegnato un’altra tecnica di SSM (Superamento Situazioni di Merda): provare a trasformarle in un trionfo.

E veniamo a dove ho preso ‘stu bellu mobile, e perché mi ha aiutato tanto.

Per la verità è stato un “regalino” dell’ex inquilino francese, anzi, l’esatto contrario di un regalo: in una discussione piuttosto sgradevole, avvenuta davanti all’ascensore già pieno delle sue cose, il tipo se l’era fatto scontare intero dall’ultimo affitto (e fortuna che erano “solo” 80 euro), anche se l’aveva comprato di sua iniziativa e l’idea era di fare a metà. Secondo lui, adesso che traslocava, i suoi quaranta euro me li doveva rimborsare l’ignara nuova inquilina, che per la verità avrebbe barattato volentieri quell’arnese ingombrante con una poltrona mia a dondolo.

Allora, invece di cimentarmi nel mio scarso turpiloquio in francese, e solo per recuperare quaranta euro, ho stipulato con l’inquilina un Patto Dash: io ti offro le due poltrone mie – ti raccomando quella senza braccioli – e tu, in cambio, mi cedi l’oggetto del contendere. Ok? Ok.

Senza saperlo, ho fatto la fortuna mia! Innanzitutto, le manovre di trasporto sono state esilaranti: alza qui, abbassa là, e ci passa per la porta? Tirate fuori il goniometro… Poi è finita a tarallucci e vino, per recuperare le forze perdute. Infine, ne ha guadagnato anche la casa: con la quarantena mi sono ritrovata un angolo in più per leggere e scrivere, ora che dobbiamo centellinare ogni metro, in attesa di poter invitare di nuovo ospiti il cui spazio vitale rispetterei con più facilità – e senza rischiare rovinose cadute.

Sono convinta che l’operazione divano – che consiste nel trasformare una disavventura in una cosa buona – sia estendibile a tante situazioni di merda che ci sono capitate, ma che, rispetto a certe tragedie sotto i nostri occhi, possono davvero trasformarsi in opportunità.

Non sempre, eh. La prossima forchetta che si abbatte su dei capellini innocenti verrà punita con una diretta integrale di Gigione.

A ben vedere, è un’opportunità anche quella.

 

(La scena di spostamento del divano.)

 

 

L'immagine può contenere: il seguente testo "Lávate las manos como si hubieras saludado a quien dice que "el feminismo es como el machismo pero al revés" Centro Estudios en Género"

Lavati le mani come se avessi salutato chi dice che “il femminismo è come il maschilismo al contrario”

Oggi mi ha svegliato mia zia, anche se è morta da anni.

No, non comincio ad avere le visioni: mi ha svegliato il ricordo della sua continua sorpresa davanti alle nudità femminili nella TV italiana. Ogni volta che le vedeva, insomma sempre, si chiedeva: “Ma queste come fanno, non hanno freddo? Forse ci sono i termosifoni in studio…”. La sua vita, come intuirete, era una continua meraviglia.

Anche io mi sorprendo davanti a cose che ho avuto una settimana di tempo per assimilare, fin da quando vedo le due zanzare ai lati del letto, principali indiziate per i puntini rossi che mi sforacchiano mani e viso. Come si mandano via, mi chiedo, in modo non cruento? Potrei comprare uno di quegli aggeggi elettronici, basta andare al negozio cines… Ah, già.

Vado in bagno: uh, i salvaslip sono quasi finiti, devo uscire a… Ah, già.

Era un po’ come l’ultima volta che sono tornata single, e andavo al supermercato: “Uh, la sua marca preferita di patatine bisunte, ora ne prendo un… Ah, già”.

Ora il mio compagno di quarantena è andato per me al Vegadiso, visto che era una deviazione minima rispetto al suo ufficio, e mi chiedo pure se sia un caso che sia tornato con il lievito nutrizionale più costoso, o se quello a tre euro fosse finito. Ma poi mi dico: ah, già, nell’indicare su Facebook i nuovi, ridottissimi orari, avevano augurato “buona fortuna al piccolo commercio, perché ne avremo bisogno”. Mangeremo lievito nutrizionale di lusso. Pure il Grasshopper , “per salvare posti di lavoro”, invitava a ordinare da mangiare su Uber Eats, e giù i commenti di gente che, come me, si rifiutava di usarlo: allora il ristorante, difendendo l’urgenza di non licenziare personale, avvisava comunque che consegnavano anche “in sede”. L’altra sera, allora, dopo la scappata in farmacia per prendere la vitamina D, ho fatto una corsa fino alla “sede abituale”, per accorgermi che, ah, già, era chiusa: dovevano riferirsi alla loro filiale che non sapevo esistesse, e preparava solo piatti da asporto. Dunque, visto che ero lì vicino, ho fatto per entrare nel Veritas su Laietana, con le saracinesche ormai mezzo abbassate: avevano tutti mascherine di quelle che, ahimè, non servono a un ca’. Il tizio alla cassa, vedendomi, ha alzato le mani, non senza esasperazione: chiuso. Chissà se stanno odiando i clienti. Ho visto meme creati dal personale della grande distribuzione: chiedono mascherine e guanti. Loro, con un cartello fuori al negozio, si limitavano a esigere il pagamento con carta di credito.

Al ritorno, sotto casa, cinque agenti circondavano un solo uomo in tuta, che aveva l’aria confusa e balbettava qualcosa in un accento non meglio identificato: gli chiedevano i documenti. Una volta su l’avevo raccontato al mio compagno di quarantena, e lui, che s’era trovato in situazioni del genere, prima aveva fatto per scendere, poi, convinto da me, era salito un momento sul tetto dell’edificio a vedere che stesse succedendo: la strada era deserta, di nuovo. Adesso che lui è tornato al mondo civilizzato, in cui lavorare in un call center è più dignitoso di vendere pensieri in strada, si ritrova i poliziotti schierati ogni giorno all’uscita dal lavoro: “Non state tutti così vicini, la prossima volta vi multiamo”. Certo, è la legge. Però nessuno multa l’azienda, che continua a bombardarmi di pubblicità per il suo nuovo canale, per il fatto che debbano essere ancora tutti lì, a imparare come s’interpreta lo stato d’animo di chi li chiamerà per abbonarsi a un mese di cartoni animati. Se il cliente sbraita perché non riesce ad accedere, il sentimento che prova è (segna la risposta giusta): 1. rabbia; 2. entusiasmo; 3. gioia; 4. speranza. E tu, cosa devi fare? 1. Prenderlo a parolacce; 2. trattarlo con condiscendenza; 3. concentrarti sulla soluzione al problema; 4. chiedere subito scusa a nome dell’azienda. Spoiler: l’ultima è sbagliata, perché potrebbe essere un errore del cliente e non della compagnia.

Per andare a imparare questo, si può lasciare la casa, tanto in queste ore viene persino multata gente per il fatto di non averne una. Però, se soffri di ansia, di stress post-traumatico o di claustrofobia, puoi uscire a ritirare i soldi a un bancomat, ma non puoi farti un giro da solo, neanche rispettando le distanze di sicurezza. E chi è rinchiuso con te deve sperare che non scleri.

Ah, già: andrà tutto bene.

Sperando che non sia così solo per chi potrà permetterselo.

Con gli inquilini ci siamo spartiti una lasagna.

La Fiera Vegana era stata cancellata, con i danni economici che immaginerete per chi la organizza (e non parliamo di magnati della produzione di avocado): quindi, prima che arrivasse l’ordine ufficiale di non circolare, avevamo beneficiato di un inedito servizio a domicilio.

Ho lasciato il ruoto (vedi sotto) accanto al modem nel corridoio, che è l’unica parte in condivisione della casa. Per scongelare bene dovevo tenerlo in forno un’ora e un quarto, ma in realtà m’ero scordata di spegnere, ed era incandescente. Quindi ho detto via WhatsApp a gente che viveva a due metri da me: tagliatela voi, io ho paura di fare disastri. Ho posato il mio miglior coltello accanto alla lasagna, e quando ho riaperto la porta l’ho trovata mutilata di due fette piuttosto piccole. Come si vede che non condivido l’appartamento con altri napoletani, mi è venuto da scherzare tra me.

In cambio, l’inquilino scozzese ha già detto che oggi va a fare la spesa, se ci serve qualcosa è a disposizione. Mi chiedo che faccia farebbe se gli chiedessi di passare in farmacia a comprarmi un test di gravidanza, ma non mi faccio illusioni, mi è chiarissimo che è lo stress. E poi, caro Masini, altro che “non sai se dirlo a lui”: mi sto lamentando con chiunque mi contatti via social che i cavalli del ciclo mi scalpitano sulla panza anche se ancora lontani, e in ritardo sulla tabella di marcia.

Saranno stati bloccati su via Laietana da una volante: la stessa che ha “invitato” ad alzarsi da una panchina solitaria il malcapitato che ora si trova semi-intrappolato con me in casa, per le prossime due settimane. “Semi”, perché al lavoro che ha incominciato da poco gli hanno chiesto di andare lo stesso, e gli pagano mezza giornata come una intera. Tanto si tratta di uno dei colossi mondiali, e Facebook comincia a proporre anche a me il prodotto che stanno per lanciare: per abbonarmi, basta chiamare lui e i ragazzi che in queste ore devono stare seduti a un metro e mezzo di distanza, davanti a tavoli disinfettati, e in due turni diversi per non affollare l’ufficio. Il loro spagnolo è spesso troppo scarso per decifrare i loro diritti, ricordati con solerzia dai sindacati del posto, e un part-time pagato a tempo pieno non si butta, in una città in cui metà stipendio se ne va per pagare l’affitto. Specie ora che tanti posti di lavoro sono a rischio.

Prima che arrivasse la notizia che si lavorava lo stesso, era finito su quella panchina come se stesse scappando da un incendio: rimanere in casa senza neanche uscire a correre è odioso di per sé, come ormai saprete, ma diventa un incubo per chi ha determinati problemi di salute, o alle case associa solo brutti ricordi. Purtroppo qualcuno, in circostanze simili, piuttosto “sceglie” di dormire all’addiaccio. E che fine faranno, quelli che per i casi della vita sono finiti in strada? In effetti, mentre leggevamo l’incipit di Casa Howard sul mio letto – che ormai è diventato un secondo salotto – ci chiedevamo come si chiamasse uno che un tetto sulla testa ce l’ha: chi non ce l’ha è un senzatetto, ma gli altri? “Contetto”, ipotizzavo in italiano, oppure facevo un terribile gioco di parole nella sua lingua, tra home-less e home-more

“No, Maria, io esco!” sarebbe stata una risposta accettabile.

Ma tanto, dove andava.

(Mettete un ruoto nella vostra vita!)

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