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Costruiamo reti non per imprigionare, ma per unirci

Ho inseguito a lungo la normalità. Mi sembrava molto esotica.

Ma lei, che ve lo dico a fare, è stata sempre più veloce di me.

Eppure. In un articolo in spagnolo ho letto che, ad appoggiarci e sostenerci durante la quarantena, sono stati in buona misura i rapporti informali. Le famiglie allargate, o quelle che ci scegliamo in età adulta, o le persone che secondo una visione rigida della società non dovremmo neanche frequentare, come un ex o il mendicante sotto casa. Alcuni di questi “alleati atipici” sono accorsi in caso di necessità a darci sostegno o… “portarci la medicina”, come facevano in Napoli milionaria in una nottata ben più difficile da passare.

Com’è possibile? Breve storia triste: un maestro buddista ordinò ai discepoli di legare il gattino del convento durante l’ora di meditazione, perché il micio, con la sua esuberanza, disturbava i monaci. Quella norma proseguì per inerzia anche quando il felino era ormai vecchiotto e poco propenso a muoversi troppo. Intanto morì il maestro, ma il suo sostituto continuò a legare la bestiola, per consuetudine: finché non morì anche il gatto, e il nuovo maestro, per tradizione, mandò a procurarne “un altro da legare”.

Le norme seguono dunque una logica loro, magari imperfetta (#freemicetto), per risolvere una serie di problemi, o presunti tali: poi, però, sopravvivono spesso anche a questi ultimi.

Eppure. È sufficiente mettersi in contesti diversi da quello in cui si è nati per scoprire che le regole sono relative, che altrove ne vigono altre, magari considerate altrettanto assolute. E noi le trasgrediamo, sempre di più e di continuo. Perché ci rendiamo conto che la logica che le ha fatte nascere non sempre sussiste ancora. Il rischio uguale e contrario è fingere che tale logica sia sparita del tutto: così, l’economia informale che tende a mettersi in tasca il diritto del lavoro diventa spesso un nuovo pretesto di sfruttamento, o il poliamore si trasforma a volte nell’opportunità di avere un harem senza accollarsene anche gli oneri (come accade a uomini contrari alla monogamia, ma non al maschilismo). 

Io, nei rivolgimenti degli ultimi mesi, mi sono ritrovata il compagno di quarantena con l’esigenza di cambiare aria, e l’ex con quella di trovare un posto in cui attendere gli esiti della precarietà lavorativa da covid. Così adesso incontro il primo all’esterno, in occasioni ben più amene di una convivenza forzata, e mi ritrovo il secondo a dividere la spesa e gli spazi comuni di casa mia.

Ha un senso, tutto questo? A me sembra di sì. Ciascuno ha seguito i suoi bisogni secondo le sue capacità, e ha condiviso le sue risorse: io una stanzetta libera, il fidanzato l’amore per gli spazi aperti (che con la quarantena io avevo messo da parte) e l’ex la capacità di pulire casa prima ancora che io mi renda conto che sia sporca!

Confesso che continuo a desiderare una stabilità molto più convenzionale e noiosa di questa, ma intanto non abbiamo idea delle proporzioni della crisi economica che potrebbe aspettarci a settembre, i cui prodromi agiscono già ora. Non sappiamo neanche se una nuova quarantena possa costringerci di nuovo tutti a casa.

Così navighiamo a vista, seguiamo nuovi fili e nuove logiche: lo facciamo con lo scoraggiamento di chi deve iniziare daccapo una volta di più, e con la fiducia nel fatto che, in caso, saremo ancora tutti lì, pronti ad aiutarci.

L’unica norma da ribadire fino allo sfinimento resta sempre questa: ci salveremo solo insieme.

 

(Dell’amore non si butta niente.)

 

 

 

FB_IMG_1591866869874 Si torna alla vita normale!

Infatti martedì scorso, verso le nove e mezzo di sera, scendevo da Plaça Sant Jaume in direzione della Rambla, nel secondo giorno utile per godersi la fase 2 della quarantena barcellonese (il giorno prima pioveva a dirotto). Non avevo più limiti di tempo e d’orario, e me ne andavo in giro con la mascherina e la tenuta pantacollant/scarpe da ginnastica che riservo alle passeggiate lunghe.

Imbruniva ma non troppo sul carrer Ferran, che percorrevo a passo spedito circondata da gruppi e coppiette, e qualche passante che, come me, circolava solo. Era stato proprio a me, però, che si era rivolto un tizio che andava in direzione opposta alla mia. Aveva voluto confidarmi ad alta voce una cosa che, a dirla tutta, non avevo capito bene, per via dell’accento italiano e della scarsa padronanza della lingua spagnola: ripensandoci resto indecisa tra “me falta la cabeza” e “te falta una carezza”. In ogni caso avevo risposto: “Sì, sì, hai ragione”. Quello allontanandosi mi aveva gridato dietro altre cose, tra l’ironico e il condiscendente: non capiva perché m’innervosisse essere interrotta nella mia passeggiata da uno che, boh, voleva solo assicurarsi di poterlo fare.

Proseguivo perplessa. Un altro tizio mi veniva incontro, anche lui in direzione opposta alla mia: pelle scura, t-shirt color oliva, lattina di birra in mano. Vedendomi mi aveva lanciato un “Hola, guapa” ubriaco, e la sua improvvisa virata a 180 gradi era diventata un inseguimento quando avevo cambiato marciapiede.

Quando gli avevo intimato di lasciarmi stare, si era arrestato e mi aveva replicato, traduco letteralmente: “Stai zitta! Ricchione!”. Quindi era tornato sui suoi passi. A quel punto, esasperata, costeggiavo ormai Plaça Reial, quando un ragazzo in bicicletta che aveva al massimo una ventina d’anni s’era staccato dal compagno ciclista, con cui sostava fuori al KFC all’angolo con la Rambla. Quindi, pedalando con una certa esitazione, mi si era avvicinato apposta. “No, eh” avevo pensato.

Ma lui: “Stai bene?”. Me l’aveva ripetuto due volte, perché capissi: doveva aver assistito almeno al secondo alterco e, suppongo, voleva davvero confortarmi. Aveva l’accento del posto. Credo percepisse la mia perplessità iniziale, la chiusura a riccio che già cominciavo a mettere in atto: poi spero che il mio sorriso gli sia arrivato anche da sotto la mascherina.

Finalmente, la Rambla. Mentre riflettevo su quanto mi fosse accaduto nello spazio di pochissimi metri, un tizio con la brillantina e i tratti che davo per latini (anche lui veniva in senso opposto al mio) mi lanciava un suadente: “Adéu…”, che pareva più un “Hola, cosa ci fai fuori dal mio letto?”.

Confesso che il primo istinto era stato osservare i miei indumenti: in fondo così ci addestrano, no? A pensare che c’entri qualcosa ciò che indossiamo. Embe’, i pantacollant erano sempre neri e un po’ larghi, la maglia abbinata cadeva morbida sui fianchi e il foulard mi scendeva ancora sul petto: un accorgimento che mio malgrado prendo da quando, tra portare un reggiseno e respirare, scelgo la seconda opzione. Avevo pensato allora che la mascherina mi copriva i segni del tempo: sospetto da un po’ che l’età che avanza mi stia proteggendo in parte da episodi del genere. Non tanto perché a vent’anni si rientra più facilmente negli standard di bellezza diffusi, ma perché, chissà per quale motivo, da più giovani si è considerate anche più disponibili e fragili: un bersaglio facile, insomma.

E poi, oh, che dicevo all’inizio? Si torna alla normalità. A marcare il territorio, a fermare una perché al massimo, specie se hai il colore di pelle giusto, passerai per maleducato e non per un molestatore. In una parola: perché puoi farlo.

Ed è ovvio che “non tutti gli uomini lo fanno”, però forse è su questo che non ci capiamo: il ragazzo in bicicletta, per quanto ne sapessi io, avrebbe potuto regalarmi anche lui qualche fantastica confidenza o frase insinuante, oppure avrebbe potuto solo informarsi del mio stato d’animo, come poi aveva fatto. Il punto è: era una decisione sua, non mia. Poteva fare entrambe le cose. Io potevo al massimo aspettare a vedere cosa facesse e, se fosse andata male, compiere un’esaltante scelta tra subire e reagire, con tutti i rischi del caso.

Quindi non è: “gli uomini sono”… Ma è: gli uomini possono essere.

Prenderla sul personale è una tentazione che ha solleticato anche me quando, nei film americani, sentivo che “white man”, o “gringa” era usato come un insulto. Peccato che poi la polizia mi ha sempre trattata coi guanti, a me. Forse ci diamo troppa importanza, quando la buttiamo sul personale: siamo parte di una categoria che può discriminare  le altre, con esiti anche letali, e può farlo senza tutte le conseguenze che la legge prevede o dovrebbe prevedere. Non approfittare di questo privilegio è fare la metà del nostro dovere. Per capirci: il giovane ciclista del mio terzo incontro non è una brava persona perché non ci ha provato, ma è una persona gentile perché mi ha chiesto come stessi.

Quando mio padre, nella sua ultima visita, mi consigliava “prudenza” sull’ora di rincasare (di nuovo il controllo delle donne!), gli ho chiesto se lui avrebbe accettato delle limitazioni di movimento per il solo fatto di essere qualcosa (mettiamo, un napoletano in un quartiere leghista, o un signore anziano in una zona famosa per le rapine frequenti).

Papà non sapeva cosa rispondere, capisco che voleva solo sapermi sana e salva. Ho letto le testimonianze di diversi padri che si sono posti il problema solo quando hanno avuto figlie femmine.

E sì, meglio tardi che mai, ma non è questo il punto.

In fondo, essere ciechi ai problemi altrui è un privilegio che funziona così: se non lo vediamo, con ogni probabilità ce l’abbiamo. E possiamo permetterci di fregarcene.

E allora, che vi devo di’? Buona passeggiata.

,

marcheseQuando vennero a Barcellona dei delegati di Potere al Popolo, andai alla riunione con piacevoli aspettative e una grande curiosità: e mo’, che ci dicevano?

Quelli che… “noi non siamo scappati dalla nostra terra”, che argomentazioni avrebbero usato mai con noi scappati di casa?

Forse avrete già indovinato. Il discorso s’incentrò su un cauto: “Voi ve ne siete dovuti scappare”.

Era proprio imbarazzante l’idea che volessimo essere lì: perché “la terra”, banalmente, è pure un pianeta, dove purtroppo le ingiustizie sono di casa un po’ dappertutto. Anche le fatidiche radici sono vissute in modo diverso da ogni singolo individuo. Quando rivedo bene La ragazza con la pistola, espatriata per onòre, mi chiedo se io, in realtà, non sia inglese, rispetto a una strepitosa Monica Vitti che rifiuta la birretta con la ex del fidanzato e sembra stare sempre lì a chiedere: “Ma voi non avete sangue nelle vene?”. Sta’ a vedere che io, oltre che inglese, sono anche vampira. E sono sicura che, cinquantadue anni dopo, “vampiri” che sfuggano agli scanzonati cliché da commedia all’italiana si trovino eccome, nella mia terra d’origine. Per questo ripeto che c’è chi parte proprio perché ha coraggio, e chi per coraggio resta.

Dei miei tre espatriati preferiti (e sì, torno al romanzo), Irene è partita per amore, Marco per lavoro, e Tati per “cambiare il mondo” (cosa che d’altronde, con scarso successo, provava a fare anche in Italia). Riescono a trovare quello che cercavano? Non spoilero, ma diciamo che dipende molto da quante aspettative avessero, e da un’illusione diffusa: che le condizioni esterne facciano il grosso del lavoro. Io dico scherzando che fanno il 90%, specie in una città cosmopolita come quella in cui abito: ma, secondo me, ad avere l’ultima parola è quel 10% costituito dal nostro modo di vedere il mondo.

Se quello non funziona, facciamo poco ovunque siamo. La buona notizia è che questa visione del mondo cambia, specie se propiziata da una serie di botte di culo: tipo quella di avere tempo a disposizione, e risorse per utilizzarlo.

C’è gente infatti, non dimentichiamolo, che sembra avere l’incredibile colpa di non possedere il passaporto giusto. E che, agli occhi di chi le dovrebbe rilasciare quest’ultimo, non sembra mai fare abbastanza per ottenerlo, che si tratti di cambiare pannoloni o spaccarsi la schiena in un campo di pomodori.

Alla prima riunione del Sindacato delle inquiline (plurale inclusivo catalano), un signore anziano prese la parola e tuonò contro questi “ragazzini” che trascorrono un anno a Barcellona e quello dopo a Berlino, e intanto fanno lievitare gli affitti nelle zone in cui si concentrano. A una riunione al Pati Llimona sul turismo che distrugge i quartieri, un’infermiera di mezza età sosteneva che certi abitanti italiani e francesi del Barrio Gótico vivevano come eterni turisti: si ubriacavano e drogavano senza aggiungere molto alla vita sociale del quartiere.

Peccato che, a parte la sindrome da Little Italy che pure detesto, in tanti espatriano un po’ allo sbaraglio a vent’anni, perché non trovano lavoro in Italia. Allora si fanno un lavapiatti tour in varie città europee, oppure si fermano nel primo posto in cui arrivino a superare i 1000 euro al mese: senza però considerare che un giorno potrebbero non vedersi rinnovato più il contratto per raggiunti limiti d’età. Non di sola droga vive l'”expat”, che poi significa “migrante col passaporto giusto”.

Per fortuna, almeno al signore indignato del sindacato è stato risposto che viaggiare è un diritto, con tutti i problemi che comporta. Io avrei aggiunto che, se non si riesce a istituire un calmiere per gli affitti, la colpa non è di questi presunti hipster internazionali, che non possono neanche votare alle elezioni politiche.

Se vedete bene, per quanto ci sia un abisso tra passaporti giusti e sbagliati, è molto difficile che la colpa dei problemi di una società sia attribuibile a chi ne faccia parte da poco. Il fatto è che viaggiare porta allo scoperto i problemi strutturali: la voglia di “accogliere” nuovi membri nei periodi di bonaccia, a patto che se ne stiano al posto loro, per poi straparlare di radici e d’identità solo quando è rimasto poco da spartire.

Sono storie che troviamo dappertutto, e dappertutto curiamo insieme.

Che si vada o si resti, “insieme” è la parola.

 

Per spiegarvi il nuovo romanzo, ve ne racconto uno che ancora devo scrivere.

Parla di una tizia che si è fatta un punto d’onore di trasformare tutte le sue sfighe in capolavori. È un po’ ossessionata con quella storia, sapete? La questione dei cocci giapponesi che si rimettono insieme con l’oro fuso. Un metodo di riparazione senz’altro spettacolare, che però, come suggeriscono in BoJack Horseman, non sembrerebbe particolarmente efficace. Ma la nostra eroina che non c’è (o non c’è ancora) è proprio ossessionata: non riesce ad accettare che, oh, le cose a volte vanno storte e basta. Accettarlo e passare oltre è la migliore delle riparazioni possibili.

Eppure. Questo libro mi prova che la mia protagonista inesistente un po’ ha ragione: quasi tre anni dopo aver scritto la prima bozza, mi rendo conto che da tutta quella faccenda complicata e a tratti angosciante ho ricavato “almeno” Una via dritta, che da ieri potete prenotare o, addirittura, trovare in libreria.

E la storia, mi sa, la conoscete: anzi, grazie ancora a chi mi contattava sui social per assicurarsi che fossi tutta intera! Il romanzo inizia quando Mariano Rajoy prende bene i preparativi per il nuovo referendum indipendentista (il terzo da quando sono a Barcellona, e all’inizio, mi dicevano, neanche il più votato al successo). Ai tempi nel porto barcellonese, decorata da una surreale effigie di Titti, era arrivata una nave carica carica di… polizia!

Sarebbero scesi, gli agenti? Avrebbero risposto con le manganellate a quell’insolita occupazione fuori stagione? Ero rimasta col dubbio fino al 30 settembre 2017, mentre osservavo le famiglie che riempivano di cartelli e tapitas da spizzicare le scuole e i centri culturali al cui interno, intanto, si preparavano le urne. Adesso, dalle parti della mia nuova casa fin troppo centrale, c’è un negozio che pretende di vendere ai turisti alcune di quelle scatole di plastica bianca, con sopra una bandiera catalana stilizzata: mi dicono che le originali, però, sono patrimonio dei centri che le hanno custodite, nascoste e, all’occorrenza, difese con la propria pelle.

Perché di questo si trattava: della pelle. Quel primo ottobre in cui io cominciavo la carriera di spettatrice perplessa di fatti che mi avrebbero sempre vista un po’ in disparte, gli agenti avevano abbandonato fin dalle prime ore notturne la “nave di Titti”. Anche a casa mia, qualcuno sarebbe sgusciato fuori qualche ora prima che uscisse il sole, con indosso il gilet fosforescente degli osservatori dei diritti umani.

L’unica scena che non inserisco nel libro, perché è solo mia, è proprio quella dell’abbraccio tra me e il… gilet di cui sopra, avvenuto a mezzogiorno fuori all’associazione in cui quel piccolo esercito pacifico e un po’ fluo faceva un rapporto pieno di speranza, ma anche di brutte notizie: un manifestante aveva perso un occhio (ancora proiettili ad aria compressa!). Inoltre, tra le immagini di feriti che circolavano in quelle ore c’era una signora anziana con la testa spaccata, parente lontana della Pepita del libro. E intanto, alcune testate internazionali più realiste del re provavano a dimostrare che quelle dei pestaggi erano immagini di repertorio, che meno persone di quelle dichiarate s’erano presentate in ospedale… Una blogger italiana, che aveva vissuto a Barcellona decenni fa, formulava giudizi molto seguiti su una città un po’ da cartolina, in cui non riconoscevo quella che abitavo io nel presente. A me tutto questo sembrava confuso e alienante.

Ma nei giorni successivi avevo assecondato un mio antico difetto: sorridevo a tutti, provavo a mediare. All’improvviso tanta gente, presa dall‘incertezza politica, dal clima di violenza e dall’esodo delle banche verso altri lidi, sembrava avere una gran voglia di litigare.

Quando m’ero ricordata che non si può sempre sorridere, avevo mandato un po’ tutti aff…, m’ero messa al computer e avevo inventato Irene, Marco e Tati. O meglio, li avevo assemblati come una sorta di Dottor Frankenstein interrotto a ogni piè sospinto da una telefonata in lacrime (“Esco dal gruppo!”, manco parlassero di una rock band), o da una rabbiosa incursione dal vivo (“Di’ ai tuoi amici italiani che sparano cazzate su Facebook…”).

Insomma, come già col primo romanzo, avevo preso delle angosce vere e le avevo fuse come oro “riparatore” per affidarle a tre corpi inventati, ma in movimento: quelli di Irene, Marco e Tati. Dove vanno i nostri eroi, il giorno del referendum? A salvare una vecchietta, solo che non lo sanno. In un romanzo più serio si direbbe che vanno incontro al loro destino. E in questo incrocio di destini, nella conciliazione impossibile e imperfetta che provoca, si è giocato quello che restava della mia sanità mentale. Troppo drammatico? Ok, facciamo “della mia lucidità“, allora. O anche solo “della voglia di fare”.

Per credere che ci potesse essere una pace non apparente, tra me e una Barcellona gentrificata e contraddittoria, ho dovuto cercare questa tregua tra le righe, tra le parole che il buon Andrea mi ha estorto di revisione in revisione, quando il papocchio iniziale era diventato una cosa seria, e toccava dare movimento a prime bozze troppo statiche, o drammatizzare situazioni di coppia che, chissà perché, non volevo esplorare fino in fondo.

Era paura, la mia? Forse. La paura del cambiamento, che tanto avviene lo stesso e, che ci piaccia o no, si lascia dietro un sacco di cocci rotti. Possiamo “ripararli” con tutto l’oro fuso del mondo, ma non funziona tutte le volte.

Raccogliere i cocci, però, è un buon esercizio.

Sono contenta che questo romanzo, che ora affido a voi in tutte le sue crepe nude, mi abbia aiutato nell’operazione.

Continua.

 

(Una canzone che all’epoca mi agghiacciava.)

Ovviamente, ho visto cose che voi umani.

Vestiti al 50% con mascherina abbinata; cappuccini all’aperto pagati quanto il PIL di un paese in via di sviluppo; gente che dopo aver bevuto si cerca in borsa la mascherina che aveva solo abbassato all’altezza del mento (ok, parlo di me).

E sto imparando a farmi bastare la passeggiata di un’ora, un solo chilometro per volta. Sto perfino meditando di infrangere la regola andandomene in spiaggia (a due chilometri da casa mia), ma alle sei del mattino: a Barcellona non si riempiono i tavolini di un bar prima di mezzogiorno, figurarsi quanta gente ci trovo là a quell’ora…

Ok, ok, non vado. Ma questa ripresa gradualissima della quotidianità (nella capitale catalana siamo appena in fase 1) è strana: noi che possiamo permettercelo, ci godiamo quel momento di sollievo tra la reclusione globbale totale e lo tsunami economico, che aspettiamo con la trepidazione riservata alla hit dell’estate di Enrique Iglesias (speriamo che almeno quella, quest’anno, ci venga risparmiata). Per dire, il mio bar fighetto preferito non ha ancora riaperto, nonostante due o tre tavolini, fuori, li mettesse sempre: sarà che non ne vale la pena, per loro, visto che secondo le nuove regole si può occupare solo il 50% dei posti all’aperto permessi in condizioni normali. Già immagino un’orda di hipster intenti a menarsi a colpi di monopattino per aggiudicarsi un latte caramel all’unico tavolino disponibile! (A parte quello piccolo con l’immancabile disinfettante per le mani.)

Inoltre, sempre più articoli sottolineano le difficoltà del lavoro di cura con i bimbi reclusi in casa: una questione che grava soprattutto sulle madri, e non solo “da Trieste in giù”, ma anche dagli USA alla Spagna, senza scordarsi il resto del mondo. Così i miei recenti tentativi di soffermarmi sugli aspetti positivi del non figliare stanno diventando sempre meno all’insegna de “la volpe e l’uva”, e sempre più un lungo “fiuuu”. Non fraintendetemi, non credo abbiate più dubbi sulla mia voglia frustrata di avere bambini, ma riconosco che diventa complicatissimo in una società che non dà il giusto valore al lavoro di cura: spero che l’attenzione maggiore al problema porti anche a delle soluzioni giuste (tipo, non chiamiamo mammo il papà che addirittura va a comprare gli omogeneizzati!).

Intanto mi formo sempre di più, come fanno altri che provano ad approfittare dei corsi online per specializzarsi o aggiornarsi nel loro campo: la speranza è non rimpiangere questi soldi sottratti all’affitto o addirittura a un difficile rimpatrio (si parla di voli di stato e navi che riprendono a funzionare). Però vi confesso la mia insofferenza per certe formazioni “letterarie” intraprese prima della quarantena (che fossero un seminario o l’incarico di un lavoro di editing), e abbandonate quando tutto mi sembrava troppo tecnico e preconfezionato. Specie se considerate che intanto mi sto sparando i filmoni d’autore che avevo ancora in sospeso: immaginatemi mentre, dopo l’ennesima lezione sulle unità aristoteliche, mi somministro insieme alla cena le due ore abbondanti de L’Avventura di Antonioni. Già mi vedo a fare una seduta spiritica e chiedere: scusi, signor Michelangelo (non il pittore, il regista!), qual è il vero tema del suo film? Mi saprebbe dire a che punto ha messo il climax? Ora, non mi meraviglierei se il fantasma, per tutta risposta, facesse sparire anche me come la sua Anna: magari sulle scogliere artificiali che volevo raggiungere aumm’ aumm’ alle sei del mattino!

Ma, ribadisco, a me va di lusso. Il compagno di quarantena, invece, è andato a fare la quarantena altrove. Ha cominciato prima a restarsene zitto per giorni, poi si è messo a sostenere con insistenza che in autunno “saremmo tornati tutti dentro”. Infine, quando gli ho proposto di trasferirci in una zona migliore, con più verde e possibilità di passeggiare, ha balbettato che aveva tanta paura del futuro che non riusciva neanche a prendere una decisione del genere. Risultato? Si è preso una stanza da solo nella stessa zona che avevo proposto io! E quanto mi piacerebbe considerarlo solo un altro stronzo che non vuole impegnarsi sul serio in una relazione! Quelli, dopo una certa età e una ricca… formazione in fatto di casi umani, impari a lasciarli senza troppi rimorsi. Invece, a parte i rischi di intrecciare relazioni con un genere più privilegiato del tuo, so che il contraccolpo psicologico della quarantena dovrebbe sensibilizzarci di più e portarci alla domanda: è proprio sicuro che un problema mentale sia tanto meno grave e debilitante di un problema fisico? Siamo abituati a considerare la psicologia un lusso, e io per prima, dopo tanto praticare, ho qualche riserva sulla disciplina (o meglio, su qualche esponente della stessa). Però cacchio, se il problema c’è, bisogna dare la possibilità di porvi rimedio!

Insomma, prendiamo nota e agiamo di conseguenza: ci sono tante di quelle ragioni per sentire che non possiamo respirare (e, come insegnano i recenti fatti americani, rispetto ad altre categorie abbiamo i polmoni in piena funzione!).

Come diceva uno: forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

E non mi riferisco certo al paventato singolo di Enrique Iglesias.

 

(Un esempio di ciò che rischiamo, che trovate anche qui in una decostruzione esilarante!)

Ok, succede anche a me.

La mia versione preferita del nuovo scherzo che circola è questa del Falzo Vegano:

L'immagine può contenere: cibo

Ma ne ho viste di simpaticissime, tipo il meme con un Jack Nicholson prima neoassunto come guardiano di un certo hotel (my plans), e poi letteralmente congelato (2020). Oppure quello con una Margaery Tyrrell prima radiosa e poi, mettiamola così, esplosiva… Insomma, si scherza sul fatto che quest’anno dalla numerazione curiosa (i due venti accostati) sia stato dapprima celebrato dai media e da Paolo Fox, e poi sia andato appena appena un po’ in malora: chi per fortuna sta scampando alla pandemia si ritrova già fino al collo in una crisi economica che, come da sottotitoli di Netflix, può solo intensificarsi.

E sì, a volte lo sconforto prende perfino me che ho la fortuna di non dover fare la fila fuori alla chiesa di Sant’Anna, per mettere il piatto a tavola: dunque, è con lo stomaco fin troppo pieno che in questi due mesi ho finito di leggere dodici romanzi, e ne ho iniziato a scrivere uno. Però ho anch’io la mia bella serie di progetti a cui ho dovuto dire, una volta per tutte, arrivederci a mai più. D’altronde, in tempi non sospetti (e con buona pace di Fox) avevo appurato che questo era l’anno d’ ‘a merma, come la definiva la mia versione spagnola dell’I Ching. E se non masticate lo spagnolo aulico o il mandarino antico, cambiate una sola consonante a “merma” e vi farete un’idea.

Però, sapete che c’è? L’altro ieri stavo passeggiando per strada nell’orario serale consentito, e mi sono resa conto di una cosa, che farà anche un po’ uovo di Colombo, ma appunto, a volte si fatica ad arrivarci: non ci posso fare proprio niente, tanto vale pensare ad altro. Cioè, sul serio: posso mai mendicare un volo di stato tramite il Consolato, per tornare a Napoli e presentare il nuovo romanzo a un massimo di quindici persone per volta, tutte in mascherina? E magari restare bloccata in paese per chissà quanto. Posso mai tornare indietro nel tempo e acquisire per miracolo le informazioni che ho adesso su un paio di progetti che avevo cominciato, a scatola chiusa, alla fine dell’anno scorso? In questo momento mi è perfino difficile arrivare a vedere il mare, visto che la Barceloneta è a due chilometri da casa (uno in più di quelli percorribili in fase 1). Inoltre, a giudicare dai viandanti, il quartiere marittimo sembra avere in questi giorni la stessa densità di New York, quindi finisce che arriva Sánchez e dice: “Tutti a casa!”. Ma in un senso meno speranzoso rispetto al titolo di Comencini (perché sto pure recuperando i film italiani storici che mi mancavano).

Però ci posso fare qualcosa? No. Voi ci potete fare qualcosa? No. E allora di che ci preoccupiamo? Pensiamo piuttosto a come evitare che questa impasse diventi ancora peggio.

Il primo passo è: smettere di preoccuparsi di quello che non possiamo cambiare. Tipo: il modo in cui le persone a noi vicine reagiscono alla quarantena; la “data da destinarsi” del concorso pubblico in cui speravamo; le restrizioni alla circolazione. Una volta ingoiato questo boccone amaro, arriva una specie di sollievo, ed è lì che succede un miracolo, sempre che non ci aspettiamo proprio… il miracolo! (Chi trovasse oscura la mia frase, chiedesse a Lello Arena.) Succede che mettiamo fine al logorio mentale che causano certi tarli senza rimedio, e a quel punto facciamo spazio a soluzioni inedite. Che nove su dieci non sono quelle che volevamo, ma spesso la volontà è abitudine, e quando cambiano le abitudini cambiano anche certe volontà.

Quanti di quei progetti che abbiamo perso erano davvero desiderati? Io ne conto un paio, ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi mi ci ero trovata in mezzo per forza di cose o spirito di adattamento, più che volerli con tutte le mie forze. A voi non succede lo stesso?

Vediamo allora, in questo cambiamento sventurato di circostanze, quali nuovi progetti potremo inseguire e quali, in fin dei conti, erano il nostro modo di accontentarci delle circostanze in cui versavamo.

È difficile, lo so, parlare adesso di sogni e speranze.

Ma vi assicuro che sono lì e, se glielo permettete, venderanno cara la pelle.

(Una serie che ho finito ieri, e mi mancherà.)

KEEP CALM AND MAGICABULA CHITESENCULA Poster | NICK J | Keep Calm ...

Intendiamoci: ci siamo dentro, insieme.

Anche se c’è un abisso tra me che scrivo tranquilla e una colf straniera, che magari abbia figli a carico e datori di lavoro che si pongono queste domande qui.

Ma io intendo dire che da tutta questa faccenda, per citare il bel titolo di un romanzo che non ho letto, “nessuno si salva da solo”. Pensiamoci un attimo: dalla pandemia e conseguente crisi economica ci potremmo salvare noi ma, se non lo fa anche il resto del mondo, sempre in una società di merda ci ritroveremo a vivere, quiiindiii…

Esprimo l’ovvio perché a volte pare che qualsiasi cosa succeda sia un affronto diretto a noi, proprio a noi: la pandemia è arrivata perché avevamo deciso di svoltare proprio quest’anno! Per una volta che volevamo avviare un’attività, fare quel viaggio a lungo posticipato, conoscere proprio una persona speciale… E finché ci ridiamo su in videochat va benissimo, ma, potenza del mainagioia-pensiero, sta’ a vedere che un pochetto ci crediamo davvero.

Inoltre, sondaggio: quanta gente conoscete che è strasicura di essersi presa il virus, magari mesi prima che si diffondesse? Io, modestamente, ho una vicina che mi ha onorato della miglior giustificazione di sempre per non essersi presentata al mio compleanno: aveva il covid già il 12 febbraio! Ce l’aveva da una settimana, peraltro: la prima malata della penisola iberica? Avrebbe perfino contagiato il suo povero gatto, che è morto per quello. Una conoscente, invece, pensa che la malattia sia venuta prima a suo nonno, che come conseguenza ha avuto un infarto (noto effetto del virus, ma per fortuna il signore adesso sta bene), e poi ha infettato lei, che si sente “una schifezza” da settimane. La ammiro sul serio, perché è coscienziosa: si sveglia ogni giorno alle 6 del mattino per poter girare un po’ da sola e non contagiare nessuno. Tanto, pure nel suo caso, è roba di mesi fa.

Con tutto il rispetto per i degenti veri, e i fenomeni più che comprensibili di autosuggestione, quando sento tanti potenziali malati che non hanno potuto fare mai un tampone (purtroppo), mi viene da pensare a chi crede nella regressione, cioè nella possibilità di riscoprire le sue vite passate: fateci caso, le signore sono state tutte Maria Antonietta e Cleopatra, non so in che ordine (ah ah ah). Mai nessuno che fosse l’incarnazione di Tre Palline, mitico personaggio del paesello vicino al mio! (L’origine del soprannome non mi è del tutto chiara, e forse è meglio che resti avvolta nel mistero.) Mi sa che, nella mia scalcinata metafora, la cosa più vicina a Tre Palline sarebbe la mia curiosa allergia che mi rendeva sensibile agli odori, e che, faccio sommessamente notare, è piuttosto diffusa con una gran varietà di sintomi, alcuni simili a quelli provocati dal covid.

Precisiamo: è importantissimo pensare a noi, alle conseguenze che un qualsiasi fenomeno abbia sulla nostra vita. Uno dei problemi che abbiamo riscontrato durante la fase di reclusione totale è una visione distorta dello spirito di sacrificio, che fatichiamo a scrollarci di dosso: usciamo a fare una passeggiata nelle ore previste, rispettando le distanze? “Zoccola (o coglione), è per colpa tua che sono chiuso in casa!” E no, non fingiamo: il semplice messaggio “rispettiamo le norme di sicurezza” è sconfinato spesso nella paranoia totale. Insomma, l’abnegazione che ci hanno inculcato fin dalle elementari col crocifisso in aula, e che seguiamo fedeli alla linea specie se siamo donne, diventa una scusa per misurare le azioni altrui. Una rivalsa, se vogliamo. Perché, “come sempre”, la gente onesta fa il suo dovere e subisce solo torti, signora mia. E chi si permette di cercare un minimo di conforto in questi tempi difficili sta facendo un torto proprio a me, persona perbene.

Ecco, forse è di questi tempi difficili che possiamo fare un uso ponderato dell’espressione romana del titolo, che per la verità in lande partenopee ho sempre sentito sotto la forma più gender neutral: “Ma chi ti caca!”. O “Chi ti calcola”, se proprio non siamo per il turpiloquio. Fatto sta che, come ho detto altrove, uno degli insegnamenti più importanti che mi abbia trasmesso mio padre riguardava un’occasione in cui, da ragazzina, temevo di fare una figuraccia*. Al che il mio genitore 2 mi rassicurò con questo pensiero di grande conforto per un’adolescente: “Il mondo ti caca meno di quanto immagini”. Oddio, magari “l’autore dei miei giorni” (come si definisce lui, prima che lo mandi a quel paese) usò espressioni più forbite: ma questa versione, francamente, ci piace.

E infatti secondo me dobbiamo cercare la quadratura del cerchio, l’apostrofo rosa tra le parole chi te se ‘ncula (che poi è aferesi, ma vabbe’): dobbiamo, cioè, essere consapevoli degli effetti del mondo su di noi, senza pensare in ogni momento che il mondo giri intorno a noi. Ce la si fa? Diciamo che ce la si può fare.

Ma oggi sono riconoscente a mio padre (che per qualcuno, invece, avrei ammazzato nel primo capitolo del mio romanzo), e voglio raccontare un altro suo insegnamento. Me lo trasmise davanti allo scivolo acquatico che, alla veneranda età di quindici anni, avevo paura di affrontare: “Se una cosa la possono fare tutti a prescindere da caratteristiche personali e preparazione previa, puoi farla anche tu”.

Quindi posso anche scrollarmi il mondo dalle spalle, come fanno altri più illuminati, e salvarmi dall’illusione di reggerlo io sola! E, già che ci sono, posso anche smettere di prendere tutto sul personale e considerare che il mio problema è in realtà collettivo. Come ne usciamo, insieme?

Mai come in questo momento, dunque, bisogna pensare alla salut… No, scusate, l’italiano non restituisce tutto il senso polemico, ma distaccato, che vorrei trasmettere alla frase.

Insomma, allora: da Trieste in giù, penzate ‘a salute!

 

(Per restare in tema)

 

 

 

*in realtà ero una figuraccia ambulante, ma mi pareva di capire che diventare “una persona normale”, come mi consigliavano certe sollecite compagne di classe, passasse per avere un sacro terrore delle figure di m…

 

The art of storytelling — and why I agree with Tyrion Lannister Quasi sette anni fa, io stavo male e il mondo stava bene.

O così mi pareva allora. Adesso il mondo sta male, e io… io ci sto male, al massimo, e voglio fare quel poco che sta in me perché non sia tanto così. Partendo, però, dalla pace che ho imparato a trovare in quella crisi di sette anni fa.

Pensavo a tutto questo perché, come spesso mi accade nella vita, una specie di anacronismo mi permette ogni tanto di fingere che in questi mesi difficili non stia succedendo proprio niente di nuovo. In questo caso, mi sta aiutando il bar etiope, quello aperto un annetto fa nel Born. Per la verità, non sono mai arrivata a entrarci e a sentire un concerto, per com’era affollata la sala. Per non parlare delle volte che ho trovato tutto chiuso senza preavviso: ma cavoli, almeno da un punto di vista virtuale, come pianificavano le cose loro…! Almeno su Facebook: avevano organizzato un evento per ogni concertino di musica africana (con artisti di diversi paesi del continente) che si teneva ogni sabato sera. Anche con la quarantena, le notifiche non hanno mai smesso di arrivarmi, così il sabato pomeriggio alle 17, quando mi si accende la spia sul cellulare, mi dico: adesso metto addosso qualcosa di carino e vado lì, sperando che oggi non ci sia troppa gente nel locale, o folla per strada.

Sì, mi prendo per il culo da sola. Come facevo a vent’anni, con mio nonno sottoterra da almeno un annetto: da una casa vicina sentivo ancora tossire qualcuno che in precedenza avevo sempre scambiato per nonno (che soffriva come me di rinite allergica), e anche allora che non avevo più speranza che fosse lui, me lo figuravo al piano di sotto, intento a maledire insieme a me la gramigna del campo di fronte casa nostra.

Ieri per prendermi per il culo ho visto, con un anno di ritardo, la reunion di chiusura di Trono di Spade: mi era rimasta così tanta rabbia per com’era finito male, che potevo ancora fingere fosse, beata me, il peggior dispiacere che ricevessi da molto tempo! (Magari subito dopo i risultati del mio test antimulleriano, ma quelli almeno li sto superando.) Allora ieri ho smesso di chiedermi per un’oretta che fine abbiano fatto i lavori di amici e non, i loro soldi per pagarsi l’affitto e il senno di chi divide con me una casa che può abbandonare solo un’ora al giorno. Invece di tutto questo, come ai “bei vecchi tempi” mi sono chiesta in napoletano chi ha cecato i due David, cioè come gli sia venuta l’idea di trasformarmi la khaleesi in una psicopatica a rota d’incesto (e sì, espatriare è complicato per tutti, Dany, anch’io a volte ho sputato fuoco!). Così, mentre vedevo tutti i membri del cast abbracciarsi sul palco di Conan O’Brien, mi sono ricordata del motivo per cui la storia che avevano incarnato era così importante per me.

Come vi ho già raccontato (e comunque si capiva), durante questa mia crisi orrenda di sette anni orsono non riuscivo a leggere libri di attualità: solo fantasy o giù di lì. Tipo, che so, le teorie junghiane! Ok, ok, scherzo: in questo caso mi riferisco a The Hunger Games e, appunto, a Trono di Spade. Quando mi sentivo sull’orlo del collasso aprivo quei mattoni stampati in carta economica, e pensati per un pubblico giovanile o amante dei draghi. Quindi vivevo le familiari inquietudini di John Snow, che si sentiva fuori posto ovunque andasse, o le lotte per la libertà dei popoli della prima Daenerys Targaryen (*scatta l’emoticon a forma di cuore*). I miei capitoli preferiti erano quelli sulle peripezie di Arya Stark, girovaga in questo medioevo fantastico, ma zeppo come quello vero di malattie ed eserciti in lotta.

Quando ho visto tutto questo rappresentato più che discretamente su uno schermo, e per almeno due o tre stagioni buone, mi è parso una bella storia paradossale: intanto che io stavo accucciata su un letto a pugnalare un panettone per pranzo (mangiavo solo le parti al cioccolato, e in realtà quello che divoravo erano queste pagine in edizione economica), tutta quella gente della troupe che adesso, nel video che osservavo, applaudiva i volti noti sul palco, aveva lavorato, guadagnato e vissuto otto anni in funzione della stessa storia.

Almeno su questo, il Tyrion Lannister dell’ultimissima puntata ha ragione: la gente segue le storie. La mia è quella di una crisi che ha superato le crisi: tutte quelle che vi hanno fatto seguito, compresa questa qui. Che è stata sconfitta dall’incredibile privilegio (il cui desiderio è sorto allora) di poter fare il mestiere che amo: raccontare. E vi ho raccontato a lungo di quando, sette anni fa, avevo perso il filo di qualsiasi spiegazione che avesse senso per me.

Grazie a quel momento, e ai personaggi a cui mi sono appigliata nelle mie ore di insonnia e inappetenza, posso aspettare che questa crisi di tutto il mondo finisca. Stavo per scrivere “aspettare serena”. Poi mi è sembrato ingiusto nei confronti di chi questo privilegio non ce l’ha.

È con serenità, che aspetto? Non lo so. Però aspetto, pronta.

 

File:Sant'anna metterza 480.jpg - Wikimedia Commons Si stava meglio quando si stava peggio!

Scherzo, ma è curioso come mi fosse tutto più chiaro quando sapevo di dover passare la giornata tra il terrazzino (trasformato in ufficio con un pareo e due cuscini gettati a terra) e il tavolo in salotto con sopra il computer.

Adesso mi fa strano, l’ora d’aria di questa fase zero prolungata: non mi lamenterò certo del soverchio, ben venga! Così prendo anche un po’ di sole, invece di sei gocce quotidiane di vitamina D, come dovevo fare fino a pochi giorni fa. La questione è che, prima, potevo fantasticare su quale mondo avrei trovato fuori. Adesso la prima cosa che mi sono vista apparire davanti uscendo di mattina è stata una fila immensa, dall’altro lato del Portal de l’Àngel. Per un momento ho avuto l’illusione ottica che dovessero entrare tutti al Corte Inglés che torreggia all’angolo col carrer de Santa Anna: un palazzotto di colore bianco sporco, tutto trine di pietra e vecchi lampioni, alto quattro o cinque piani (non fatemi scendere a contare, che a quest’ora non posso uscire più). Un tempo era quasi tutto a vocazione abbigliamento, per così dire: l’ultimo piano, dedicato ai libri, mi sembrava una barzelletta, tanto era sfornito e male organizzato (una volta trovai nell’improvvisata sezione femminista il trattatello di un uomo bianco etero contro le “feminazi”…).

La fila, invece, girava l’angolo e s’infilava in “via Sant’Anna”, come la chiameremmo in italiano. La componevano persone vestite, appunto, come se dovessero entrare al Corte Inglés, o in un supermercato qualsiasi, e che sotto le mascherine ridevano, chiedevano chi fosse in fila avanti a loro, e provavano perfino a fare due chiacchiere, più o meno a distanza di sicurezza. Non so se quel principio d’ilarità era lì a coprire l’imbarazzo, perché, come ho avuto conferma inoltrandomi in direzione della Rambla, si trattava della fila per la parrocchia che dà nome alla strada. Alla mercé di Sant’Anna era demandato il pane quotidiano di tutta quella gente rimasta senza entrate, ansiosa di fermarsi davanti alla grata che un tempo si apriva sul cortile della chiesa, mentre adesso era presidiata da una ragazza in mascherina, che con l’aiuto di altri volontari alle sue spalle allungava pacchi con la mano guantata. Passando in fretta, i pacchi in questione mi erano sembrati buste della spesa, e mi ero ricordata di una raccolta di generi alimentari che non avevo capito dove si dovessero consegnare.

Intanto, con la didattica a distanza, amici miei insegnanti hanno guadagnato meno di ciò che pagano d’affitto, e amici ristoratori non hanno guadagnato proprio niente. La dichiarazione dei redditi, però, si è verificata con puntualità.

Non so se si è capito dal post di lunedì, ma temo tanto che, una volta finito tutto, si torni al mondo di prima.

Per fortuna leggo in voi, e nelle vostre rimostranze virtuali, le mie stesse preoccupazioni sul confine tra emergenza e deriva autoritaria, e sull’esigenza di cambiare un sistema in cui la sanità, ridotta a un colabrodo, deve fare letteralmente i salti mortali per fronteggiare incubi imprevisti.

Facciamo che stavolta ci impuntiamo, e cambiamo qualcosa.

Non credo sia giusto che ci pensi Sant’Anna.

 

Quest’anno, vorrei augurarvi un buon primo maggio con le riflessioni di Unaelle, pubblicate su Facebook e Instagram. Salviamoci insieme, o non ci salveremo.

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