Rose e fiori (del Kashmir)

Ieri è stato il mio giorno fortunato: mi si è allagata due volte casa, ho litigato col capo e mi è venuto il raffreddore.

Per la casa è presto detto: l’ormai noto Abdul aveva giurato che potessimo finalmente usare il bagno, nonostante l’evidente mancanza del lavandino che avrebbe dovuto procurarmi due settimane fa (spoiler: “Non si erano capiti con il negoziante”, il che, 9 su 10, significa che non aveva capito un cazzo lui). Allora ho fatto la lavatrice. E niente, fa già ridere così. Per fortuna il mio coinquilino preferito, durante il trasloco, aveva trasportato per sbaglio un bustone di panni destinati alla beneficenza, se no non avremmo avuto abbastanza asciugamani per arginare il Gange prodottosi in bagno. Mi spiace solo per le turiste che non potranno acquistare i miei fantastici vestitini fucsia a fiori, comprati già di seconda mano.

Per “il capo”, come lo chiamo per comodità, meglio non entrare in dettagli: fingiamo che io sia un’imbonitrice di prodotti di bellezza (altra ipotesi esilarante!), che mi sia stato chiesto di pagare per lavorare, che abbia rifiutato perché forse lavoravo anche altrove, e che per questo mi sia sorbita una lezione di correttezza da chi, appunto, mi chiedeva di pagare per lavorare. Ci avete capito qualcosa? No? Neanche io.

Per il raffreddore, solo tre parole: grazie. al. ca’.

Il momento più esilarante è stato quando ad arrivare è stato proprio Abdul, che mi ha trovata armata di mocho e padelle da svuotare in cucina nel bel mezzo del secondo diluvio universale della giornata. Allora, dopo tempi di reazione pari a quelli della tartaruga di Achille, ha:

  1. farfugliato istruzioni che non abbiamo afferrato subito;
  2. afferrato lui, finalmente, il mio mocho, per provare a tirarci fuori da quel guaio;
  3. dato la colpa alla lavatrice, a noi, all’idraulico, “e forse un po’ anche a se stesso”;
  4. riconosciuto all’istante come made in Kashmir il lungo scialle da testa che uso come coperta davanti al pc, anche se il mio ex che è amico suo me l’aveva regalato con propositi del tutto diversi (campa cavallo). Al che è scattata la seguente conversazione:

Abdul: “Secondo me T. è in visita in Pakistan… Ma perché non hai più sue notizie?”

Io: “Va bene così, Abdul”.

Abdul: “Sì, ma perché?”.

Io (rinuncio a spiegargli il concetto di stalking).

Abdul (attende un po’, poi…): “Certe cose accadono per volontà di Allah”.

Io: “Appunto”.

Insomma, va a finire che il mio ex, come già i miei negozianti preferiti, torna dal suo paese con una sposa che sappia fare buon uso dei suoi regali ricamati (però sul serio, è una coperta formidabile!), e che Abdul oggi, dopo la preghiera del venerdì, me lo monta sul serio, questo benedetto lavandino.

La mercantessa in fiera non la faccio più, ma, a proposito di vendere qualcosa, trovate sempre qui il mio libro e qui l’ebook. La Madonna ve lo rende ancora una volta.

Anche se, a questo punto, rimpiango di non aver scritto Io speriamo che me la cavo.

 

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Lo so, che i dilettanti hanno fatto l’arca e gli esperti il Titanic. Ricordate? Era tra le prime mail di aneddoti che circolavano nell’Italia fresca di Internet.

Però Abdul mi ha fatto pensare. Sì, sempre lui. Prima di privarmi della coinquilina più perspicace del mondo, mi aveva mostrato la mia nuova porta, e poi quella del vicino.

“Guarda la differenza” aveva ordinato.

Ora, io ho il privilegio di chi può dedicare la propria vita a non concentrarsi su questi particolari, ma in effetti quella del vicino era una signora porta, di un color marroncino che conferiva perfino qualche pretesa al legno utilizzato. La mia, invece, sembrava leccata da un cane che avesse mangiato della Nutella.

“Questo succede quando lasci fare ai non professionisti” aveva sentenziato Abdul, riferendosi senza saperlo a quel paraculo dell’antico proprietario.

Mi aveva distrutto così diversi anni di devozione ai lavori manuali, di saponi troppo morbidi e cappelli regalati a gente restia a indossarli. Per non parlare delle patatine di verdure che escono dal mio essiccatore!

Però avevo già “tradito” un po’ queste cose per le diverse pubblicazioni con cui chiudo l’anno. Quando il lavoro (retribuito) mi ha gettata fuori casa dalle 7 alle 23, almeno due giorni a settimana, non ho avuto un istante di dubbio su come dedicare il mio tempo libero: allora mi avreste vista col pc in bilico sullo step (visione celestiale!) a correggere racconti mai neanche selezionati dagli editori, ma utili a me per imparare.

Quindi, più che riuscire bene o male in qualcosa, d’ora in poi lascerò più spesso ai professionisti l’incarico di farmi sciarpe e saponi (e porte!), non tanto perché faccio schifo a incaricarmene io, ma per una cosa che ho letto su Facebook: “Provate a sostituire ‘non ho tempo’ con ‘ho altre priorità’. Cambia tutto”.

E mi sa che Noè, con l’impermeabile ancora addosso e gli stivaloni da pioggia, mi darebbe ragione.

Anche se sono convinta che Abdul, al posto suo, sarebbe riuscito a imbarcare anche i leocorni.

Ero indecisa tra questo titolo e “La ragazza con la valigia”. Che poi era un omaggio a uno che mi chiamava così, quando appunto ero ragazza.

D’altronde, lo confesso, pensavo che oggi fosse giovedì. E del mancato post di lunedì scorso non me n’ero neanche accorta, intenta com’ero a fare Super Maria alla conquista dell’aeroporto, tra gli alberi crollati a Roma (uno dei quali mi aveva bloccato il binario per Fiumicino).

Il giorno dopo sarebbe cominciato il mio peggior trasloco, ma ero nell’Urbe per colpa di Tip, la mia “fatina trans” di questo concorso. Vi dico solo che mio padre, a premiazione avvenuta, si è alzato per chiedere “da uomo di scienza” perché la gente s’inventa mondi fantastici, con tutto quello che succede in questo qua.

Vabbuo’. Se c’è qualcosa che ho imparato in questi giorni, è che con la mia valigia ci sto bene. Quella da cappelliera che mi ha accompagnato per l’estate più solitaria della mia vita. Ho scoperto che contiene tutto quello che mi serve.

È anche vero che mio nonno a tavola mi faceva ripetere, quando magari volevo solo finire la cotoletta e scappare a vedere i cartoni: “Omnia mea mecum porto“.

Miii, se non è vero. Infatti, i millemila vestiti che ormai non indossavo ce li ha la santa donna che mi ha aiutato a pulire casa, che parlava solo georgiano ma capiva benissimo il paradiso Wallapop che le offrivo. Tutti i miei reggiseni (tranne due che ho conservato “per sicurezza”) finiranno addosso a donne asiatiche più minute di me, o a ragazzine poco convinte dalle marche pedofile che adesso, ahimè, infestano il mercato.

Fatto sta che ho seguito una regola d’oro: la roba che non usavo da più di un anno, via.

Ed è vero che ci si sente meglio, a liberarsene. Anche del vestito cinese che ormai non mi va più, o della parure sbriluccicante regalo di un’ex suocera del Kashmir. O dei quaderni ormai inutili che, mi spiace, ma esistono.

Casa nuova non mi concede sentimentalismi: ne abito solo una parte, per affittare il resto e poter così scrivere. Tutto il resto è spazio occupato male.

La mia non è una critica a priori alla voglia di cose inutili che ci viene ogni tanto, e che non trovo né immorale né sciocca.

Ma è vero che, tutto quello che è nostro, lo portiamo già con noi. Ed è bello aprire una credenza e scoprirci dentro solo quello che mi serve, o andare in camera ancora in accappatoio, sicura di trovarci solo abiti che mi piacerà indossare.

Il miglior modo di venderci qualcosa è farci credere che ne abbiamo proprio bisogno.

È così che le cose s’impossessano di noi.

 

L'immagine può contenere: spazio al chiuso

L’unico personaggio “saldo” di questa storia (ah ah ah)

Vi avverto: sono arrabbiata e devo sfogare. Non amo scrivere per sfogarmi, perché a volte mi riesce bene e a volte no.

Ma siccome intravedo una sorta di lezione, in tutto questo, voglio illudermi che sia così e vi racconto un po’.

Dopo giorni di follia da trasloco, riparazioni varie, tasse impreviste, e altre cose che ho affrontato quasi sempre da sola, sono sbarcata in Italia per un concorso.

Ancora convinta di avere una vita normale, ho provato a organizzare a distanza l’incontro tra una tizia che voleva visitare casa nuova (che è divisa in tre appartamentini, ne affitto due) e Abdul, il tuttofare che, stavolta, doveva sistemarmi il frigorifero. In fondo, mi ripetevo, mica ci voleva il Nobel! Abdul assicurava che sarebbe stato lì alle 19.30, io avrei fornito il suo numero alla potenziale coinquilina, e le avrei dato appuntamento a quell’ora. Con due moniti:

  • l’appartamento libero era quello di fronte alla porta d’ingresso, al centro del corridoio, davanti alla finestra. NON quello a destra, già affittato a una coppia francese: Abdul li ha visti con i suoi occhi, ha perfino capito qualche parola della – brevissima – trattativa;
  • Abdul parla lo spagnolo di una talpa rumena e l’inglese di Clemente Mastella. Niente di male, se non fingesse di parlarli, rivelando l’equivoco solo a disastro avvenuto.

Insomma, cosa poteva andare storto?

Ebbene, ecco la sequenza completa:

  • Alle 19.15 ho ricevuto una foto da Abdul: era il frigo che avrebbe dovuto portarmi un quarto d’ora più tardi, già installato nell’appartamento a destra dell’ingresso. Quello dei francesi, quello da non mostrare. Adesso restava solo per fare un favore a me e alla tizia…
  • … che alle 19.35 mi chiedeva ancora se la mia strada fosse “Carrer Comtal” o “Rec Comtal”. Contate almeno un chilometro di distanza tra i due indirizzi, e capirete perché cominciavo a entrare nel panico.
  • Alle 19.40 la nostra eroina mi ha assicurato, laconica, che “era in cammino”.
  • 20.00: sì, in cammino per il bar Ciudad Condal, su Rambla de Catalunya, fenomeno che ci porta all’apertura di un nuovo X-File: che poteri paranormali ti servono per confonderti non tra due strade quasi omonime, ma tra una strada e un bar?
  • Alle 20.10 Abdul mi chiamava disperato sulla porta del palazzo. Io: “Scusa, questa è scema, viene tra 10 minuti”.
  • Alle 20.30 ho avuto la seguente conversazione telefonica con Abdul, che traduco dallo spagnolo:

A: “Frigorifero?”.

Io: “Cosa, Abdul?”.

A: “Frigorifero, questo… Frigorifero?”.

Io: “Sì, Abdul, ho già visto la foto del frigorifero, ti ho detto che va bene, grazie”.

A: “Ah. Ok… ok… Ok. Ok. Ok”. (Riattacca)

  • Alle 20.31, l’amico al mio fianco mi ha visto prima posare il cellulare, e poi capire di botto: Abdul voleva chiedermi se l’appartamento da mostrare fosse quello in cui aveva sistemato il frigorifero. Quello sulla destra. Quello che si erano già presi i francesi in sua presenza. Quello che avevo indicato ben due volte via chat alla tizia come off limits, da non visitare, da ignorare, niet, cacca, haram.
  • Indovinate quale appartamento ha visto, alla fine, la coinquilina mancata dell’anno.

Nel magnamme li gomiti per l’occasione perduta, con mio grande rammarico ho notato un dettaglio.

A fare le cose devo pensarci io.

E sapete perché? Perché, nonostante il tempo passato a lavorarci su, e i soldi spesi, e le lezioni imparate e digerite, non riesco a circondarmi di gente che si accolli un po’ me, e non viceversa.

Mi sono resa conto infatti che qualunque persona di fiducia avessi mandato a incontrare questa tizia, ci sarebbe anche andata, e con piacere, ma ci sarebbero state buone probabilità che:

  • ci litigasse di brutto, per una stronzata;
  • le scoppiasse a piangere davanti e le raccontasse tutta la sua vita;
  • mi rinfacciasse a vita quest’unico momento di generosità nei miei confronti;
  • cominciasse a parlare in klingon, o elfico;
  • confondesse la Rambla con la Rambla de Catalunya, dopo 15 anni di permanenza in città;
  • sbagliasse città.

O facesse tutte queste cose insieme. E non per cattiva volontà, ma per l’incapacità, temporanea o permanente, di capire il da farsi.

Vi succede lo stesso?  Rendetevene conto adesso, prima che sia troppo tardi. Non c’è niente di più faticoso che voler essere il sostegno di tutti senza potervi aggrappare a nessuno.

Vi ritrovate come me ieri sera: intenti a dire parolacce davanti a un aperitivo preso in ritardo, in presenza di un amico che, tanto per cambiare, non sa come aiutarvi, quindi vi dice che è solo un brutto periodo, che vi passerà, che vi vuole bene.

E lo so, che è l’unica cosa da fare in un caso come questo.

Spero solo che, al contrario di me, non ci mettiate una vita a capire che non basta.

Aggiornamento: dopo aver concluso insieme a me che “non era destino”, la tizia si è ricordata che l’altro coinquilino sicuro si era offerto via WhatsApp di mostrarle la casa alle 10 di oggi: ebbene, dopo 20 ore d’attesa ha risposto di sì. Alle 6 del mattino. “Mi spiace, un incendio improvviso ha distrutto tutta la casa. Compreso l’appartamento del frigorifero”.

Doverosa precisazione: Abdul è stato fin troppo generoso, ad aspettare tanto, e addirittura a fare gli onori di casa. Lui è di quelli che, al di là del rapporto di lavoro, aiutano molto e volentieri. Peccato che abbia la stessa idea creativa del tempo del mio ex, suo “quasi-compaesano”, che lasciai perché per mesi non mi aveva mai chiamato/visitato/aiutato all’orario promesso. Infatti sono amici.

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Ora, se mi dicevate che un giorno avrei pensato spesso a Vasco vi avrei riso in faccia.

Eppure, “l’equilibrio sopra la follia” mi perseguita come obiettivo irrealistico fin dal mio orribile volo per Granada, nel bel mezzo di nuvole portatrici di tempesta, con l’aereo che si trasformava ogni due secondi in tagadà.

Sabato mi è successo anche di peggio: aspettavo due pacchi a casa nuova, e già così è la premessa di un film horror. Aggiungeteci che un pacco era di IKEA, e scatta il divieto ai minori di 16 anni.

A casa nuova non ci vivo ancora, dovevo andarci apposta, ma la fascia oraria di consegna era tra le 13.00 e le 17.00, “o mi avrebbero chiamato senz’altro”. Dopo una giornata passata a organizzare l’ennesimo trasloco, ero arrivata alle 12.55, senza il tempo di comprare roba per pulire, o anche solo il pranzo.

Infatti alle 15.00 scendevo al forno di fronte a procurarmi almeno un pezzo di pane, terrorizzata all’idea di allontanarmi, anche se il primo pacco era bello che andato: quelli de La Mallorquina avrebbero dovuto consegnarmelo entro le 14.00, “o mi avrebbero chiamato senz’altro”. Ma almeno loro consegnavano gratis.

Non così IKEA, che alle 18.00, dopo un’ora di ritardo e due chiamate al servizio clienti, mi mandava una mail: niente pacco per oggi, alla prossima.

Dai, ero libera di scendere a mangiare qualcosa, se la folla di turisti mi lasciava attraversare Plaça Catalunya. O così credevo fino alle 18.52, quando un corriere mi chiamava per annunciarmi con due ore di ritardo che “in 15 minuti sarebbe stato là”.

Ero già lontanuccia, ma capirete che sono diventata la donna bionica: in 10 minuti ero di nuovo nella casa ormai buia, e pensavo. Pensavo al tempo e alle energie dedicati a quel progetto che è cambiato in corso d’opera, che ha perso pezzi, che si è quasi autodistrutto. E cercavo di non cedere alla tentazione di dirmi che il gioco non valesse più la candela: si trattava solo di cambiare gioco. Solo.

Pensavo un po’ troppo, perché andasse tutto bene: l’orologio in effetti segnava le 19.37. Un quarto d’ora stocazzo. Dopo altri 10 minuti, il corriere si giustificava così: “Lei sa in che quartiere vive. Abbiamo avuto una giornata difficile. Siamo bloccati sulla Rambla“.

Insomma: era colpa mia (e del quartiere), quello sulla Rambla di sabato era il percorso più scaltro, e io ero una bambina irragionevole. Il bello degli aspiranti maschi alfa è che sono così convinti di avere ragione che quasi persuadono anche te.

Ma quando, alle 19.51, un aiutante più gentile e sudato mi consegnava il pacco, avevo pensato che c’era di peggio, tipo:

  • da qualche parte un tecnico che fingeva di parlare spagnolo aveva le mie chiavi a casa sua, perché non aveva capito di dovermele lasciare sul tavolo a lavoro finito. E gli sembrava la cosa più normale del mondo;
  • da qualche parte una palestra popolare non rispondeva alla mia offerta di lasciarle step e cyclette, perché, notizia fresca, il proprietario era stato denunciato per molestie;
  • tra manifestazioni e best-seller in cantiere, chiunque avesse potuto aiutarmi era troppo intento a fare grandi cose o almeno a lottare contro il capitalismo, mentre a me al massimo era dato di lottare contro IKEA.

Per un istante m’ero chiesta quanto mi sarebbe sembrato surreale, tutto questo, in tempi di bonaccia, ma tant’è: quando è tempesta ci si appiglia a quello che si ha, e le situazioni più sballate diventano il nuovo equilibrio.

Tornando a casa alle 21 passate, mettevo l’acqua sul fuoco e provavo a chiedere un rimborso via e-mail, alla faccia del centralinista che lo considerava impossibile. La pasta era venuta scotta, ma un tentativo volevo farlo, prima di perdere un’altra giornata in un magazzino di mobili scadenti.

Così ieri sera (domenica), a un orario che avrebbe fatto morire d’infarto un sindacalista, un’operatrice mi chiedeva i dettagli bancari per restituirmi i soldi del trasporto.

Che non arrivano a cinquanta euro, ma a questo punto devono essere investiti in qualcosa di davvero bello. Qualcosa che compensi un pomeriggio buttato, e una follia senza equilibrio che sembra non finire mai.

Aggiornamento: Mi hanno telefonato adesso quelli del primo pacco: se l’erano dimenticato in magazzino. Mi chiameranno loro, senz’altro.

 

 

 

 

 

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Per chi si chiedeva come fosse andata ieri: sono stata l’unica a ordinare un tè.

Per chi non sa neanche di cosa stia parlando: ieri ci siamo incontrati in un bar, tra italiani a Barcellona, invitati da un connazionale che voleva farci un po’ di domande.

Eravamo una dozzina, tra i 25 e i 45 a occhio e croce, e non odiavamo tutti l’Italia, anzi. Qualcuno voleva pure tornarci.

Per me, dopo un po’ che giri, è Francia o Spagna purché se sta bene. E allora perfino l’Italia.

Eravamo d’accordo sul fatto che la deriva razzista e la chiusura non fossero solo un fenomeno nostro, ma una tendenza europea. E l’Europa, così com’è, non ha fatto granché per impedirlo.

Eravamo d’accordo sul fatto che l’Italia avesse paura, più della miseria che del cambiamento, e sul fatto che la sinistra italiana (scusate l’ossimoro) ci metterà tempo a risorgere.

La domanda è stata: “Come?”.

Un po’ di noi avevano fatto studi umanistici, o si occupavano di comunicazione. Insistevamo sulla narrazione, sul dare un obiettivo positivo e possibile a cui aggrapparsi, che accompagnasse il lavoro più serio e approfondito.

Io continuavo a pensare ai ‘mericani, che questo lo fanno bene: al “Vote Kennedy” che oggi sarebbe un hashtag, in risposta a un Nixon che parlava di tasse, e al #lovewins, quello sì un hashtag, di Obama.

E allora ho detto che se c’è una cosa che dovremmo esportare dalla Catalogna indipendentista, come immagine, è quella di un paese migliore, più equo, inclusivo, che si contrappone al conservatorismo di un re e della Chiesa che lo sostiene.

Insistevo sul fatto che, per portare avanti quest’idea, non ci fosse bisogno di battere sull’identità nazionale. Mi dispiace che sfugga sempre questo, delle cose di qua. Ci fermiamo all’idea indigesta di un nazionalismo a sinistra (che per i suoi perpetratori ovviamente non sussiste), senza vederne le complessità, che non condivido, ma che ammiro in molti sensi.

Perché questi che “lottano per una terra migliore” sono incredibilmente concreti: partecipano anche alle azioni antisgombero, si incontrano millemila volte a settimana, si chiamano per nome. Possiamo farlo anche noi senza essere un marchio registrato. Un ragazzo emiliano condivideva l’esperienza dei centri civici, e a me non era neppure chiaro che i centres cívics esistessero anche in Italia.

E se siamo la nazione del “tengo famiglia”, qualcuno al tavolo aveva partecipato a un congresso in India sulle nuove tecnologie, e si era reso conto che, a pensarci cinque anni fa e investirci il giusto, quella roba si sarebbe potuta fare anche in Italia. E allora… “Per i nostri figli!”, slogan perfetto per la nazione delle campagne sballate di fertilità.

A me è rimasto un dubbio: in questo mondo interconnesso, dalla crisi non ne usciamo soli. L’unico rimedio che mi è stato indicato è stato la decrescita, e, come si dice dalle mie parti, ce vo’ tiempo. Dunque, non c’è soluzione immediata e indolore. Questo come glielo spieghi, a milioni di persone? Specie a quelli che, più che votare “di pancia”, hanno detto “proviamo questi altri qua e vediamo che succede”.

Questi altri qua hanno detto che la panacea è una: cacciare gli immigrati. E che risolve quasi tutto.

Come riesci a fare che la gente ti segua, senza sparare anche tu una palla?

La domanda è rimasta lì sul tavolo, anzi, sul tavolino, insieme a uno scontrino che riportava non so quante birre, e una tazza di tè.

Passate voi a rispondere. Noi abbiamo già pagato.

Image result for rossella o'hara curtain dress Vi è mai capitato di credervi “fatti apposta” per qualcosa, per poi scoprire che… servite a tutt’altro?

A me sì. Per questo adoro il termine pugliese “fattapposta”, che indica “l’apposito oggetto” da adoperare in una determinata situazione. Oggetto che, ovviamente, cambia a seconda del problema. Se perde il rubinetto, il fattapposta sarà una chiave inglese. Se in forno scotta il “ruoto” (ma davvero davvero non si chiama così in italiano?!), una presina o un guanto foderato saranno il fattapposta perfetto.

Ovviamente, in tempo di bisogno, tutto diventa fattapposta.

Soprattutto, le cose a volte si creano per uno scopo, e si utilizzano per un altro.

Come le tende che, in tempo di guerra, possono diventare abiti – vero, Rossella O’Hara?

Come il classico libro che regge un tavolo traballante (quando tutto va male potete usare così il mio, anche se è piccolino).

Il che ci porta a un’altra questione: esistono soluzioni “sbagliate” solo perché non erano previste in quel modo lì?

Torniamo sui banchi di scuola. Ricordate quante volte ci sgamavano a copiare perché, dopo mesi di “impreparato”, avevamo azzeccato tutte le risposte del questionario? I più furbi, infatti, ne sbagliavano apposta un paio, pratica utilissima nel mondo di concorsi truccati in cui alcuni sarebbero finiti in seguito…

Insomma, quanti fattapposta non sono per niente “fatti apposta” per i problemi che risolvono, ma li risolvono lo stesso!

Anche le persone diventano, ahimè, “fattapposta”, quando le usiamo per tappare vuoti esistenziali, o per raggiungere i nostri scopi.

Ma noi umani, come fattapposta, facciamo davvero schifo: un’amicizia nata in un momento delicato può diventare amore anche se non era previsto, e sì, a volte succede perfino il contrario, se non ci si sbatte troppo perché sia così.

E le nostre faccende? Le lauree che dovevano assicurarci un certo lavoro magari ci portano a fare tutt’altro, in tutt’altro posto. Oppure gli studi scientifici ci spingono ad aprire un ristorante dalle ardite sperimentazioni culinarie.

Insomma, nessuno è fatto apposta per quello che si è scelto, ma, se cambiano le scelte, può riciclarsi. Come la pasta avanzata che diventa frittata (splendido “fattapposta” per i buchi della fame, anche in questa versione).

Chissà che prima o poi non scopriamo che non siamo fatti “apposta”, ma siamo fatti meglio: meglio della vita che ci siamo scelti, o affibbiati.

E allora starà a noi trovare la soluzione.

 

 

Odio postare nomi reali, ma la tipa coreana che mi vendeva casa si chiamava Jin Young Moon: indovinate cos’è diventata in bocca al notaio, il giorno della firma.

Che poi era una notaia, e ha fatto pure una pausa comica quando ha letto che di mestiere facessi la scrittrice. Un omaggio scherzoso dell’amico avvocato che ha fornito i miei dati.

Uscendo da lì con le chiavi in borsa, ho scritto al mio coinquilino preferito (l’unico): “Comprato”.

Poi mi sono girata due banche, una sbagliata e una no, per estinguere un mutuo. E già che c’ero ho fatto una capatina a… casa nuova.

Si erano portati il frigorifero.

Avevamo litigato in due puntate, e si erano portati il frigorifero.

Il maltolto è poi stato riportato che ero già arrivata a casa vecchia, altra corsa per tornare indietro.

Ho finito di trottare alle cinque del pomeriggio, e sono morta sul divano di casa vecchia: certe cose ho scoperto che o si fanno in coppia, o in famiglia. Io, si diceva, mi sono ritrovata per la seconda volta a farle da sola, circondata da gente che non le capiva.

Infatti sono andata in bagno e ho scoperto che mancava il dentifricio.

“Ma non avevi fatto la spesa?” ho buttato una voce in corridoio.

“Mi hai scritto che l’avevi comprato” è stata la risposta.

“L’appartamento, non il dentifricio”.

Ieri mi sono alzata dal letto con la voglia di essere a casa nuova.

I cambiamenti radicali spaventano, specie se “scappi” da una vita accogliente, di quel tranquillo che se non stai attenta si fa stagnante. La mia bella vita stagnante mi manteneva serena tra i suoi libri di testo e i tè costosi, e le porte chiuse, che ad aprirle sapevo già, più o meno, cosa trovarci.

Ma poi è un momento. Natalie Portman, nel – pretenziosetto – Closer, dice che c’è sempre un momento in cui puoi resistere, prima di entrare nella deriva che ti porterà al tradimento. Oppure cedi.

Succede anche con la vita in generale.

E ieri mattina, alzandomi dal letto, ho sentito il momento: la nostalgia impossibile del soggiorno che non ho ancora vissuto, delle presentazioni del libro ancora da fare, delle nuove città che non ho mai visitato.

Solo allora mi sono detta:

“Quando cominciamo?”.

 

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Io in una foto d’epoca

C’è questa foto di me con i capelli alla Blondie, e un rossetto che in famiglia se lo ricordano ancora.

Manco a dirlo, quello scatto compie adesso cinque anni, come le altre cose che hanno segnato la mia vita: la crisi, il mancato trasloco e, per ragioni che non sto a spiegare, la morte di Lou Reed.

Poco prima della mia crisi avevo caricato la foto su Badoo, per fare un esperimento. Come si diceva, la persona che frequentavo ai tempi mi trattava più o meno come spazzatura che ogni notte si dimenticasse di buttare. Allora mi ero chiesta: farebbero tutti così?

Il pandemonio che scatenò la foto. Sì, lo so, su Badoo Miss Piggy in costume trova marito. Se metti L’origine del mondo con due fiocchi sopra si intasa il server dalle richieste di uscire.

Comunque allora il mio ego ferito trovava balsamo un po’ dappertutto, figurarsi in questo.

Adesso, dopo il trasloco in ritardo, ho fatto un esperimento uguale e contrario: ho scaricato due app d’incontri, perché mi fanno paura. E “quando una cosa mi fa paura, l’affronto”. Sembra figo a dirsi, ma in realtà è una scemenza: scarico le app, capisco come funzionano e al primo like che ricevo le disinstallo spaventata. Non vi ci mettete pure voi, che già mi ridono in faccia da un po’. E poi ‘sta cosa di scartare la gente, oltre a farmi impressione, l’avevo capita male: in realtà mettevo “mi piace” a tutti.

Il punto è che stavolta ho caricato foto più “pane e puparuole”, come si definirebbero a Napoli. Ci sono io con le rughette che mi sono venute fuori in questi cinque anni, i capelli che mi taglio da sola con risultati disastrosi, e il sorriso che definire imperfetto è mantenersi generosi (maledette macchinette anni ’90!). E quando mi sono accorta che disinstallare l’app non mi faceva cancellare il profilo, ho scoperto che nottetempo avevo ricevuto tipo 77 like, passati a 122 qualche ora dopo.

Fa ridere e piangere, perché apre nuove tassonomie (ho scoperto che esistono “quelle da 500 like al giorno”, e ovviamente il mio centinaio sfigura) e perché alla fine è gente che non mi ha mai vista – a parte, forse, uno che veniva a vedere le partite del Barça nel mio stesso bar, ma dubito mi riconosca.

Mi è piaciuto comunque traslocare anche da Badoo, e congedarmi dalla Blondie che tentavo invano di essere. Secondo i criteri impersonali ma pratici che trasformano le persone in un menù da consultare, vado bene in entrambe le salse.

Forse capita così anche a voi, a tutti.

E alla fine, prescindendo un attimo da pressione estetica e ansia da prestazione, non è affatto un male andar bene in tutte le nostre versioni, come nelle storie a bivi di Topolino. Donna “Blondie”, donna che si taglia i capelli da sola… Tutto va bene, finché funziona.

L’unica cosa seria e urgente a cui badare, è non farsi mai trattare come spazzatura.

Quello ci sfugge spesso di mente.

 

 

 

Image result for truck moving furniture Ho traslocato con due settimane d’anticipo, e cinque anni di ritardo.

Ho traslocato con i colpi di scena del caso:

  • la scoperta che il tizio del furgone avrebbe solo, appunto, guidato il furgone, e la contestuale salita di quattro piani sostenendo la rete di un materasso;
  • l’azzoppamento improvviso del tuttofare di fiducia, che ha cominciato a guardare con terrore chi gli aveva sbattuto una lavatrice sul piede, ma non per questo si è lasciato aiutare da me;
  • l’attesa di un carrello in una piazzetta trafficata di Barcellona, circondata da lampade e materassi, intanto che al cellulare pubblicavo libri, organizzavo riunioni e provavo a salvare il mondo, con scarsi risultati.

Insomma, normale amministrazione.

E poi oh, si diceva che ho traslocato con due settimane di anticipo, come risultato di una trattativa coi cocciuti proprietari di casa nuova. Ma tanto ero in ritardo di cinque anni, perché da quella casa che svuotavo ventiquattr’ore prima di venderla non avevo mai traslocato davvero.

A suo tempo ero scappata a gambe levate, lasciando le mie cose a un inquilino contento di non dover comprare mobili.

Così adesso mi aggiravo per stanze deserte e sporchissime (“Almeno buttate la spazzatura!” ordinavo su WhatsApp agli ex occupanti) e spiegavo cose al mio aiutante, uno di quelli che puoi ripagare con una pizza. Dopo tanti anni a descriverglielo, era la prima volta che gli mostravo quel pasticcio di posto.

“Qui è dove dormivi?”.

“No, qui è dove guardavo film e piangevo. Lì è dove sono rimasta chiusa fuori una notte di gennaio. Il pompiere che mi ha liberato è entrato da quest’altro balcone”.

Tra i libri trascurabili che ho lasciato lì, in balia dei nuovi proprietari, la scoperta più tenera è stata un trattatello su un disturbo psichico, non troppo grave ma fastidioso, che a quei tempi stavo cercando di comprendere. Ho sorriso attraverso il tempo alla me che aveva comprato il libro. Quella sindrome ce l’aveva la persona che, mentre m’installavo in quella casa spettrale, mi aveva mollata senza dirmelo, anche perché non avrebbe ammesso neanche sotto tortura che stessimo insieme.

Ho scoperto che quella dell’uomo che ti lascia mentre compri casa è un’altra sindrome interessante, più comune di quanto mi piacerebbe ammettere.

Ho scoperto anche, in questi anni, che a volte le verità sono semplici e banali come quelle che leggi nella posta del cuore:

  • non salverai mai chi non vuole farsi salvare;
  • chi non ti vuole, non ti può volere.

Allora intanto ho imparato ad aiutare gli altri nel modo più “sano” possibile: trovandogli un lavoro. Hanno ricambiato spesso con lo stesso toccasana.

Anche da queste cose noto che i traslochi, ogni tanto, fanno bene.

Perfino quelli che avvengono troppo presto, o troppo tardi.

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