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Un bel regalo che mi hanno fatto

La prima è che è bello avere l’amica che si fida troppo di te.

Infatti ha accolto incredula, mentre già lasciava il bar per il meritato riposo, la mia battuta sconsolata sulle trentanove candeline (mai soffiate e neanche comprate, ovviamente).

“Proprio da te, queste cose non me le aspetto”.

“Da te”: da una femminista, che si lamenta del tempo che passa. Più che altro, in realtà, mi chiedevo dove fosse finito: cosa ho combinato negli ultimi vent’anni, che a conti fatti mi hanno vista a tutti gli effetti “adulta e vaccinata”?

“E dai che ne hai fatte, di cose”.

Vero. Ma in quel momento, sommo errore, pensavo solo a quelle che non sono riuscita a fare. “Non sempre si avanza in tutto” ha argomentato l’amica, prima di andare a concedersi il sonno ristoratore che aveva rimandato per amor mio. Non si avanza in tutti i progetti insieme. In certe questioni, però, ho fatto progressi.

Una volta lessi su una rivista di psicologia che un metodo vincente per risolvere una situazione complicata era guardarla attraverso gli occhi di una persona amica.

Ecco, io lo sperpetuo del mio compleanno ho avuto modo di guardarlo così: attraverso gli occhi di un po’ di gente. E mi sono resa conto, ancora una volta, che hai voglia di sbatterti a invitare a destra e a manca, a proporre soluzioni o cambiamenti di orario perché ce la facciano tutti: la presenza dell’amica pendolare dipenderà dal treno, e dall’orario in cui gli alunni la rilasceranno; l’inquilino scozzese che ha lo scambio linguistico di spagnolo passerà solo se si sarà stancato di dover stare a indovinare i generi delle parole (el chocolate o la chocolate?). Il tuo preoccuparsi o meno non cambierà di una virgola queste situazioni, tanto vale…

Soprattutto, mi sono ricordata quello che pure ho imparato poco tempo fa: quando punti esattamente a quello che vuoi, invece che a contentini e succedanei, spesso lo ottieni. Magari non come e quando lo immaginavi, ma lo ottieni.

Quindi, la classica ansia da “Sono-tre-giorni-che-non-visualizza-l’-invito” può essere annullata da un messaggio inaspettato: “Sei a casa? Ho qualcosa per te”. Qualcosa: una pianta, un classicone femminista (già comprato a Manchester, ma lasciato chissà in quale casa), dei cioccolatini cari. Non vegani, ma vaglielo a spiegare, quando calcoli che avrà speso quello che per le sue finanze sarebbe l’equivalente di duecento euro per le tue.

Sì, è stato un bel compleanno, e la cosa più bella è stata non essermi mai fermata a pensarci, a giudicare la giornata, a decidere se stesse andando bene o male.

Forse è l’unico modo di vivere i giorni.

Credo sia un buon giorno per ripubblicare quest’intervista che mi ha concesso Judith Muñoz-Saavedra. Insieme a lei, con la supervisione di Laura Guidi, coordineremo un numero de La camera blu – Rivista di Studi di Genere, dedicato al romanticismo e alla decostruzione dell’amore romantico. Vi lascio qui il call for papers, da inoltrare a chi si occupi della questione a livello accademico:

http://www.serena.unina.it/index.php/camerablu/announcement/view/109

San Violentín, o Sant Violentí, è una festa che in tanti celebrano con le migliori intenzioni, che non stigmatizzerò: un’occasione per festeggiare l’amore.
Sì, ma quale amore?
Che sia la gioia e il lavoro di scoprirsi ogni giorno, e non una recita prestabilita di ruoli scolpiti nel tempo, un modo d’infiocchettare la triste realtà che troppo spesso le donne (è ancora una festa molto etero!) continuano a dipendere dal compagno da un punto di vista economico ed emotivo.
Che amore sia, quindi: ma di quegli amori che liberano, e non costringono.

Buona giornata!

Avatar di blogdelbasilicoilblogdelbasilico

Risultati immagini per feminist disney princess Si ha sempre l’età per NON morire di amore romantico.

Ce lo spiega Judith Muñoz Saavedra, professoressa del Dipartimento di Didàctica i Organització Educativa (DOE) all’Universitat de Barcelona, ed esponente della corrente di docenti che si occupa di proporre modelli culturali alternativi a quelli, spesso nocivi e a volte letali, che ci vengono inculcati fin dall’infanzia. La Catalogna, la Spagna, il mondo latino affrontano queste tematiche da molto tempo e hanno prodotto un materiale didattico sterminato. Spero quindi che l’intervista che mi ha concesso Judith (qui in versione originale) possa fornire degli spunti a chi in Italia prova a fare lo stesso, e invogliare chi non lo fa a cominciare!

In che senso l’amore romantico “uccide”?

La retorica dell’amore romantico rinforza i ruoli tradizionali di genere e giustifica diverse forme di violenza maschilista. Noi donne viviamo circondate di messaggi che negano la nostra autonomia; ci…

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Nessuna descrizione della foto disponibile. Ho ereditato dal mio vecchio inquilino una lavatrice che fa schifo. Roba che risparmio di più a comprarne una nuova che a buttare tutte le calze che o distrugge, con il programma lavaggio breve, o non lava proprio, con il programma delicati.

Al che mi sono venuti in mente due ricordi legati a Napoli: uno è il detto popolare ‘o sparagno nun è maje guadagno, che ora dichiaro col privilegio di chi l’affitto lo riscuoteva, piuttosto che metterlo insieme (ma ero a pigione anche io, e sono sicura che all’inquilino, per recuperare i soldi, bastasse occupare solo due delle cinque stanze della casa, che subaffittava a mia insaputa).

Un altro ricordo viene direttamente da Forcella, Anno Domini 2006: la lavatrice napoletana che mi è costata più dell’intero affitto! Prima i due tecnici, che certo non facevano miracoli, poi la mia resa e l’acquisto di una nuova, infine l’abbandono quando ho traslocato, e quando ormai era chiaro che nessuno mi avrebbe aiutato a portarla via. Il primo tecnico, però, era un personaggio fantastico. Sulla sessantina, abituato ad avere come clienti ‘e signore che s’evene vede’ ‘a puntata (ovvero, le casalinghe in attesa della telenovela preferita), chiacchierava molto più di quanto in effetti lavorasse, ma a un certo punto mi fece una proposta che per lui era di routine: “Adesso che scosto la lavatrice dal muro, vi lascio un po’ di tempo per pulire?”. Ci misi qualche istante a capire che intendesse “pulire il rettangolo di pavimento occupato di solito dalla diabolica macchina”.

Allora si squarciò un abisso tra noi, che credo ruppe pure il piatto della contrabbandiera del primo piano. Chi mi conosce sa che sto alle faccende domestiche come uno yeti alla tintarella. Dunque: che me ne fregava di pulire uno spazio che si sarebbe sporcato subito di nuovo? Il tizio sosteneva che ‘e signore ne approfittavano tutte, e dovetti chiedermi se fossi io la degenerata sozzosa di sempre, oppure facessero finta loro di essere interessatissime a quell’operazione. No, non guardatemi così, non sono un mostro.

Adesso, invece, capisco il significato di quel gesto. A livello metaforico, eh, che per dirla come il tecnico, si fusse cazze che monto su una lavatrice, armata di mocho Vileda. Sta di fatto che sono orgogliosa di cosa abbia fatto della mia vita, dopo la crisi con cui vi ho ammorbato sette anni fa. Ma a un certo punto, tra rapporti umani un po’ asettici e tè del pomeriggio, stava diventando un immenso rifugio dall’incertezza, dall’ambiguità (che continuo a odiare, sempre che non rifletta la complessità della vita) e dalla paura di sbagliare (che esorcizzavo avendo sempre chiaro cosa volessi fare di me, pure quando non era vero!).

Adesso sto avendo questa piccola crisi ratificata addirittura dall’I Ching, una cosa che al confronto con la luuuna neeera (voce di Cloris Brosca mode on) di sette anni fa è tipo una brutta grandinata, rispetto alla cometa che sterminò i dinosauri. Una cosa minore, insomma, ma. A quanto pare ho bisogno di pulire. A quanto pare non basta una ricca catabasi, in senso classico o junghiano, a mettermi a riparo per sempre i desideri e i nervi: a quanto pare, bisogna sempre stare in guardia, o quella vecchia lavatrice che è diventata la mia vita, che già sbiancava passioni insidiose e centrifugava opportunità impreviste, adesso comincia pure a farmi sparire i calzini pucciosi che m’ero comprata quando avevo deciso di tapparmi in casa, al riparo dalle bufere là fuori, e di condurre una comoda vita tutta manoscritti e progetti di famiglia, poi accantonati. È quindi il caso di dire: cambio di programma! E le speranze frustrate non vanno nei delicati.

Allora di buono c’è questo: per un capriccio del dio delle lavatrici – che userà un programma tutto suo con le luuuneee neeereee – la macchina si è un po’ inceppata. Fa le bizze, poraccia, in fondo tra un po’ mi raggiunge i trentanove anni di servizio, e allora, visto che la devo riparare, do anche questa pulitina addizionale, magari col detergente agli enzimi.

E si sa, gli enzimi non finiscono mai.

 

(Vabbuo’, è una lavastoviglie. Ma la scena va bene per qualsiasi problema, e poi combattere la tecnologia a suon di bestemmie è la storia della mia vita. Ho i testimoni.)

Image result for la merma i chingSì, credo di avervi già parlato della mia passione per l’I Ching, o Libro dei mutamenti (oracolo cinese del IX secolo a. C.). È il mio scaricatore di ansia preferito!

Millenni di sapienza cinese al servizio delle mie (per fortuna occasionali) paturnie, e dei dubbi della situazione. Perché l’I Ching, corteggiato da Jung e pure dal fisico Pauli, amato da Confucio e pieno di fans altrettanto hipster in tutto il mondo, è un oracolo che, ai miei occhi di analfabeta in psicologia, fa un po’ Rorschach: ciascuno ci vede un po’ il cavolo che gli pare. E la reazione più frequente è quella di tirare fuori il meme di Gerry Scotti con le mani al petto, e dichiarare: “Mio Dio, ma parla di me!”.

In realtà, parla di tutti: dice cose chiariiissime tipo “È propizio attraversare le grandi acque” (come sapevi che mi perde la lavatrice?!), oppure “È opportuno incontrare il grande uomo” (non esageriamo, mo’, al massimo è un quaqquaraqquà). È come con la Pizia, ma senza pagare manco una dracma. Semmai prendi prestate tre monetine uguali, che torneranno al mittente, e decidi tu che significato vuoi dare a ‘sta zuppa cinese di parole. Quello che ne ricavi, magari, è il senso che ti aiuta di più.

Ora, tra gli esagrammi che formi lanciando le monetine di cui sopra per sei volte (non ho la testa per usare il metodo tradizionale), uno dei più belli è il numero 41, riprodotto nell’immagine sopra: in spagnolo, “la merma”. Sarebbe “la diminuzione”, ma vuoi mettere? Lo penso proprio in romanesco: ‘a merma. Che, alle mie orecchie di analfabeta in romanesco, suona tipo come “la melma”. Sarebbe a dire: auguri! Comincia per te un bel periodo demmerda. Ma se lo affronti con stoicismo e moderazione, tanto ‘a ruota gira e torni a crescere, e infatti l’accrescimento è giusto l’esagramma successivo! Pure la ruota, dev’essere quella della fortuna nei tarocchi, anche se il nostro caro Libro dei Mutamenti je fa ‘na pippa, perché ci ha quei milletrecento annetti in più. Ma intanto, come si dice in mandarino, so’ cazzi. Si sta come d’estate, dopo la pioggia sul Parc Güell, ‘a melma. Indovinate che numero mi è uscito, l’altro giorno? E secco, eh, senza le “linee mobili” che portassero a qualche altra soluzione.

Mo’ lo so, non ci voleva l’I Ching: riconoscevo i sintomi. Lo fareste anche voi, se la banca non vi dà ‘sto mutuo, e se pure il secondo test di fertilità si mette a predirvi il futuro: quello di zia gattara, a cui sbolognare i bambini d’estate per poi lamentarsi se gli insegni il GENDER!1!! (Lasciate che i/le pargol* vengano a me…) Metteteci l’editor, sparita col manoscritto – e a proposito, è irreperibile pure quello che, fino a due settimane fa, voleva presentarvi pure a sua nonna. A volte ‘sta melma diventa sabbie mobili: più entri in ansia, più non ci puoi fare una beneamata. Tanto vale seguire i saggi cinesi e starsene lì, dire terra agghiotteme (scusate sempre il mandarino) e aspettare che la tempesta di stallatico la smetta di profumarti tanto i capelli.

Io, non so se si è capito, ho un forte problema con le cose che sfuggono al mio controllo: devo agire, devo muovermi, devo… Ma ‘ndo vai, interviene allora l’I Ching, all’unisono coi miei amici rassegnati: che tu ti sbatta tanto o poco, sempre una ceppa ci puoi fare.

Allora, sapete che c’è? La soluzione è proprio rassegnarsi. Accettare, come dice il mio amico guru di Hospitalet – così scomodiamo proprio tutto l’Occidentali’s karma – che non possiamo fare niente. Per un motivo praticissimo: così ci dedichiamo prima a quello che, invece, possiamo fare.

Che spesso va a risolvere proprio le questioni che non abbiamo sotto controllo. Mandare il manoscritto ad altre case editrici, o a un concorso che non sia proprio farlocco, o tradurlo in un’altra lingua con l’aiuto di qualche fida alleata. Fare una donazione per l’ecografo dell’Ex Opg: ecco, voi che ci avete l’antimulleriano buono, prendete e guardatene tutte (le ecografie, dico). Rendere carina la parte di casa che abito (e che, quella sì, fa un po’ antro della sibilla) visto che come garanzia la banca, al contrario di quanto accade per le ecografie di cui sopra, non la vuole vedere manco in foto. Raccogliere tutta la roba che quell’altro sparito dai radar ha lasciato in giro e stiparla in tre comode buste di carta, da conservare nell’armadio in corridoio e buttare in caso di mancato reclamo.

Insomma, cin cin, e melma sia. Dice che le bollicine torneranno.

Mai per comando, caro I Ching, sottolineerei di nuovo che l’esagramma dell’accrescimento sta giusto dopo ‘a merma. Quindi, la prossima volta, già sai.

Forza, che offro una cena al cinese.

 

(Ho scoperto che hanno dedicato un album all’I Ching! I soliti europei rosiconi… :p )

 

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La zuppa di Kai Xuan, in c. Roger de Flor, da: https://www.timeout.com/barcelona/restaurants/kai-xuan

Finalmente sono tornata al cinese! Quello di Sant Antoni che non ci volevo credere, fosse “autentico” (cioè, non schifato dalla clientela cinese). Lo sosteneva un amico canadese, e sì, ci avevo i pregiudizi su cosa potesse considerare “autentico” lui. Magari ci trovavo l’equivalente cinese dei mitologici parpadelli pocchini, versione “estera” delle pappardelle ai porcini. Una roba più contraffatta delle borse LV da bancarella, insomma.

Invece in quest’umile trattoria, gestita da una tipa che o ti parla inglese o ripete a manetta “shie shie”, hanno la stessa insalata di tagliolini del ristorantone per cerimonie vicino Arc de Triomf, in cui vedi una famiglia allargata cinese sparire in una saletta laterale, e tempo cinque minuti inizia una processione di vassoi e pirofile, con pietanze che non sapresti identificare nel menù. In quel posto, un amico giapponese è arrivato a ordinare in lingua originale il riso con la senape secca, un piatto che mi faccio a casa perché me lo veganizza solo Chen Ji (che è il più famoso, ma anche il più affollato e, per me, il più approssimativo).

L’amico poliglotta stava già diventando il mio mito assoluto, poi la cameriera gli ha chiesto “Porzione grande o piccola?”, e mi è andato in crisi: “In spagnolo, per favore?”. Per qualche arcano motivo, lui ha mangiato con la forchetta (secondo me gli sembrava più un risotto, rispetto alla solita scodellina al vapore) mentre io sollevavo i miei tagliolini con le bacchette: nel chiostro dell’università a Napoli mi sfottevano, quando le usavo col riso alla cantonese da asporto per studenti, ma le utilizzo spesso anche a casa. Magari, invece che con i capellini di riso, mi preparo le zuppe con le tagliatelle Delverde, che mi rifiuto di spezzare. E allora provateci voi, a usare la proverbiale forchetta nel brodo!

“Siamo la globalizzazione” ho detto quella volta a bacchette ferme, di fronte a un giapponese che mangiava riso cinese con la forchetta.

E in un mondo globalizzato ci sono le preferenze, lo so: il coronavirus fa più notizia dell’AIDS non ancora debellato, e i giornali devono pur vendere prima di sfracellare le gonadi con Sanremo… Non oso nemmeno nominare i femminicidi, come piaga dei nostri tempi, che da raptus a virus non ci vuole niente: avremmo una scusa in più per parlare di “follia momentanea”, e dei vari “l’uomo non ci ha visto più” (però vedeva perfettamente quella tanica di benzina preparata ad hoc). Mi sa che quello contro il femminicidio sarebbe l’unico vaccino, farlocco, che accetteremmo senza condizioni.

Ebbene sì, ho visto anche qualcuno parlare di… maschicidio, credendo che femminicidio indicasse ogni omicidio che coinvolgesse una donna. Far ragionare individui del genere si rivela spesso un’impresa. D’altronde, su Facebook, una ragazza sottolineava che con il coronavirus eravamo tutti in allarme, ma un preservativo, per carità, “mi fa perdere sensibilità”, e nessuno nei commenti sembrava notare il riferimento al paradosso della contraccezione: noialtre siamo fertili sei giorni circa al mese, ma dobbiamo spararci la bomba ormonale della pillola perché lorsignori devono “sentire di più”. Due tizi mi hanno scritto di non aver capito il mio commento in merito: ora, l’avrò pure formulato male, ma viste le decine di “Mi piace” qualcuno c’era arrivato. D’altronde, l’episodio che ho vissuto con un educatissimo movimento politico recente non dev’essere un caso isolato di cecità alle questioni di genere. Un altro virus?

Temo che il peggiore, in un paese che si affaccia domani al più tristo dei festival musicali, sia l’incorreggibile pretesa di sapere tutto. Se i problemi ci sono anche altrove, raramente ho visto in giro un simile misto d’ignoranza e prosopopea.

Ringrazio Non una di meno, le realtà locali che provano sul serio a fare qualcosa, e spero sempre di poter costruire ponti tra città gentrificate, vittime di un turismo che distribuisce povertà, invece di aumentare la ricchezza per i più.

Tuttavia, non riesco a fare a meno di pensare a quel video delle prescindibili t.A.T.u. (vedi sotto), che però mi offriva per primo un concetto interessante: le due protagoniste, innamorate l’una dell’altra, si dibattono dietro delle grate come se fossero nel cortile di un penitenziario, o addirittura in prigione, mentre una folla di moralisti le osserva schifata.

A fine video, ti accorgi che loro sono libere: dietro le sbarre c’è proprio la folla.

Da Ho visto cose che voi pagani, su Facebook

“Lascia che tutto ti accada:
bellezza e terrore.
Si deve sempre andare:
nessun sentire è mai troppo lontano”
Rainer Maria Rilke

Ebbene sì, pausa caffè.

O qualsiasi cosa mi ci volesse dopo la cavolo di riunione di condominio, a mandar giù il fatto che per l’amministratore il tetto dell’edificio è inagibile, dunque sono quarantamila euro per ripararlo. Ma quarantamila carocchie in testa, vi do! Volevano anche farmi amministratrice, mi sono rifiutata con la scusa del libro che uscirebbe ad aprile: dovrò pur venire a presentarvelo, no?

Comunque una pausa ci voleva, anche perché a casa mi toccava:

  • risolvere il mistero delle chiavi lasciate nella toppa dell’appartamento piccolo;
  • capire se l’inquilino uscente aveva intenzione di pagarmi, prima di andare (spoiler: sì, ma trattenendosi i soldi del divano comprato di sua iniziativa, dopo aver schifato quello già in loco. A suo dire, l’ignara inquilina delle chiavi dimenticate doveva risarcirlo di metà importo, dunque chiedessi i soldi a lei!).

Datemi una Tuborg, che ricomincio daccapo. No, vabbe’, era una coca, per disperazione: a Napoli saprei cosa ordinare di non alcolico, ma i bar di qui sono spesso parchi di offerte.

Il bello era lo spettacolo annesso, al tavolo davanti al mio: la fanciulla bruna in canotta, seduta di fronte a una coppia sulla sessantina, si muoveva assai pure se fosse stata italiana. Ma era in uno spagnolo perfetto, inframmezzato da qualche esclamazione in catalano, che diceva cose tipo:

“Volete strutturare i pensieri a partire dalla carenza, o dall’abbondanza? Meglio dire ‘Scusate il ritardo’, o ‘Grazie per avermi aspettato?'”.

Al che la signora, caschetto laccato e foularino vivace, faceva sommessamente notare che la si sarebbe potuta considerare una sorta di manipolazione: un modo di nascondere, e nascondersi, problemi, oltre a declinare responsabilità. E io subito a tifare per lei: che tu ti scusi o meno, cocca, intanto sei arrivata tardi, e io magari avevo di meglio da fare che aspettarti. Prenditi la tua parte di torto, per piccola che sia, invece di blandirmi con un ringraziamento interessato.

La tipa insisteva: “Ma no, è un modo migliore di pensare le cose!”. E si lanciava in una spericolata spiegazione su quanto un “operaio”, non so se inteso in senso letterale o come classe sociale, rimanesse tale anche se andava al Carrefour, e gli annunci dei prodotti esposti gli facevano credere di poter vivere nell’abbondanza materiale: le sue parole erano state coperte da una rumorosa macchina del caffè, ma credo di poter intuire la conclusione del ragionamento. Questa tecnica di rigirare i pensieri in modo più allettante era la vera abbondanza. Perché, va da sé, attirava abbondanza.

Peccato che la gente che la pensa così, tra i miei conoscenti, comincia persuasa che diventerà più ricca in tutti i sensi, e dopo anni mi sembra povera quanto prima, ma “arricchita” dalla propensione a negare anche l’evidenza, sulle vicende proprie e altrui.

Ok, forse sono sensibile all’argomento: una volta, dieci anni esatti fa, un amico olandese mi invitò a guardare The Secret, e a scoprire la legge dell’attrazione. Provai a praticare un’intera giornata, una in cui ero emotivamente a pezzi, l’ottimismo a tutti i costi dei peggiori libri di self-help, e per il tardo pomeriggio ero stremata: sapete perché? Perché stavo negando l’evidenza: cioè, che ero a pezzi.

Pane al pane, però: è vero, c’è questo cocktail di pratiche filosofico-spirituali che si diffonde da anni nel cosiddetto occidente; ma i suoi modelli originali (Buddha, Confucio, perfino zio Jung!) sono più intelligenti rispetto alla versione divulgativa. Insomma, il misto di PNL per scemi, osservazione consapevole, e libri sul qui e ora, tende a predicare che le emozioni negative non vanno… negate, appunto, ma osservate, accettate e lasciate scivolare via. Tuttavia, nei fatti incontro spesso l’invasata di turno (volevo censurarmi, ma stavolta non lo farò) che comincia con un innocuo “grazie” invece di “scusa”, e finisce per pensare che escludendo il dolore, distraendosi, non percorrendo mai la strada in cui vive l’ex, si senta meglio. Dovrò ripetermi: osservando amicizie che incorrono in questo comportamento, ho l’impressione che accumulino frustrazione come polvere sotto un tappeto, risultando “sgombere” solo in superficie dai brutti pensieri.

La conseguenza peggiore? La perdita del contatto con noi stessi. Se non ti puoi concedere di provare rabbia senza sentirla fuori posto, se qualsiasi desiderio problematico, per quanto “tollerato” sulla carta, diventa qualcosa da “lasciar andare” al più presto, il problema è che lascia anche un’impronta che non sempre si toglie recitando mantra.

La soluzione? Come intuirete, non ce l’ho, e non credo nemmeno che sia il sarcasmo un tanto al chilo di chi si bea del proprio cinismo. Personalmente, io ho fatto una sintesi di tutto il mix di Occidentali’s Karma assimilato nel corso di anni – alcuni testi sono piuttosto utili – e sono arrivata a una conclusione: la cosiddetta negatività, se la lasci entrare, se ne sta in un angolino e fa le sue cose, finché non si scoccia e se ne va. Basta riconoscerla e accettarla per il tempo giusto: né un secondo di più, né uno di meno.

La nostra eroina, invece, è andata avanti un altro po’ nelle sue spiegazioni: di lei ammetto che non so niente, quindi spero solo di averla colta in piena eccitazione da café solo, corto de café, che sarebbe la cosa più vicina all’espresso italiano…

Poi è uscita dal bar con i suoi due interlocutori, un po’ storditi dal discorso, ma tranquilli.

Ultimamente ne vedo di ogni: gente che cura la depressione non mangiando glutine (con risultati che immaginerete); appassionati di yoga che credono di potersi far carico di persone psicotiche; ma anche qualche oncologa che consiglia l’agopuntura alle pazienti in comprensibile ambascia, confessando che “Alcune, con quella, si sentono meglio”. C’è chi parla subito di effetto placebo, che vi devo dire. In casi del genere, magari, ben venga anche quello.

Come direbbe un noto regista: Basta che funzioni.

Ma, appunto, deve funzionare.

 

(Stavolta ammetto che ci stava.)

 

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Rara foto d’epoca con la Morte Bianca (indovinate qual è)

Sembra sardo ma non è… Sì, lo so, ci ho un’età per parafrasare Pollon, ma volevo che sapeste che anche io so.

So che nel mondo esiste la parola “sisu”, ed è finlandese.

E so anche che il mio amico David è un paraculo: pensate un po’, il poveretto aveva fatto il dottorato con me, stessa tutor catalana. Mi vedeva pure come una rivale, una che gli avrebbe fregato la cattedra. Per fortuna o purtroppo, ci siamo accorti presto che non c’era più nessuna cattedra da fregare.

Io ho lasciato ogni speranza per il primo lavoro di ufficio che mi garantisse un duecento euro mensili in più rispetto alla borsa di dottorato. Lui, invece, ha resistito quei dieci anni in più, o quasi. Poi, quando ha visto che a trentasette anni, in dipartimento, gli toccava ancora fare ‘o guaglione d’ ‘o bar, si è inventato un mestiere. Sì, non c’è niente di nuovo nel portare gente in giro a illustrare i luoghi della Guerra civile, o dell’anarchismo catalano, ma farlo con un dottorato in Storia e una faccia tosta da giovane spigliato rende il tutto molto più interessante. Per non parlare delle conferenze: ne do una anche io a maggio! I centri culturali ti chiamano, pagano cento euro o anche di più per un’oretta di discorso su un periodo storico, o su un fenomeno letterario non proprio recente.

A un certo punto lui si sentiva felice di arrivare ai 900 euro al mese, con queste cosette: il che la dice lunga sulle aspettative della nostra generazione, e sul ruolo che occupa la cultura nel contesto in cui viviamo.

Ma la cosa più carina la fa una volta al mese, quando su MeetUp annuncia una conferenzina al Cafè de l’Òpera, bar storico di fronte al Liceu, sulla Rambla, e ci parla di qualcosa d’insolito, qualche argomento storico particolarmente circoscritto. Un computer attaccato a uno schermo gigante, dieci euro a testa, e passa la paura. Il pubblico è composto perlopiù da giovani che si dilettano di storia (ma hanno un lavoro con uno stipendio) e da gente di mezza età, specie signore che la domenica preferiscono la cultura alla paella. Con la fortuna che mi ritrovo, ogni volta che ci sono io non manca mai l’ex del conferenziere che fa l’improvvisata – e decide che sono la nuova fiamma, dunque mi odia. Oppure, novità di ieri, l’attuale fiamma, che parte a breve per l’altro lato del mondo: allora è stato lui ad allontanarmi in fretta, consapevole che il comune denominatore delle sue donne è schifare me come potenziale minaccia. Mistero della fede.

Tutto questo per dirvi che ieri si è superato con questa conferenza che di per sé non sembrava poi così allettante: parlava del conflitto tra Russia e Finlandia, e di un cecchino finlandese chiamato La morte bianca. Ero andata più con la voglia di rivedere David – tipa del giorno permettendo – che di sentire la conferenza, e invece lui ha esordito con:

“Vi chiederete come mai abbia scelto un argomento così desueto. Beh, perché sono alto un metro e cinquantanove [secondo me, pure qualcosa in meno, ma ssst, n.d.R.]. Questo è un particolare che ti condiziona la vita, specie da adolescente [comunque per me è caruccio, ma non dite alla tizia di ieri che lo penso, n.d.R.]. Allora mi sono messo a vedere prima i bassetti illustri a me contemporanei, e ho scoperto Muggsy Bogues; poi sono diventato storico, e la mia ricerca si è estesa all’intera storia dell’umanità”.

Ora, già ridevamo con le prime immagini del Power Point, col buon Muggsy che s’infilava tra le gambe di giocatori che sembravano doppiarlo in altezza, ma abbiamo scoperto che Napoleone alla fine era un metro e sessantanove, che non era malaccio per l’epoca (a meno che non avesse corrotto ad hoc il medico che aveva preso la misurazione…) e pure Hitler, col suo metro e settantacinque, non era poi ‘sto nanetto – anche se come modello di riferimento convenivamo un po’ tutti che insomma…

Alla fine, ha concluso David, the winner isSimo “Simuna” Häyhä, per gli amici “La morte bianca“. Cecchino della disperata resistenza finlandese contro l’invasione russa del 1939, questo signore sul metro e cinquantadue ci ha portati in un mondo di sciatori letali (paese che vai, guerriglia che trovi), cocktail molotov, e dittatori sovietici che si bombardavano le città da soli per avere il casus belli (ma sostenevano che le bombe fossero pagnotte, da qui lo scherzo sui cocktail). Senza che vi ripeta a memoria i numeri (ricordo trentadue carri armati contro le migliaia sovietiche), le forze tra Finlandia e Russia erano davvero impari.

“I finlandesi, però” ha precisato subito David “sulle divise dell’esercito avevano cucito il nome Sisu”.

Che sarebbe una di quelle parole intraducibili tipo quella danese sui piccoli piaceri della vita, ma che indica una resistenza alle avversità, unita alla capacità di guardare il quadro generale per superare meglio il problema… Oh, ma che vi sto a spiegare se è intraducibile?

Comunque grazie a ‘sta Sisu e a una serie di vantaggi più prosaici – chi di terra bruciata ferisce… – la Finlandia riuscì a non essere spazzata via del tutto dal mostro sovietico, e il resto lo racconta Sofi Oksanen in questo romanzo, che vi consiglio.

Il nostro bassetto tiratore si metteva perfino la neve in bocca a quaranta sotto zero, pur di non far vedere ai nemici la nuvoletta di fumo che esalava appostato, in attesa del momento giusto. Chiamatela dedizione al lavoro.

Alla fine, uno con la divisa di un altro colore riuscì a squadernargli la faccia, e lo mandò in un coma da cui si riebbe il giorno del trattato di pace tra Finlandia e Russia. Però rimase per tutta la vita un eroe nazionale, celebrato nei tanti musei che, giurava una signora del pubblico, si potevano visitare in Finlandia.

“Insomma” ha concluso David “i miracoli lì non erano possibili, Davide e Golia gli facevano un baffo a questi. Però, se pensate a cos’abbia fatto la Finlandia nelle circostanze in cui si trovava, capirete anche che, diavolo, non le si può dire proprio nulla. L’insegnamento di questa storia è: non sfidate mai un bassetto, che potreste pentirvene!”.

L’ultima immagine della presentazione era proprio dedicata la parola sisu, nella sua definizione spagnola più accurata.

A quel punto, il Nostro ha confessato che in realtà voleva impostare tutta la conferenzina su quel termine, e venderla così alle aziende affamate di eventi stile TED Talks, in cui investire budget gonfiati ad arte per “motivare” i dipendenti.

Ecco, io credo che questo sia l’esempio più lampante di sisu: quello che si deve inventare un compagno di università che credeva davvero di finire in cattedra, come tanti della nostra generazione, e si ritrova invece a parlare di cecchini finlandesi tra gli stucchi del Cafè de l’Òpera. E ci si diverte pure.

Poi dice che la Finlandia è avanti.

 

Image result for house alarm meme Stanotte non ho dormito per la tempesta perfetta.

Poco male, però: almeno è vento. Come fai a prendertela col vento?

Pensate che, tra le amenità del mio ritorno in paese per le feste, c’era l’allarme.

Quella volta che riuscivo a prendere sonno… Zac! Scattava a orari comodi tipo le cinque del mattino, e buonanotte ai suonatori (e solo a loro). Proveniva da una casa vicina, ma capirete, nel dormiveglia il timore che suonasse da noi era duro a morire.

Infatti, nonostante i miei sfottò (“Sembriamo Fort Knox!”), riconosco che non è paranoia, quella dei miei e di altre famiglie in zona che cercano di proteggersi: c’è un lungo record di intrusioni, piante da giardino rubate, cantine private dei migliori vini… Un vicino, a suo tempo, ha sentito nei fumi del sonno la sua auto che si metteva in marcia, e si è reso conto un istante dopo che non era lui a guidarla. E non vi dico quando riescono a infiltrarsi direttamente in casa! Ricordo un ritorno post-cenone, con un’anziana che urlava legata dalla villetta di fronte, e delle ragazze che saltavano la cancellata per andarla a liberare.

Quindi ok, ben vengano questi allarmi, specie ora che sto riflettendo su quelli, più metaforici, che ci suonano quando ci mettiamo in brutte situazioni. Avete presente? Quelli da… “Io avevo detto che non avrei mai più condiviso un appartamento con inquilini scombinati, e invece questa casa è un disastro…”. Oppure: “Questa volta volevo una persona che mi rispettasse, e invece non mi risponde ai messaggi da un’ora!”. Ogni tanto è un ottimo segno, che ci suoni un’intera orchestra di campanelli nelle testoline recidive.

Però, appunto, quant’è sensibile quest’allarme che abbiamo interiorizzato? Perché vi confesso una cosa: la sirena che mi scoppiava nelle orecchie in paese, non erano quasi mai i ladri a farla scattare. Il più delle volte, si trattava di un colpo di vento. Esopo, sei tu? “Al lupo, al lupo”: lo stai facendo benissimo.

Riguardo ai campanelli interni, per quanto siano state brutte le esperienze pregresse, le faide ai coinquilini non dovrebbero scattare al primo bicchiere non lavato in cucina, e se non visualizza subito il WhatsApp non vuol dire che già non ci pensa più!

Se un allarme è troppo sensibile, passa da essere la soluzione a diventare parte del problema.

Infatti i vicini affetti da sensore… ultrasensibile, si allontanano solo per fare la spesa, sapendo che di lì a poco l’intero quartiere potrebbe ascoltare quella sinfonia estremamente monocorde, e solo perché un pipistrello sta cercando di socializzare con la telecamera di sicurezza.

Al che la domanda, non filosofica ma proprio pratica, è: a che servono gli allarmi?

A tenerci al sicuro! Ma quando diventano una minaccia alla nostra stessa mobilità, tanto che non osiamo allontanarci da casa – o, tornando alle metafore, dare confidenza a un nuovo amico – si verifica quel caso che Watzlawick spiega molto bene: la soluzione diventa il problema. Si trasforma in un feticcio che veneriamo di per sé: non fidarsi di nessuno al lavoro, decidere che un certo stile o un’espressione tipica qualificano un intero individuo… Invece dovremmo valutare, prima di tutto, se sono efficaci. Se servono a qualcosa.

Ma un allarme troppo sensibile non serve più a niente. Invece di farci star bene, ci complica la vita. È questo che vogliamo?

Stiamo alla larga, quindi, dalle paure feticcio. Ricordiamoci sempre perché facciamo le cose, che funzione hanno nella nostra vita.

Se no basta un niente a far scattare, rendendoli perfettamente inutili, i nostri costosi sistemi di autodifesa.

E adesso, ja’, fatemi dormire.

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Dolce sirena che vieni dal mare…

Settimana 1 di ritorno, e di ritrovamento: gli shock culturali.

I miei:

  • faccio per sciacquare la macchinetta del caffè che si è fatto da solo, e mi dico: “Ehi, dov’è il resto della posa? … Ah, già, è inglese”. Problem posing, problem solving.
  • Nel gelo notturno della stanza, la cui finestra non cambio mai (550 patane!), gli allungo un braccio avvolto nel pigiama di pile: “Tutto ok? Ti muovi molto…”. “Ho solo caldo”. E. Dorme. Senza. Maglia.

Quelli della dottoressa della famosa clinica a cui avevo chiesto appuntamento un mese e mezzo fa, come possibile madre soltera:

  • “Lui chi è? Come mai l’hai portato con te? Il suo ruolo, mi spieghi, qual è? Io volevo incontrarti da sola, semmai…”.

I suoi:

  • donna si diventa.

Cara Simone, hai voglia di ripeterlo, ma anche noi “esotiche sirene del Mediterraneo” (cit., e lasciamo perdere quell'”esotiche”…) ci mettiamo un po’ di lavoro per esserlo. Chiamalo pressione estetica, chiamalo Mito della bellezza (grazie, Naomi Wolf). Intanto è tempo, denaro… e lavoro, appunto. Come vi ho già detto, nei limiti della “libera scelta”, o qualsiasi cosa significhi, mi piace pensare che faccia tutte queste cose perché mi ci diverto, e perché ho imparato a farne a meno. Però non dimentico che in un programma di livelli altissimi come Temptation Island, che sto scoprendo su YouTube con ammirata compassione, Nathalie Caldonazzo può dire del compagno una cosa tipo: “La donna sono io, lui deve solo darsi un’occhiata allo specchio e uscire”. E Geppi Cucciari può fare una gag sul fatto che una donna, prima di un appuntamento, va dal parrucchiere, dall’estetista, in profumeria… mentre un uomo spende giusto venti centesimi di SMS (il monologo è vecchio): “Oh, domani trombo”.

Il nostro britannico dal caffè “sciacquariello” e dalle caldane improvvise non è stato circondato da molte figure femminili, quindi è rimasto tra il sorpreso e il divertito quando la dolce sirena che viene dal mare (vedi video più sotto) ha fatto le seguenti cose, in ordine sparso:

  • bombardarsi la zona sotto gli occhi con curiose lucette di dubbia efficacia, provenienti dal laserino antiocchiaie vinto coi punti della farmacia (oh, mica lo sprechiamo, hai visto mai!).
  • Bombardarsi con un laser ben più grande – e costosetto – la parte inferiore delle gambe, o credeva che le sirene vengono così au naturel senza squame? (L’annetto di pelo libero che ho celebrato tempo fa mi ha confermato che vorrei che fossimo lisci come totani, ma in paranza proprio.)
  • Rimuovere dagli occhi, con un panno già chiazzato di mascara, quei riflessi violacei sfumati di blu che tutte noi sirene abbiamo proprio per natura. Non c’entra niente quella palette di Urban Decay a metà prezzo su Wallapop.
  • Avere dolori lancinanti dieci giorni al mese senza che freghi niente a nessuno, e pronunciare frasi misteriose come: “Devo svuotare la coppetta“. E no, quella di reggiseno è già vuota da sempre, riprova a indovinare.
  • Sentirsi dire in uno studio caruccio e dipinto di fresco che con i tuoi valori del test antimulleriano non sarà facile trovarti ovuli buoni, ma bisognerà solo stimolare un po’ di più ormonalmente – con 700 euro di farmaci – e forse è meglio fare due interventi di fila, che dopo due settimane paghi solo 1800 e non 2.400 di nuovo. Per quattro anni il congelamento è gratis.

Donne si diventa, Simone. Ed è una lunga strada, tutta da costruire.

E pure da decostruire, mi sa.

 

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Una volta ho rubato la sporta a una senzatetto.

Sì, è stato uno dei momenti bassi della mia vita, oltre a una delle più grandi figure di merda. Perché ero convinta che lei stesse derubando me.

Stavo distribuendo panini e zuppa in strada con quest’associazione, e le nostre sporte erano simili a quelle che adottavano gli assistiti più anziani. Metteteci pure che ‘sta signora cercava ogni volta di curiosare nelle nostre provviste, convinta com’era che nascondessimo qualcosa a lei o ai suoi compagni.

Un volontario ben più paziente di me l’avrebbe ripresa in un documentario sul Raval, mentre scherzavano insieme. Nel mio caso, una sua unghiata mi fece mollare la presa, e il mio ex, lì con me, mi indicò dove fosse finito il carrellino che trasportavo io. Al che lei, prima che sgomberassimo lo spiazzo, venne apposta da me a dichiarare:

“Ehi, io non ho mai rubato mai niente a nessuno in vita mia, eh?”.

Ma con una voce solenne, diversa da quella dispettosa che le conoscevo.

Ve lo racconto perché è un tipico esempio di situazione in cui la peggiore delle ipotesi non è affatto la più probabile, ma la si dà per scontata. Buonsenso? No: pregiudizio e, in definitiva, paura.

Quante volte lo facciamo? Quante volte sbagliamo i nostri calcoli per paura che gli altri ci freghino? E magari finisce che ci fregano davvero.

Il signore che mi sgridò all’aeroporto perché saltavo la fila dei controlli, mi rivolse lo sguardo soddisfatto di chi aveva sventato un crimine internazionale: “a me non la si fa”. Non si rendeva conto che: 1) la serpentina disordinata che aveva contribuito a formare ci stava confondendo in tanti; 2) ero solo rintronata perché mi avevano appena rubato il portafogli, e rubare a lui cinque minuti di vantaggio era proprio l’ultimo dei miei pensieri.

E vi coinvolgo in tutto questo perché ieri, nel mio trionfale ritorno al gruppo di scrittura, l’esercizio psicologico aveva qualcosa a che vedere col cosiddetto worst case scenario: la peggiore delle ipotesi, appunto. Il nostro guru preferito ci elencava una serie di situazioni che si verificano quando pensiamo ai nostri problemi in termini catastrofici: vediamo tutto o bianco o nero (“se il mondo non è fantastico, fa schifo”), oppure generalizziamo (“tutti mi odiano”), e poi, va da sé, diamo per scontato che l’esito più nefasto in una vicenda sia anche il più probabile, e ci sentiamo intelligenti per questo. Insomma, dalle nostre parti opponiamo all’ottimismo ipertrofico dei ‘mericani un pessimismo cosmico che crediamo furbizia pura, e che invece ci rende fessi senza accorgercene. Prendiamo l’emotional reasoning, o ragionamento emotivo: scambiamo l’emozione che proviamo in quel momento per il frutto di un ragionamento. Come suggerisce questa terapeuta, un esempio tipico è: “Sono arrabbiata con te, quindi mi stai facendo sicuramente un torto”.

Come me con la signora della sporta, che non sopportavo per problemi pregressi. Come qualcuno che comincia una nuova relazione, e per la paura di soffrire pensa che l’altra persona lo voglia lasciare: per cui si comporta in modo così paranoico e sgradevole che la nuova fiamma lo lascia davvero. Perché sì, avete indovinato: la peggiore delle ipotesi ha il vizio di generare profezie, che poi si avverano da sole. Il bello è che, dopo, ci diciamo pure che avevamo ragione noi!

E invece, a dare per buona la peggiore delle ipotesi, la soluzione più probabile ci passa davanti inosservata. Ma quella è antipatica, perché comporta una sana autocritica sul nostro ruolo nella questione, e la spaventosa constatazione che in realtà non possiamo immaginare tutti i fattori, perché la vita è imprevedibile.

Solo che a volte preferiremmo immaginarla orrenda, piuttosto che fuori dal nostro controllo. Facendo così, riusciamo a controllare l’ansia, ma perdiamo opportunità: fossero anche quelle di capire come una persona, o una situazione, ci farà davvero del male.

Molti anni fa temevo rappresaglie al lavoro per aver partecipato allo sciopero generale in un giorno di riunione col capo: invece il mattino dopo licenziarono non solo me, ma tutto il dipartimento, e per una questione di malfunzionamento del sito aziendale che aveva abbassato i profitti. Nei documenti già pronti da chissà quanto mi avevano conteggiato la giornata d’assenza tra quelle lavorative. Una volta in strada, un collega mi confessò ridendo che avrebbe anche voluto partecipare allo sciopero, ma aveva paura del licenziamento: invece io, almeno, avevo fatto quello che volevo, e la situazione che ci aveva rispediti a casa era stata tutt’altra. Una che lui, per le sue mansioni, aveva anche intravisto, confidandosi con noi in pausa pranzo: ma per una mente allarmata un licenziamento da sciopero fa più Dickens, rispetto al classico “Sono finiti i soldi”.

Quindi, siate intelligenti. Non immaginatevi la peggiore delle ipotesi, ma la più probabile.

Se no la vita ci frega sul serio, e non ce ne accorgiamo neanche.

 

(I miei nuovi idoli di sempre)

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