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Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

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Il teatro del crimine: gente che passeggia sulla Rambla, mantenendo le distanze!

Il nuovo anno si è preannunciato col botto fin dai suoni strani che provenivano dalla tromba dell’ascensore. Riti orgiastici di oscura tradizione, perfetti per questo nuovo mondo alla rovescia e scanditi da orazioni il cui senso mi era ignoto:

“Oh le le, oh la la / faccela vede’ / faccela tocca’!”

Che belli, i miei nuovi vicini italiani: per niente vistosi, rumorosi o rispondenti alla macchietta che tanto onore ci fa nel mondo. Ho risposto all’antico richiamo con altrettante formule, rivolte in particolare ai loro antepassati: ma a questo punto le mie parole sono risultate ostiche all’ex compagno di quarantena. D’altronde, a proposito di riti insoliti, lui per l’occasione mi ha regalato una pianta: il famoso regalo di fine anno! Una piantina grassa, che simboleggerebbe la prosperità. Mi ha fatto piacere avere un regalo così insolito, quando meno me l’aspettavo.

Al momento del conto alla rovescia, però, ero sola e in preda al panico, e non stavo contando per i motivi che credete. Avevo una missione speciale. Dovevo mandare a mezzanotte precisa un manoscritto a questa agenzia letteraria, che, in perfetta sintonia con questa fine anno un po’ misterica che mi è toccata, accetta solo i primi tre manoscritti mandati il primo di ogni mese a partire dalla mezzanotte. Pensavano di essersi liberati di me solo perché era Capodanno? D’altronde mi hanno commossa perché, stando al loro web, rispondono alle missive solo se interessati alla proposta editoriale, e nel mio caso si sono presi sette mesi solo per farmi sapere che non erano interessati! Però mandassi pure altra roba, mi hanno incoraggiata: i poveretti non sapevano che li avrei presi alla lettera.

Quando spedisco un nuovo manoscritto, cioè ogni mese, di solito premo “Invio” alle 23:59:59, ma questa volta volevo andare anche a sentire le campanadas, o almeno sorprendere ancora qualcuno a strozzarsi con i dodici chicchi d’uva del rituale iberico: uno per ogni rintocco, sempre per buon augurio. Così, quando ormai avevo già la mail pronta, ma anche la mascherina sul mento e il cappotto canadese su una spalla sola, col tempismo delle 23.57 ho pensato di fare pipì, dopo che col compagno di quarantena mi ero concessa ben tre dita di cava per brindare (e dunque, per i miei standard, ero prossima al coma etilico). Non torno in salone giusto alle 23.59? E nel panico non sono riuscita ad attivare sul cellulare la conta dei secondi! Quale impedita non riesce a innescare un conto alla rovescia a Capodanno? Insomma, ho mandato il manoscritto verso le 00:00:10, in ritardo rispetto agli altri sfigati che stavano passando il primo dell’anno nello stesso modo. Peccato: qualche secondo prima e avrei certo innescato la reazione a catena che mi avrebbe portata al Nobel!

Ma tanto ero in ritardo pure per le campanadas: la gente radunata in Plaça Catalunya, pochetti e distanziati, stava semplicemente bevendo del cava. Meno male che, invece, ero arrivata in tempo per farmi investire sulla Rambla dalla Guardia Urbana!

Perché all’improvviso, mentre mi concedevo un’ultima passeggiata prima del coprifuoco all’una, ho visto tre volanti, tra cui una camionetta, irrompere a velocità supersonica e dividersi proprio sulla Rambla, mentre io pensavo bene di tornare indietro. La camionetta, però, mi si è messa alle costole facendosi un tour panoramico del noto boulevard barcellonese: solo che lo ha fatto a una velocità che Hamilton scansati. Poi si è piantata lì, tra i passanti esterrefatti che non stavano facendo niente, e ha pensato bene di scendere dalla Rambla in direzione di Plaça Catalunya, tagliando la strada a un taxi che sopraggiungeva. Scusate, non sono abituata a queste situazioni: sono bianca. A ben vedere, ero tra le poche bianche in quel momento sulla Rambla, e l’unica da sola, a parte una che attraversava in fretta. Che fosse un falso allarme? O era un metodo mooolto originale per evitare assembramenti? Non lo sapremo mai. Posso solo dire che credevo che gli investimenti risolvessero il problema dell’occupazione, mica quello dell’affollamento! Ma si vede che in questo mondo alla rovescia bisogna essere creativi. Non mi sembra una grande novità di inizio anno, invece, il fatto che le uniche persone che in quel momento attentassero alla mia salute non erano i “terribili immigrati” che mi circondavano.

A quel punto ho guardato l’orologio di un palazzo modernista che di solito ignoro (il palazzo, dico) e stavolta mi è sembrato bellissimo, così chiuso e deserto: era mezzanotte e un quarto, e già avevo rischiato la vita!

E dire che l’anno appena passato mi ha insegnato, per i motivi sbagliati, a essere la giusta me stessa: forte per forza, orsa per vocazione, strega per ammore.

Chissà quali macumbe dovremo mettere in atto ancora in questo nuovo anno col mondo alla rovescia.

Per il momento, arripigliamoci dal cava, o champagne, o spumante.

Per arripigliarsi e basta c’è tempo. Buon anno!

(… prospero año y felicidad!)

Jean Claude e Madre a Natale | Natale

Giuro che questo Natale non vi ho secciato io.

(Per chi ci segue da fuori Napoli: non sono stata io a portarvi sfiga.)

È vero, la mia aridità quando si parla delle feste è notoria e profonda, e neanche originale: siamo un po’ di noi a chiederci perché dobbiamo spendere un capitale in biglietti aerei e regali inutili per sentirci dire da zia Genoveffa che “Non capiamo niente della vita perché non siamo madri” (e a casa ancora non capiscono perché me la prenda tanto). Possiamo fare la stessa cosa un week-end di novembre, o in uno dei numerosi ponti della stagione autunnale, senza svenarci o scoprire che, paradossalmente, gli amici che volevamo vedere sono più impegnati ora che sono in ferie.

Ma tanto che ve lo dico a fare: quest’anno il Natale lo passerò a modo mio. Con una persona cara (una), preparando piatti vegani senza dover “cucinare a parte”, andando a dormire all’ora che mi va. Per l’occasione ho messo perfino una candela sul tavolo! Gli elfi di Babbo Natale ringraziano commossi per lo sforzo.

In tutto questo, riflettevo su due concetti. Uno si afferma da poco, un altro boh, spero di non inventarmelo io.

Il primo è amatonormatività: che etimologicamente fa schifo, ma, come dice la persona che trascorrerà la vigilia con me stasera, nei paesi in cui potremmo coniare neologismi decenti dal greco o dal latino stiamo ancora a discettare di aborto libero. È l’idea per cui la specie umana è naturalmente portata ad avere relazioni sentimentali, e già che si trova ad avercele monogame ed eterne (almeno nelle intenzioni iniziali). Ormai non sto più a dirvi che sempre più gente nel mondo commenta: “Ma anche no!”. Vi informo piuttosto che ci sono delle persone che non sperimentano neanche l’attrazione sessuale, e altre che non s’innamorano (semplificando il concetto). Certo, in Italia abbiamo rimosso la “A” dal collettivo LGBTQIA+, infatti di solito diciamo solo LGBT+, e il problema di includere gli aromantici e gli asessuali in un paese cattolico è che una delle priorità è ancora la lotta alla repressione e al moralismo, come ci ha insegnato la triste vicenda della maestra di Torino.

Beh, però che libertà vogliamo, allora? Parte della libertà sessuale o amorosa consiste anche nell’essere liberi di evitare le relazioni, se non ci vanno. Altrimenti, appunto, il nostro modo di relazionarci con qualcuno diventa una costrizione, un compitino da svolgere per dirci che siamo normali.

Vorrei partire da questo concetto per mandare un messaggio a un grande, anzi al più grande: Aristotele. E lo farò allo stile della mai dimenticata Mariarca (*prende fiato*): “ARISTOTELEEE! ‘E schiatta’! Ma che sei andato dicendo alla corte di Alessandro Magno? Che l’uomo è un animale sociale? Vattenne, che non è che perché sei peripatetico tu dobbiamo esserlo tutti quanti!”.

No, scherzacci a parte (e sex work is work): sono stata la prima, fin dall’inizio, a dire che ci salviamo solo insieme. Se non ci diamo una mano è la fine, e della storia dell’animale sociale accetto volentieri la solidarietà, la connessione con altri individui. Ma, come la lotta alla repressione sessuale non deve discriminare chi non prova impulsi sessuali, la lotta all’individualismo non comporta che le persone che adorano trascorrere mooolto tempo da sole (come me, anche se non mi credete) debbano per forza essere represse o traumatizzate, oppure “orse” e basta. Se mi piazzate in un festone di venticinquemila persone mi metto a ballare tanto e così male che vorrete fingere di non conoscermi. Invece, se questo Natale tocca restarmene nella mia stanza, con un buon libro e un po’ di musica, mi va bene anche così.

Ecco, magari questo. Che sia un Natale in cui, come sommo regalo, impariamo in paranza a ricordarci qual è il vero obiettivo: stare bene. Questo non vuol dire negare la tristezza che ci possa assalire in circostanze come questa della pandemia, né vuol essere un insulto per chi questo Natale piange una persona cara, un lavoro perduto, la prospettiva di rimandare di nuovo la realizzazione dei propri desideri. Allora aggiungo: l’obiettivo è star bene, se possiamo.

E a volte possiamo star bene solo se accettiamo che succederà in circostanze diverse da quelle che avremmo previsto, o auspicato per noi. L’esperienza m’insegna (*le spunta un cappello rosso in testa e le nevica in casa*) che questa è la via più breve per trovare cosa ci serve davvero, ed essere felici.

Buone feste.

(Io come Madre.)

L'immagine può contenere: una o più persone e primo piano

Ecco un elenco di scemenze che sono riuscita a fare in sette mesi con la mascherina:

  1. Provare a soffiarmi sulle mani infreddolite mentre indosso la ffp2.
  2. Provare a salutare un conoscente che non vedo da sette mesi e che non ha più idea di chi io sia, considerando che ormai ho pure la criniera del Re Leone.
  3. Provare a portarmi una bottiglia/una tazza di caffè alla bocca, anche in un bar.
  4. Provare a ordinare il Mate Cola a più di un negoziante pakistano del carrer Sant Pau (“¿Perdona?”), per poi rassegnarmi ad abbassare la mascherina un secondo: non avevano comunque idea di cosa stessi dicendo.
  5. Vomitarci in treno.

Ebbene sì, sono diventata una leggenda metropolitana! Il fatto è che, ve lo giuro, io schifo i treni della FGC: almeno la tratta che porta a Sabadell! La prima volta che mi ci sono sentita male, andavo a fare ricerche all’Archivio Nazionale di Sant Cugat, e stavo leggendo L’arte di amare di Fromm: un brano sui figli che mentono a sé stessi sui torti dei genitori. Pur di prendere aria stavo per uscirmene alla stazione sbagliata, così ho pensato che fosse chissà per quale trauma infantile rimosso. Macché: come mi sono accorta in viaggi successivi, tipo le lezioni d’italiano che impartivo a Sabadell, mi dà proprio la nausea il treno!

Sarà per il dondolio instabile (ma che rotaie sono?), o per l’aria viziata, oppure per quell’odore indefinibile che sempre mi assale su questi treni, come di aeratore non spolverato dai tempi della Guerra Civil… Fatto sta che, ogni volta che sono costretta a viaggiarci, nella migliore delle ipotesi mi gira la testa.

L’ultima volta avevo preso il treno per fare una passeggiata qui. Ma era estate, ero seduta nella stessa direzione del treno (accorgimento che devo prendere solo su questa tratta), ed ero circondata da sedili vuoti, davanti a un finestrino aperto.

Invece adesso ero reduce da questa conferenza, avevo un mal di testa atroce, e il cappotto canadese “di mezzi tempi” (che per il Canada equivarrebbero tipo a – 6) mi teneva un caldo boia. Tuttavia, temevo che iniziare le elaborate manovre per sfilarmelo mi sarebbe stato fatale, e m’ero rassegnata solo dopo due fermate all’urgenza di cimentarmi nell’impresa. Oddio, mi sentivo la mascherina appiccicata alla bocca. Oddio, mi mancava l’aria. La tipa seduta di fronte a me si è alzata una fermata prima di quella che aspettavo io, che poi era il capolinea. Per un momento ho pensato: che faccio, scendo anch’io? Mi ritroverei solo a un chilometro da casa: una bella passeggiata a piedi… E se poi mi gira la testa e butto i passanti per aria, come mio solito? Finisce che mi diventa la walk of shame di Cersei Lannister, anche se senza campanella e con un cappotto canadese a scongiurare il nudismo.

Alla fine mi sono solo seduta nello stesso senso di marcia, e ho atteso l’ultima fermata. Chi mi ammazza a me, ho pensato: alla fine stavo esagerando, ormai mancava solo qualche minuto e… E niente, è arrivato il rigurgito antifascista. Sarà che stavo pensando all’organizzatore della conferenza, che tempo fa mi aveva proposto di tenere un incontro semi-apologetico su Mussolini

Attenzione: altri dettagli pulp in arrivo (a parte Mussolini, dico). La mascherina non si è macchiata, perché mantenevo le guance gonfie in modalità otre finché non è arrivato il momento di scendere, e infilare le prime scale che mi portassero all’aria aperta. Ma quegli strani minuti passati col mio vomito in bocca come fosse una Big Babol, sono stati molto interessanti. Anche se avessi lanciato l’allarme, chi mi avrebbe aiutata? Di questi tempi, qual è il protocollo se una persona sta male in un luogo pubblico?

Vabbuo’. L’operazione di pulizia, complici un cestino dell’immondizia e un fazzoletto non usato del Buenas Migas, è stata meno “de classe” del previsto, ma credo vi abbiano assistito solo un paio di passanti, che staranno ancora vomitando a loro volta.

Mai avrei creduto di poter scrivere questa frase, ma… fortuna che non avevo mangiato! Nel primo pomeriggio si stava facendo tardino per il pranzo, e per essere sicura di arrivare alla conferenza dovevo prendere il treno alle quattro: così, dopo almeno due anni passati a far merenda coi patacones fritti del negozio latino, ho ripreso delle gallette di riso per tamponare, con l’idea di regalarmi, al ritorno a Barcellona, una sontuosa cena da asporto.

Ma dopo, ehm, l’incidente, chi la voleva più, la cena? Specie ora che i ristoranti chiudevano alle nove (e ormai erano le otto passate) e che le uniche opzioni vegane in giro erano il solito burger che un po’ sticazzi, o magari del riso saltato, se riuscivo a convincere il cuoco cinese che l’uovo non fosse esattamente un vegetale.

A questo punto sono andata a casa con lo stomaco sottosopra, e il pensiero che questo Natale strano mi regalerà almeno infiniti numeri, tutti da giocare.

Devo dire che stavolta, prima che prendessi il treno, l’organizzatore non mi aveva proposto una conferenza su Mussolini, ma si era congedato con una riflessione che fa un po’ “Buongiornissimo, caffettino?“, sul rapporto tra la conferenza che avevo appena dato (sull’industrializzazione, il progresso, la tecnologia Belle Époque) e l’affondamento del Titanic.

“Anche oggi, cosa credi?” aveva concluso questo settantanovenne, sistemandosi la mascherina. “Facciamo tanto gli splendidi, noi umani, e ancora nel 2020 ci manda in crisi un microbo.”

Ecco, mai sottovalutare troppo le riflessioni buongiornissime.

La presión cada vez más creciente sobre la estética y el cuerpo de las  mujeres – Mujeres para la Salud

Finalmente, grazie al lavoro di Gabriela Cistino (alias Unaelle) abbiamo una scheda completa in italiano sulla pressione estetica, un concetto fondamentale per capire la natura della discriminazione delle donne, e quella dei recenti moti collettivi di indignazione, che ancora vengono sminuiti come estemporanei e complottari. È normale, questa nazione non c’è abituata: ma le cose stanno cambiando 🙂 .

Per fortuna, per le istituzioni spagnole, questo tipo di pressione viene riconosciuto come una forma di violenza.

La bellezza ha tanti volti, ma quello che ci viene proposto è quasi sempre lo stesso. Proposto, e imposto: il messaggio dell’industria della bellezza è “Così come sei, non vai bene”. Una cosa è decidere così, perché ci va, di truccarci o depilarci o vestirci come più ci pare. Un’altra è che passino messaggi come:

“Devi truccarti se no sembri stanca, devi depilarti se no sembri una scimmia [ma povere scimmie!], devi mettere il tacco 12 anche quando fai la spesa perché la tua altezza non va bene. Non va mai bene niente, a meno che tu non ci dai i soldi per avvicinarti vagamente, e con riserva, a un ideale che non raggiungerai mai”.

Anzi, sapete che c’è? C’è un equivoco anche su questo: l’ideale di bellezza non è “irraggiungibile”, è proprio inutile. Zadie Smith ha dato un massimo di quindici minuti di tempo alla sua figlioletta per “farsi bella” (il figlio impiega due minuti e può fare altro). La pronta (e imbarazzante) risposta di un giornale di moda che campa anche della vendita di prodotti di bellezza spiega l’intera natura del problema.

Insomma, sono la prima a dire che può essere un gioco, ma sul serio, sappiamo bene quanto diventi un’imposizione: allora finiamo per dedicare tempo ed energie a qualcosa che non ne vale la pena, e in fin dei conti non ci serve per essere felici.

Ma bando alle ciance: vi lascio la scheda in italiano qui sotto, buona lettura!

Broccoli lessi
Da casaecucina.it. Come si dice a Napoli: n’aggio scaurate ruoccole, ma tu jesce fore ‘a pignata.

Ssst, ho capito tutto.

L’ho capito alla fine di un pomeriggio in cui mi era sopraggiunto un problema burocratico frequente in tempi di covid, ma avevo dato la mia parola a un’amica, per aiutarla con un suo progetto letterario. A ben vedere, l’amica aveva ricevuto altre informazioni sul suo progetto e non aveva più bisogno di me, o non con urgenza. Allora mi ero trovata a questo bivio: tradire l’amica o tradire me? Lo so, sono un po’ melodrammatica quando mi rimangio gli impegni presi. Ma sul serio, a un certo punto era parso che l’aiuto che avevo promesso fosse ormai superfluo o posticipabile, per quanto l’amica insicura affermasse il contrario, mentre il mio problema, se non era proprio urgentissimo, mi preoccupava comunque un bel po’.

Poi avevo capito che la questione burocratica non si sarebbe risolta in un giorno, ed ero accorsa troppo tardi ad aiutare l’amica: ma quella intanto, come previsto, aveva fatto benissimo anche senza di me e in quel momento non poteva ricevermi. Visto che ero in strada, avevo avuto voglia di chiamare qualcuno per sfogarmi sul pomeriggio buttato, ma tutti i miei amici, man mano che facevo mente locale, si rivelavano troppo impegnati con problemi loro, o irraggiungibili, o inaccessibili in altri modi più creativi. Così alla fine m’ero ritrovata a peregrinare da sola, e con la ffp2 che mi costringe a tenere la bocca sempre aperta (sì, ho ancora l’allergia!).

Mi chiedevo: perché, a sette anni dalla mia crisi globbale totale, mi ritrovo ancora un parco amicizie sul disfunzionale andante? E dire che detesto lo sdoganamento della parola “disfunzionale”! Però insomma, tante persone che conosco e amo sono brillanti, intelligenti e buone come il pane, ma stanno più fuori di un balcone e mi succhiano un sacco di energie, in rapporti in cui mi trovo quasi sempre a dare di più di quanto ricevo. E non dev’essere il do ut des ultra-simmetrico che pretenderebbe qualche conoscenza locale, abituata a dividere fino all’ultimo centesimo anche il conto del caffè. Però, certo, non disdegnerei la possibilità di chiamare qualcuno per parlare un po’, dopo una giornata di merda, senza che l’altra persona sia troppo presa dai suoi problemi (o da sé e basta) per starmi a sentire.

Alla fine mi ha salvata un’allegra famigliola trapiantata a Torino, che in diretta WhatsApp è riuscita a intrattenere mezz’ora la bimba neonata che lottava con la dentizione, e a fare anche da babysitter a me! Poi dice che la tecnologia allontana le persone.

Resta in piedi la domanda: “Perché le persone che frequento si rivelano ancora più esaurite e impegnative del resto dell’umanità, che già di per sé è piuttosto folle?”.

E qui, vi dicevo, ho trovato la risposta.

Vado per punti. Innanzitutto c’è un equivoco di fondo: l’idea che “attiriamo”, soltanto noi nell’universo mondo, le cosiddette persone tossiche. Non è vero, quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio, ma alcune persone le scaricano subito e altre le lasciano entrare.

A questo punto, sorge la domanda: il problema è lasciarle entrare, o lasciare che restino? Adesso, io sono passata dai pesaturi manifesti a quelli in incognito: o meglio, a gente che a occhio e croce avrà pure dei problemi (“E chi non li ha!”), ma ha anche tanti pregi che, almeno all’inizio, sembrano compensare. Che so, l’amico più giovane che ti assume a modello di vita (e già questo la dice lunga…) è effettivamente un po’ confuso, ma parlarci è piacevolissimo. Oppure, il tipo sensibile e simpatico che per un po’ è stato “allo sbando”, come dice il TG, avrà pure diritto a una seconda possibilità!

Mi sento dire spesso che “effetto sorpresa” un par de ciufoli: ho fin dall’inizio tutti gli elementi per valutare se un qualsiasi vincolo che stabilisco sia potenzialmente nocivo o spompante. Sono io che mi ostino a ignorare i segnali. Ma io non credo sia così.

Perché, nel mio passaggio epocale dai disagiati manifesti a quelli in incognito, acquisisco solo in un secondo momento un sacco di informazioni a cui non potevo arrivare: magari il tipo della seconda opportunità ha le allucinazioni, o la nuova amica che vedo ogni tanto soffre di stress post-traumatico in seguito a uno stupro, e non la prende bene se mi fermo a litigare con un coglione che ci fischia dietro in strada… Sono fattori che potevo prevedere? Francamente, la mia più nera immaginazione non arriva a tanto, e informazioni del genere, specie con gli amici anglosassoni, possono giungermi dopo un bel po’ di tempo dall’inizio della frequentazione.

Ed ecco la mia conclusione:

  • il problema non sorge quando lascio entrare nella mia vita questa gente, che magari è bizzarra ma è all’apparenza innocua: se riduco tutto a quello, mi ritrovo anche a sminuire l’alacre lavoro con cui, a costo di peccare di allarmismo, ho lasciato fuori tantissime persone alla prima battuta non gradita;
  • il problema non sorge neanche quando, una volta venuti fuori gli elementi problematici e distruttivi per me, decido che i pregi e l’intesa creata prevalgono, e queste persone possono restare nella mia vita;
  • il problema vero è che, anche quando possiedo elementi che cambiano le carte in tavola, decido che il rapporto deve continuare come prima: come io mi aspettavo che sarebbe stato.

Ed è da quest’ultimo punto che mi è venuta la soluzione: non si tratta né di continuare come prima, né di recidere il vincolo se non voglio. Si tratta di cambiare la relazione: adattarla alle nuove premesse, visto che sono diverse dalle condizioni in cui era iniziato il legame.

Tutto qua. Erano mesi che mi chiedevo come trovare un equilibrio tra il pensare al proprio benessere emotivo (anche liberandosi di presenze inopportune) e l’odiosa tendenza, che mi dicono essere molto attuale, a buttare via un’amicizia o un amore appena si presentino delle difficoltà. E invece ho capito che mi aspetta un lavoro molto meno drastico, e perciò più faticoso: accettare il cambiamento. Quel fenomeno per cui un amore può diventare un’amicizia, un’amicizia un amore, e tutti e due possono diventare, se proprio la cosa è irrecuperabile, un numero bloccato sul cellulare.

Così, col senno di poi mi dico (ma a quanto pare ci voleva una pandemia per farmelo capire) che è meglio sostenere senza nessuna aspettativa, e perfino un po’ a distanza se possibile, il tipo che vuole una seconda opportunità dalla vita, ma non è in grado di rapportarsi ad altre persone: almeno finché non riuscirà a rialzarsi sul serio. Oppure l’amica nuova che vaga stralunata per il mondo va vista ogni tanto e con tutte le precauzioni del caso (mai affidarle l’organizzazione di una cena per dieci!).

Tutto questo dobbiamo adottarlo, va da sé, se per noi vale la pena continuare. Se no vale sempre il consiglio del mio migliore amico: fuje sempe tu.

Come ve lo traduco, per chi legge da fuori Napoli e non mastica l’idioma? Diciamo che è tipo l’urlo lacerante (“Run!”) che ascolterete nel video qui sotto:

Amazon.com: Winged Gargoyle BUNNY in the Foggy Woods: Handmade
Primo piano del boschetto della mia fantasia, disponibile su: https://www.amazon.com/Winged-Gargoyle-BUNNY-Foggy-Woods/dp/B015YBE8AM

Forse pensate che io esageri, quando dico che la mia vita è surreale.

Allora vi spiegherò che ieri stavo in fila da cinque minuti in una cartoleria catalana nel Raval (e già così, credetemi, fa un po’ ridere) e aspettavo che il tizio davanti a me comprasse un gargoyle.

Quando ero entrata io, il ragazzo (capelli lunghi, occhiali con la montatura dorata, pantaloni della tuta targati AC/DC) si era già fatto prelevare la statuetta di pietra nera dagli scaffali pieni di orologi vittoriani, e cappelli alla 4 Non Blondes con occhiali incorporati. In attesa che la cartolaia gli ultimasse il pacchetto regalo, il giovine spiegava in catalano che la sua ragazza adorava le cianfrusaglie neogotiche, e quello era il suo regalo di compleanno.

L’anziana cartolaia mi dava più l’impressione di una che ti consiglia il gargoyle giusto (pur schifando il prodotto) piuttosto che quella di una che attiva computer e mi stampa le bollette della luce, che era il motivo per cui ero lì. Il Comune di Barcellona, infatti, mi aveva appena avvisato per raccomandata che avevo dieci giorni per dimostrare che vivevo proprio dove avevo dichiarato di vivere, cioè a casa mia. Ogni tanto lo fanno.

Ribadisco che, da quando sono entrata io a quando è uscito il tizio (che aveva già scelto il suo cazzo di gargoyle quando ancora mi trovavo fuori alla cartoleria), sono passati cinque minuti d’orologio. La cartolaia ci ha messo tutto quel tempo a fare il pacchetto, piazzandosi bene nella mia hit parade di negozianti locali: adesso la tengo giusto sotto quelli che mi fanno aspettare al bancone mentre parlano al telefono con la Marieta del Mercat, e quelle che sconfiggono il patriarcato dibattendo con la cliente in fila alla cassa prima di me (ogni riferimento è puramente casuale). Grazie agli incidenti che vi sto per raccontare, la signora ha superato pure quelli che mi sbagliano due copie di chiavi su tre, oppure chiudono il negozio un po’ a cazzo di cane, quando dicono loro. Già vi vedo sul piede di guerra a difendere la lentezza e il commercio locale, e voglio pure darvi ragione, ma fate una cosa: contate esattamente cinque minuti d’orologio, e vedete se non sono tanti, per fare un pacchetto.

Per ingannare il tempo, con la maturità di donna adulta che mi contraddistingue ho iniziato a fare le boccacce all’uomo che mi aspettava fuori, e che di lì a poco, esasperato, si sarebbe messo a leggere in piedi davanti al negozio. Sì, era il mio compagno di quarantena, e a dirla tutta mi aveva appena regalato a sua volta un nuovo momento WTF: un’oretta prima era seduto con me a una panchina del porto, tra volanti della polizia che scorrazzavano in cerca di un cagnolino smarrito, e mi aveva spiegato che… avevo presente il lavoro d’ufficio che lui doveva iniziare lunedì? Ovvio che avevo presente: per sostenere il colloquio online, l’imbranato mi aveva colonizzato tre dispositivi elettronici per un’intera giornata, bestemmiando in videoconferenza al livello massimo della sua volgarità (cioè, “Oh, shoot.”). Ebbene, aveva proseguito il compagno di quarantena, il fatto era che alla fine non s’era presentato più a lavorare. S’era perso sia il primo giorno di training, che il secondo: aveva rinunciato, insomma. Perché?, avevo chiesto neanche troppo meravigliata. Perché, mi aveva risposto lui, il giorno prima aveva fatto un incubo. Grazie a quello aveva capito che non poteva. Non sopportava di restare nove ore davanti a uno schermo: detestava gli schermi. Detestava la tecnologia. Voleva andare a lavorare per qualche mese come volontario in una fattoria in cambio di vitto e alloggio, finché non finiva questo lockdown di fatto: così almeno finiva lui di scrivere questo benedetto resoconto sulla sua precedente vita in strada.

Ora, il compagno di quarantena va dicendo questo da un anno, ma intanto che lui si decide a poggiare la penna sul quaderno (figurarsi se ha un computer!) io sono alla quarta stesura del mio resoconto sulla sua vita in strada. Si chiama Sam è tornato nei boschi, è un po’ romanzo e un po’ una cronaca delle peregrinazioni di un senzatetto “per scelta”. Conoscete qualche casa editrice folle che me lo pubblichi?

Vabbè, come non detto.

Tanto, ieri, il massimo che mi toccava stampare erano le cavolo di bollette di casa mia, giusto per dimostrare al comune di Barcellona che sono io a pagarle (un metodo di verifica infallibile, peraltro). Mi vergogno quasi a comunicarvi l’ovvio, ma la stampante della cartolaia s’è inceppata alla fine della prima stampa: dunque, mentre la negoziante strappava via brandelli di carta dalla macchina, ho avuto tutto il tempo di scoprire dai quattro fogli superstiti che la compagnia della luce mi attribuiva ancora l’indirizzo che avevo nove anni fa, proprio nel Raval. Per risalire al mio indirizzo attuale bisognava andare a pagina due della bolletta, e una banalità del genere, al Consolato italiano, mi aveva spostato di ben tre mesi una pratica importante. Il Comune di Barcellona avrebbe mai uguagliato questi livelli di incompetenza?

In compenso, la breve autodichiarazione che allegavo alle bollette della luce, e che era uscita per ultima dalla stampante ormai tornata in sé, presentava due o tre parole attaccate l’una all’altra, come l’iscrizione su un’anfora romana. Ebbene sì: l’unica cartoleria aperta nei pressi dell’Università di Barcellona stampa ancora in doc, invece che in docx. Scusate, in tempi normali vado a stampare in posti in cui non è necessario salvare in pdf una mia dichiarazione sul fatto che vivo davvero a casa mia!

Nell’attesa, almeno, il compagno di quarantena progettava un piano B per sfuggire agli sche(r)mi, che prevedeva un suo ritorno provvisorio in Inghilterra (nota nazione poco digitalizzata). Io, invece, m’ero resa conto di che giorno era. Erano passati esattamente sette anni dalla crisi più nera della mia vita: una roba che mi aveva fatto entrare in abiti che sarebbero stati stretti a Dolce Memole, e svegliare alle sei del mattino per intonare un coro a una voce sola di lamentazioni in assiro-babilonese. Non fraintendetemi: oggi la mia vita è sempre una sit-com, come potete notare, ma rispetto a sette anni fa è il paradiso. Sette anni fa non mi accompagnavo solo a gente folle che potesse auspicare un lockdown in fattoria, ma a gente folle che perdipiù mi disprezzava pure. E magari non dovevo dimostrare la mia esistenza al Comune di Barcellona, ma in compenso provavo a spiegare ai miei amici che, nonostante le apparenze, la mia nuova casa non era popolata da fantasmi (o da gargoyle, se era per questo). Oppure chiarivo al robivecchi pachistano, a cui regalavo le atroci statuine del vecchio proprietario, che i santi non andavano appesi per l’aureola.

Una volta uscita dalla cartoleria, redarguivo pure il mio matto del momento: non tornare al tuo paese, dicevo, che sempre in un bosco finisci, e quelli inglesi sono più freddi delle pinete di qua.

E se il comune decide che non vivo più a casa mia, è la volta buona che in un bosco ci finisco anch’io.

Il boschetto della mia fantasia non sarebbe male, specie adesso che se ne cade di gargoyle in pietra nera.

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A volte mi sento assediata dal tempo.

Mi sento come se, delle mille cose che potevo fare e dei mille luoghi in cui potevo essere, delle tante persone che volevo conoscere, mi rimanesse un fazzoletto di vita che sembra ancora spazioso solo perché non se ne vede la fine, tanto è stretto e lungo: ma, se ti ci incammini, scopri che porta a un solo posto.

Questo pensiero è l’unica concessione “angosciata” che ho fatto alla quarantena, che altrimenti mi è parsa tranquilla e in fondo generosa: un’alternativa che avevo alla prospettiva di cadere malata, io che avevo pure la fortuna di non patirci la fame.

Ne parlavo ieri in spiaggia con un’amica: del privilegio di aver usato la quarantena per stabilire le mie priorità, di aver accettato quello che forse non farò mai, di aver accolto con gioia quello che posso fare ancora.

Vivo in un’epoca che è triste per molti e nera per tanti, ed empatizzo coi miei simili, io che a starvi a sentire sembro sempre starmene in disparte o prendervi in giro: osservo con curiosità le piccole cose che mi richiamano l’attenzione anche quando mi spaventano.

Venerdì scorso, per esempio, osservavo una camionetta della polizia in fiamme giusto al centro di Via Laietana, tra scoppi che avevo interpretato subito, forse a torto, come di proiettili ad aria compressa. Davanti a quel fuoco ho avuto paura come mai in dodici anni di vita a Barcellona, a parte quella volta in cui, in una piazza avvolta nel fumo, una ragazza dai capelli neri raccolti sulla nuca aveva provato a fermare i gruppetti di manifestanti in fuga, che rischiavano di scontrarsi tra loro come in uno sketch di Benny Hill. “Inutile correre” la ragazza quasi rideva, tra gli spari e le sirene. “Verranno da tutte le parti. Tanto vale che restiamo qua ad aspettarli.”

Venerdì, invece, io non volevo aspettare proprio nessuno.

Filavo a casa tra i bengala e quegli altri scoppi che non sapevo identificare. Correvo e scattavo le foto sfocate che fanno parte del mio compromesso con la terra in cui sto ora: non ti capisco, ma provo a raccontarti.

Poi avrei postato quelle foto, qualcuno avrebbe commentato che “amo il pericolo”. No, amo le storie. Raccontate con ogni mezzo di comunicazione. Non devono essere originali, anzi: niente mi affascina quanto una storia raccontata da più voci, scritta o diretta da più mani. Mi ricorda quanto sia tutto sfumato, passeggero. Quanto sia meglio così.

Per esempio, c’è una strada, ai confini della città. Da un lato è Barcellona, dall’altro lato non si può, non si deve andare, non nei festivi. È questione di attraversare, di spostarsi qualche numero civico più in là. Il mio coinquilino doveva andare sabato pomeriggio dalla parte sbagliata della strada, da una ragazza, a fare i dolcetti dei morti.

Però venerdì sera, quando era tornato puntuale con l’inizio del coprifuoco, il coinquilino sbraitava con quelli che avevano acceso i fuochi in strada: non erano i suoi, erano soprattutto negazionisti e ultrà del Barça. Non chiedevano sussidi e leggi perché la guerra al virus non diventasse una guerra ai poveri: facevano casino e basta, e mettevano nei guai anche les companyes del coinquilino (qui è diffuso il femminile come plurale generico). In seguito allo sgombero di un centro sociale era stata convocata una manifestazione proprio questo sabato in cui lui, che in fondo aveva già dato partecipando al corteo di lunedì, doveva andare a fare i dolci dei morti. Ma dopo quel venerdì di tafferugli ultrà, la polizia sarebbe andata agguerritissima alla manifestazione dei suoi: il coinquilino doveva sostenerli, e almeno quel sabato doveva rinunciare alla ragazza che viveva dall’altra parte della città, e ai suoi dolcetti.

Il giorno dopo, invece, lui era già con la mascherina poco dopo mangiato: andasse per i dolcetti, che di questi tempi è meglio prendersi tutte le gioie disponibili. Ottima scelta, perché almeno stavolta la potenziale guerriglia era stata una tempesta in un bicchiere. Alla manifestazione ci sarei finita io, solo per constatare che già un’ora prima dell’inizio c’erano quindici camionette e due ambulanze.

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Un’ora dopo l’inizio, quando ripassavo di lì al ritorno dalla mia solita dose di vitamina D, al massimo si accendeva qualche fiaccola dopo la consueta lettura dei comunicati, con tanto di invito alla folla a scansarsi durante l’operazione. La guerriglia sarebbe avvenuta più tardi, lontano da me, e non l’avrebbero condotta quei quattromila presenti in piazza (millecinquecento “per la questura”), ma una ventina di facinorosi, che ovviamente sarebbero finiti sui giornali come principale evento della serata.

C’è gente a cui piace raccontare sempre la stessa storia.

Warrior of the Week: Baloo – LIBA Football and Leadership

Mi arrivano notizie dal paese.

“Sai, ho trovato un lavoro! Nella rivista per cui ho pubblicato gratis da studente. Ancora non possono pagarmi, ma hanno cambiato format e di sicuro i soldi arriveranno. Poi mi faccio contatti, mi hanno fatto intravedere un lavoretto…”

Intanto che leggo, il vicino del piano di sotto tiene una vera e propria conferenza sui suoi principi morali, e lo fa nel mio salotto: la sua connessione gli sta dando problemi e mi ha chiesto il favore di usare la mia per la terza parte del suo ultimo colloquio di lavoro. Per la verità non capisco bene di cosa parli agli esaminatori (tre uomini e una donna, l’assonanza col film non mi sembra un caso), ma ad aspirare a quel lavoro d’ufficio sono rimasti in quattro. Il vicino insegnava italiano fino a qualche mese fa, ora si è accorto che le scuole di lingue che non hanno chiuso per il virus non hanno certo troppe ore di italiano da offrire agli insegnanti: quando si deve tirare la cinghia, si imparano solo le lingue necessarie a produrre. Spoiler: l’italiano raramente si trova nel novero.

Il colloquio del vicino finisce in tempo per ora di pranzo, così apparecchio nella “sala colloqui”, ritornata salotto. Il vicino rifiuta l’invito a restare, non fidandosi forse della mia pasta ammescata, e mi confessa che non è soddisfatto di come lui abbia svolto la prova di lingue. Già perché, in queste selezioni che non finiscono più, è prevista pure quella, oltre a una prova di informatica. E meno male che non c’è il test psico-attitudinale, come quello che hanno dovuto sostenere svariati amici per Amazon!

Mi accorgo solo dopo mangiato di un altro messaggio, non dal paesello ma dal capoluogo: l’amica traduttrice. È su di giri: ha trovato una casa editrice che le fa addirittura il contratto! Cioè, il contratto, ho presente? Avevo ragione io, duecento euro per un part-time non si può sentire. Finora però ci si era sempre pagata l’affitto: certo, a patto di accettare tre o quattro lavori alla volta… Questo editore invece è uno onesto: addirittura si parla di seicento euro! Sempre part-time, ovvio. Certo, quando c’è qualche traduzione urgente da fare, lei non sta tanto a guardare l’ora…

Anche al vicino di giù (quello del colloquio nel mio salotto) era stata chiesta flessibilità. Su questo argomento spinoso, alcuni amici hanno avuto la bella pensata di essere onesti, col loro test psico-attitudinale di Amazon, e confessare che no, sulla flessibilità sono “poco d’accordo” (crocetta virtuale sulla casella apposita). Il vicino, invece, ha contattato tutti gli italiani che lavorano nell’azienda in cui vorrebbe entrare, ha scoperto che sono perlopiù milanesi imbruttiti stile figa-fatturato (lui è toscano, poteva andargli peggio…) e si è sentito dire: “Qui il lavoro finisce quando finisce il lavoro!”. Se insegnasse ancora italiano, assegnerebbe la frase agli alunni chiedendo di spiegargliela. Credo che la risposta non gli piacerebbe. Ma gli va bene lo stesso: lavorando da casa, si può almeno esercitare a suonare la chitarra, in previsione di quando potrà tornare a esibirsi col suo gruppo. Perché prima o poi succederà, vero?

Torniamo al paese. Mesi fa avevo applaudito la scelta di un amico, fresco di esame di abilitazione nel suo campo, di lasciare la piccola azienda a conduzione familiare in cui si faceva sfruttare con un patto non scritto: al momento mi sobbarco, per uno stipendio medio-basso, turni che vanno ben al di là delle otto ore. Poi, una volta abilitato, non rompete e mi date quello che mi spetta. A me sembrava un pozzo senza fondo. Anni di ore regalate, e stress, per un salto nel vuoto che, a dirla tutta, si fonda su un assioma interessante: puntare le speranze di fare carriera su datori di lavoro che, finora, ti hanno schiavizzato. Il problema, come sapete, è che da noi è la prassi.

Ultimo viaggio nel magico mondo del lavoro a Barcellona: ricordate il mio compagno di quarantena? Era a vagabondare per la Galizia, è tornato ieri. Comunque, prima del lockdown, al ritorno dal colloquio per il call center di Disney+, era tutto rammaricato perché non aveva saputo imitare Baloo. Sì, proprio quello del Libro della giungla. Ve lo giuro. Lì i colloqui d’ingresso erano più “dinamici” e “proattivi”, come amavano ripetere gli esaminatori, e tra le prove c’era “Imita il tuo personaggio Disney preferito”.

Lui era convinto di non essere passato. Quando gli è arrivata la telefonata, io c’ero. O meglio, ero in un’altra stanza. Gli sentivo balbettare, ancora assonnato, che “dell’azienda gli erano piaciuti i valori, lo spirito…”. Imparavo così la versione inglese della fuffa che si racconta a chi decide se assumerti, per non dire: “Mi è piaciuto l’ammontare dello stipendio”. Tanto, il suo piano diabolico era portarsi il taccuino al lavoro, e scrivere i suoi appunti per il blog personale, mentre rispondeva a genitori disperati perché non sapevano come proiettare i contenuti dell’app sulla smart TV (e la parola app gli era sconosciuta quasi quanto smart TV).

Insomma, da questo magico excursus nei “mondi del lavoro” (quelli delle mie due terre) potremmo ricavare due questioni e una premessa. La premessa: si parla di gente laureata tra i trenta e i quarant’anni, che viene da un contesto familiare più o meno simile. Non oso neanche immaginare cosa succeda a chi debba fare la fila per gli alimenti fuori alla parrocchia di Santa Ana: anche se le Sindy rebels, le lavoratrici sessuali e Top Manta mi tengono aggiornata.

Il problema che vedo di più in questa mia capitale del Mediterraneo settentrionale (come la chiamano dei conoscenti marocchini) è: la fuffa, a Barcellona, regna sovrana. Avete presente la casa sulla sabbia di biblica memoria? Ecco, chiamerei così un posto che fonda la propria economia sulla fama che ha tra i turisti e sulle multinazionali che vengono a risparmiare in forza lavoro, con stipendi un po’ al di sopra dei mille euro: stipendi niente male a queste latitudini, che una persona straniera si può aggiudicare per il solo fatto di parlare la lingua che parla, e di mettere piede nell’ufficio al momento giusto. Ho già parlato dei risultati della gentrificazione, qui mi limito a ricordare: Barcellona dà, Barcellona toglie.

Un mese e vivi in un appartamentino piccolo ma grazioso in zona “centrale ma non troppo”, mentre lavori in un call center con un contratto a servizio (o anche a tempo indeterminato, per quello che vale qui), e il mese dopo perdi il lavoro, o la padrona di casa ti spiega che le serve urgentemente l’appartamento per la figlia (scorciatoia per rompere contratti d’affitto molto vincolanti). Allora viene da chiedersi se la figlia della signora non sia in realtà una turista svedese che le pagherà in una settimana quello che le dai tu in un mese: tanto gli altri del condominio sono immigrati o a loro volta turisti di passaggio, che non si mettono a chiamare la polizia, e la Marieta del primo andava a scuola con la madre della padrona di casa! Quindi c’è l’illusione di stabilità: che “è già qualcosa” (ci torneremo tra poco), ma diventa pericolosa quando smetti di avere un’età appetibile per le aziende che cercano, e gli agenti immobiliari a cui ti rivolgi per un appartamento cominciano a dirti che il proprietario vorrebbe solo spagnoli, e a giudicare dal tuo cognome non sembra essere il caso…

Veniamo alla mia terra d’origine: qui il problema principale, oltre alla cronica mancanza di lavoro, sembra essere una questione di percezione, proprio. L’idea che lo sfruttamento è un male necessario, ed “è già tanto” che si lavora. La mia amica traduttrice è una bomba, risolve problemi semantici che io non vedo nemmeno. Per lei, una volta accantonato il progetto di trasferirsi all’estero era scontato che il mondo del lavoro fosse questa merda, e si credeva pragmatica nel dirmi: “L’importante è che io riesca a pagarmi l’affitto”. Finché il padrone di casa ha fatto la stessa pensata della “collega” catalana che aveva bisogno dell’appartamento per la figlia: dunque, nel caos totale che al momento governa AirBnb in Italia, ha cacciato studenti e lavoratori precari per mettersi in casa i turisti.

Adesso si pongono domande interessanti: il lavoro a distanza aiuterà a colmare questo gap, una volta epurato dei suoi incredibili problemi? C’è gente che ha risolto con la workation (oh yeah!), cioè la “vacanza di lavoro”: guadagni 900 euro al mese con le piattaforme interinali, ma per camparci ti trasferisci tipo in Thailandia. Pratico, no?

Intanto io, che ho avuto il privilegio di potermi dedicare a quello che voglio nonostante lo sfruttamento del settore, continuo a pensare la stessa cosa di sempre: facciamo ponti.

Sì, noi che viviamo tra mondi diversi. Mettiamo in contatto persone con problemi simili, raccontiamo esperienze di questa terra e di quell’altra, e soprattutto facciamo il nostro, che sia prestare il salotto a un vicino con la connessione che non va, o ricordare a un’amica precaria quanto valga il suo lavoro, visto che chi dovrebbe pagarglielo “si dimentica”, o caccia solo spiccioli.

E sì, sto per concludere come faccio da un po’ a questa parte: ne usciremo fuori soltanto insieme. All’inizio non sembra, ma è così. I diritti altrui non tolgono nulla ai nostri, e migliorano il quadro della situazione.

E un posto al sole non scalda poi tanto, se tutt’intorno si gela.

Tortilla de patatas vegana (sin harina de garbanzos)

Ok, ho barato, questa è vegana! Ma mi piaceva la scritta qui nell’angolo…

“Vuoi una patatina?” il tipo della patatineria me lo chiede proprio in catalano.

Quando rifiuto con un mugugno sotto la mascherina, lui caccia a sua volta un verso un po’ stizzito: nessuno si sta fermando, scherza agitando gli stecchini su cui ha impalato l’offerta gastronomica.

Mi dispiace per lui, anche perché la patatina fritta la voglio pure. Quello che non voglio è pagare cinque euro la razione piccola. Se proprio devo gentrificare, lì vicino c’è Teresa Carles che mette il garam masala nel latte di cocco. Io adoro il garam masala, fin da quando il mio ex pakistano del Raval lo comprava a un euro la bustina.

Ma il ragazzo delle patatine, che un anno fa avrebbe avuto la fila a contendersi i suoi toppings il sabato sera, deve starsene lì impalato a cercare povery come me, che conoscono il catalano e non spendono cinque euro neanche se le patatine sono olandesi.

Ora ci sta, che in una zona di forte turismo un locale basasse la sua sopravvivenza proprio sui turisti: d’altronde, una patatineria analoga l’ho vista solo a Barceloneta, sulla strada per la spiaggia più affollata.

Il problema è quando tutta una zona, un quartiere intero basa la sua ricchezza sul presupposto che i turisti ci saranno sempre. E poi succedono imprevisti come una pandemia.

Provavo a spiegare questo tre anni fa ai ragazzi dei collettivi italiani venuti a sbirciare un po’ nella questione catalana, mentre io volevo solo chiudere in un angolo quelli di Napoli e dire come una nonnina: “Stateve accorte!”. Gli amici rimasti a Napoli erano tutti entusiasti per l’esplosione del turismo, l’aria internazionale che si respirava in giro, addirittura D&G che ci degnavano di una sfilata… Quando noi trapiantate a Barcellona dicevamo: “Sì, però…” eravamo prese per cassandre (spesso eravamo proprio donne).

Adesso, proprio a Napoli, il Set fa notare che la specializzazione in un settore solo comporta un piccolo inconveniente: questa presunta economia rifiorita non ci mette che pochi mesi a sfiorire male.

E tu, spacciatore di patatine ottime ma care, ti ritrovi fuori al tuo locale con due esemplari infilzati su altrettanti stecchini: e i pochi passanti le rifiutano pure, magari per paura del contagio.

Come vi dicevo qui, il proprietario del Bar Blau mi raccontava proprio che diversi suoi colleghi in centro non erano riusciti a restare aperti, senza turisti. Il rischio è forte anche per chi riuscirà, prima o poi, a rimettersi in carreggiata: se la clientela abituale vedeva una saracinesca abbassata troppo a lungo, depennava il locale in questione dall’elenco di quelli da frequentare.

Gli unici che restano inossidabili, a quanto vedo, sono i Bar Manolo: quelli in cui, non bevendo di solito né caffè né birra, io neanche metto piede, anche perché da offrire, oltre alla caffeina e agli alcolici, hanno un bell’odore di bravas stracotte, e un bel po’ più unte delle patatine a cinque euro (del sublime odore di fritanga ho già parlato qui). E allora no grazie, evitavo anche quando ancora mangiavo quel lomo che faceva tanto suola di scarpe, e sapeva solo di grasso.

Adesso, mentre lo Starbucks all’angolo non riapre più i battenti (e francamente non mi manca troppo) il Bar Manolo dietro casa mia ha messo addirittura i tavolini fuori, pulendo il suo tratto di strada dallo sterco di piccione. Il suo proprietario mi ha commossa: stavo per buttare un sacchetto dell’organico davvero lillipuziano nel piccolo bidone che avevo trovato a qualche metro dal suo  locale, e quello mi ha fermata. “No, cariño“, e mi ha indicato la strada per il bidone grande, a decine di metri di distanza e con una carreggiata da attraversare in mezzo. Capito? Si teneva caro caro pure il suo bidone! Mai successo con commesse di panificio, o col proprietario piacione di qualche ristorante più “in”, sotto casa. Questo Gollum della monnezza aveva magari tutti i diritti di tenersi il bidone per sé, ma mi ha ricordato un suo collega più anziano di Sagrada Familia, a cui mi permisi di chiedere un’informazione. Ma quello mi rimproverò dal bancone circondato da botti di vino antiche: aspettassi il mio turno, lui doveva prima “servire l’altro cliente” (l’unico), che fu quello gentile che rispose alla mia domanda. In fondo adoro questi anziani esercenti che vivono come se Franco fosse morto cinque minuti fa, e per un curioso incidente la loro città si fosse riempita di gente che parla lingue strane (= diverse dal catalano, o da uno spagnolo molto gutturale). Tanto loro la tortilla la fanno sempre uguale, e se ci trovi dentro una moneta da cinque centesimi (successo davvero a una comitiva scozzese-andalusa in zona Forum) te la tieni per buona fortuna!

La buona fortuna, a quanto pare, la moneta nella tortilla l’ha portata a loro. Perché resistono al di là di quest’economia costruita sul nulla, sulla fuffa delle fiere internazionali e delle case affittate a prezzi gonfiatissimi (qui, rispetto all’Italia delle chiavi in mano, si chiedono davvero se sia meglio comprare o affittare, con tanto di calcolatrici apposite messe a disposizione dalle banche). Alla faccia del professorino partenopeo che l’anno scorso, dopo una settimanella da queste parti, sentenziava che senza turismo Barcellona era fritta, qui sembra resistere soprattutto lo zoccolo duro: quella parte della città le cui impiegate di banca non capivano come io, con i miei affitti in centro, potessi anche solo pensare a un mutuo, rispetto alle migliaia di lavoratori seri che in questi mesi si sono visti licenziare o mettere in cassa integrazione in uno schiocco di dita. Si sa, un contratto a tempo indeterminato è tutta un’altra cosa, anche con condizioni che in pratica legittimano il licenziamento all’americana.

Intanto a fronte della burbuja, cioè della bolla che fa credere a Barcellona di essere una New York mediterranea, resiste e tanto la città dei Bar Manolo, delle case comprate con calma perché “è l’unica opportunità che ho” (sentita da una cinquantenne catalana poco dopo che avevo comprato casa una seconda volta), delle mutande infiammabili vendute a un euro in un mercato che sembrava ristrutturato apposta per sfrattare gli abitanti che rimanevano nel quartiere.

Ma no, i Manolos (anzi i Manel, in catalano) si sono scrollati di dosso i miei sfottò sul fatto che ci possa essere una terza via tra gli scarafaggi e il masala latte (però se è garam masala lo prendo!), e per fortuna sembrano resistere, insieme a chiunque ha avuto l’intelligenza di entrare nel tessuto del quartiere e di lasciarci l’impronta, fosse anche un’impronta unta d’olio.

A questo punto, che volete, faccio il tifo per loro.

(Non mi riferivo a questi Manel, ma li linko lo stesso!)

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