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L'immagine può contenere: 6 persone, testo Buon 1820! Siccome i diritti del lavoro e le sobrie reazioni all’uguaglianza vanno in quella direzione, direi di cominciare con… Jane Austen! Vediamo cosa dice – almeno sullo schermo – il suo Edmund, ennesimo bonazzo che sta per sposarsi con una pereta, invece di filarsi la brillante protagonista. Per fortuna l’amata gli mostra un lato superficiale che lui non aveva notato prima, e allora le dice papale papale:

“Siete un’estranea per me. Non vi conosco e, mi spiace dirlo, non ho nessun desiderio di conoscervi”.

Sì, l’avete individuato, l’attore era Sick Boy di Trainspotting, ma il punto non è questo: come nel meme di Gerry Scotti, quell’uomo parla di me! Tra tutti i bilanci di fine anno che mi sono piombati addosso, mi sono resa conto che una grande cosa che ho imparato l’anno scorso è: essere selettiva col mio tempo e le mie energie. Ma esserlo sul serio.

Le volte che ho fatto qualcosa che in realtà non desideravo, le conseguenze sono state inutilmente spiacevoli: vedi la lezioncina di buone maniere che mi forniva questo individuo. Dalla scarsa solidarietà che ne è seguita in circoli a me più vicini, mi sono resa conto che un collettivo a cui debba spiegare cosa ci sia di sbagliato, in tutto ciò, non m’interessa né m’incuriosisce: ce ne sono altri che sul GENDER!1!! sono già ferrati. Dunque, per fortuna, ho di meglio da fare.

E gli esempi sono tanti.

Poche ore dopo il brindisi di Capodanno, una pagina Facebook piuttosto divertente cancellava anche il mio secondo post: era uno spazio di riassunti “pecorecci” di figure di merda. Mi ero sforzata di mantenere un linguaggio semplice, anche se purtroppo, quanto a sonorità e durata, non sono brava a esprimermi a rutti, e non mi sembrava fosse richiesto dalla netiquette. Così questa è stata la prima cosa di cui mi sono sbarazzata nel 2020. Avrei potuto indagare, o ascoltare il paraculissimo invito dei moderatori a “scrivere meglio” (o peggio?) se i post venivano cancellati. Ma, per fortuna, ho di meglio da fare.

Dopo la visione del simpaticissimo trailer di Zalone, mi sto rendendo conto che la gente che vede il film segue due correnti opposte: o si crede furbissima a trovarci della satira politica, o si scopre indignata, specie a destra, per questo “ritratto della società italiana” (azz!). A me tutto ciò fa sospettare la paraculata che strizza l’occhio a tutti i tipi di pubblico, ma il problema non è quello. È che non ho nessuna curiosità di scoprire se ho ragione. Mi chiedo se chi si sbatte su ‘sta roba non sappia ancora lavorare d’immaginazione, per scoprire che c’è quasi sempre un’alternativa positiva a un argomento di discussione così modesto. Se no, per fortuna, avrebbero di meglio da fare.

Mentre scrivo questo post, ho ricevuto un messaggio di un tipo del Bangladesh, che con curioso tempismo mi scrive dopo il mio intervento sotto questa denuncia delle condizioni di alcune lavoratrici: se leggete nei commenti, un gruppo di uomini s’era messo a insinuare che un motivo per il licenziamento ci fosse (qualcuno ha detto victim blaming?). Ora, un hashtag comune ai vari commentatori (a cui ho chiesto “KITTIPAKA?11!”) riconduceva a un’associazione che Google mi dà per chiusa in via definitiva (boh), e che voleva che l’imprenditoria del paese “filasse nel più liscio dei modi”. Già. Da queste personcine non m’interessa ascoltare lezioni, quindi ho eliminato il messaggio: per fortuna, come ormai intuirete, ho di meglio da fare.

Con questa risoluzione, a volte, posso perdermi delle cose belle: è un rischio da considerare. Il ritardo di una potenziale collega, in un pomeriggio davvero complicato, mi stava persuadendo a mandare a monte tutto il progetto di cui avevamo discusso sui social. Accettare comunque la collaborazione ha portato a risultati ambivalenti: il mio “istinto” non si sbagliava sui problemi che avrei affrontato con una persona poco organizzata, ma devo dire che i vantaggi sono di fatto superiori ai grattacapi.

Così come sono stata fiera di me quando ho individuato subito il momento difficile vissuto da qualcuno che avrei voluto conoscere meglio, ma che ero pronta a mettere da parte per la mia consolidata avversione alla sindrome di Wendy: come nel caso della collega, però, altre cose che ho visto – tipo la dignità con cui venivano affrontati i problemi immaginati – mi hanno spinto ad andare avanti, con senno e prudenza, e non sono rimasta delusa dalla decisione.

Il fatto è che “Ho di meglio da fare” non deve diventare una canzoncina da opporre a qualsiasi circostanza che si presenti problematica. Io la porrei sempre come domanda: quest’attività, questo film, questa persona, mi può interessare nonostante le premesse poco incoraggianti?

Se la risposta è sì, avanti tutta. Se no, lavoriamo d’immaginazione e pensiamo a tutte le cose migliori da fare che abbiamo. E allora, per chiudere con un’altra immagine iconica, si fa come il buon Jep Gambardella: si arriva in paranza alla conclusione che “non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.

 

 

 

Image result for new year resolution list Buone notizie! Il guru degli esercizi psicologici ha questo sito, che, a dirvi la verità, nessuno di noi adepti/scrocconi spirituali aveva ancora visitato.

E che cavolo, già ci facciamo trovare allineati e coperti alle 10.15 di domenica mattina, al Sandwichez di Sant Antoni (ho già detto che io faccio sempre un po’ tardi?): e solo per fargli da cavie disinteressatissime per il libro che vorrebbe pubblicare! Adesso vuole che scrocchiamo pure online?

Allora lui ha avuto una bella idea: l’esercizio di fine anno l’ha postato proprio sul blog, così dovevamo proprio andare a controllare. E che esercizio!

Sì, è la solita lista di bilanci & propositi di anno nuovo, ma con in più due dettagli “a cazzimma”: la voce “bilanci” dev’essere proprio un elenco di obiettivi raggiunti, e da stilare in cinque lunghi minuti; la questione “propositi”, invece, è tassonomica al massimo, nel senso che il tedescun naturalizzato inglese ci chiede proprio stime, tempistiche, e scadenze.

Vuoi andare a fare quella visita da zia Genzianella per chiederle un prestito? Scrivimi la data esatta in cui andrai, oppure, se proprio hai strizza, specifica entro che mese.

Io, per esempio, mi sono data fino a marzo per sistemare i due-tre manoscritti con cui cazzeggio da un annetto a questa parte, e dedicarmi finalmente al best seller che rivoluzionerà la letteratura mondiale! Aspettate seduti, mi raccomando. Anche se il guru, per sicurezza, ha preteso che alla data limite delle nostre imprese aggiungessimo un messaggino per noi stessi in quel giorno: roba tipo “Ueue’, a che stiamo? Guarda che l’impegno, ormai, l’hai preso…!”.

Insomma, Nightmare Before New Year. Però questa doccia fredda di buonsenso e meri calcoli mi ha fatto bene!

Per esempio, ho scoperto che l’elenco degli obiettivi raggiunti non è mica male, e scommetto che capiterà lo stesso anche a voi! Non fate il mio errore di misurare unicamente i successi evidenti (successi, po’): nel mio caso i libri pubblicati, cioè zero, visto che il romanzo nuovo mi è slittato da novembre di quest’anno ad aprile 2020. Invece, l’anno in cui sono tornata a vivere da sola è stato pieno di sorprese e novità. Di processi avviati o continuati, di quelli che fanno poca scena, ma funzionano e, alla lunga, portano a risultati tangibili.

Il fatto è che, con la filosofia diffusa del mainagioia, quando una gioia ci capita sul serio la vediamo tardi, e la facciamo passare sotto silenzio: ok, l’associazione espatriata si è rivelata un covo di fighetti, ma andandomene ho ereditato un paio di amiche interessanti, viaggiatrici, curiose di tutto. Ho pure avuto la conferma che, più che buttarmi in marmaglioni accomunati da qualcosa di molto blando (vivere all’estero, tipo), preferisco condividere passioni e interessi, come scrivere e svolgere strani esercizi psicologici…

E ben vengano le applicazioni che propiziano questo genere di attività! Infatti ho disinstallato le app d’incontri in tempi che, almeno in un caso, arrivano al record di tre minuti d’orologio: a me non piaceva nessuno, e come over 35 con più titoli universitari non rientravo negli standard femminili dell’app, rimasti più o meno all’Inquisizione spagnola. Per fortuna, ormai, non ci serve niente: come si diceva, “A volte ritornano”, in barba ai due sfigati che hanno scritto La verità è che non gli piaci abbastanza. Con buona pace del fan club dell’uomo cacciatore (grazie, sono vegana), a volte le scuse di uno per non farsi avanti sono più complesse, e una mano tesa da parte nostra fa tutta la differenza tra il chiedersi “come sarebbe stato” e scoprirlo ogni giorno, pure in questa distanza forzata che io chiamo follia collettiva, e altri feste di Natale.

Sì, insomma, se quel mascalzone di un guru mi perseguita pure da lontano con i suoi bilanci, mi porto questo, di proposito, nell’anno che verrà: quando ci tengo, tocca farmi avanti.

Cominciare le cose.

Ce ne sono alcune che, dopo la spinta iniziale, arrivano da sé.

(*traduco un po’ ad sensum da questo articolo di Ana Requena Aguilar, pubblicato in spagnolo su El diario)

Image result for feminismo en navidad Le feste di Natale sono il momento in cui lo spumante frizzante e il torrone di cioccolato si combinano con le domande scomode, i commenti che detesti, e il maschilismo camuffato da buone intenzioni. Se non capivi cosa fosse la storia della divisione sessuale del lavoro di cui parla il femminismo, devi solo guardarti intorno durante il pranzo di Natale. Dopo questi due anni di esplosione femminista, la tua famiglia e gli amici sono ormai preparati per passare al livello “pro”. E se non lo sono, non importa, ormai è ora di cambiare quadro!

Resistenza pacifica davanti alle coppe di vino. Trasforma il finale della cena della Vigilia o il pranzo di Natale in una scena da western. Non si tratta di chi spara per primo o chi si alza per primo. Resisti, resisti, le teste di gambero non hanno fretta d uscire dal piatto e la fine del patriarcato merita un sit-in pacifico davanti alle coppe di vino e agli uomini della tua famiglia. Non farlo da sola, cerca alleate per l’azione collettiva. Magari bisogna agitare un po’ le acque: sussurra all’orecchio di tua nonna che non avrà mai una pensione tutta sua, o ricorda alle tue zie di tutte le volte che hanno dovuto rifare il letto ai loro fratelli.

Succhia-clitoride vs denunce false. Cambiamo agenda! Sì, abbiamo decine di dati, teorie e ragioni per smontare le loro fake news e le loro idee sulla violenza sessuale, le denunce false o gli uomini calunniati. Proviamo a cambiare strategia, cambiamo contesto, parliamo di ciò che interessa a noi. Denunce infondate che rovinano la vita di uomini innocenti? Placido Domingo è un gran tenore? La prima volta che ho provato il Satisfyer non mi ha convinto, però dopo ho avuto due orgasmi di fila e mi è passata. L’hai provato? Dicono che per la zona del glande è perfetto. 

Dici di no (e non sentirti male per questo). È il momento dell’anno in cui forse ti senti più sotto pressione per dare spiegazioni sulla tua vita sentimentale o sessuale, o sulle tue decisioni personali. Se ti fanno delle domande che ti infastidiscono o a cui, semplicemente, non ti va di rispondere, non farlo. Anche se ci hanno abituate al contrario, noi donne non siamo esseri fatti per essere scrutinati, né per compiacere tutto il tempo col nostro comportamento, ma persone che condividono la propria intimità con chi vogliono, quando vogliono. Non c’è motivo di sentirsi male per questo.

Non si tratta solo di mettere e togliere la tavola.  Mettiamo che tu e la tua famiglia abbiate superato il primo quadro, e che uomini e donne si alzino per togliere e mettere la tavola, per cucinare e pulire. Chi ha ideato il menù della cena? Chi ha pianificato cosa comprare, e dove? Chi ha organizzato il pranzo di Natale del gruppo? Chi si è preso il tempo di cercare un posto, di far combaciare le date? Chi fa attenzione a che gli altri stiano bene, siano contenti, e chi chiede se a qualcuno serve qualcosa? Chi pensa a cosa si possa regalare agli altri? Anche il carico mentale è un lavoro, e anche quello va distribuito.

La strana miopia che fa vedere i culi, ma non le pance. In questi giorni potresti assistere a un fenomeno curioso, un disturbo della vista che fa sì che alcune persone siano capaci di notare le dimensioni esatte dei fianchi e dei culi femminili, e di spiegare l’impatto che avrà su questi ultimi l’ingestione di un altro pezzo di torrone, ma che, invece, non vedono con chiarezza le pance che cominciano ad arrotondarsi, o che già spuntano, nei corpi degli uomini. Avvicinati bene a loro perché non si perdano come mastichi bene quel bonbon, o quel pezzo di marzapane che tanto ti piace.

Va bene anche essere triste. E allegra, e nostalgica, e avere voglia di piangere, e dopo di ridere, e di sentire nostalgia, e di fare un perreo, di pensare a qualcuno con cui ti piacerebbe stare. Dare valore alle emozioni e permettersi di sentirle può essere un bel gesto femminista con te stessa e con gli altri.

(Colgo l’occasione di questo video per ricordare che questo è un altro Natale senza Patricia Heras, poetessa incarcerata perché, in definitiva, vestiva come Cyndi Lauper. Perché, come dicono in Cile: “Son los pacos, los jueces, el estado…”.)

 

Image result for carlton xmas jumper E ti pareva che, ora che torno per le feste, non cominciava la qualunque!

A Barcellona, infatti, è stato un tripudio di progetti iniziati a poche ore dalla mia partenza con solo bagaglio a mano, e due cappotti addosso da togliermi al check-in.

Mi lascio dietro gruppi appena formati di “co-working in biblioteca” (cosa non s’inventano i guiris troppo lontani da casa per tornare con le feste!), ed è da quelli che mi sono arrivati i primi auguri: non di Natale, ma di una buona Hanukkah.

Lascio la vecchia amica che ho incontrato in camice alla reception quando sono andata a farmi la diagnosi di fertilità, e che quando ha saputo cosa facessi lì mi ha proposto di prendere un caffè.

Già che ci sono mi lascio pure indietro, non so con quanto rammarico, la dottoressa un po’ “ursulesca” (avete presente la Sirenetta?) che con la voce arrochita dalle sigarette mi diceva tipo che du ovuls is megl che uan, o non credo che il suo inglese andasse troppo più lontano. Dopo un’ora di discorsi su embrioni da scongelare a comando, e test genetici che costano più di rimanere incinte, sospetto che la rassegnazione iniziale non fosse una cattiva idea, tanto più che il risultato delle analisi è stato un prevedibile “bene, non benissimo”: ma ho già appuntamento per un secondo parere. Anche se lascio il pensiero a Barcellona, visto che in valigia non ci sta.

Mi lascio dietro desaparecidos che ricompaiono all’ultimo momento, mentre già sto con un piede sul predellino dell’Aerobus, e vediamo se reggeranno alla sfida delle feste. Così come m’incuriosisce scoprire al ritorno se alcune potenziali coppie che ho presentato io – quindi sanno chi picchiare – saranno ancora allo stadio delle punzecchiature reciproche sui gruppi WhatsApp, o si saranno decise a prendersi quella “birretta dopo il lavoro”.

Perché un’amica catalana sostiene che non cambia niente, in due settimane, ma i tempi di chi parte e di chi resta mi sembrano sempre un po’ sfasati. E poi a Barcellona le cose si fanno e disfano in fretta, che si tratti di uno sfratto eseguito con uno schieramento di forze da derby allo stadio, o di una startup che nasce e che muore prima che la gente se ne accorga.

C’è l’accelerazione tipica dei rapporti che hanno poco tempo per formarsi, e solidificare, e allora bruciano le tappe tra una pausa caffè e un appuntamento pomeridiano al bar col wifi… E poi, va da sé, c’è la fiesta! Però ormai sappiamo che crea più sbronze epocali che grandi amicizie, e allora le si può dare quel pizzico di impegno: evento “peso” al CCCB con annesso brindisi, oppure ci schieriamo nel dibattito tra cultura “istituzionale” e finanziamenti, e finiamo in un’amabile bettola a sentire le poesie degli avventori.

Sono storie che s’incontrano, più che intrecciarsi: belle, di gente girovaga e poco disposta a restare, ma alla fine storie, come tutte quelle che ormai vengono condivise più spesso delle speranze, nel miracolo conosciuto come “rapporti umani dopo l’università”.

Io spero che mi aspettino lì, e che siano, a questo punto, più feconde di me.

Intanto, nel poco tempo che ho, voglio scoprire qui cosa ritrovo.

 

A Napoli avevo un amico Erasmus che non voleva mai andare a mangiare da Nennella.

Ai tempi divoravo in ripetute gare – qualche volta vinte – la pasta e patane del locale dei Quartieri, che alcuni paragonano a La parolaccia di Roma per la tendenza del mitico Ciro (vedete video in fondo) a insultare mezzo mondo, così tanto per.

Il fatto è che l’amico era gay, e l’ultima cosa che voleva era beccarsi il tipico “applauso a ‘stu ricchione!” invocato da Ciro, e rivolto di solito a gente etero che esitava un po’ con le ordinazioni. Io trovavo esagerata quella reticenza: “E dai, sfottono anche le donne: l’altra volta hanno messo una tovaglia sullo schienale di una perché le usciva una striscia di pelle tra la maglia e i jeans! Le offese, fatte da loro, non contano…”. Ma l’amico non ne voleva sentir parlare: era timido, si chiedeva perché dovesse sottoporsi a questa roba, e con l’accento straniero che si ritrovava prevedeva ulteriori sfottò.

Io adesso mi chiedo come mi permettessi di deridere la sua insicurezza, o di trattarla con sufficienza. Come se lo stigma sociale l’avessi portato io, per i miei gusti sessuali. Lui, invece, non mi avrebbe mai chiamato “fifona”, se a un certo punto mi fossi stancata di farmela a piedi da sola alle due di notte sul Corso Umberto, dopo una serata a Piazza del Gesù.

Per questo, in discussioni del genere dovremmo capire se siamo sullo stesso livello dell’altra persona, o se godiamo di un qualche privilegio conferitoci non certo per i nostri meriti, ma per i pregiudizi di una società che discrimina per classe, genere ed etnia.

L’altro giorno, in un’assembla pubblica, ho litigato con una signora sull’opportunità di allearsi politicamente coi cattolici oltranzisti, antiabortisti e omofobi. La posizione della signora, che sfotteva pure i laccetti gialli catalani, si riassumeva con la massima: “Cchiù ne simme, cchiù belle parime“, la mia con: “Io con chi non rispetta i diritti delle donne non mi alleo”. Si erano alzati i toni, la mia interlocutrice aveva minacciato di andarsene, le avevo detto arrivederci. A questo punto, un tipo di fronte a me si era alzato per fermare la signora e aveva ingiunto a me di non essere maleducata. Credo che mia madre non mi ordini niente del genere da almeno una ventina d’anni, e sto calcolando per difetto. Quando ho fatto notare a questo maestro di bon ton che certe cose poteva dirle a qualcun’altra, si è scusato, mi ha “invitato” a sedermi visto che stavo per andarmene anch’io, e infine mi ha spiegato che stava cercando di aiutarmi, perché “vedeva che ne avevo bisogno”.

I presenti erano italiani, non m’illudevo che il mansplaining, o minchiarimento, fosse un grosso problema per la maggior parte di loro. Così me ne sono andata dopo aver pronunciato quella parola sconosciuta ai più, che nei contraccolpi del dibattito mi è stata ributtata indietro con gentilezza: “Era un arrogante, avrebbe fatto lo stesso anche con un uomo”. Perché il mansplaining non sia semplice arroganza, ve lo manspiega questo professore (scherzo, bravissimo tra l’altro!).

Innanzitutto, siamo sicuri che il minchiaritore avrebbe trattato un uomo come un ragazzino di nove anni? E poi, ammesso e non concesso, la sua stessa posizione sociale, la tendenza storica a trattare le donne come minori d’età, rendeva quell’arroganza qualcosa di discriminatorio, nei confronti miei o di qualunque altra delle presenti. Tant’è vero che in molti collettivi catalani ci sono veri e propri protocolli su come agire in questi casi: si espelle la persona molesta, o la si aiuta a seguire un percorso di consapevolezza.

Ce n’è bisogno: sulla china della discriminazione siamo spesso vittime e carnefici, a turno, o semplicemente i beneficiari di privilegi che ci toccano solo per il colore della pelle, il mestiere di nostro padre, o quello che abbiamo tra le gambe. Così, se io mi faccio i dread sono una figa aperta di mente, se li fa quest’autrice rischia di non trovare lavoro: e neanche lei, come avrete visto, dice “non fatevi i dread se avete la pelle bianca”, ma chiede, appunto, consapevolezza. Quella che ancora manca al ragazzo italiano che a un incontro filosofico, ieri, chiedeva “che male ci fosse” ad attingere da altre culture: domanda curiosa, visto che nel nostro paese si sta stigmatizzando solo adesso il blackface in Rai, e anche in quello in cui risediamo ci vuole ancora un hashtag per chiedere un Baldassarre nero, e non “pittato”, alla sfilata dei Magi. Una signora, allo stesso incontro, si chiedeva perché la catalana Rosalia fosse criticata per il suo “flamenco” con accento andaluso: beh, c’è ancora il rischio, per una gitana che facesse la stessa operazione, di passare per una choni, una guarra, una cualquiera.

Non c’è una risposta facile a queste situazioni. Però, ecco, viva la consapevolezza: questa capacità di osservare, interrogarsi, e capire come va il mondo.

Quella si esercita, e non è mai un talento sprecato.

Nel 1794, potevi dire che il Terrore volgeva al termine perché a Robespierre mancava una testa.

Nel 2019, c’è un segno inequivocabile che si smorzi la rivolta in Catalogna: sono tornati i bidoni fuori al Corte Inglés! Finalmente non devo farmi i chilometri fino al Mercat de Santa Caterina per buttare le lattine di acqua tonica dell’ultima cena in casa mia, a cui si aggiungerà il vetro del Nero d’Avola ora che ne ho organizzata una io, e ho preparato due tipi diversi di pesto: quello hipster, con kale e pasta di legumi, e quello “ignorante”, con una piccola modifica (so che già preparate le balestre) al posto del parmigiano.

Sapete il bello qual è? Che rischiavo di non arrivare in tempo alla mia stessa cena. E tutto per provare a comprare una cavolo di baguette, tra la folla di cui ho parlato qui. E mi è venuto da pensare: ma che davero?

Mai come quest’anno ho la sensazione che il problema non sia il Natale in sé, anzi, capisco pure perché a molti piaccia: bei ricordi, buoni propositi, affetti da condividere. Però il sospetto è che ci siamo incamminati tutti su una strada che non sappiamo più abbandonare, vittime di una reazione a catena iniziata da troppo tempo.

Un fenomeno del genere, nel mio cervello allucinato, mi fa venire in mente Harari, il “guiriguru” del momento: nel senso che gli stranieri anglosassoni (in spagnolo, “guiris”) tendono a farne il loro guru perché in Sapiens, tra le altre cose, dice che ‘sta storia dell’agricoltura è stata una trappola che ci ha resi schiavi delle stagioni. Con quella, ci saremmo condannati per secoli a una dieta meno varia, e saremmo diventati troppo numerosi per sostentarci con la cara, vecchia raccolta dei frutti spontanei della terra.

Adesso, io mi scoccio pure di cercare i bidoni della differenziata: figuratevi con che gioia girerei in cerca di cibo, specie se me lo devo contendere con belve ancora più fameliche di me col ciclo! Più modestamente, allora, ricordo l’amico che confessava che in ufficio non funzionava niente, in disastrose reazioni a catena, perché nessuno aveva il coraggio di far notare “ai piani alti” i problemi tecnici, e organizzativi: il suo racconto diventava uno di quei tetri aneddoti staliniani, in cui il primo che smetteva di applaudire a un comizio risultava anche il meno devoto alla causa, e spariva nel nulla… Insomma, nessun impiegato voleva essere il primo a dover raccogliere le sue cose e ciccia! Anche lì, posso comprendere il fenomeno fin dai tempi di scuola, spesso dominati da un gregge fantozziano che prometteva già di fare onore a quella massima di Don Abbondio sul coraggio… Ma parlo facile io, che non ho uno stipendio fisso né, ahimè, figli da mantenere.

Ma questa corsa forsennata a regali che non durano, che schiavizzano la gente e che ci costano due ore di traffico e dieci minuti per fare cento metri, che la facciamo a fare?

Perché una donna deve passare le giornate a cucinare per dieci, quindici, anche se non lo fa con piacere? E perché le poche che ammettono di non farlo con piacere passano per egoiste?

Se ‘sta roba vi piace davvero, beh, come dice il poeta, “de gustibus non ad libitum sputazzellam”! Ma in giro leggo tante di quelle persone che si lamentano del Natale, che mi chiedo se non sia uno di quei fenomeni da cui crediamo che uscire sia impossibile. E invece basta un no, anche piccolo: no a fare il regalo anche alla zia della cognata della comare, no alla cena aziendale quando abbiamo pilates (oddio, lì sceglier non saprei!). Ed è, anche questa, una reazione a catena.

Potremmo scoprire che pure zio Anacleto, a proporglielo, pensava da un po’ di togliere di mezzo i regali. E piuttosto che strapazzare zia Gesualda, che poi scola le linguine quasi sfatte (interessante fenomeno di certi anziani delle mie parti), si fa che cucina un po’ ogni famiglia, o si va al ristorante. Che poi, Suraci belli, io ci avrò il cuore come un ghiacciolo, ma se uno a Natale non torna sopravvivono tutti, anche senza pinzillacchere e nonne capuzzolone. Va bene ridere, ma non siamo un po’ stanchi di autoridurci a macchiette?

E allora famolo strano. Mi ha fatto piacere leggere in questo blog di due bambini che chiedono alla mamma femminista i soliti regali divisi per sesso, e poi mettono la collana al robot e fanno la cresta punk alla Barbie.

Io ho deciso di approfittare del ritorno forzato in paese per costringere i miei a farsi Pasqua a Barcellona: li martellerò a tal punto che cederanno!

“Pasqua con i tuoi”: ci scriverò un post.

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Le manie di grandezza di quando ho il ciclo. Da: https://en.wikipedia.org/wiki/Rhiannon

Insomma, sono assediata tra il Natale e il ciclo.

Così, un giorno sì e uno no me ne resto a letto con Furia, Pegaso e Ronzinante. Che come avrete intuito non sono tre civette: smentiamo le malelingue che attribuiscono alle figlie di medico certi atti di zoofilia! Sono i tre cavalli che mi pestano il basso ventre fin da quando mi vengono i primi crampi premestruali, che un ginecologo ottimista, a suo tempo, ha paragonato alle doglie del parto.

Adulatore, hanno commentato gli equini. E hanno colto l’occasione per ringraziare del totale disinteresse verso fenomeni, sindrome premestruale e dismenorrea, che hanno il tremendo difetto di non riguardare gli uomini. Con i miei tre amicici correggo alle 6 del mattino, quando mi vengono a svegliare con una zoccolata a testa nei reni, gli ultimi capitoli del libro che pubblico ad aprile. Quando ho finito la revisione, circa cinque ore dopo, si vanno a fare una passeggiata nella bolgia qui descritta. Li raggiungerò presto, ma solo dopo un dormiveglia estenuato di mezz’ora.

Intanto, però, avrò sognato. O dormivegliato, che so io. Le cose di sempre: questo periodo, si diceva, è fatto di attese.

Ormai è pacifico che il tipo che doveva “farmi sapere” quando sarebbe andato a vedere quel film promettente ha perso, nell’ordine: il mio numero; la memoria; un’occasione! Oppure aspetta che la pellicola si proietti solo in un cinema d’essai sull’Everest, dove alla fine porterà ‘n’ antra zzzoccola (cit.).

Invece, dalla banca del prestito ipotecario mi fanno gli scherzi: mi chiamano che ancora sonnecchio con l’orribile maschera di nuvolette verde acqua, si presentano col tono di chi mi sta per dire qualcosa d’importante, e poi mi annunciano per l’ennesima volta che gli mancano documenti miei. Stavolta posso mandargli il mio contratto di lavoro? “Già ce l’hai nella richiesta di prestito, cara” rispondo più o meno “la tua collega sta ancora ridendo su quanto faccia schifo!”. “Ah, quand’è così grazie, buona giornata”.

Si è fatto attendere per i motivi sbagliati anche il WhatsApp dell’amico avvocato, troppo occupato per illuminarmi su un argomento a caso (il prestito ipotecario, giacché di cinefili rapiti dagli alieni non se ne intende), che infine mi risponde: Mission Impossible, ma parliamone a voce, uno di questi secoli.

Insomma, i miei dormiveglia premestruali e prenatalizi sono interessanti. Soprattutto quando mi chiedo chi me l’abbia fatto fare di interrompere la vita tranquilla, “no alarms and no surprises” (cit.), che mi succedeva fino all’anno scorso. Ne deduco che il corso di sceneggiatura mi ha fatto male, e maledico il prof. che mi ha insegnato il concetto di “rispondere alla chiamata“: succede quando la protagonista (cioè io!) decide di rompere la sua routine per intraprendere un viaggio che, in fondo, la porta alla scoperta di se stessa.

Però mi mancava questa, di scoperta: le visioni mistiche della mia mezz’ora di dormiveglia sono divise tra ah, se il passato tornasse (leggi “quello che rimpiango”), e ah, se la banca capisse che nel 2019 il tempo indeterminato esiste quanto Babbo Natale (leggi “quello che vorrei”).

C’è un grande assente: quello che potrei. Ovvero, quello che potrebbe essere, che potrei scoprire e godermi se la smettessi di pensare a cose che non possono tornare, o che non sono del tutto nelle mie mani (semmai sono in quelle, forse afflitte da paralisi temporanea selettiva, del tipo del cinema!).

E pare una grande banalità, ma non è facile essere abbastanza attenti a quello che ci circonda, annusare l’aria e carpire opportunità, fossero anche riassumibili in quella di goderci ciò che abbiamo.

Ebbene sì: ci vuole lavoro anche per quello. Ci vuole un’attenzione che, se siamo impegnati a concentrarci sul nostro passato, o su un futuro ideale, non avremo mai la forza e il tempo di mettere insieme.

Per questo, secondo me, le cose sembrano succedere più facilmente quando crediamo nelle coincidenze, o in un destino benevolo: siamo attenti a tutto per carpire chissà che nesso, e invece, secondo me, lo vediamo solo noi. E finché ci è utile va bene, il cervello si allena a trovare risorse non ovvie. Poi, però, rischiamo l’errore di crederci troppo, e finire per fare autentiche minchiate perché “i segni c’erano tutti” (quelli della nostra demenza, senz’altro!).

Però ci resta l’attenzione. E si coltiva con tempo e pazienza, come tutto il resto. Non lasciandoci distrarre neanche da quello che siamo sicuri di volere, più di quanto non ci lasceremmo rovinare una bella passeggiata da Google Maps. A volte, la fretta di raggiungere la nostra meta ci toglie la curiosità di esplorare i dintorni.

A me, nel giretto lungo che poi ho fatto al posto della spesa – ho depistato pure i cavalli! – è successo di vedere il consueto suonatore africano del Parc de la Ciutadella, che strimpellava uno strumento a corde che come vedrete sotto si chiama kora, mentre cantava canzoni in un francese fiorito. Stavolta, però, era in compagnia: accanto a un connazionale che danzava in onde dinoccolate, s’era messa a zompare in maldestre imitazioni una schiera di bambini biondissimi e pallidissimi, che seguivano entusiasti il ritmo.

“Voglio vedere come balli, Barcellona!” gridava il suonatore, arrotando le erre.

Devo dire che adesso lo voglio anch’io.

Soprattutto, voglio proprio vedere se riesco a stare al passo.

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Volantino passatomi da un’inguaribile ottimista, convinta forse che la mia taglia esista

(*gif di Jean-Claude*) Nooo! Il post “volemose bene” sotto le feste, nooo!

Facciamo così, se alla fine dell’articolo lo zucchero prevale sulla riflessione amara, vi autorizzo ad abbattermi a colpi di Babbo Natale: quello di plastica che si arrampica ai balconi e che, sarà che vivo a Barcellona, scambio sempre per uno scassinatore.

Da sg.toluna.com

Però, in caso, fatelo prima che sia costretta a incamminarmi verso casa: in questi giorni sta passando sotto da me un’orda di turisti e di famiglie locali – menzione speciale alla coppia over 50 che ti blocca una strada per tenersi la mano –  a comprare moda dozzinale, per motivi in fondo misteriosi. Anche a fregarsene della schiavitù che c’è dietro, non si capisce che risparmio costituiscano questi pizzi rossi e calzini animalier che si slabbreranno/sdruciranno/sfarineranno esattamente la settimana dopo Natale, trasformando anche il regalo più sfizioso in una notevole figura di merda.

D’altronde, come insinua questo studioso, e intuivamo a questo punto un po’ tutti, la nostra specie non è proprio campionessa mondiale di ragionamenti a lungo termine.

Però, pure in questa bolgia che ogni giorno guado a borsettate, ho imparato una bella lezione. Anzi, due: la prima, più che altro, l’ho ripassata dopo più di vent’anni, memore dell’amico che mi rimproverava di soffermarmi solo sulle esperienze negative. E invece no: ieri, per resistere alla tentazione di scendere di casa con la wok pesante, ho fatto il conto delle persone meravigliose che ogni tanto affrontano la marea umana e mi bussano per un caffè, una polenta, o per andare insieme a goderci una grandiosa cena giapponese. Mi è ormai chiaro perfino che la vita non è solo la banca che nel 2019, per un prestito ipotecario, valuta di più un contratto di lavoro “usa e getta” che un immobile in centro; o la telefonata che non arriva, nel reciproco cercarsi che dev’essere per me l’ammore, e fa scattare la citazione dall’unico libro che io abbia avuto il coraggio – o il buonsenso – di scaricarmi impunemente: “La verità è che non gli piaci abbastanza“.

D’altronde, carrambata che scala la favolosa top 10 delle mie esperienze surreali, il telefono apparteneva a un potenziale beneficiario – tra i rarissimi che lo siano per scelta – dell’associazione di volontariato che mi ha regalato la seconda lezione della giornata, e con il metodo d’insegnamento a me più ostico: un’atroce festa di Natale!

Perché, vedete, passando fuori al bar dove si teneva la festicciola, ho buttato l’occhio dentro, riconosciuto un paio di schiene, e fatto quella cosa patetica di chi tira dritto come se passasse di lì per caso, pronto a pronunciare a mali estremi la frase: “Ehi, che sorpresa trovarti qui, non ti avevo visto!”.

Poi però mi sono pentita, sono tornata indietro, ho deciso che i due che mi guardavano come una matta mi avevano riconosciuta – ovvio che non erano neanche dell’associazione – e allora mi sono decisa a spingere la porta.

Perché non ci volessi andare, lo spiego qui. E poi, la questione della telefonata in sospeso mi ha aperto di più gli occhi sugli abissi di privilegio tra chi fa volontariato e chi ne usufruisce: ma era una riflessione che mi attanagliava già da due anni, visto che a conti fatti, alla festa, mi hanno riconosciuta giusto le due organizzatrici.

Però ho fatto benissimo a superare la strizza iniziale, e aggiornarmi tra un vin brulé e una quiche vegetale sulle loro prodezze artistiche: adesso recitano in serie internazionali e organizzano spettacoli teatrali in casa… E poi ho conosciuto gente nuova, tanto più che mi è capitata la classica situazione guiri che ancora adoro a Barcellona: a vino finito, al mercatino “underground” della Sala Apolo ci sono sbarcata con un dottorando trentenne iraniano, e una modella americana di vent’anni – pelle nivea e cognome olandese – che ha la mamma del Sudafrica e il padre messicano.

E io che nel bar non ci volevo neanche entrare!

Trasformo in limonata – ideale a Natale – anche gli altri frutti amari: sto giocando in un nuovo manoscritto – per il momento in fase carta e penna – con l’idea dell’ammore contrastato tra un’ “immobiliarista furnuta“, come mi sfottono in famiglia, e qualcuno che abbia deciso che quello di volere per forza un tetto sulla testa sia un vizio curabile. Così rifletto pure sulle mie buone intenzioni di un tempo, le stesse di chi ancora passa le domeniche a preparare panini per persone che preferirebbero, per una volta, del riso o una bella torta. Continuo a sospettare che sia meglio prepararli che scordarseli, ‘sti panini, ma non so se a lungo andare finiscano per andare di traverso a chi li mangia: alla fine, le istituzioni fanno scaricabarile su sanità e alloggi “perché già ci pensano le dame di carità”.

Anche qui, però, deve valere il discorso che facevo su quelli che mi intasano la strada di casa per comprare reggiseni di pizzo rosso, che si scuciono solo a guardarli: noialtri umani, sul lungo termine, proprio non sappiamo pensare.

(Ue’, ma io voglio sia il fuoco di un camino che il sole del mattino!)

Gerardo non ha ancora capito che a me, i bar, piacciono sozzi.

E invece eccolo là a sgamarmi il posticino con opzioni vegane in cui invitarmi, bontà sua, durante la pausa pranzo, visto che lavora come portiere in un palazzo a pochi passi da casa mia.

A me andrebbe benissimo anche una razione di pa amb tomàquet, vicino a del pimiento del padrón: per me vegano è quello. Tanto più che non ci eravamo capiti sull’orario, e ho dovuto fare una corsa coi capelli da strega e una tuta inguardabile, per raggiungerlo in tempo.

Ma starei ore ad ascoltare il suo italiano.

È perfetto, pure negli errori! C’è riflessa tutta la storia della sua famiglia: milanesi di origini marchigiane, passati per il Venezuela e finiti a Hospitalet, dov’è nato lui.

Quindi, non dice mai “andare affanculo”, ma sempre “andare a dar via il culo”. E mi ha insegnato il meraviglioso verbo “intafanare”, mai sentito in trentotto anni di vita. A volte pare Adriano Celentano in un’intervista da giovane!

Fa anche strano ascoltare un milanese che parla di linguaggio inclusivo – senza riderne, dico – e spiega l’imbarazzo che suscitava il cognato che, a ogni brindisi, continuava a gridare: “Salute e figli maschi!”. Al che gli ho confessato che io ho sempre sentito “auguri”, al posto di “salute”, e solo ai matrimoni, o in riferimento a qualche coppia novella. Poi gli ho insegnato le sottigliezze di certi brindisi napoletani.

È sempre questione d’identità. In ambienti di movimento che pure rispetto c’è un po’ la vulgata che io me ne sarei scappata, e loro sarebbero eroicamente rimasti per “cambiare le cose”: tutt’al più, quando hanno provato a farsi eleggere, ci hanno concesso che noi all’estero “siamo stati costretti a scappare”. Per quale altra ragione si vorrebbe vivere fuori, a contatto con altre culture, e magari con maschi etero che usino un linguaggio inclusivo? Senza tener conto del fatto che per me, ormai, le battaglie di tutti sono anche le mie, che i manteros sono discriminati come le vittime di Salvini (certe politiche di Sánchez non sono migliori). Quando ho difeso la mia terra d’origine dal razzismo, l’ho fatto con gli stessi argomenti che avrei usato per altre comunità (quella gitana, per esempio). Invece il razzista di turno mi credeva punta sul vivo, come se difendere una categoria sola servisse a qualcosa, a qualcuno.

Gerardo, invece, non si è mai definito di un posto in particolare. In Italia non ci ha mai vissuto, anche se parla un italiano migliore di certa gente che conosco. Però, mi ha fatto capire, faceva fatica anche a identificarsi come uno di qua. Così, per sicurezza, nelle sue ore passate in guardiola sta imparando tutte le lingue che può, compresi russo e tedesco. Nelle sue parole ho rivisto quelle del mio ex catalano: uno con due cognomi del Sud, che aveva risolto il suo busillis identitario diventando prima un ottimo pianista di flamenco fusión, e poi un català de debò – con tanto di laccetto giallo nella foto profilo – due anni fa, quando quel genio di Rajoy aveva risposto con la forza a un referendum che rischiava pure di essere meno affollato di altri, di per sé irrisolutivi, che l’avevano preceduto.

Nel bar in cui siamo approdati ieri per il… brunch (mi ci vedete?) non c’era molto spazio per le bulerías di Carlos, ma a un certo punto è scattato l’iconico basso di Seven Nation Army.

Al che ho ricordato. Mi sono rivista ben undici anni fa, coi francesi della mia prima, sgangherata comitiva locale: gente che ti chiamava solo il fine settimana per ubriacarsi, e che al terzo chupito gratis si metteva a sfottere l’Italia. Allora per zittirli mi bastava accennare le prime tre o quattro note, senza neanche intonare il solito: “Po po po po po po po”. Ma così, per ridere. Ridevano anche loro, meridionali come me, più marsigliesi o tolosani che “sudditi di Parigi“.

Ovviamente, tutto questo per Gerardo non significava niente: per lui quella canzone era solo un sottofondo da bar, e io mi chiedevo, invece, se in Italia qualcuno la intonasse ancora negli stadi, o per strada.

Il bello era che, sul serio, non lo sapevo. Ormai non lo sapevo più.

“A che pensi?” mi ha chiesto il non-milanese, uscendo dal locale. Stava dimenticando dentro la sciarpa, ma se ne sarebbe accorto solo mezz’ora dopo.

“Penso” gli ho confessato, scostando le briciole del brunch dalla tuta inguardabile “che su questa cosa dell’identità ci scriverò un post”.

La vita è fatta di priorità, e ieri c’era la polenta.

Quella che “la ragazza della porta accanto” (letteralmente) avrebbe preparato per me e l’altro inquilino, con del sugo fatto di fiocchi di soia macerati e ripassati con un soffritto di carote insieme a tofu, salsa di pomodoro e un gocc… vabbe’, con del ragù vegano, gente: così facciamo prima, e le vostre coronarie reggeranno, ve lo assicuro. Un’alunna ha ordinato davanti a me una pizza all’ananas, e sono qui a raccontarlo.

Il mio sugo preferito è quello d’avena, ma questa fanciulla che manco è veg mi ha umiliata prima con un trionfo di bontà, e poi con una telefonata in giapponese perfetto in cui diceva al quarto convitato di rimettersi presto, e alla prossima. Roba che io, dopo un anno di Duolingo, ho capito solo “ciao” e la sua presentazione.

Dopo, mentre la povera chef scappava al lavoro, ho avuto modo di parlare finalmente con l’inquilino fantasma: l’uomo che come unico segno della sua presenza aveva la bicicletta in corridoio, e che mi mandava messaggi tipo “Scusa se non ti ho riconosciuta in ascensore, ero sbronzo!”, al che dovevo rassicurarlo: “Tranquillo, non ero io”.

Adesso ho scoperto tante cose: prima di tutto, che riesce a scolarsi la vodka che io uso, letteralmente, solo per i brufoli; poi, che assumere la menzionata vodka per via orale mi ubriaca all’istante in qualsiasi posologia (ok, era un’unghia, e non è proprio una novità); infine, che lui aveva deciso di affittare l’appartamento nello spazio di due ore perché si era separato da poco, dopo una relazione ultradecennale. Quindi non è che beveva solo perché era scozzese!

Tanti mesi a vederci doppio in ascensore (lui) e a rimuginare da sola su rinunce importanti (io), e non abbiamo mai bussato l’uno alla porta dell’altra.

Insomma, questo e altro è successo ieri nella nostra umile dimora (roba che manco Amélie), quindi non mi dispiace troppo di essermi persa il vermut letterario con Bel Olid, autrice tra le altre cose di Follem?, che in catalano un po’ bastardo vuol dire “Scopiamo?”.

Un libro sul piacere e il modo in cui ci viene “insegnato”. Perché sì, viene insegnato, e più per omissioni che in lezioni vere e proprie, purtroppo. E l’autrice, che guardava sia le tette della prof. di matematica che il culo del prof. di educazione fisica (sic) ha avuto più problemi nella vita delle persone cis etero (tipo me), ma anche più possibilità di “uscire dal copione”: quello degli amplessi televisivi, spesso etero, coincidenti col coito, e sfocianti in un improbabilissimo orgasmo simultaneo, sperimentato nel giro di qualche secondo. A.I. di Spielberg è stato stroncato per molto meno!

Insomma, di libri come il suo ne ho letti un po’, da queste parti. Ma mi piace la freschezza con cui dipinge certe situazioni, e soprattutto la libertà che sente nell’inventarsi il piacere. Che per lei è, prima di tutto, “uno scambio”. Di pelle, o anche di messaggi a distanza.

Vi estrapolo e adatto un po’ le frasi più interessanti lette finora, così intanto digerisco la polenta (e la vodka!).

Tutti gli studi indicano che la maggioranza di persone fornite di clitoride arrivano all’orgasmo con pratiche diverse dal coito, e che di solito implicano un contatto col glande della clitoride. Il cosiddetto orgasmo vaginale è in realtà un orgasmo clitorideo, in cui si stimolano altre parti non visibili (ma molto presenti) della clitoride.

Il nostro desiderio viene penalizzato senz’ombra di dubbio da quello che crediamo dovremmo desiderare.

Noi persone dotate di vulva, cresciute per essere donne, siccome possiamo riprodurci senza provare desiderio, siamo state le grandi escluse dal parco d’attrazioni che è la sessualità ricreativa.

L’omosessualità viene presentata come accettabile solo nella misura in cui si accettano le altre norme: monogamia e volontà di “formare una famiglia”.

Ogni volta che vai in strada con una persona con cui hai una relazione sessoaffettiva e hai voglia di baciarla, devi decidere se è un ambiente sicuro o meno, perché finché non la baci ti protegge (o ti opprime in parti uguali) la presunzione di eterosessualità.

Se fossi arrivata ai quindici anni con una relazione sessoaffettiva ragionevole, non avrei dovuto chiedermi niente quando mi sono sentita attratta da persone del mio stesso genere, né avrei confuso per tanto tempo l’attrazione sessuale con l’interesse amichevole.

Tutta la società dà per scontato che in un certo momento della vita sentirai desiderio, e sarà per persone dell'”altro” genere (con cui, peraltro, non è previsto che coltivi amicizie profonde).

Come donna cis posso portare i capelli corti o non truccarmi senza nessuna discriminazione evidente, però invece donne trans che decidono di non portare i capelli lunghi e non truccarsi hanno molte più difficoltà a essere riconosciute come donne.

Moltissime persone sperimentano desiderio per persone di diversi generi in momenti diversi della loro vita.

La conquista dei diritti non è stata ottenuta per tutti gli individui del collettivo LGBTQI+. Le lesbiche migranti che non hanno la documentazione che esige lo stato, non hanno questo diritto [quello al matrimonio] garantito.

[C’è l’idea che] sia sesso “vero” solo se c’è un coito, e basta che ci sia un coito perché sia sesso.

In questa visione pneumatica del sesso, tutto inizia quando c’è un pene in erezione, e tutto finisce quando finisce l’erezione. Se la deflazione è perché il proprietario cis del pene ha avuto un orgasmo, si considera un rapporto sessuale pieno. Se è per altri motivi, si considera un rapporto sessuale fallito.

Credo che non arriverò a vedere il mondo che vorrei […]. Sarebbe un mondo in cui non sarebbe necessario uscire dall’armadio, perché non ci ficcherebbero proprio lì, quando nasciamo.

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